Le Perfezioni – Capitolo 4 – La Saggezza – Ajahn Sucitto

La chiarezza innata

Il quarto veicolo che guada il flutto del mondo è la saggezza, paññā. Questa è la facoltà discriminativa che opera attraverso il discernimento o chiarezza, piuttosto che una conoscenza accumulata con lo studio. Si tratta di una facoltà che ognuno di noi già possiede infatti la saggezza è la facoltà che fa distinzioni (tra il dolore e il piacere,tra la sicurezza e l’intimidazione, tra il bianco e il nero). La mente umana è una benedizione dai molti aspetti; possiamo essere presenti ai nostri istinti e alle nostre reazioni, e discernere ciò che è buono, appropriato e salutare da quanto non lo è; ma possiamo anche essere così persi in ciò che pensiamo dovremmo essere, in ciò che temiamo potremmo essere, e nei pensieri di come vorremmo fossero gli altri, da smarrire l’equilibrio della chiarezza. Perciò con una mente umana è imprescindibile sviluppare la facoltà della saggezza in modo corretto: senza un contrappeso diventiamo troppo sbilanciati. E’ essenziale sviluppare la saggezza che sovrintende alla coscienza mentale o la trascende, con i suoi valori e pregiudizi dogmatici, con la compassione e la depressione, con l’amore e la concupiscenza. Questa saggezza trascendente, o profonda chiarezza, è la perfezione che accompagna tutte le altre pāramī, e da esse è condotta al suo pieno sviluppo, utilizzo ed efficacia. Senza di essa, la vita può essere un vero caos.

Tre aspetti della saggezza

La saggezza è sviluppata su tre fronti. Il primo è l’aspetto della saggezza concettuale o teoria, che noi possiamo acquisire da un libro o ascoltando un discorso. Il secondo è la saggezza della pratica, l’applicare direttamente la teoria nella propria vita e praticare allo scopo di dissolvere le cause dello stress, della confusione e della sofferenza. In terzo luogo c’è la saggezza della realizzazione, che è una conoscenza fiduciosa, chiara e serena non inclusa in opinioni, reazioni e pregiudizi. È il tipo di sapere che semplicemente “sa” che qualcosa è così o non è così. È questa purezza della conoscenza che determina la liberazione dalla confusione e dallo stress. Questi tre aspetti della saggezza nel buddhismo sono simboleggiati da
statue che portano un libro, una spada e un loto. Il libro è la saggezza della teoria, la spada è la saggezza dell’applicazione e il loto è la saggezza della realizzazione.

Il processo con il quale i tre tipi di saggezza si susseguono non prevede che avvengano sempre secondo una sequenza precisa, dipende dal contesto e in genere si riavvolge su se stesso. Comincia tracciando una base per indagare la causa e l’effetto. Ci chiediamo: che cosa ci dà un beneficio a lungo termine, piuttosto che un guadagno a breve termine? Che cosa fa bene a noi e agli altri e conduce alla pace? Che tipo di felicità immediata di fatto ci procura alla luce di una futura infelicità – e quali sono le cause o i fattori scatenanti di queste traiettorie? Non sempre applichiamo la saggezza ai nostri impulsi, come la voglia di spendere troppo, l’inclinazione per relazioni incompatibili o per un abuso di sostanze, perché, quando essi si manifestano come idee e tendenze, in quel particolare momento ne percepiamo solo gli aspetti positivi! Questa è la saggezza teorica (primo tipo).

Poi possiamo indagare che cosa “cucina” la mente e chiarire qual è il combustibile che alimenta il fuoco. Forse stiamo cercando di controllare una situazione che non possiamo gestire, o di far sì che un partner sia qualcosa che non è. Oppure resistiamo a una sensazione spiacevole, tenendoci sulla difensiva e fingendo che non ci sia (mentre neghiamo di stare sulla difensiva). Quando ce ne rendiamo conto (ricordandoci che possiamo liberarci dallo stress) smettiamo di sprecare tempo ed energia nel trattenere, spingere o resistere inutilmente. Allora si libera l’energia che è intrappolata che si integra nell’energia della mente e c’è una sensazione di completezza, pace e libertà. L’energia si districa e si acquieta, facendo in modo che la mente si senta un poco più luminosa. E’ un percorso fuori dallo stress di una mente ottusa e frenetica, che grazie alla calma ora riesce ad accedere a questa consapevolezza riflessiva. E questa è la saggezza della pratica (secondo tipo).

La saggezza della pratica deve essere sviluppata con esercizi di meditazione, perché i presupposti, le convinzioni, le passioni e le preoccupazioni parlano a voce più alta. Bisogna concedere a se stessi del tempo per creare le occasioni che portano alla luce la nostra saggezza. La pratica della meditazione porta porta alla saggezza della realizzazione (terzo tipo).

Da qui in poi l’agire con più coscienza è un risultato naturale. Così, quando la saggezza emerge in primo piano, si accrescono le altre virtù. La saggezza mostra capacità di valutare gli stati mentali così come vengono direttamente sperimentati nel presente. Una regola semplice è la seguente: “Se non sostiene le altre pāramī, non è vera saggezza; è solo un’opinione”. La vera saggezza percepisce l’equilibrio e l’integrità, discerne la causa e l’effetto e realizza la chiarezza e della felicità.

La saggezza sviluppa un sentiero che fa uscire dalla
sofferenza

La saggezza come pratica cresce particolarmente bene tramite la meditazione. Nel Buddismo la meditazione indica la coltivazione della calma e dell’intuizione, lo sviluppo della consapevolezza (sati) e della concentrazione (samādhi) che ne sono le cause (della calma e dell’intuizione). La consapevolezza è la facoltà che porta nella mente un’emozione, un’idea, un processo o una sensazione. Quando è sostenuta, essa contrasta la dispersione dell’attenzione e l’impulsività. La concentrazione è l’approfondimento dalla consapevolezza che così diventa piacevole. Consapevolezza e concentrazione mantengono la calma. E, quando la mente è calma con più naturalezza riusciremo ad usare la saggezza che andrà a condizionare le nostre azioni mentali.

Il compimento di un’azione dipende dalla mole di attività che la nostra mente svolge. La saggezza si manifesta nella meditazione attraverso la valutazione della nostra esperienza e di come essa influenza la nostra coscienza mentale. L’intuizione verifica se gli oggetti visivi, i suoni, i pensieri o gli atteggiamenti provocano un modo d’essere stressante oppure uno stato aperto e liberato. Quando cogliamo i segni di ciò che è salutare o non salutare nel modo d’essere della nostra mente l’intuizione si sviluppa ulteriormente permettendo alla nostra saggezza di incontrare una
conoscenza calata nel corpo, nel cuore e nei visceri, che è chiara e arriva
al punto. Per esempio: “Pare che il problema non sia il fatto che la gente vuole molto da me, ma piuttosto che io sia un soggetto compulsivo. Chiedo troppo a me stesso”. Per questo “conoscere sentito” (conoscenza calata nel corpo) dobbiamo calmare la mente e indagare con la consapevolezza riflessiva e non pensare più a noi stessi. Poi possiamo vedere: “Questa è la sofferenza; la causa è il desiderio di essere in un certo modo piuttosto che in un altro; si può lasciare andare quel desiderio; ecco come riuscirci”. Otteniamo così una sintesi personale delle Quattro Nobili Verità – la sofferenza, l’origine, la cessazione e il Sentiero.

Il Sentiero operativo fondamentalmente è questo: conoscere il bene e viverlo, conoscere il male e allontanarsene (essendo consapevoli dei risultati). Poi, con l’acquisizione dei risultati e della loro bontà, si comincia sempre più a sentirsi chiari e vedere quando c’è qualcosa di dissonante. Forse vediamo un rancore, una pretesa nei nostri confronti o come ci identifichiamo con un ruolo arrivando a pronunciare un verdetto interiore di successo o fallimento. Tuttavia, quando la nostra mente allenata sempre più ad essere chiara si discerne chiaramente che “Tutto questo è qualcosa che passa attraverso la consapevolezza. Sono stati da cui posso fare un passo indietro”, vediamo lo stress e la possibilità di esserne liberi. Poi, con quella libertà, sentiamo la tranquilla felicità della fiducia; e con ciò la pressione si allenta.

Se lasciamo che questo processo si dispieghi, scopriremo di fare del bene non per identificarci con l’essere buoni, ma solo perché ciò è sentito come positivo. Ciò che è rilevante è arrivare a capire se la nostra mente si trovi in un stato salutare o non salutare. La saggezza, il discernimento a sentire che cosa è giusto e che cosa è sbagliato, in maniera intrinseca piuttosto che attraverso un pregiudizio competitivo: “Io sono migliore di quello che sei tu / questa è l’unica via”. E il risultato è che a governare il cuore è l’intelligenza consapevole, piuttosto che l’immagine di sé.

La saggezza ha bisogno della meditazione

La saggezza si costruisce sulla base della rinuncia. La rinuncia è parte della meditazione: accantoniamo deliberatamente l’uscita dalle porte dei sensi. Questo è il contenimento: è la prima cosa che facciamo perché la nostra saggezza ci dice che il protenderci verso l’esterno ci fa perdere l’equilibrio. Perciò smettiamo di andare all’esterno e ci rivolgiamo verso l’interno, stabilizzando l’attenzione con una pausa, e poi rendiamo salda la consapevolezza su un tema di meditazione adeguato. Questo è il modo di cominciare. La rinuncia sembra implicare l’accantonamento dell’attività
sensoriale ma è solo un principio approssimativo, in effetti la rinuncia saggia consiste nel lavorare con l’impatto dei sensi, in modo da non reagire precipitandoci fuori dai sensi o contraendoci in una ferrea difesa. Abbiamo bisogno di mantenere l’equilibrio perché il discernimento può essere spinto da parte dall’energia cieca degli impulsi ad agire, o al contrario dalla soppressione dell’input sensoriale (sforzarsi a non agire) o anche dalla negazione di uno stato di fatto. La pratica de contenimento consiste quindi nel fare una pausa e tirarsi un po’ indietro dal contatto sensoriale, poi da quella prospettiva più ampia riflettere su ciò che si sente come salutare o non salutare. Allora possiamo impegnarci da una posizione chiara, etica e compassionevole. Senza l’equilibrio offerto dal contenimento, la facoltà della saggezza non ha uno stato quieto da cui dare una lettura degli eventi. Pertanto la consapevolezza, che mantiene nella mente una posizione o un tema, è un elemento fondamentale nello sviluppo della saggezza. Ci dà accesso al “senso” del conoscere, una sensazione di tranquilla sicurezza e di equilibrio.

Nella meditazione questa saggezza del riconoscimento è chiamata “piena comprensione”. Questa facoltà riconosce ciò che succede ogni istante nella mente. All’inizio la nostra attenzione rimane quieta per circa un secondo prima di scattare verso l’elemento successivo, ma la piena comprensione riconosce che “La consapevolezza in questo momento può essere stabilita” ed incoraggia: “cara consapevolezza, cerca di non andare subito via, rimani solo per un altro istante; cerca soltanto di cominciare ad osservare la tua esperienza”. Non esercita la pressione “Devi sempre continuare a farlo”. La consapevolezza potrebbe cadere dalla sua posizione o tema, ma poi la piena comprensione dice: “Fermati. Riprendila solo per questo istante”. La saggezza può operare solo nel momento presente. Non appena ci allontaniamo da questo momento, non siamo più nel dominio della saggezza che sboccia nella realizzazione. La consapevolezza del respiro è un ottimo metodo per stare con il momento presente.

Questo riferirsi a un istante per volta ci dà anche l’opportunità di uscire fuori dagli schemi temporali che il flutto del divenire (bhava) ci rifila con l’inganno. Per esempio la voce che dice: “Devo calmarmi; quando viene la chiara luce?”. Con la saggezza penetrante, nutrita mediante la consapevolezza e la piena comprensione, questi pensieri possono essere trasformati in “Ecco l’impazienza… be’, prendiamoci un secondo e restiamo con un’espirazione”. Poi c’è l’urgenza tenace del fuggire da tutto questo
(vibhava), che dice: “Non voglio mai più occuparmene. Desidero lasciarmi
alle spalle tutti i miei problemi !”. Ma con la saggezza accantoniamo sia l’urgenza di accumulare l’esperienza, sia quella di sbarazzarcene Pratichiamo invece la saggezza, controlliamo la mente e freniamo quei riflessi un momento dopo l’altro. Poi ecco una realizzazione: cominciamo a conoscere la mente e a guardare sotto il miraggio della sua attività.

La consapevolezza che conosce si perde quando ci aggrappiamo agli stati mentali, perché questi sono in movimento e ci chiedono di seguirli, di trovargli una sistemazione, di eliminarli o di preoccuparci. Dobbiamo imparare a demolire questa abitudine di rincorrere, aderire o aggrapparci, il che implica la rinuncia a un’immagine di sé, per lasciar andare la fatica di essere ciò che le nostre menti assillanti pretendono da noi. Perciò la persona saggia è chi può rinunciare allo sbraitare del sé per scoprire una melodia più naturale.

Ogni attaccamento a dati sensoriali o a impulsi psicologici è legato all’ignoranza, Questa perdita di consapevolezza equilibrata incrementa vari tipi di sete (taṇhā): per il contatto sensoriale (kāma-taṇhā), per l’essere qualcosa (bhava-taṇhā) o per il non essere assolutamente nulla (vibhava-taṇhā). Sentire il bisogno di oggetti visivi, suoni e sensazioni non è una buona notizia, perché non tutto ciò che vediamo, udiamo, assapo-
riamo, odoriamo o tocchiamo è piacevole oltre ad essere costantemente soggetto a cambiamento.

Lo stesso si può dire per (bhava-taṇhā) la sete di uno stato mentale, o di una condizione sociale. Essa mira a farci sentire forti e sicuri, ma quante persone “di successo” sono veramente tranquille e serene? Vibhava-taṇhā l’impulso ad allontanarsi da qualcosa che provoca imbarazzo, ansia o per-
dita dell’immagine di sé.

Se incontrollati, questi impulsi ci portano a contrarre abitudini che alla fine ci limitano: il mio attaccamento ad averla vinta in una discussione, la mia necessità di approvazione, la mia auto-denigrazione abituale che cerca di depurarmi da quelli che io penso siano i miei peccati e le mie debolezze, ecc. Questi impulsi sono resi tenaci perché ogni cosa nel mondo tende a nutrirli: la fama, la lode, il guadagno, la condizione sociale, il potere e l’eccitazione condizionano la personalità. La personalità è l’interfaccia psicologica tra il regno della sensazione e degli stati mentali. Quando il punto di vista del sé assume il controllo si arriva a un punto di confusione estrema; la gente diventa attaccata a come appare, a com’è cortese, imperturbabile o potente. La personalità ignora la realtà della morte, non si rende conto di essere solo una costruzione e trascura la saggezza. Così le persone che non riescono a gestire la spinta e l’attrazione delle sensazioni si gettano in un abisso quando perdono il lavoro, o ancora si infuriano per il desiderio di vendetta quando si sentono insultate, ignorate o mortificate. Si lasciano andare perché si sentono falliti come persone o si infuriano perché il loro riflesso sarebbe di reagire vendicandosi o insultando e se non seguono l’istinto soffrono perché pensano di tradire un sé che invece non esiste. Con il punto di vista del sé, la saggezza non è sviluppata e la nostra personalità non è in grado di gestire in modo equilibrato e pacifico quello che la vita offre.

Incontrare le onde

La sete psicologica può essere affrontata saggiamente con la pratica della meditazione. Allorché meditiamo, spegniamo il riflettore del contatto sensoriale e ci sediamo quietamente per creare un ambiente calmo e introspettivo. A causa di questa calma di fondo (samatha), l’impulso che sorge con il contatto sensoriale è tenuto sotto controllo e l’urgenza di scappare via è controllata richiamando l’attenzione a sentire la presenza del corpo, qui e ora. Con la quiete avviamo un processo di valutazione degli impulsi che è l’inizio dello sviluppo dell’intuizione (vipassanā). Mentre meditiamo con l’intuizione, notiamo la caratteristica soggiacente di tutto ciò che cattura la nostra attenzione e che fa sentire irrequieti o intrappolati. Che si tratti di un pensiero preoccupato o di un progetto entusiasmante, è accompagnato da una pressione senza riposo, da un’incapacità di rimanere quieti o stare bene con se stessi. C’è sempre da qualche parte un afferrare, uno spingere, un richiamare o un lusingare. È un’esistenza inquieta e superarla significa incontrare queste onde con le pāramī. Al riguardo, l’intuizione-investigazione si focalizza sulla qualità soggiacente dell’onda, piuttosto che sul contenuto che agita la mente. La saggezza dell’intuizione accantona i tribunali del passato e la prognosi del futuro, non fa alcuna richiesta e non sa come le cose dovrebbero essere. L’intuizione incoraggia invece le capacità a collegarsi con queste correnti sotterranee. Non cerca di appiattire le onde o di spianare il mare; non costruisce muri o si ritira; semplicemente resta sull’autentico terreno della consapevolezza e lascia che le onde passino momento per momento. Ecco perché una persona saggia si diletta nell’incontrare le onde: è in questo modo che la vera forza e la bellezza della mente si manifestano.

La pratica della meditazione camminata

Per illustrare le mie parole farò riferimento alla meditazione camminata in cui il processo che si svolge in ogni istante è molto evidente. C’è la realtà di fare fisicamente un passo alla volta, qualcosa di molto utile per rallentare solo un passo alla volta. Sentiamo il sottile cambiamento delle pressioni e lo sforzo nel muovere il corpo, e impariamo a camminare senza tensione. Facciamo un percorso tra i venti e i trenta passi (non troppo corto né troppo lungo) e ci fermiamo deliberatamente alla fine di ogni tratto. Tuttavia, badiamo a non fermarci solo fisicamente ma anche psicologicamente – per sospendere il flusso della mente ed essere semplicemente presenti. All’interno di questa pratica continuiamo a tornare al punto di riferimento di essere presenti al corpo, e allo spegnersi delle risonanze e degli echi di ciò che si è manifestato per noi in quella ventina di passi. Ci fermiamo e badiamo attentamente a stare in piedi fermi. Questo spostamento dal moto allo stare in piedi fermi è piuttosto significativo e utile, dal momento che in questo tipo di meditazione si è continuamente riportati indietro alla pienezza del corpo senza scopo, e c’è un senso di presenza aperta. Proponiamoci poi deliberatamente di camminare, scegliendolo con un senso di buona volontà e andando fino in fondo.

In ogni processo meditativo uno degli obiettivi è quello di ripulire la mente dagli stati non salutari. È un po’ come lavare una camicia. Si suppone che noi applichiamo un po’ di energia e la strofiniamo in modo che lo sporco venga via – ma senza lacerare il tessuto. Perciò, con la meditazione camminata, il passo è deciso, definito chiaramente, ma un passo alla volta; è uno sforzo delicato ma persistente. Include i momenti di riposo. Quando ci esercitiamo così, abbiamo il tempo di fermarci e riesaminarci, e questo coinvolge la mente pensante, calmandola. Connettere la nostra mente al camminare ci aiuta a vedere, e a sentire, dove cominciamo a farci prendere dal panico o ci indigniamo per un particolare ricordo, persona o attività. Poi possiamo mettere a fuoco questo contenuto con il seguente atteggiamento: “Va bene, ora guardiamo. Cos’è questa animosità, gelosia o desiderio? Su che cosa si fonda?”. Osserviamo quello stato. Possiamo trovarci a percorrere su e giù il sentiero della camminata, pensando: “Ora glielo dirò, lo sistemerò io!”. Ma, stabilizzando l’energia di quell’impulso con la camminata, usciamo dalla sua presa. Non possiamo arrabbiarci con qualcuno con calma e gentilezza: se manteniamo la mente sullo sfondo della camminata (o del respiro), essa non può sostenere uno stato teso e irritato.

La pratica della camminata fornisce un continuum di sforzo ed energia, insieme al continuum di una calma e saldezza. Noi impariamo a lasciare che il pensiero vada e venga, senza infondere in esso energia, e senza combattere con noi stessi. Grazie a questo possiamo cominciare a calmare la mente pensante. Avvalendoci di questo possiamo applicare la saggezza riflessiva all’osservazione della nostra mente o cuore. Abbiamo uno sfondo calmo rispetto al quale possiamo guardare dov’è il ribollire. Allora possiamo vedere dove sono gli impedimenti e gli attaccamenti e trovare il modo di lasciarli andare. Cominciamo a scorgere i ritmi e gli spazi tra i pensieri, dove questi possono essere fermati e dissolti. E vediamo: “Ah, questo è il punto del lasciar andare”; oppure: “Ecco dove mi aggrappo”. Poi c’è un lampo di realizzazione delle Quattro Nobili Verità. Questo è il modo in cui la calma e l’intuizione lavorano insieme.

Realizzazione: il fiorire della saggezza

Ciò che vediamo con l’intuizione è che tutta la nostra avversione, avidità,
preoccupazione si raccoglie intorno alle percezioni o alle impressioni
. Non sono innate, e non sono il sé. Per esempio, quando non ci piace una persona, la persona nella nostra mente è in realtà un accumulo di varie impressioni che ci irritano. Non ci ricordiamo le sofferenze, la virtù o la nobiltà di quella persona; ricordiamo invece la sua mancanza di puntualità, l’avidità o l’atteggiamento non collaborativo. In questo modo costruiamo un’immagine di una persona sulla base di alcune percezioni. Ci chiediamo: “In che modo la mia mente ha tracciato questa particolare immagine?”. Poi cominciamo a capire che quelle percezioni sono impressioni selettive fondate sulla sofferenza e sul non essere in contatto con l’onda del dolore, o non essere in grado di gestirla. Perciò essa resta bloccata dentro di noi e non può defluire. Non ci piacciono le cose irritanti; ma se non siamo abbastanza saggi da riconoscerlo e lasciare andare, se per l’ignoranza cerchiamo di proteggerci da quella irritazione, questi fastidi si incastrano nell’ansia e nell’avversione. Possiamo superarli solo se li guardiamo all’interno, nel modo in cui sono causati, e li lasciamo passare dentro di noi.

Qui può essere utile narrare un aneddoto. Riguarda l’uomo che, con un enorme atto di generosità, donò al Saṅgha un terreno boschivo e aveva alcune idee su come ciò dovesse avvenire. Ma nessuno ritenne le sue idee fossero utili, e poiché era una persona che teneva molto alle proprie idee, rimase così deluso che non riuscì a venire al monastero per diciotto anni. anni. Trascorse invece quel periodo a starsene seduto in casa, arrovellandosi. Alla fine riuscì a superare la situazione di stallo e venne al monastero. Qualcuno lo portò a fare una passeggiata nel bosco – il vero bosco, non quello immaginato con le sue “idee” – ed egli vide quanto era bello. Disse: “Mi sono arrovellato per diciotto anni, pensando che fosse tutto rovinato – ed è tutto perfetto!”. Non era il metodo voluto da lui, ma egli riuscì a capire che le cose non dovevano andare secondo le sue idee. E sul suo viso spuntò un grande sorriso pieno di gioia. Si poteva vedere un’enorme massa di ansietà e amarezza cadere come un’orribile crosta dalla ferita che gli aveva inflitto l’attaccamento alle sue idee. E al di sotto era fresco e gioioso. Ecco cosa significa la realizzazione.

La mente ignorante affonda i suoi denti in qualcosa e ne è presa all’amo. Poi costruisce una percezione che non vogliamo sia messa in dubbio. Ci aggrappiamo alle nostre impressioni e pensiamo: ‘Non parlerò con loro. A ogni modo non capiscono’. Siamo infatuati del nostro punto di vista perché ci fa sentire forti, anche se induce in noi un senso di infelicità. Ecco quanto è contorta la taṇhā. Ma per sbloccare l’avversione, non dobbiamo avere ragione o torto. Tutto ciò che ci serve è semplicemente stare con l’altra persona o con l’oggetto irritante e riconoscere che hanno anche caratteristiche diverse da quelle che la nostra struttura mentale ci ha mostrato.

Possiamo avviare questo processo nei nostri stessi confronti! Cominciamo così a liberarci dalle nostre percezioni e nozioni, riconoscendo con saggezza che gli schemi e i comportamenti della mente sono selettivi, incompleti e da non afferrare. Essi sono molto utili, perché ci mostrano dove ci aggrappiamo ciecamente a “il mio punto di vista”, “il mio modo di agire”. Questo punto di vista del sé è di sicuro un’abitudine di cui liberarsi. È inevitabile che la vita porti cose non particolarmente desiderate. Io mi manifesto in un modo diverso da come sarebbe quello ideale.

Ma posso lavorarci. Non c’è bisogno che mi aggrovigli in un ammasso contratto di odio verso cose che non sono come io desidero siano.

Con questo approccio, il taglio della spada della saggezza può essere leggero e pulito, una massa di sofferenza si stacca e noi ci sentiamo pervadere dal sollievo. È allora che sperimentiamo la realizzazione della saggezza, la sua fioritura, anche se solo per alcuni momenti. Ci rendiamo conto che, piuttosto di rimanere attaccati al fine di possedere, oppure avere ragione o torto o qualsiasi altra cosa, la nostra mente può dispiegarsi nella chiarezza profonda.

Così, con la saggezza, non è necessario stare fuori dall’esperienza; ne
sosteniamo la consapevolezza e sbocciamo naturalmente attraverso e al di fuori di essa, come il loto spunta fuori dal fango
. Per noi, che siamo i soggetti agenti, riconoscere la capacità di godere della realizzazione, di essere aperti e di riceverla richiede anche saggezza. Perciò prendiamoci il tempo di assaporare e godere della realizzazione; allora essa fornirà un riscontro alla fiducia in una saggezza innata. Questo è un cambiamento di lignaggio: anziché appartenere a un corpo, a una famiglia, a un lavoro, al kamma o a una struttura mentale, apparteniamo alla saggezza.

Suggerimenti sulla saggezza

La saggezza nel buddhismo è più un’esperienza di relazione che una
fonte o un corpus di conoscenza. Si è saggi per quanto riguarda la causa e
l’effetto, e quindi si è attenti a ciò che succede e a come ci tocca. Per questo
motivo, il termine “discernimento” può in molti casi essere estremamente
calzante. In altre parole, la saggezza è più che altro qualcosa che facciamo,
in modo che si possa verificare un’apertura alla chiarezza trascendente. Lo sviluppo più elevato della facoltà della saggezza è la chiarezza riguardo alle Quattro Nobili Verità e verso la natura impersonale e mutevole di quello che presupponiamo sia la nostra realtà.

Riflessione

Quando riconoscete i vostri pensieri/emozioni e vi focalizzate su essi, notate come la mente fa il suo ingresso nell’esperienza di esserne consapevole piuttosto che di identificarsi con essi. Valorizzate questa consapevolezza mettendola in primo piano e svincolandovi dalle attività della mente e del cuore senza negare, censurare o proliferare (attività mentali) sul vostro comportamento mentale. Notate che un insieme di chiara attenzione e di spaziosità emotiva sostiene questo tipo di consapevolezza e che l’effetto che ne deriva è una maggiore calma e saggezza nei confronti della mente. Una volta stabilito questo distacco o non coinvolgimento, si può lavorare sull’applicazione della benevolenza a stati d’animo/pensieri di avversione, oppure a rinunciare a stati d’animo/pensieri di desiderio.

Azione

Impiegate la chiara consapevolezza (piuttosto che un giudizio acquisito)
per seguire le tracce della sensazione, dell’energia e dei conseguenti effetti
secondari di impulsi mentali salutari e non salutari. Potete anche fare una breve pausa e notare la qualità della mente che accompagna piccole rea-
zioni abituali: è offuscata, furtiva o chiara?

Notate la fine di un’esperienza – come per esempio una conversazione
o un compito; o quando finite di leggere un libro, o anche il momento in
cui vi sedete dopo una camminata. Aggiungete una pausa di cinque secondi (o più) prima di passare alla cosa successiva. In quei pochi momenti rivolgete l’investigazione verso l’interno: ‘Cosa è successo? Che effetto ha avuto? Come influenza quello che faccio ora?’. Quando leggete testi spirituali, fatelo lentamente. Siate pronti a fermarvi dopo un paragrafo o due e lasciate che gli effetti e i significati di quella lettura scendano dentro di voi. Quando è saggio fermarsi e prestare attenzione alla propria mente?

Se parlate o ascoltate gli altri, ampliate l’estensione della vostra attenzione per includere la consapevolezza del vostro corpo; notate qualsiasi effetto. Cercate periodicamente di essere consapevoli del vostro respiro e usatelo per calmare o ancorare le vostre emozioni. In alternativa, ampliate la vostra attenzione per includere la consapevolezza dei suoni nel sottofondo.

Meditazione

Notate il vostro atteggiamento quando cominciate la meditazione. Fate una pausa per alcuni minuti e permettete al flusso della mente di manifestarsi, accantonando ogni reazione immediata. Siete in grado di cogliere nell’insieme il movimento di tutte queste onde? E se sono correnti di preoccupazione, di frustrazione o di ambizione, quale atteggiamento antagonistico dovreste sostenere nella mente mentre meditate? Quale sarebbe di fatto un tema meditativo appropriato? Può cambiare ogni giorno, ma potreste trovare utile cominciare la sessione di meditazione riflettendo sui seguenti quattro temi: la benevolenza; la mortalità; il bene che avete fatto o quello che avete ricevuto; essi contribuiranno a condurre la vostra mente a un equilibrio fra la testa e il cuore. Quando sentite questo effetto, scegliete un tema meditativo dal quale ora la vostra mente desidera essere guidata.

Notate il flusso dei pensieri e delle impressioni mentali. Cercate di notare il punto in cui termina un pensiero. Prendete nota anche del momento in cui il pensiero è nella sua piena intensità; sintonizzatevi quindi sul processo cangiante del vostro flusso di pensieri, ritraendovi dall’impegno sui contenuti. La sintonia con la natura mutevole dei fenomeni è una via diretta alla liberazione.

Le Perfezioni – Capitolo 3 – Lasciare andare – Ajahn Sucitto

Lasciare andare

Esaminare bisogni e desideri

Nel capitolo precedente ho parlato della rinuncia. Ora aggiungerò qualcos’altro perché ciò che comporta può essere frainteso e il suo valore sottovalutato. Lungi dall’essere un percorso che conduce alla penuria, la rinuncia è la via che porta alla realizzazione dell’appagamento. Porta la mente in un luogo più stabile, dove può accedere a grande agio e chiarezza. Così come ogni altra perfezione, la rinuncia sostiene la saggezza (e ne dipende). La rinuncia saggia va contro va contro la corrente del ingannevole presupposto secondo cui la felicità si ottiene con l’accumulazione di qualcosa di materiale o perfino di spirituale. E’ proprio questo presupposto che da un lato ci promette una via per l’uscita dall’insoddisfazione e dall’altro alimenta il concetto secondo cui noi ci sentiamo carenti e quindi abbiamo bisogno di sostenerci a qualcosa (incredibile alimenta se stesso!). Fino a che questo presupposto ci tiene in suo potere non potremo mai trovare l’equilibrio indipendente del Dhamma. Per cui, se si vuole veramente la libertà dalla sofferenza creata dalla mente, bisogna essere pronti a sfidare il presupposto, altrimenti si inseguiranno per sempre i propri miraggi e proiezioni.

Conoscete qualcuno che, ingozzandosi di oggetti visibili, suoni, sapori e così via, abbia realizzato il potenziale umano o sia in pace? Di sicuro non è affatto facile abbandonare tale dipendenza. Ingozzarsi con i sensi sarà per noi un’inclinazione naturale fino a quando non avremo realizzato qualcosa di più soddisfacente e meno soggetto a perdita, a gelosia o dipendenza. È per questo che la vera rinuncia, al contrario della repressione, può svilupparsi solo se si trova un soddisfacimento mediante la coltivazione della mente.

Con questo non si vuole negare il sostegno materiale adeguato in termini di cibo adeguato, abbigliamento, riparo e medicine ma piuttosto riconoscere che il termine “adeguato” può significare una certa quantità per una persona ed una diversa per un’altra. E così, il senso di “adeguato” continua a scivolare via dalla portata della mano che si protende ad afferrare. La ragione di ciò è nello stesso riflesso di afferrare: quando stringiamo la presa ci irrigidiamo, perdiamo la visuale prospettica e limitiamo il potenziale della mente. In questo stato, perdiamo l’equilibrio così ci protendiamo per afferrare qualcos’altro, e poi roviniamo in basso.

Coltivare gradualmente il nostro potenziale spirituale elimina il senso della mancanza e di conseguenza concede soddisfazione e forza interiore a noi stessi. Attenersi se non altro allo spirito di questa coltivazione controlla la marea dell’ignoranza: smettiamo di ignorare l’evidenza della sofferenza nella mano che afferra. Una volta che abbiamo sperimentato la chiarezza, la determinazione e le capacità di gestire il richiamo dei sensi, la rinuncia può andare oltre: possiamo lasciar andare gli attaccamenti alla posizione sociale, alle nostre opinioni e anche a chi e come presupponiamo di essere.

La rinuncia è in due fasi: lasciare andare e abbandonare completamente. Il lasciare andare è la rinuncia a cercare di essere qualcosa, all’attaccamento al divenire e ai punti di vista (questi sono due flutti). Il completo abbandono è il distacco dal senso del sé, dall’essere qualsiasi cosa compiuta e coerente, sottile o grossolana, in termini di stati mentali o di consapevolezza. Questo è l’abbandono dell’ignoranza (altro flutto). Pertanto lo sviluppo di questa perfezione funziona in tandem con lo sviluppo della saggezza. Quando la mente è salda, composta e chiara, può mantenersi libera dai sostegni abituali.

La rinuncia comporta un’indagine introspettiva: esaminare i propri desideri e tradurre saggiamente l’avidità individuando solo bisogni rilevanti. Continuate quindi a chiedervi: “Ho davvero bisogno di questa cosa?”. Quando indaghiamo i bisogni al posto dei desideri, scopriamo che le necessità tendono a semplificare e a portarci attraverso la giungla della fantasia fino a un luogo di valore. Però, se io presto attenzione ai desideri, dopo che si è presentato un desiderio, in breve tempo se ne aggiunge un altro… e poi un altro… finché mi sento inadeguato e deprivato. Ma forse la smania di uscire dalla noia o da un senso di vuoto potrebbe essere placata – invece che da un altro spuntino – da un atto di generosità o di gentilezza verso qualcun altro. E forse il gran bisogno di divertimento potrebbe essere affrontato rendendo salde e brillanti le energie della mente attraverso la meditazione.

Le necessità possono variare a seconda del momento della vita o di una particolare situazione; per cui, al fine di valutare i bisogni del momento occorre una continua coltivazione della saggezza. Perciò, se osserviamo le impressioni e gli obiettivi che si presentano nella vita, è bene ricordare: ‘Sembra che ora le cose siano in questo modo, e questa sembra la direzione da prendere. Che cosa mi serve e quanto vorrei  mpegnarmi?’. Allora si ha realmente l’opportunità di mettere in pratica la saggezza nella propria vita. Questo processo per cui i bisogni relativi sono esaminati a fondo, piuttosto che negati, è una delle caratteristiche dell’approccio del Buddha alla rinuncia. È una pratica delicata e riflessiva, non un ideale ascetico.

Restare fermi di fronte ai flutti

Questi flutti – il divenire, i punti di vista e l’ignoranza – diventano più evidenti mano a mano che coltiviamo la meditazione introspettiva. Il divenire è l’avidità che riunisce la condizione sociale, il ruolo della personalità e i nostri successi, perché questi ci esaltano e ci valorizzano.

Quando la mente prende posizione sul divenire, abbiamo la tendenza a farci trascinare via dal desiderio di essere qualcosa (bhava) che sentiamo di non essere. Essere in pace con il modo in cui siamo proprio nel momento presente richiede chiarezza nei confronti della mente, delle sue energie e dei suoi stati d’animo. Perciò essere in pace non significa che manchi spazio per la crescita, ma che l’interesse per la coltivazione può venire da un desiderio salutare per la verità e l’accettazione di sé piuttosto che da una necessità impossibile da soddisfare – la gratificazione di essere qualcosa.

Il divenire opera anche controcorrente in quanto urgenza di essere nulla, di separarsi da ciò che presumiamo di essere (vibhava). Così, se pensiamo di non essere diventati importanti, possiamo sentirci dei falliti. A causa di questa urgenza di spingere via ciò che pensa di essere, la gente cerca l’oblio nel bere e nelle droghe. Questo flutto del divenire è quindi una causa che fa perdere autostima, soddisfazione e saggezza. Quando si è dentro questo flutto, si fugge da una presupposizione falsa e si va verso un miraggio.

Quando questo flutto ci rende insensibili al nostro potenziale, una delle certezze illusorie che offre è quella di diventare devoti, costruendosi un’identità con punti di vista religiosi, credenze o inclinazioni politiche. Questa lente identitaria è chiamata “punto di vista del sé”. “Questo è vero, questo è giusto, tutti coloro che non condividono i miei punti di vista sono degli illusi, dei maledetti” e si diventa fondamentalisti. Il fondamentalismo dà alle persone un forte senso di appartenenza alla tribù del giusto e del vero, il che deriva dall’incapacità di gestire la fluidità dell’essere aperti. Di solita capita che possiamo sentire l’energia salirci alla testa e uno scudo formarsi sopra il cuore per tenerci chiusi; possiamo indurirci per difenderci da chi ha un punto di vista diverso. Perciò quanto dobbiamo notare non è il punto di vista o l’altra persona, ma lo spostamento di energia che ci fa pulsare forte il cuore e ronzare i pensieri trasformandoli in postazioni di combattimento. Questo è il fuoco dell’ignoranza. Per placarlo occorre ritornare al corpo e rendere il cuore saldo per mezzo del respiro. Per spegnere le fiamme bisogna interrogarsi: “L’attaccamento a tutto questo provoca sofferenza a me stesso e agli altri? Da quale urgenza, flutto o riflesso inconscio proviene? Può essere lasciato andare? E come?”. Questa è l’indagine all’interno delle Quattro Nobili Verità, il cuore dell’insegnamento del Buddha.

Incontare i flutti

L’uscita dalla situazione di stallo dei flutti comincia con l’abilità di riconoscerli piuttosto che reprimerli: con l’essere testimoni di quello che ci fanno. Notiamo per esempio il richiamo dei sensi o l’attrazione del successo in termini di tensioni e di spinta che ci possono dare, come pure lo sbandamento che si verifica con la perdita e il fallimento. Poi c’è il “Io non sono così, dovrei essere un altra cosa” del dubbio assillante e della presunzione. Riconoscerli per ciò che sono, piuttosto che seguirli o far finta che non stiano accadendo, è l’inizio della rinuncia.

Così la rinuncia è la via d’accesso alla meditazione, non è negazione o repressione. Reprimere l’istinto sensuale semplicemente condannandolo non porta molto lontano. Piuttosto che focalizzarci sugli oggetti proposti dal desiderio, possiamo sviluppare l’abilità di guardare direttamente dentro l’energia del desiderio e attraverso di esso. Possiamo accedere all’energia che conduce i pensieri e le immagini, e notare  quell’energia nell’irrequietezza, nel blocco e nella passione della mente. Tramite la coltivazione della mente, possiamo dirigere quell’energia lungo canali di benevolenza o di calma corporea che ci danno un benessere più duraturo rispetto alla rapida soluzione della sensualità.

Una mente sintonizzata sulla rinuncia conosce l’atteggiamento della “non-opzione”: “Ecco com’è ora”. Il chiaro riconoscimento e l’accettazione emotiva contribuiscono inoltre a spostare l’attenzione verso un luogo più profondo sotto i flutti. Dato che questi flutti si manifestano in termini di pensieri, emozioni ed energie, il modo di capovolgerli è triplice: intellettuale, emotivo e energetico. Avere una comprensione intellettuale della natura illusoria dell’attaccamento e dei benefici del lasciar andare è un buon inizio, ma abbiamo bisogno di accettare emotivamente la loro presenza. Questa sincerità raccoglie e focalizza la mente, rendendola capace di invertire l’energia dei flutti. Non possiamo attraversarli solo con le buone idee.

Quando incontriamo un flutto sentiamo direttamente le onde dell’esperienza, sentiamo la loro energia. Questo primo contatto si manifesta come un disturbo, un’increspatura nel flusso di momenti consci. Qualcosa si sente toccato, e rabbrividisce. Poi giunge il secondo contatto, che noi interpretiamo come “Sto per essere colpito/toccato”, “Quello mi ha colpito/toccato”. Questa seconda impressione, prodotta dal cuore, è ciò che creiamo sulla base del contatto. È dove le nostre psicologie di essere offesi, richiesti o apprezzati si manifestano. E, nel bene o nel male, ci caschiamo completamente; è dove l’“io” sorge come soggetto attivo. La sensazione è quella di essere spostati o addirittura scagliati attorno in una serie di reazioni abitudinarie e da lì sorgeranno tutte le voci del dubbio, e le storie di “cosa io sono”, dove si possono sentire tutte le voci assillanti che sorgono. Probabilmente le abbiamo sentite. Una sussurra: “Ma chi me lo fa fare?”; un’altra: Perché non dovrei avere quello che ha lei? È un mio diritto!”; un’altra ancora: “Non riuscirò mai a farlo, mi manca la forza di volontà”. “ma si, domani smetto”. Qui è dove il Buddha ha vinto Māra. Dobbiamo riconoscere tutto ciò come una semplice attività che può essere abbandonata. Abbiamo la possibilità di non agire come il sé creato da questa attività e sommerso dal flutto. Non è forse un’opportunità? Possiamo smettere di creare qualcosa dalle increspature e dalle onde del contatto. Così l’agitazione e il movimento si attenuano, finché, anche quando le orecchie, gli occhi ecc. ricevono impressioni, il cuore rimane saldo.

Accettare il flusso dell’esperienza

Al fine della purezza dobbiamo trascendere il flutto piuttosto che reprimerlo; dobbiamo conoscere il richiamo del piacere, sentirlo e rilassarlo. Ci occorre acquisire una sensibilità per come funziona l’attrazione e per come si libera quell’energia affidandola alla consapevolezza. Questa è un’inclinazione del cuore piuttosto che una tecnica, e la consapevolezza viene portata in primo piano attraverso la pazienza e la gentilezza. Rinunciamo quindi alle idee su chi siamo e su come le cose dovrebbero essere, e  respiriamo invece pazienza e gentilezza nell’attaccamento e nell’agitazione. Allora possiamo stare con l’attaccamento in un modo chiaro ma non giudicante.

Quando l’energia sembra cercare di gettarci all’esterno, limitiamoci ad aprire la consapevolezza, ampliamo e ammorbidiamo. Questo può richiedere di manifestare tutte le nostre pāramī; può esigere di essere più completi e reali che nelle nostre attività quotidiane. A volte sembra di trovare solo un punto di appoggio momentaneo. Ma un momento per volta è tutto ciò che ci serve, e in realtà è tutto ciò che abbiamo. Abbandoniamo quindi la personalità storica legata al tempo e lasciamo che l’onda ci passi attraverso. È come stare nel mare e lasciare che le onde sorgano, si infrangano su di noi e poi si abbassino. Se continuiamo a ritrarci dall’onda, quella ci insegue. Se restiamo fermi e lasciamo che l’onda scorra su di noi, manteniamo la nostra postazione nei confronti del dukkha. Vediamo che la sua natura è sorgere e cessare. Sappiamo che noi non siamo quell’onda, né siamo qualcuno che ha esperienza delle onde, oppure chi non dovrebbe averne alcuna esperienza. Non siamo presi all’amo dai suoni, dagli oggetti visivi, dai punti di vista o dalla loro assenza, o dall’essere o non essere qualcuno che li sperimenta. Se facciamo di questo processo una persona, siamo travolti dal flutto. Ecco il fine ultimo della rinuncia: abbandonare questi attaccamenti, la sensazione del bisogno inconscio di essere qualcosa e della propria insufficienza nel momento presente. Noi rinunciamo e abbandoniamo l’attaccamento a tutto questo, in modo che, invece di perderci e logorarci, ci riempiamo con la ricca essenza della consapevolezza.

L’illuminazione giunge attraverso la rinuncia

L’Illuminazione implica il far deragliare il senso di mancanza e decostruirlo. È lo sbarazzarsi di quella parte psicologica che in ogni momento dice: “C’è qualcos’altro che dovrei avere in questo momento. C’è qualcos’altro che adesso dovrei essere. C’è un altro luogo dove ora potrei andare. C’è qualcun altro che al momento sta meglio di me. Adesso non sono completo. Ora devo essere qualcosa”. Inseguendo tutto questo, la fame non se ne va. Può assumere forme più interessanti, può diventare più mirata, ma non se ne va con il riempirsi. Si dissolve attraverso la rinuncia. Dobbiamo lasciar andare il buco nero del “non basta”.

Anche se sembra un buco o la mancanza di qualcosa, è in realtà un blocco. È la pressione accumulata dei flutti. Ciò che è necessario allora non è riempire, ma liberare. A livello psicologico questo significa lavorare contro le correnti del bhava-vibhava. Cos’è che sembra sbagliato in questo momento? Cos’è che ora non dovrebbe essere qui?  Qualunque cosa sia, accettiamola. Più la rifiutiamo, più cresce. Come vogliamo che siano le cose in questo preciso istante? Abbandoniamole. Più le vogliamo, più lontano le cacciamo. La pratica della vita quotidiana consiste nel continuare a lavorare contro il bhava-vibhava, specialmente il vibhava che dice: “Sono stufo. Ne ho abbastanza. Non voglio essere in questa situazione. Non riesco a sopportarla neppure per un altro minuto!”. Accettiamolo; schiviamo il contenuto e diamo il benvenuto all’energia che sta sorgendo. Io lo trovo molto utile quando la mente si fa prendere dal panico.

La liberazione richiede una realizzazione relativa. In termini di Dhamma, questa realizzazione è la fioritura dei sette fattori di Illuminazione: 1) consapevolezza, 2) indagine introspettiva, 3) energia, 4) gioia, 5) felicità, 6) concentrazione 7) equanimità. Questi sono i fattori che cominciano a formarsi quando incontriamo il nostro mondo personale. Perciò, quando vogliamo conoscere noi stessi, piuttosto che affermarci, negarci, compiacerci o annullarci, quell’interesse sostiene la consapevolezza e l’indagine introspettiva.

Siamo saldamente i testimoni del nostro contenuto mentale, lo teniamo a mente e lo esaminiamo: “È utile? Conduce al mio bene o a quello di qualcun altro? Quanto è stabile e affidabile questo pensiero o questa emozione?”. Ciò sostiene le pāramī: vediamo come certe intenzioni, quali la generosità e la chiarezza etica, siano benefiche, e così via. Le pāramī allora sostengono i fattori di Illuminazione, perché ci danno intenzioni meritevoli che continuano a infonderci energia, mentre ci ritiriamo da quelle non salutari. E ciò dà alla mente chiarezza e contentezza. Nella meditazione, quando ci focalizziamo su questa contentezza, essa diviene gioia – un’energia elevata, pervasiva – e felicità, una sensazione di appagamento. Il focalizzarsi su di esse dà origine alla concentrazione, e questa sostiene l’equanimità – un equilibrio dell’energia con un senso di spaziosità.

il Sentiero richiede l’integrazione di tutti i livelli e in ciò le pāramī svolgono un ruolo importante. L’aspetto della rinuncia in questo veicolo è qui per addestrarci: non ci si deve attaccare a qualsiasi cosa si manifesti a qualsivoglia livello né a se stessi né a un sé cosmico. Quando questa lezione è appresa fino alle ultime propaggini del proprio sistema nervoso e psicologico, allora si può andare Oltre.

Suggerimenti sulla rinuncia / lasciare andare

La rinuncia porta chiarezza nei confronti dei bisogni e dei desideri. Ha un effetto corroborante in quanto ci offre la possibilità di dimorare liberi dalla pressione del consumismo e della posizione sociale. È anche un tonico per il cuore e un requisito per la meditazione, perché rivolge la nostra attenzione al confortevole qui e ora – non ci richiede di avere qualcosa o di essere qualcuno di speciale. Il presente sorge senza il nostro consenso. Lasciare che le idee e gli stati d’animo sorgano e passino nel presente, nello spirito di una gentile accettazione, porta all’insight e a una stabilità serena.

Riflessione

Immaginate di portare con voi, sulla schiena, ciò di cui avete veramente bisogno. Che cosa prendereste? Fra tutto quello che è rimasto, per che cosa fareste un secondo viaggio? Pensate che tra pochi anni saranno venduti articoli che sembreranno irresistibili – eppure oggi viviamo benissimo senza di essi. Dov’è la pressione consumistica? Ogni volta che avete la sensazione di “Non basta”, chiedetevi: “Quand’è che «bastava»? E quando «basterà»?”. “Tutto ciò che è mio, che io amo e considero gradevole, cambierà, si separerà da me”. Vero o falso? Considerate che quando moriamo non c’è niente che possiamo portare con noi – tranne la nostra struttura mentale. A cosa volete attaccarvi? Come sarà quando non ci sarà più? Potete adoperarvi fin d’ora per diminuire il vostro attaccamento?

Azione

Notate un oggetto che avete tenuto per anni su una mensola, o un libro su uno scaffale che avete letto molto tempo fa. Portatelo in un’altra stanza o mettetelo in un cassetto. Cosa manca? Come vi sentite? Interrompete un lavoro prima che l’energia si esaurisca, o quando si è esaurita. Considerate il senso di “non finito”. Quando mai sarà finito? Allenatevi a lavorare nell’ambito di queste linee guida; preparatevi fin d’ora a lasciare progetti incompiuti e, piuttosto che cercare di completarli, trascorrete qualche minuto a riordinare e a rendere più facile la ripresa del lavoro il giorno dopo o in un periodo successivo.

Meditazione

State in piedi con le gambe dritte. Rilassate la zona intorno alle ginocchia
in modo che le gambe non siano bloccate e il peso del corpo sia distribuito uniformemente sulle suole dei piedi. Lasciate pendere le braccia leggermente discostate dai fianchi e rilassate le spalle e il viso. State in piedi per cinque minuti, riconoscendo la spinta a fare, a sapere o a sentire qualcosa, ma rilassandola. Accettatevi così come siete adesso. Se avete più tempo, potete portare questo rilassamento nella posizione seduta. Un modo di coltivare la concentrazione e l’assorbimento meditativo è continuare semplicemente a rivedere ciò che fate mentalmente senza averne bisogno – preoccuparvi, pianificare, ambire a risultati – e smetterla. Nel contempo, riguardo alle vostre azioni salutari – sedere eretti, contemplare l’inspirazione e l’espirazione – “fatelo” accuratamente (si tratta di ritornarvi e rimanervi più che in ogni altra attività) e traetene diletto.

Le Perfezioni – Capitolo 2 – Generosità, Moralità ed introduzione alla rinuncia -Ajahn Sucitto

Salpare per la liberazione: generosità, moralità e rinuncia

Buddha spesso incominciava mettendo in evidenza tre inclinazioni mentali potenti e trascendenti: la generosità (dāna), la virtù, moralità o sensibilità etica (sīla) e la rinuncia o capacità di lasciare andare l’attrazione verso un oggetto sensoriale (nekkhamma), ma anche che poteva “addestrare solo coloro che aspirano a essere addestrati” perché se la mente non è pronta non può assimilare gli insegnamenti. Ciò che rende pronti non è il credere, ma la capacità di aver accesso alla generosità, alla virtù e alla rinuncia e il sentirne la validità.

Se quando qualcuno chiede: “La generosità è positiva?” – probabilmente diremo che lo è. Anche la moralità, il senso di “agire verso gli altri come si vorrebbe che gli altri agissero verso di noi”, è qualcosa su cui probabilmente saremmo d’accordo, invece la rinuncia comincia ad avere senso in quanto una delle cause principali della sofferenza è la spinta dei sensi a possedere di più, che conduce all’avarizia e alla manipolazione, alla gelosia e all’aggressione, all’egoismo e all’avidità. Di qui il valore della rinuncia. Quando noi usiamo queste tre principali facoltà e mettiamo da parte i guadagni superficiali a breve termine e sviluppiamo risultati profondi e a lungo termine, ci avviamo sulla retta via per la liberazione.

Potenziali come la generosità, la virtù e la rinuncia sono facoltà che ci sostengono in profondità. Qualunque sia il nostro punto di vista o scopo, se li elaboriamo alla luce di queste tre qualità, le nostre azioni ne saranno il frutto si diffonderanno sotto forma di benedizioni per gli altri. All’esterno di questo tempio di pratica, di fronte a certe situazioni in cui inevitabilmente rimaniamo coinvolti dobbiamo pensare di non avere scelta se non quella di farci coinvolgere e utilizzare al massimo gli impulsi del nostro “tempio”, del nostro stato d’animo interiore. Se non riconosciamo il nostro tempio interiore e se non lo visitiamo spesso, perdiamo la fede in noi stessi e indeboliamo il nostro potenziale per liberarci completamente dalla sofferenza e dallo stress.

Talvolta questo interiore soffermarsi viene aiutato da un contesto come un
luogo sacro, in modo che l’attività mentale/emozionale si calmi e sia più propensa a coltivare buoni propositi. Questo avviene perché la mente assume le caratteristiche e le preoccupazioni di ciò cui è associata o del luogo ove la collochiamo. Poniamo la nostra attenzione per tutto il tempo all’interno di un certo sistema di riferimento. Ad esempio se usciamo per la serata, la nostra attenzione sarà rivolta all’intento di essere eleganti e alla cura del nostro aspetto esteriore, se invece lavoriamo in giardino per togliere le erbacce senza preoccuparci se i nostri vestiti non hanno colori intonati o se abbiamo i capelli in disordine.

Il nostro obbiettivo o intenzione stabilisce un limite all’attenzione; e questo ha un effetto su quanto sperimentiamo. Viceversa, ciò a cui prestiamo attenzione influisce sulla natura delle nostre intenzioni. Oggigiorno la televisione, il computer o i telefonini sempre in mano (anche quando si cammina) sono i templi più popolari: quando la nostra mente è dentro di essi, ci si confonde, ma siccome non ci viene chiesto niente e non abbiamo alcuna responsabilità la nostra mente è in una posizione passiva e non evoca nulla dalle sue profondità. L’attenzione è in uno stato di trance. Inoltre dal punto di vista delle relazioni sociali più isolati: e allora come potremo coltivare generosità, pazienza e rinuncia senza essere in contatto con gli altri? Inclinazioni come la pazienza e la sincerità verso noi stessi e gli altri ci traggono fuori dal vortice dell’isolamento e della sofferenza che ne deriva. È sufficiente tale visione per poter realizzare semplici verità, come per esempio che tutti soffrono, desiderano essere felici e commettono errori e che quanto aiuta davvero è rimanere in contatto.

La generosità

Con la generosità e la moralità la nostra mente compie un movimento verso una modalità più altruista e meno egocentrica. Questo non esclude il nostro bene: vivere con un cuore gentile e coscienzioso è benefico e significa stringere buone relazioni con gli altri; non è auto-centrarsi o negare se stessi; e porta a mitigare l’abuso, l’avidità e la sfiducia che comporta una netta diminuzione della sofferenza e delle sue cause.

La prima perfezione, la generosità, è facilmente accessibile. Sappiamo come può essere confortante essere benvoluti da altre persone e ci sentiamo bene nel dare qualcosa a qualcuno. In questi frangenti si stabilisce una connessione basata sulla benevolenza, gli oggetti sono offerti come gesto di connessione ma spesso lo facciamo solo occasionalmente, nei giorni dei compleanni o a Natale. Tuttavia il Buddha incoraggia a sviluppare questa pratica nella quotidianità: libera la mente dal suo isolamento e rende stabile la gentilezza.
Con la generosità, non è così rilevante ciò che si dà, piuttosto è l’atto
del dare che ha valore così il compiere un gesto amichevole o dare una mano, offrire un servizio o semplicemente prestare attenzione (sopratutto quando qualcuno si rivolge a noi) sono offerte che in alcune situazioni possono essere più importanti del dare oggetti materiali.

In occidente abbiamo sviluppato il punto di vista del sé: “Sei da solo, competi e tienilo per te” ed abbiamo perso quasi completamente
il senso di essere parte di qualcosa di significativo e sacro. Di conseguenza, ciò che il Buddha chiamò la retta visione – il fondamento del percorso per uscire dalla sofferenza e dallo stress – dà valore alle relazioni.

Coltivare la gentilezza è un’intenzione che va contro l’atteggiamento di
“ottengo qualcosa per me stesso”, oppure di “quella persona ha avuto più di me, non è giusto”, lamentela del mondo materialista competitivo. Di contro esiste anche un modello sociale utilizzato in alcune isole dell’arcipelago indonesiano, dove l’obiettivo è accumulare il maggior debito possibile. Ecco come funziona: sali sulla canoa con il tuo maiale e, remando, approdi a un’altra isola dove dai a qualcuno il maiale, ricevendo in cambio una noce di cocco. Gli altri sono quindi indebitati verso di te, perché il tuo maiale vale più della loro noce di cocco. Ora hanno un legame con te perché ti sono debitori. Poi prendono il maiale e lo barattano con l’ananas di un’altra persona, in modo che quella sia ora debitrice verso di loro. In questo modo creano gradualmente un’intera rete di connessioni, di appartenenze e di debiti verso tutti. Questo movimento di energia messo in atto tra la gente, e spesso tra una persona e la terra, è ciò che costituisce un senso fisico di “essere nel mondo”, piuttosto che cercare di trovare un proprio posto nel mondo (il che conduce regolarmente allo stress).

In una normale società capitalista chi è in debito prova paura e vergogna, in quanto non c’è nessun senso di interazione diretta e quindi di appartenenza. Il denaro è una fonte di potere sugli altri, piuttosto che un segno di appartenenza. Una banca potrebbe chiedere la restituzione del denaro e togliere al debitore la sua casa, il che non accadrebbe mai nel modello tribale che ho appena descritto. Quando esiste il senso della connessione, esso sostiene la sensibilità etica. Il senso di sviluppare una connessione attraverso i valori conduce a un’apertura del cuore. Allora le cose non devono essere eque e giuste, perché condividiamo con gli altri e ci sosteniamo a vicenda.

Quando si va in giro per la questua in Inghilterra alcuni si sentono istintivamente attratti a fare un’offerta giungendo al punto di ringraziarci per permettere loro di praticare la generosità. Questo sembra indicare che è possibile intuire la bellezza di fare un’offerta spontaneamente, senza manipolazione, senza calcoli, senza sperare di ricavarne qualcosa. Ciò manda all’aria la mente giudicante dell’“uguale”, “giusto”, “meritevole”. La verità pura e semplice è che la gente si sente toccata e ispirata quando ha la possibilità di essere generosa, e incomincia ad apprezzarne la sensazione.

Il tipo più elevato di generosità si ha quando una persona degna dà qualcosa a un’altra persona degna. Un senzatetto è altrettanto degno di un saggio perché sostenendo il saggio si sostengono anche quelli che lui aiuta. Doniamo mille euro a un rifugio per i senzatetto che può aver maggiormente bisogno di generosità in termini economici, mentre gli altri traggono più beneficio da azioni generose. La generosità del servizio è più frequente nella vita dei rinuncianti, dove ci sono poche risorse materiali da condividere. Il servizio mantiene le persone collegate fra loro e con la retta visione; non si tratta di “eseguire un lavoro”.

Durante la meditazione, la coltivazione della generosità comporta il rivolgere la mente alle persone e condividere con loro la bontà della propria vita. Questo vuol dire sviluppare un’intenzione di condivisione, e da qui imparare a vedere la propria vita come parte di un intero sistema, piuttosto che come un frammento individuale.

Vedere l’“intero sistema” contribuisce sicuramente ad avere una visuale del proprio carattere e permette al cuore di sentirsi pieno e a proprio agio con gli altri. Con una visione corretta siamo in una barca che può attraversare i flutti dell’insicurezza e della solitudine.

La moralità

La moralità come la gentilezza si basa su un senso di empatia però qui la questione è quella di fare del non-abuso uno stile di vita. Il principio fondamentale che sta dietro alla moralità è il seguente: non faccio a te ciò che io non vorrei tu facessi a me. Nel buddhismo ci sono cinque precetti per i laici: l’impegno personale di astenersi dall’uccidere intenzionalmente, dal furto, dall’abuso sessuale, dalla parola nociva e dall’uso di sostanze inebrianti. Dire la verità ed evitare pettegolezzi sottrae la mente a molte abitudini meschine,Evitare l’alcol mantiene la mente chiara e fa
guadagnare tempo nella nostra vita: non violentiamo la nostra mente.

E’ il valore che hanno gli effetti a lungo termine rispetto ad attrattive superficiali che rende questi precetti speciali e preziosi. La moralità coinvolge anche la saggezza. La sua sensibilità etica ci chiede di considerare con più attenzione ciò che è dannoso e di esercitare il discernimento. Quando guardiamo più a fondo nella mente e ci imbattiamo nei flutti, si possono riconoscere le forze e le energie negative che si muovono nella
mente; ed evitando di incoraggiarle o di costruirci sopra, si può ritirare
l’energia emotiva da quei canali. Questo ritrarsi non è una negazione, ma uno sdrammatizzare. È qualcosa che accade, ma semplicemente non suscita più il nostro interesse. Non ne siamo ossessionati. È proprio quel ritrarsi dell’eccitazione emotiva e del coinvolgimento che calma le energie della mente e le rende disponibili a essere spostate in canali più utili. Possiamo notare gli impulsi passionali a breve termine e prenderne in considerazione gli effetti a lungo termine. Chiediamoci cos’è più benefico: l’euforia del vendicarsi per mezzo di abusi verbali o pettegolezzi, oppure la sensazione di essere padroni del nostro cuore e di vivere nella verità? Bere un bicchierino può sembrare senza inconvenienti, ma quando conduce a berne un altro e poi un altro ancora, qual è il risultato della perdita di chiarezza mentale? È chiaro che, considerando gli incidenti, gli abusi sessuali e i crimini connessi al bere e alle droghe, dovremmo sapere che è meglio evitarli.

La rinuncia

Questa pratica è una questione di saggio discernimento piuttosto che di ascetismo o di essere puritani. Significa discernere ciò di cui si ha veramente bisogno in un dato momento all’interno della gamma dei bisogni e degli oggetti richiesti, e proseguire in tale direzione. La potremmo chiamare“semplificazione”. La mente può concepire molti oggetti desiderabili, in questo modo possiamo affondare nel flutto della sensualità.

Per ciò che concerne il desiderio di oggetti materiali l’attraversare un centro commerciale tenendo a mente ciò di cui abbiamo veramente bisogno è una pratica di rinuncia estremamente utile! E quando siamo in uno di questi centri commerciali possiamo sentire quanto tutto questo sia veramente vischioso, pretenzioso e superficiale.

Per quanto riguarda le relazioni umane è veramente necessario che io veda la gente attraverso la lente del desiderio? Il nostro desiderio è infatti rivolto verso qualcosa che non abbiamo. Non possiamo desiderare qualcosa che abbiamo già, per cui il fatto stesso del “non possedere” stabilisce un obiettivo per la passione irrisolta. Pertanto non è l’oggetto agognato a generare il desiderio, ma il senso di “non avere”. Non c’è niente di sbagliato nella vista, nell’udito, nel gusto, nell’olfatto e nel tatto; è il mondo immaginario che il desiderio ne deriva a dare origine al pericolo.

Calmare il desiderio non è per esempio limitarsi a rimuovere gli oggetti dei sensi, ma bisogna esaminare la mente e sciogliere la passione. La sessualità e il cibo non sono in realtà la fonte del desiderio. Il vero motore che spinge il desiderio è il “non possedere”. Quindi se non possiamo avere un tè, dovrà essere il “non avere” il tè a diventare la fonte del nostro desiderio.

Se rinunciare a qualcosa incoraggia il desiderio, perché farlo? Ebbene,
a parte il godere della semplicità, un importante motivo di rinuncia è la
comprensione
che ciò a cui essenzialmente dobbiamo imparare a rinunciare è il senso di assenza, la sensazione di “aver bisogno, volere, essere incompleti senza”. È questo al quale rinunciamo. In che modo l’assenza può diventare una presenza solida e impellente? Il punto è
che, quando si guarda al desiderio, ci si rende conto che il buco non è un buco; si tratta di un vortice di energia aggrovigliata e sovra-stimolata. È una passione irrisolta che forma un blocco nell’energia e nella consapevolezza. Questa energia ha bisogno di essere reindirizzata, e può esserlo. Ecco perché bisogna non soltanto frenare e reprimere, ma esaminare a fondo il desiderio e vedere su che cosa si basa. L’intero blocco è fondato sull’effimera fantasia di appagamento, cioè si arriva a capire che il desiderio ha quindi le sue radici nell’ignoranza: immaginiamo che la soddisfazione provenga dalla passione (la gente continua a tentare questo approccio finché non crolla), e anche quando cominciamo a capire che questo non funziona, non vediamo alcun altro modo per soddisfarci;
perciò, ci sembra che anche qualche breve eccitamento sia meglio di niente.

Ecco perché ci occorre meditare. Quando possiamo volgere via la mente dai suoi sogni e farla tornare alla sua fonte, rimuoviamo il blocco e ci sentiamo più pieni e vitali che mai. Allorché si riesce in questa impresa, si capisce il significato più profondo della rinuncia. Si arriva alla comprensione che coltivare la rinuncia ci dà la lente per mettere a fuoco il desiderio e vederlo così com’è; se essa è coltivata, ci concede la saggezza di non partecipare al tentativo di riempire il suo buco senza fondo.

La cosa più preziosa che ci offre il vedere il desiderio dal punto di vista della rinuncia è il realizzare che proprio questo abbandono del desiderio è quanto il Buddha intendeva per Illuminazione. Ciò che abbandoniamo è una mera assenza. Questa è l’essenza delle Quattro Nobili Verità la completa cessazione del dolore, della mancanza, della confusione e della disperazione. E per sperimentarlo vale la pena di rinunciare a tante cose!

Ma per guadare il flutto e raggiungere l’altra Sponda, occorre costruire una barca, familiarizzarsi con le correnti da attraversare tramite la coltivazione delle tre perfezioni che inoltre ci offrono un assaggio della pace, della saggezza e della compassione che il viaggio ci porterà.

Questo in essenza è il processo di sviluppo delle pāramī – è come pilotare una barca: si controlla il flusso dell’acqua increspata e si regola il timone di pochi gradi. Il grado può non sembrare gran che rispetto alla marea, ma con il tempo effettua un cambiamento nel corso nella nostra vita interiore ed esteriore.

Suggerimenti sulla generosità

Nel processo della mente che coltiva le pāramī ci sono tre sviluppi significativi: quello dell’empatia o “solidarietà”, quello della forza interiore e quello della chiarezza. Naturalmente qualsiasi pāramī richiede la chiarezza di vedere ciò che è necessario e la forza per adeguare la mente al suo tema. Così, in una certa misura, in ogni perfezione sono sempre presenti la saggezza e la sincerità nel caso della chiarezza, e l’impegno e l’energia nel caso della forza interiore. Poi ovviamente si ha bisogno della pazienza per mantenere un impegno, della gentilezza per fortificare il cuore e dell’equanimità per rendersi conto del livello di progresso o di difficoltà che si sperimenta. Pertanto non si coltiva prima una certa pāramī e poi un’altra, ma nello stesso tempo si sviluppano parecchie pāramī che si uniscono a sostenere quella principale. Cominceremo comunque con le due pāramī in cima all’elenco, che lavorano per aprire il cuore e coltivare l’empatia. È un inizio adeguato alla coltivazione dell’essere umano.

Riflessione

Riguarda l’attivare il gene dell’empatia – quello che è associato alla connessione, alla cura e alla sollecitudine per gli altri. L’amicizia, la condivisione e il rispetto per gli altri producono l’ambiente ottimale per il nostro stesso bene. Fate una pausa per riflettere su come vi sentireste se vi poteste fidare di tutti. Oppure se, in caso di penuria delle vostre risorse, per gli altri fosse normale e naturale condividere con voi ciò che hanno. Concentratevi sopratutto su come vi fanno sentire queste riflessioni: non dovete precipitarvi ad agire o reagire (“Io sono una persona totalmente egoista!”), ma solo sintonizzarvi con quella sensazione. Forse darà al vostro timone una virata in una direzione felice e positiva. Come ci si sente quando si è generosi? Notate cosa succede al vostro stato d’animo quando portate alla mente l’idea della generosità. Come ci si sente nel ricevere? Considerate che ogni giorno ci sono dati l’aria, la luce e in genere un livello di temperatura vivibile, senza i quali non potremmo sopravvivere. Ricordatevi di un aiuto ricevuto in un vostro lavoro; l’offerta di una tazza di tè da parte di qualcuno. Riflettete che questo non doveva accadere per forza ed è stato fatto nei vostri confronti senza alcuna pressione da parte vostra.

Azione

Il dono di liberare gli altri dall’ansietà attraverso una azione generosa significa anzitutto compiere ogni possibile azione per proteggere o sostenere la salute e la sicurezza degli altri. Un esempio potrebbe essere donare il sangue o gli organi, donare il proprio tempo per badare ai malati o a chi è privo di aiuto, oppure lasciare a un ente benefico una donazione nel proprio testamento. Nella vita quotidiana la generosità può anche essere coltivata attraverso la parola, dando rilievo alle buone azioni degli altri, oppure concedendo il proprio tempo come buoni ascoltatori. Anche offrire dei servizi è una azione che rientra nell’ambito della generosità.

Meditazione

Prendetevi cinque minuti in cui non farete nulla di particolare. Consideratelo come un dono, un’offerta di tempo libero durante il quale non dovrete ottenere o risolvere alcunché. Sedetevi comodamente in un modo che favorisca la vigilanza. Fate sorgere l’idea di avere tutto il tempo del mondo solo per stare qui e sentirvi rilassati. Rilassate i muscoli del viso e delle spalle. Poi lasciate che le vostre braccia si discostino un po’ dai lati del corpo con l’intenzione di dare al petto tutto lo spazio di cui ha bisogno per lasciare entrare un respiro ed espanderlo lentamente. Lasciate che il respiro apra il torace e la gola; dategli il tempo per completare l’inspirazione, fare una pausa ed espirare.

Ogni volta che si presenta un pensiero agitato o un impulso a fare qualcosa immediatamente, oppure vi ricordate qualcosa, richiamate alla mente il vostro impegno dei “cinque minuti” e pensate: ‘Sì, tra qualche minuto sarebbe bene occuparsene’. Sentite nel corpo l’impulso di “Fallo subito!” e rilassate il punto in cui lo sentite. Considerate questa pratica come un regalo a voi stessi – un regalo che vi farà essere una persona più composta e tranquilla, e perciò un regalo alle persone che voi frequentate.

Suggerimenti sulla moralità

La moralità nel buddhismo può essere vista in due modi: come intenzione e come convenzione. L’intenzione si riferisce all’impulso che sorge nella mente nel presente, (sia esso malevolo o gentile) che è la base per il kamma (l’azione) di cui raccogliamo i risultati. La convenzione si riferisce alle regole che frenano o incoraggiano determinate azioni. Le convenzioni non bastano da sole a eliminare gli impulsi o le intenzioni non salutari; per esempio, è possibile parlare cortesemente con una mente malevola. Se le convenzioni non sono correlate alle intenzioni diventano soggette a diventare fonti di punti di vista, conformismo o pregiudizio e di conseguenza condannare coloro che sono fuori dal mio gruppo. Tuttavia, le convenzioni (come i Cinque Precetti) creano confini comportamentali, permettendoci di controllare le nostre azioni, di applicare l’attenzione saggia, di percepire la nostra intenzione e di abbandonarla. Essere in contatto con l’intenzione del momento presente è pertanto cruciale. Assumendola come base, utilizziamo le convenzioni saggiamente al fine di sviluppare un comportamento abile.

La moralità riguarda l’astenersi dall’abusare di se stessi o degli altri tramite il corpo, la parola e la mente. Pertanto è utile farla intervenire quando si manifestano pensieri negativi su se stessi o sugli altri. La moralità porta con sé la forza del contenimento, l’empatia dell’interessarsi a come le proprie azioni incidono su di sé e sugli altri, Aiuta a discernere la differenza tra i sentimenti di felicità a breve termine e il bene a lungo termine. Il bere alcol e l’assunzione di droghe possono procurare un benessere o un’eccitazione di breve durata, ma possono avere effetti rovinosi su se stessi e sugli altri. Per evitare il moralismo e il perbenismo, bisogna praticare la moralità come se si stesse sorvegliando giudiziosamente qualcuno che si ama e si rispetta.

Riflessione

Notate una mosca che ronza contro la finestra, un ragno fermo sulla parete o che corre sul pavimento. Avvertite l’effetto che ciò ha su di voi. Soffermatevi e chiedetevi se l’insetto vuole morire, o se la sua morte è necessaria affinché voi viviate bene. Notate come ci si sente nel provare un impulso violento – verso la gente rumorosa, verso gli automobilisti sulla strada, verso le persone di cui avete paura. Cosa fa alla vostra mente? Come ci si sente nel lasciar passare l’impulso?

Riflettete nello stesso modo sugli altri precetti (si veda sotto): come ci si sentirebbe a essere ingannati, a subire abusi o a essere raggirati da altri? E viceversa, come ci si sentirebbe a essere sostenuti e rispettati dagli altri

Azione

Esaminate il vostro modo abituale di parlare e quello di coloro che frequentate. Se scegliete di mangiare carne per motivi di salute o per altre ragioni, cercate di trovare un rifornitore locale dove gli animali siano allevati e trattati umanamente. Fate qualche ricerca ed evitate di acquistare forme di vita marina in pericolo di estinzione tramite una pesca intensiva. Rifiutate di accettare favori, tangenti o speciali privilegi per il vostro lavoro. Quando vi viene richiesto, incoraggiate con attenzione e ponderazione gli altri a seguire princìpi morali.

Affermare i Cinque Precetti Etici è qualcosa che la gente ritiene utile. È l’enunciazione di cinque principi per il contenimento: 1) l’impulso di danneggiare la vita senziente, 2) l’impulso di prendere ciò che non è stato dato, 3) l’impulso di usare la sessualità in modi scorretti, 4) l’impulso verso la parola dannosa e 5) l’impulso verso gli intossicanti.

Meditazione

Notate l’emergere di qualsiasi pensiero negativo nei confronti degli altri. Notate come ci si sente, come ciò influisce sul cuore e sul corpo. Pensate di mettere tali pensieri da parte come un modo per proteggervi dal male. Esaminate le cause dell’avversione; se vi sentite feriti o trascurati, dedicate del tempo semplicemente a sentire questa sensazione e a riferirla alle sensazioni e alle impressioni di una piena e rilassata respirazione dell’inspirare ed espirare.

La rinuncia

la rinuncia dei beni di S.Francesco, Giotto

Questa pratica è una questione di saggio discernimento piuttosto che di ascetismo o di essere puritani. Significa discernere ciò di cui si ha veramente bisogno in un dato momento all’interno della gamma dei bisogni e degli oggetti richiesti, e proseguire in tale direzione. La potremmo chiamare“semplificazione”. La mente può concepire molti oggetti desiderabili, in questo modo possiamo affondare nel flutto della sensualità.

Per ciò che concerne il desiderio di oggetti materiali l’attraversare un centro commerciale tenendo a mente ciò di cui abbiamo veramente bisogno è una pratica di rinuncia estremamente utile! E quando siamo in uno di questi centri commerciali possiamo sentire quanto tutto questo sia veramente vischioso, pretenzioso e superficiale.

Per quanto riguarda le relazioni umane è veramente necessario che io veda la gente attraverso la lente del desiderio? Il nostro desiderio è infatti rivolto verso qualcosa che non abbiamo. Non possiamo desiderare qualcosa che abbiamo già, per cui il fatto stesso del “non possedere” stabilisce un obiettivo per la passione irrisolta. Pertanto non è l’oggetto agognato a generare il desiderio, ma il senso di “non avere”. Non c’è niente di sbagliato nella vista, nell’udito, nel gusto, nell’olfatto e nel tatto; è il mondo immaginario che il desiderio ne deriva a dare origine al pericolo.

Calmare il desiderio non è per esempio limitarsi a rimuovere gli oggetti dei sensi, ma bisogna esaminare la mente e sciogliere la passione. La sessualità e il cibo non sono in realtà la fonte del desiderio. Il vero motore che spinge il desiderio è il “non possedere”. Quindi se non possiamo avere un tè, dovrà essere il “non avere” il tè a diventare la fonte del nostro desiderio.

Se rinunciare a qualcosa incoraggia il desiderio, perché farlo? Ebbene,
a parte il godere della semplicità, un importante motivo di rinuncia è la
comprensione
che ciò a cui essenzialmente dobbiamo imparare a rinunciare è il senso di assenza, la sensazione di “aver bisogno, volere, essere incompleti senza”. È questo al quale rinunciamo. In che modo l’assenza può diventare una presenza solida e impellente? Il punto è
che, quando si guarda al desiderio, ci si rende conto che il buco non è un buco; si tratta di un vortice di energia aggrovigliata e sovra-stimolata. È una passione irrisolta che forma un blocco nell’energia e nella consapevolezza. Questa energia ha bisogno di essere reindirizzata, e può esserlo. Ecco perché bisogna non soltanto frenare e reprimere, ma esaminare a fondo il desiderio e vedere su che cosa si basa. L’intero blocco è fondato sull’effimera fantasia di appagamento, cioè si arriva a capire che il desiderio ha quindi le sue radici nell’ignoranza: immaginiamo che la soddisfazione provenga dalla passione (la gente continua a tentare questo approccio finché non crolla), e anche quando cominciamo a capire che questo non funziona, non vediamo alcun altro modo per soddisfarci;
perciò, ci sembra che anche qualche breve eccitamento sia meglio di niente.

Ecco perché ci occorre meditare. Quando possiamo volgere via la mente dai suoi sogni e farla tornare alla sua fonte, rimuoviamo il blocco e ci sentiamo più pieni e vitali che mai. Allorché si riesce in questa impresa, si capisce il significato più profondo della rinuncia. Si arriva alla comprensione che coltivare la rinuncia ci dà la lente per mettere a fuoco il desiderio e vederlo così com’è; se essa è coltivata, ci concede la saggezza di non partecipare al tentativo di riempire il suo buco senza fondo.

La cosa più preziosa che ci offre il vedere il desiderio dal punto di vista della rinuncia è il realizzare che proprio questo abbandono del desiderio è quanto il Buddha intendeva per Illuminazione. Ciò che abbandoniamo è una mera assenza. Questa è l’essenza delle Quattro Nobili Verità la completa cessazione del dolore, della mancanza, della confusione e della disperazione. E per sperimentarlo vale la pena di rinunciare a tante cose!

Le Perfezioni – Capitolo 1 – Attraversare i flutti – Ajahn Sucitto

Attraversare i flutti

Un modo di definire la liberazione o un percorso spirituale è usare la metafora di “attraversare i flutti”. L’interesse per un profondo cambiamento è innescato dalla sensazione di essere spazzati via dagli eventi, di essere sopraffatti, o sommersi da una marea di preoccupazioni, doveri e pressioni. Questi sono i “flutti”. E attraversarli significa trovare la terra ferma. Questo libro offre alcune linee guida e temi per la pratica che ci metteranno in condizione di svolgere tale compito.

La nostra esperienza è un incontro e un fondersi di correnti esterne e interne di eventi. La consapevolezza di qualcosa attiva: 1- un momento di riconoscimento di ciò che la cosa è 2- un insieme di livelli di interesse, piacere o allarme che ci spingono ad agire: avvicinarsi, cominciare a parlare o cercare nella memoria per avere ulteriori informazioni su quella cosa. Questa esperienza occupa la nostra attenzione, talvolta fino al punto di congestione, dal momento che le nostre menti aggiungono una copiosa quantità di attività interna a un continuo flusso di dati esterni.

Questo sovraccarico si sviluppa in spossatezza, o in una tensione nella nostra vita che diminuisce la pace e può predisporre la mente a un oblio temporaneo concesso da bevande, droghe o intrattenimento al fine di reperire alcuni sistemi di gestire la routine quotidiana. Questa è la perdita di equilibrio che si intende essere sommersi dai flutti.

D’altro canto, possiamo aver avuto l’esperienza di una calma consapevole in cui le preoccupazioni del giorno e tutte le attività interne abituali si sono fermate o acquietate. Un’inquietudine e una tensione sottostanti che a stento notavamo, perché erano abitualmente normali, sono cessate e noi e il mondo siamo cambiati in meglio. Questo “aprirsi” a un senso più ampio e più profondo è quanto chiamiamo “trascendenza”. Noi cambiamo, e il nostro mondo illusorio cambia. Nei termini della precedente metafora, è un emergere dai flutti.

Varie sono le metodologie che conducono alla trascendenza, ma le più utili saranno quelle che possono essere integrate nella vita quotidiana con la minima quantità di dipendenza da circostanze o agenti esterni. Questo è ciò che il Buddha ha chiamato “Dhamma”, e che ha descritto come “Diretta-
mente accessibile; Il Dhamma sostiene pratiche come l’attento pensiero riflessivo, la coltivazione della gentilezza e della compassione verso se stessi e gli altri, il calmare la mente nella meditazione e l’acquisire una comprensione trascendente dei fenomeni i quali strutturano e generano le nostre attività mentali, ed è sostenuto da queste pratiche. Se la mente viene guarita, rafforzata e calmata, se noi non siamo più trascinati via dalle nostra mente allora possiamo attraversare i flutti e, per usare una metafora buddhista, rimanere saldi “sull’altra Sponda”.

La sintesi del Dhamma del Buddha è quella formulata nelle Quattro Nobili Verità sulla sofferenza. Sofferenza come esperienze inevitabilmente connesse alla condizione umana, e pur tuttavia aventi una causa; la quale causa può essere eliminata; infine, esiste un Sentiero di pratiche che condurrà all’eliminazione dello stress e quindi della sofferenza stessa.

Come per ogni trasformazione, eliminare lo stress richiede dedizione.A tal fine il Buddha espose argomenti e istruzioni che culminano nelle pratiche meditative che dipendono da un contesto calmo e isolato per sostenere un’indagine approfondita della mente. Tuttavia, se consideriamo il modo in cui il Buddha ha definito il Dhamma e ha parlato della liberazione nei termini del riconoscere e coltivare un sentiero per uscire dalla sofferenza e dallo stress, un insieme di istruzioni chiamate pāramī o pāramitā sono diventate di capitale importanza per la loro utilità e per la loro applicabilità nella vita quotidiana. I termini pāramī e pāramitā veicolano significati come “progressi” o “perfezioni”, e si riferiscono al coltivare intenzioni e azioni salutari per tutto il giorno.

Le dieci pāramī sono: la generosità (dāna), la moralità (sīla) la rinuncia (nekkhamma), il discernimento o la saggezza (paññā), l’energia (viriya), la pazienza (khanti), la verità (sacca), l’impegno o la determinazione (adhiṭṭhāna), la gentilezza (mettā), l’equanimità (upekkhā).

Queste forniscono un modello per le energie e le attività della mente; include il nostro parlare e lavorare, i rapporti e le interazioni con gli altri, i momenti di introspezione privata, il prendere decisioni e il dare forma alle nostre direzioni di vita. Le pāramī portano la pratica spirituale in aree della nostra vita dove ci confondiamo, siamo soggetti a pressioni sociali e spesso siamo fortemente influenzati dallo stress. Esse possono deviare le attività interne che sono di intralcio e lasciare la mente in uno stato di chiarezza.

Il “flutto” è quella sensazione che ci travolge quando siamo immersi nello stress e nella sofferenza, che può essere puramente fisica (dolore), mentale (esistenziale) oppure può essere riferita ai 5 impedimenti principali: il desiderio sensoriale, la malevolenza, la sonnolenza e il torpore, la preoccupazione irrequieta e il dubbio.

Il termine “flutti” (ogha) indica quattro influssi o correnti (āsava), che scorrono sotto la gorgogliante corrente dell’attività mentale dove rimangono invisibili, malgrado dirigano il fluire di quella corrente. Infatti se ci sediamo immobili in silenzio per un po’, senza preoccupazioni particolari, noteremo che la mente inizia a vagare… verso questo e quello… verso le cose che progettiamo o dobbiamo fare, verso i ricordi (azioni positive o negative), verso quanto ci hanno fatto o detto, verso le idee o le cose che ci piacerebbe avere. Giungono anche giudizi, opinioni su quello che avremmo dovuto fare o riguardo agli altri. Questo è il flusso dell’attività mentale che assorbe la nostra attenzione che sorge non invitato e sembra inarrestabile. Abbiamo poco o nessun controllo su di esso, e il flusso è così abituale che è difficile immaginare come ci sentiremmo se ne fossimo privi. Di fatto, l’unica conclusione a cui ci induce questo flusso interiore, conducendoci nel passato e nel futuro, fra i desideri e i problemi, è l’implicazione che questo girovagare incontrollabile (saṃsāra) è ciò che siamo.

Ma possiamo studiarlo e questo suggerisce che un certo grado di uscita dal samsāra sia possibile. Le quattro correnti (flutti) che il Buddha ha mostrato sono quelli della sensualità, del divenire, dei punti di vista e dell’ignoranza.

Il flutto della sensualità (kāmogha) è un torrente sotto la cui trance gli oggetti dei sensi sembrano offrire piacevoli impressioni visive, uditive, gustative, olfattive e tattili. Nessuna di queste produce effettivamente il tipo di sensazione che tale corrente promette, se non nel modo più fugace. Tuttavia sembrano irresistibili, attraenti e fonti di una reale di soddisfazione. Talvolta è piacevole per un breve periodo e talaltra è spiacevole; ma il piacevole, una volta instauratosi, diventa normale… e poi noioso, dopo di che si manifesta il desiderio di nuove fonti di piacere. E’ necessario che noi prestiamo attenzione al mondo dei sensi con saggezza e sincerità. Occorre notare che è in un flusso, e che le sensazioni e gli stati mentali evocati dal flusso cambiano anch’essi. Allora il sogno della sensualità non sorge; possiamo essere nel mondo sensoriale senza essere di quel mondo. L’input sensoriale, con il suo piacere e dispiacere, passa. Questo è quanto. È tutto quello che c’è.

Il flutto del divenire implica il tempo e l’identità. E’ una corrente nella mente che crea un’identità oggetto di esperienza, la quale era, è e sarà. Ad esempio “Essendo stato questo, merito sicuramente di diventare quello”; oppure: “Non sono mai stato questo, quindi non diventerò mai uno di quelli”. Dal momento che ho solo immagini di cosa sono stato, e storie su ciò che potrei essere o sarò, posso sapere chiaramente chi sono adesso? Quando prestiamo piena attenzione al presente che dovrebbe darci senza dubbio l’impressione più chiara e stabile di chi siamo, scopriamo che le immagini si frantumano. Le nostre azioni hanno effetti, così apparentemente “diventiamo” i risultati delle nostre azioni precedenti, ma quando studiamo il divenire più da vicino, possiamo notare che ciò che è diventato lo stato mentale del presente è solo quello. È uno stato mentale salutare o nocivo, ma non è un’identità. Se fosse un’identità, saremmo in quello stato dalla nascita fino alla morte; non ci sarebbe possibilità di cambiamento, sviluppo o declino. Invece, proprio in ogni momento del presente possiamo fare un passo indietro dalla corrente di chi sembriamo essere e la visione del mondo che proietta. E possiamo dire: “No! L’attaccamento a tutto questo genera sofferenza. Mi trascina verso il basso, oppure mi rende insensibile o negligente”. Riflettendo su dove ci sta conducendo il flutto e chi sembriamo di essere dentro di esso, possiamo uscirne fuori abbastanza a lungo da scegliere una direzione diversa. In breve, il divenire non può essere scansato, ma possiamo riflettere su di esso, gestirlo e dirigerlo.

Per flusso del punto di vista si intende la nostra tendenza ad afferrare credenze, opinioni e dogmi per raggiungere una posizione, pensiero o conclusione definita e definitiva. Potrebbe essere ad esempio un’idea qualsiasi, da “Il buddhismo è la religione migliore” a “Le donne sono pessime guidatrici”. Tali generalizzazioni sommarie costituiscono una comoda base per prendere decisioni, per schierarsi e avere una certa visione del mondo. Il flutto dei punti di vista ha la caratteristica di riunire le persone in gruppi. Da questa prospettiva la mente può creare divisioni nette: tra il proprio partito e gli altri. Perciò il flutto dei punti di vista crea isolamento; e, in modo ancor più significativo, traccia un confine divisivo che non può essere attraversato da trattative. Un’altra caratteristica del flutto dei punti di vista è che a volte travalica la ragione così quando si sostengono le proprie credenze, bisogna notare lo scorrere dell’energia, il suo flutto che dilaga attraverso il cuore e sale alla testa, dove blocca modi alternativi di vedere le cose. Si può aspettare la prossima discussione in famiglia e osservare quanto si diventi offesi, convinti di avere ragione e categorici. Il flutto dei punti di vista gonfia l’ego ed inoltre sostiene l’identità del flutto del divenire. E’ proprio l’adesione al punto di vista, non il punto di vista stesso che è il fattore cruciale del problema. Il flutto dei punti di vista è questa intossicazione e adesione, un’azione mentale continua che taglia fuori chi crede in un punto di vista dal resto di coloro che creano problemi. Un rimedio che è quindi raccomandato è quello di notare un punto di vista come un luogo di partenza da cui indagare o entrare in dialogo con gli altri. La soggettività può portare al riconoscimento che la “mia” posizione non è realmente mia, ma è condizionata dalle informazioni ricevute o da un’esperienza che ho avuto, ed è quindi in grado di essere riesaminata e moderata. Pertanto: “Penso che tu sia un pessimo guidatore perché ti ho visto sbattere contro il pilastro del cancello mentre facevi marcia indietro, e ho sentito che non metti mai la freccia quando svolti; inoltre Susan ha detto che era terrorizzata dalla tua velocità quando l’hai portata in città”. Se sto praticando la sincerità, allora riconoscerò almeno che la maggior parte delle mie informazioni sono di seconda mano, e che ero arrabbiato per dover riparare il cancello. Inoltre, se sono incline all’equanimità, sarò pure disposto ad accettare che il mio ragionamento sia esaminato e persino confutato. Allora potrebbe essere che la verità parziale in quel punto di vista (dopo tutto, sei andato a sbattere contro il cancello) ci incoraggi entrambi a considerare come siamo tutti soggetti a queste cose – e rivedere reciprocamente le abilità di guida e gli standard. Così superiamo il senso di divisione, e si stabilisce una gentilezza specifica.

I flutti della sensualità, del divenire e dei punti di vista sono trascinati da un torrente più profondo, quello dell’ignoranza. Il flusso dell’ignoranza è la forza che mina la nostra indagine diretta sull’esperienza. Sotto la sua influenza (dell’ignoranza) possiamo assumere che i problemi siano attribuibili a insufficienze nella cultura, nella religione o nella natura umana assumendo un atteggiamento passivo facendo spallucce in segno di rassegnazione. Perciò l’approccio che il Buddha incoraggiava era quello di vedere questi flutti così come sono, come fenomeni, senza attribuire loro un sé o un’altra identità, culturale o religiosa, e non era favorevole a una loro accettazione passiva. Espose invece il modello delle Quattro Nobili Verità, che possiamo applicare alla nostra esperienza sotto forma di domande. Possiamo cioè chiederci: “La mia sofferenza e il mio stress o quelli degli altri sono collegati a questa esperienza?”. “Quali fattori mentali la causano?”. “C’è un cambiamento psicologico immediato che arresta quella causa?”. “Quale processo mi darà tutto il necessario per manifestare e mantenere quel cambiamento di prospettiva?”. Mettere in pratica le Quattro Nobili Verità è quindi la via d’uscita dall’ignoranza, il percorso verso la trascendenza. Ma per usare simili strumenti, dobbiamo costantemente incanalare le intenzioni della mente in questo percorso. Ecco perché coltiviamo le pāramī: esse costruiscono un tempio che è una posizione vantaggiosa da cui indagare i flutti.

Le pāramī sono dunque le inclinazioni che coltiviamo finché non diventano chiare intenzioni. La loro coltivazione avviene in tre fasi: quella iniziale (dell’azione), il raccoglimento (riflessione) e il completamento (meditazione). Esse verranno trattate di seguito prima dal punto di vista della mera successione (inizio-raccoglimento-completamento) poi in modo complementare entrando nel merito ai contenuti di ciascuna di esse (azione-riflessione-meditazione).

Nella fase iniziale si porta l’argomento alla mente (cosa accade?). Le pāramī sono incorporate in un sistema di cui fanno parte valori come il divertimento, la convenienza, il successo, ecc. ecc. che possono assumere il controllo della mente. La fase di raccoglimento si ha quando si applica la perfezione di fronte all’opposizione (pensiamo o ci accorgiamo che qualcosa in noi non vuole occuparsene), perché magari non è divertente, non è conveniente, è impopolare, ecc. ecc. La terza fase, quella di completamento, è quando sappiamo che la nostra pienezza in quella perfezione ci farà superare qualsiasi ostacolo. (pensiamo: “Perché no? perché non stabilire la mente in una posizione di forza mentre c’è tempo?”.

Quando stabiliamo le nostre menti su una di queste pāramī riusciamo a capire meglio l’intenzione della nostra mente; così saremo in grado di affrontare la situazione in cui ci troveremo una volta che saremo davanti alla resistenza derivante dall’andare contro la corrente del flutto. Questa è la situazione durante la fase di raccoglimento, in cui c’è spesso una turbolenza emotiva ed energetica nella mente che fa emergere i dubbi e gli squilibri. Qui si deve usare l’impegno, la pazienza, la saggezza, la gentilezza al fine di rimanere saldi. Inoltre (sempre durante questa fase di raccoglimento) le perfezioni si stabiliscono e scalzano l’impazienza, l’intolleranza e le altre contaminazioni che bloccano il nostro potenziale.

Mentre cerchiamo questo equilibrio all’interno dei mutamenti della nostra mente, noi continuiamo a controllare la corrente, indagando secondo quanto ha detto il Buddha: “Questo comportamento causa a lungo termine a me e/o agli altri danni, sofferenza, mortificazione o stress? Conduce al mio bene, al bene degli altri e alla pace?”. Come risultato di questo lavoro, le nostre inclinazioni e intenzioni si stabiliscono e siamo in grado di vedere quanto è sofferente. Ora abbiamo una mente che è in contatto con la verità, ma non completamente assorbita in essa; adesso la mente si è aperta in un luogo di saggezza e compassione. Invece di riferire le nostre azioni a quello del sé abituale. Sorge la grande intenzione: per il mio benessere, per il benessere degli altri. Così si scioglie il nodo distorto nel circuito dell’intelligenza, il nodo del punto di vista del sé. La mente distende una profonda piegatura; e in quel distendersi, non si perde nulla, tranne una propensione a una sofferenza inutile. Non si crede più di essere perfetti, ma si raggiunge un perfetto equilibrio. Questa è la fase del completamento. È un cambiamento di vita.

Prima di esaminare le diverse perfezioni, c’è un fattore che si può dire sia il
fondamento di ciascuna di esse e la madre di tutti i Buddha. Questo è la vigilanza (appamāda), l’atto di prestare un’attenzione imparziale. Essere vigili significa aprire la mente con un’attenzione piena; e questo abbandono delle tendenze abituali, negligenti o compulsive, è la preparazione per la semina delle pāramī. Vale a dire: quando la nostra mente, nell’atto di aprirsi, lascia andare le sue preoccupazioni, possiamo riflettere su ciò che essa fa in modo tale da permetterci di mettere in campo un’intenzione importante come la “pazienza”, la “gentilezza” e così via. La vigilanza è sostenuta dal contenimento (saṃvara), una pausa priva di giudizi e un raccogliere dentro di sé l’energia mentale. Il contenimento può essere usato per creare una sospensione di pochi secondi in cui si presta un’attenzione imparziale a ciò che ci accade.

L’azione concreta da fare consiste nel fare una pausa ogni tanto, anche prima o dopo la prima colazione o il pranzo. Oppure aspettate dieci secondi quando entrate nell’auto prima di partire. Siamo abituati a non prenderci alcuna pausa, perché dedichiamo i momenti liberi a sognare a occhi aperti o a sentirci frustrati, impazienti o a rivisitare antiche ossessioni. Tuttavia, le pause offrono la possibilità di cambiare marcia, di riesaminare una emozione e di lasciare che le energie trainanti si allentino.

Questa che segue è la fase della riflessione che segue quella della azione. Per utilizzare bene la pausa, generate intenzionalmente una domanda e, piuttosto che fornire una risposta qualsiasi, siate presenti alla sensazione e notate cosa tocca la domanda. Le domande che funzioneranno in questa pratica non vi dicono cosa dovreste fare o come qualcuno (o voi stessi) dovrebbe essere. La prima è: “Dove sono?”. Questa domanda manderà la sfera al senso corporeo spezzando il flusso del tempo e la storia della giornata, il che vi permette di vedere almeno in parte ciò di cui la mente è carica (l’ansia, la depressione o qualsiasi altra cosa). Questo può essere tutto ciò che potete fare in una pausa da cinque a dieci secondi, ma già conoscerete la corrente in cui vi trovate. Questo vi procurerà calma e una visuale in prospettiva. La visuale prospettica offerta dalla pausa può disporvi a fermarvi un po’ più a lungo per riesaminare il vostro territorio mentale/emotivo. In tal caso, la seconda domanda è: “Come sto?” o “Che sensazioni sorgono rispetto a ciò che succede?”. Questo vi darà una visione d’insieme sulle emozioni che dirigono o sono sul punto di dirigere le vostre azioni e parole. Interrogandovi, non cercate di cambiare quello stato, ma portate la compulsione all’esterno di esso in modo naturale. Vi date una scelta: seguire quello stato d’animo o affrontarlo. Questa domanda può mostrarvi, nel bene o nel male, un certo stato mentale che vi permette di essere consci di qualsiasi reazione sorga da quello stato. In questo modo mettete un freno al potere del flutto e rimanete equilibrati nel presente. Il tema principale dell’attenzione saggia è verificare se la vostra esperienza è in linea con le Quattro Nobili Verità: “La mia mente crea stress o lo indaga e lo allevia?”. A questo proposito, l’affrontare lo stato mentale include il notare come si sente il vostro corpo – in termini di energia nervosa o di quali parti del vostro corpo si sentono caricate o compresse dalla sensazione. Ad esempio potreste sentire delle tensioni, essere eccitati o avere una mente ronzante quasi priva di contatti con il corpo. Per affrontare meglio lo stato mentale, allargate la vostra consapevolezza per includere il vostro corpo il più possibile. E respirate lentamente, tranquillamente e profondamente. Addestrare la propria capacità di riflettere è imparare a pensare intenzionalmente in modo da badare anche alla “sensazione” dell’idea e a qualsiasi effetto essa abbia sul cuore e sulla mente.

Alla fase della riflessione segue quella della meditazione. Sedetevi in modo da mantenervi vigili, ma non stressati. Entrate in contatto con due serie di sensazioni: la prima, la pressione del corpo sul cuscino; la seconda, il senso di essere dritti e in equilibrio. Prestate attenzione alla consistenza e al tono del vostro corpo, avvertendo le sensazioni nelle vostre mani, intorno agli occhi, alla fronte e alla bocca. Restateci insieme per qualche minuto. Dopo un po’, probabilmente sentirete le sensazioni ritmiche dirvi che state inspirando e espirando. Notate anche i pensieri e le impressioni mentali come un flusso, piuttosto che coinvolgervi nei loro temi. Quindi, senza perdere la sintonia con la consapevolezza corporea, provate a notare quando un pensiero finisce. Indagate anche come e quando un altro pensiero inizia. Se il pensiero sembra troppo intenso controllate cosa accade nel vostro corpo, riacquistate l’equilibrio e seguite alcune espirazioni per calmare l’energia. Quando potrete osservare un pensiero, vi capiterà di scoprire che esso si dissolve piuttosto che terminare e che si cristallizza piuttosto che iniziare. Ancora più importante è sentire la mente prima del pensiero, e notare come, facendo una pausa e rimanendo saldi in quel punto, il processo del pensiero si calma e si placa. Se vi eccitate, avete aspettative o siete agitati, avvolgete la vostra consapevolezza intorno a quelle sensazioni mentali/emotive. Evitate di censurare i vostri pensieri; spargete invece l’attenzione sul corpo, lasciando la mente giocare nello sfondo. Ampliate l’attenzione in modo da non lasciarla assorbire nelle parole che la mente emette. Continuate a fare riferimento alla consapevolezza finemente sintonizzata sul corpo come si è detto in precedenza. Aggiungete altra attenzione saggia. Dov’è lo stress? nel corpo? nella mente? nelle vostre aspettative? nei desideri? nelle resistenze? È possibile lasciar andare alcune di queste cose? Datevi da cinque a dieci minuti per capirlo.

Il valore del tempo

Per scoprire il valore di anno chiedi ad uno studente che è stato bocciato all’esame finale.

Per scoprire il valore di un mese chiedi ad una madre che ha messo al mondo un bambino troppo presto.

Per scoprire il valore di una settimana chiedi all’editore di una rivista settimanale.

Per scoprire il valore di un’ora chiedi a due innamorati che stanno aspettando di vedersi.

Per scoprire il valore di un minuto chiedi a qualcuno che ha appena perso un treno, un bus o un aereo.

Per scoprire il valore di un secondo chiedi a chi è sopravvissuto ad un incidente.

Per scoprire il valore di un centesimo di secondo chiedi ad un atleta che ha vinto la medaglia d’argento.

Spunti dal Libro “La Mente che Mente”

Menzogna e verità

Solo le bugie possono essere inventate; non è possibile inventare la verità. La verità esiste già! La verità deve essere scoperta, non inventata. Le menzogne non si possono scoprire, devono essere inventate. La mente si sente a suo agio con le bugie, perché ne diventa l’inventore, “colui che agisce”. E quando la mente diventa colui che agisce, si crea l’ego. Con la verità non devi fare nulla, e poiché non hai nulla da fare, la mente si arresta, e con la mente scompare, evapora anche l’ego.

Le parole e il silenzio

Usare le parole è un gioco pericoloso, perché il significato resterà in chi parla, a voi arriveranno solo le parole; e voi darete loro il vostro significato, le vostre sfumature: non conterranno più la stessa verità che avrebbero dovuto contenere.Invece non è possibile fraintendere il silenzio: questa è la sua bellezza. La demarcazione è radicale: o lo capite, oppure semplicemente non lo capite; non c’è nulla da fraintendere.

No-thing

Quando la mente scompare, quando l’ego scompare, a quel punto cosa resta? Di certo resta qualcosa, ma non è possibile definirlo “qualcosa”, per cui Buddha lo chiama “il nulla” (nothing). Ma, per non fraintenderlo, lascia che ti ricordi questo: ogni volta che egli usa il termine “nulla”, vuol significare “nessun oggetto” (no thing in inglese). Spezza la parola in due, non usarla come un unico termine, inserisci un trattino tra “no” e “thing”, in questo caso saprai con precisione cosa significhi “nothing” (il nulla). La legge suprema non è una cosa. Non è un oggetto che si possa osservare. È la tua interiorità, è soggettività.

Diversi significati di “Dhamma”

  • Indica la “legge suprema”. Si intende la legge che tiene insieme l’intero universo. Un universo così infinito e così vasto, che procede così dolcemente e in modo tanto armonico, è una prova sufficiente che deve esistere un flusso sotterraneo che collega ogni cosa.
  • “giustizia”, “uguaglianza”,”esistenza non gerarchica”. Nell’esistenza non c’è alcuna gerarchia, non c’è nulla di piccolo e nulla di grande. La stella più grande e il più piccolo filo d’erba esistono entrambi su un piano di uguaglianza.
  • “virtù”, “equanimità”. L’esistenza è assolutamente virtuosa. Anche se trovi qualcosa che non riesci a definire virtù… dipende solo da un tuo fraintendimento. Altrimenti, l’esistenza è assolutamente virtuosa. Qualsiasi cosa accada in questa esistenza, accade sempre nel modo giusto. Non accade mai nulla di sbagliato. Forse a te sembra sbagliato perché hai un’idea precisa di cosa sia il giusto, ma quando guardi senza pregiudizio, nulla è sbagliato, tutto è giusto. La nascita è giusta, la morte è giusta. Il bello è giusto, il brutto è giusto.
  • Dhamma può volere significare anche “la tua interiorità”, la soggettività, la tua verità. Ricorda una cosa di estrema importanza, lascia che scenda in profondità nel tuo cuore: la verità non è mai una teoria, non è mai un’ipotesi, è sempre un’esperienza. Pertanto, la mia verità non potrà mai essere la tua verità. Non la possiamo spartire: la verità non si può spartire, né trasferire, non è comunicabile, è inesprimibile. Posso spiegarti come l’ho conseguita, ma non posso dire di cosa si tratti. Il “come” è spiegabile, ma non il “perché”. Si può mostrare la disciplina, non la meta. Ognuno deve arrivarci per suo conto e viene rivelata in estrema solitudine.

L’esistenza dal buco della serratura

Quando noi guardiamo l’esistenza: diciamo che qualcosa è nel futuro, poi diventa presente, e poi se ne va nel passato. Di fatto, il tempo è un’invenzione umana. È sempre qui-e-ora! L’esistenza non conosce passato, né futuro: conosce solo il presente; ma noi siamo seduti dietro al buco di una serratura e guardiamo da lì.
Una persona non c’è, poi compare all’improvviso; poi, così come è apparsa, in un baleno sparisce. In quel caso si deve creare il tempo. Prima di comparire, quella persona era nel futuro; esisteva, ma per te era nel futuro. Poi è apparsa, ora è nel presente… ed è la stessa persona! Poi non sei più in grado di vederla dal tuo piccolo buco della serratura, è diventata passato. Nulla è passato, nulla è futuro: tutto è sempre presente. Ma il nostro modo di percepire il reale è limitatissimo. Questo è la mente: un buco di serratura, ed è un buco piccolissimo. Paragonati alla vastità dell’universo, cosa sono
i nostri occhi, le orecchie, le mani? Cosa possiamo afferrare? Nulla di gran rilievo. E noi ci aggrappiamo disperatamente a quei minuscoli frammenti di verità. Se vedi il Tutto, tutto è come dovrebbe essere.

Comprendere a livello esistenziale, non solo teorico

Questi sutra sono stati redatti come Dhammapada: non devono essere compresi intellettualmente, ma esistenzialmente. Trasformati in una spugna: lascia che vengano assorbiti, lascia che sedimentino in te. Non
startene seduto a criticare, altrimenti ti lascerai sfuggire il Buddha. Non startene seduto a chiacchierare mentalmente, senza fermarti un attimo; non parlottare in te stesso, per decidere se siano veri o falsi: ti lascerai sfuggire il nocciolo della questione! Non preoccuparti se quanto viene detto è giusto o sbagliato.
La prima cosa, la cosa essenziale, è capire di cosa si tratta: cosa dice il Buddha, cosa cerca di esprimere. Ora come ora, non è necessario giudicare. La prima cosa, la vera necessità primaria, è comprendere con esattezza cosa egli intende. E la sua bellezza è questa: se comprendi con esattezza cosa intende, ti convincerai della sua verità, la conoscerai. La verità ha vie proprie per convincere la gente, non le occorrono altre prove.

Il Mondo Illusorio

Siamo ciò che pensiamo.
Tutto ciò che siamo sorge con i nostri pensieri.
Con i nostri pensieri formiamo il mondo.
Parla o agisci con mente impura e sarai seguito da guai, così come la ruota segue il bue che tira il carro.
Siamo ciò che pensiamo.
Tutto ciò che siamo sorge con i nostri pensieri.
Con i nostri pensieri formiamo il mondo.
Parla o agisci con mente pura e la felicità ti seguirà come ombra, inamovibile.
“Guarda come mi sfrutta e mi maltratta come mi malmena e mi deruba.”
Vivi con pensieri simili e vivrai nell'odio.
“Guarda come mi sfrutta e mi maltratta, come mi malmena e mi deruba.”
Abbandona questi pensieri, e vivi in amore.
In questo mondo l’odio non ha mai scacciato l’odio.
Solo l’amore scaccia l’odio.
Questa è la legge, antica e inesauribile.
Anche tu sei di passaggio.
Sapendolo, come puoi metterti a discutere?
Facilmente il vento sradica un alberello.
Cerca la felicità nei sensi, indulgi nel cibo e nel sonno, e anche tu verrai sradicato.
Il vento non può divellere una montagna.
La tentazione non può toccare l’uomo risvegliato, forte e umile, che è padrone di se stesso e osserva la legge.
Se i pensieri di un uomo sono oscuri, se egli non si cura delle conseguenze ed è pieno di sotterfugi, come potrà indossare la veste gialla?
Chiunque sia padrone della propria natura, luminoso, chiaro e sincero,
egli può indossare la veste gialla.

I mistici orientali credono che il mondo sia illusorio, ma non intendono il mondo oggettivo fatto di mari, monti e pianure, intendono il mondo che tu crei, che tessi e cuci nella tua mente, della ruota della mente che continua a girare e a intessere. Il “samsara” non ha nulla a che vedere con il mondo esterno. Le indicazioni del Buddha si rivolgono all’essenza più intima del tuo essere, e se non ti aiutasse ad allontanarti dalla trappola della mente, non conosceresti mai il mondo reale: la tua sostanza interiore. Egli afferma che, quando la mente si arresta, non rimane alcun sé: diventi universale, trabocchi oltre i limiti dell’ego, sei puro spazio, non contaminato da nulla. Sei solo uno specchio che non riflette nulla. Se vuoi conoscere veramente chi sei nella realtà devi imparare come arrestare il pensiero. La meditazione non è altro che questo: significa uscire dalla mente, spostarsi dalla mente alla non-mente (anatta, non sé).

Mente e non-mente

Ogni volta che il Buddha usa il termine “mente impura” intende la mente, perché tutta la mente è impura. La mente in quanto tale è impura, e la non-mente è pura. Purezza significa “non-mente”, mentre impurità significa mente. L’infelicità è una conseguenza, è l’ombra della mente illusoria. L’infelicità è un incubo. Soffri solo perché sei addormentato, se non ti svegli, l’incubo persisterà, come la ruota di un carro che segue il bue. L’infelicità è una conseguenza, e così la beatitudine. L’infelicità è una conseguenza dell’essere addormentato, la beatitudine è una conseguenza dell’essere sveglio. La beatitudine può essere conseguita solo da coloro che non la ricercano direttamente. Al contrario, essi cercano consapevolmente. E quando la consapevolezza sopravviene, la beatitudine viene di per sé, simile a un’ombra che segue sempre il corpo, inamovibile.

Odio e Amore, Oscurità e Luce

L’odio esiste col passato e il futuro… l’amore non ha bisogno di passato né di futuro. L’amore esiste nel presente. L’odio ha un riferimento nel passato: ieri qualcuno ti ha fatto un torto, e tu lo porti in te come una ferita, un ricordo; oppure temi che qualcuno ti farà del male domani… una paura, l’ombra di una paura. E ti stai già preparando, ti prepari ad affrontarla. L’odio dimora nel passato e nel futuro. Nel presente non puoi odiare, provaci e sarai assolutamente impotente: siedi in silenzio e odia qualcuno nel presente, senza rapporto col passato o col futuro… non lo puoi fare. Quest’uomo non ti ha fatto nulla e non ti farà nulla… quest’uomo sta semplicemente seduto per i fatti suoi, come puoi odiarlo? Tuttavia, lo puoi amare. L’amore non ha bisogno di alcun riferimento: questa è la bellezza dell’amore e la sua libertà. L’odio è un limite, è una prigionia imposta a te stesso da te stesso. E l’odio crea odio, l’odio provoca odio. Se odi qualcuno, crei odio verso di te nel cuore di quella persona. E il mondo esiste nell’odio, nella distruttività, nella violenza, nella gelosia, nella competitività. Ecco perché abbiamo trasformato questo mondo bellissimo in un inferno… mentre avrebbe potuto diventare un paradiso! Ama, e il mondo torna a essere un paradiso. E il bello dell’amore è che non ha riferimenti. L’amore sorge da te, senza motivo alcuno… è lo sprigionarsi della tua beatitudine, è la condivisione del tuo cuore. E la condivisione è felicità, per questo si condivide. La condivisione è fine a se stessa, non ha altre implicazioni. Ma l’amore che hai conosciuto in passato non è l’amore di cui parla il Buddha: è solo l’altro lato dell’odio, infatti ha un fuoco d’attenzione ben preciso (il sé, l’ego): ieri qualcuno è stato gentile con te, così gentile che ora tu provi per lui un amore immenso. Questo non è amore, è l’altra faccia dell’odio. Oppure, può succedere che qualcuno sarà gentile con te domani: il modo in cui ti sorride, il modo in cui ti parla, il modo in cui ti invita ad andare a casa sua domani… ti sta dimostrando amore; e in te sorge un amore immenso. Perfino i cosiddetti “grandi amanti” continuano a litigare, si aggrediscono, si punzecchiano, sono distruttivi. E la gente pensa che questo sia amore… e Invece, quando non accade nulla – nessuna lotta, nessuna discussione – la gente si sente vuota. Il litigio ti rende importante – la vita sembra avere un significato – qualcosa di orribile, ma perlomeno ha un senso. Il tuo amore non è vero amore: è il suo esatto opposto. è odio mascherato da amore. Il vero amore non ha alcun fuoco d’attenzione, non implica un partner. Non pensa a ieri e non pensa al domani. Il vero amore è uno zampillare spontaneo di gioia all’interno del tuo essere… e la condivisione… e l’irradiarla… senza motivo alcuno, senza altra ragione che non sia la semplice gioia di condividerla. Gli uccelli che cantano al mattino, questo cuculo che chiama in lontananza… senza motivo. Il cuore è così colmo di felicità che si eleva un canto, ecco tutto. Quando io parlo d’amore, parlo di questo amore; ricordalo. E se riesci a entrare nella dimensione di questo amore, sarai immediatamente in paradiso; e inizierai a creare un paradiso qui, sulla Terra. L’amore crea amore, proprio come l’odio crea odio. L’odio non scaccia mai l’odio. L’oscurità non potrà mai scacciare l’oscurità: solo l’amore scaccia l’odio. Solo la luce può scacciare l’oscurità: l’amore è luce, la luce del tuo essere, e l’odio è l’oscurità del tuo essere. Solo l’amore scaccia l’odio, solo la luce disperde l’oscurità. Di per sé, l’oscurità è solo uno stato negativo, in sé non esiste! Come potresti scacciarla? Contro l’oscurità non puoi fare nulla direttamente. Se vuoi fare qualcosa nei suoi confronti, dovrai operare attraverso la luce: introduci la luce e l’oscurità è svanita, togli la luce e appare l’oscurità; ma non puoi portare o togliere l’oscurità direttamente: nei suoi confronti non puoi fare nulla di nulla. I moralisti affermano che si deve lottare contro ciò che è negativo”; viceversa il vero Maestro, quello reale, vi insegna la legge positiva: non lottare contro l’oscurità, semplicemente accendi la luce! Immetti la luce… ma come è possibile immetterla nel proprio essere? Diventa silente, libero da pensieri, all’erta, consapevole, sveglio… in questo modo si introduce la luce nel proprio essere. E nel momento in cui sei attento, consapevole, non si troverà più odio. Prova a odiare qualcuno con consapevolezza… sono esperienze da mettere in pratica, non sono solo parole da comprendere: questi sono esperimenti da provare. Per questo ti dico: “Cerca di capire non solo intellettualmente: diventa uno sperimentatore esistenziale”. Prova a odiare qualcuno coscientemente, e scoprirai che è impossibile. O scompare la consapevolezza e puoi odiare, oppure, se sei consapevole, scompare l’odio: non possono coesistere. È impossibile la loro coesistenza: la luce e l’oscurità non possono esistere insieme, poiché l’oscurità non è altro che assenza di luce.

I 5 sensi e le fondamenta

Buddha dice: ricorda, se dipendi dai sensi, rimarrai fragilissimo, perché i sensi non ti possono dare alcuna forza. Non ti possono dare forza perché non sono in grado di darti fondamenta solide. Sono in un flusso continuo, tutto è mutamento. Dove puoi trovare dimora? Dove puoi fissare le fondamenta? Ora come ora, una donna ti sembra bella, l’istante successivo è un’altra donna. Se ti limiti a decidere attraverso i sensi, rimarrai in una costante agitazione: non puoi scegliere, perché i sensi continuano a mutare le loro opinioni. Buddha dice: non dipendere dai sensi, fondati sulla consapevolezza. La consapevolezza è un’entità nascosta dietro ai sensi. Non è l’occhio che vede… se vai da uno specialista degli occhi, ti dirà che è l’occhio a vedere, ma non è vero: è solo un meccanismo attraverso il quale qualcun altro guarda. L’occhio è solo una finestra, la finestra non è in grado di vedere. L’occhio è solo una finestra, un’apertura. Chi c’è dietro l’occhio? L’orecchio non sente: chi si trova dietro l’orecchio ad ascoltare? Chi è colui che percepisce? Continua a ricercare questo “qualcuno” e troverai fondamenta reali; altrimenti, la tua vita non sarà altro che una foglia secca nel vento. La meditazione ti renderà consapevole, forte e umile. La meditazione ti renderà consapevole, perché ti darà la prima esperienza di te stesso. Tu non sei il corpo, tu non sei la mente: tu sei la pura testimonianza della consapevolezza. E quando questa consapevolezza-testimone viene toccata, accade un grande risveglio: è come se qualcuno, che stava dormendo, venisse scosso e si svegliasse. All’improvviso si ha un grande risveglio interiore. Per la prima volta senti di essere. Per la prima volta percepisci la verità del tuo essere. Di certo questo ti rende forte; non sei più fragile, non sei più un alberello che qualsiasi alito di vento può sradicare. Ora puoi diventare una montagna! Ora puoi avere un fondamento, ora hai radici. Acquisti forza, sei sveglio, e tuttavia diventi umile. Questa forza non porta in te alcun ego. Diventi umile perché diventi consapevole. La stessa anima testimone esiste in chiunque, perfino negli animali, negli uccelli, nelle piante, nelle pietre. Una roccia ha un suo modo di dormire, un albero ha un modo diverso di dormire da un uccello, e così via; ma non si tratta altro che di questo: modi e metodi diversi di sonno, altrimenti – nel centro più intimo di ogni essere – vi è lo stesso testimone. Saperlo ti rende umile, perfino di fronte a una roccia sai di non essere nulla di speciale, perché l’intera esistenza è formata della stessa sostanza chiamata consapevolezza. E se sei sveglio, forte e umile, questo ti darà padronanza su te stesso.

La morte e la Vita

Buddha ha enfatizzato la morte: si tratta di un metodo. Se enfatizzi la morte, aiuta: la gente diventa sempre più consapevole della vita, in contrasto con la morte. E quando insisti con continuità nell’enfatizzare la morte, la gente ne trae un aiuto al risveglio. Si deve svegliare, perché la morte si sta avvicinando. Vi sono solo due sentieri possibili. Uno è questo: enfatizza la morte; e l’altro: enfatizza la vita. Perché questi sono i due soli elementi dell’esistenza! La vita e la morte. Buddha scelse la morte come simbolo. La mia enfasi va alla vita. Ma lo scopo è lo stesso. Io voglio che tu sia così appassionatamente innamorato della vita, che la tua stessa passione per la vita ti renda consapevole, la tua stessa intensità verso la vita ti renda sveglio. E la morte è nel futuro, mentre la vita è adesso. Per cui, se pensi alla morte, penserai al futuro. Se pensi alla morte, sarà un’illazione: vedrai sempre qualcun altro morire, non vedrai mai morire te stesso. Puoi immaginare, puoi ipotizzare, puoi pensare, ma sarà solo un pensiero.La vita non ha bisogno di essere pensata, può essere vissuta. Ti può aiutare meglio della morte a essere meno mentale. La vita esiste in questo preciso istante; non occorre che tu vada al cimitero. Tutto ciò che ti occorre, è essere sveglio, e la vita è ovunque… nei fiori, negli uccelli, nella gente intorno a te, nei bambini che ridono… e in te! E proprio ora! Non occorre che ci pensi, non occorre fare illazioni. Puoi semplicemente chiudere gli occhi e sentirla: puoi sentirne il pulsare, ne puoi sentire la presenza. Ma si possono usare entrambi i metodi: per farti diventare un meditatore si può usare la morte, oppure si può usare la vita.

Una sedia vuota

“Una sedia vuota…”. Certo, solo una sedia vuota può rappresentare un Buddha. Questa sedia è vuota,e quest’uomo che ti parla è vuoto, è uno spazio vuoto che si riversa in te. All’interno non esiste nessuno, solo un silenzio. La verità non può essere espressa a parole, non lo è mai stata, non lo sarà mai. Non può essere espressa a parole; può solo essere mostrata. L’assenza dell’“io” dentro di me può diventarne una prova indiscutibile. Io non sono una persona. La persona è morta molto tempo fa. È una presenza: un’assenza e una presenza. Io sono assente in quanto persona, in quanto individuo; sono presente come veicolo, come passaggio.

Le altre religioni presuppongono un dialogo, una dualità, una entità divina a cui rivolgersi attraverso la preghiera. Il buddhismo non è la religione della preghiera, è la religione della meditazione. E la differenza tra preghiera e meditazione è questa: la preghiera è un dialogo, la meditazione è un silenzio.

La verità che sfugge

Non puoi afferrare la verità – se ci provi, sarà oltremodo remota. Non puoi
possedere la verità – se ci provi ti ritroverai le mani completamente vuote. La verità giunge, non può essere portata. La verità accade, non ci puoi fare nulla; di fatto, colui che agisce è il problema, l’ostacolo, l’impedimento. Colui che agisce è l’ego. E se in qualche modo riesci a impedire a colui che
agisce di interferire, si ripresenta dalla porta sul retro, in
quanto sperimentatore, osservatore, colui che fa esperienza. Ecco perché, quando ne hai la sensazione, va perduta… colui che agisce, ora compare come colui che sente.

Non aver fretta di comprenderla o di sentirla: lascia semplicemente che sia
presente. Non devi far nulla in proposito. Se riesci a restare in uno stato di non-fare, di non-sforzo, di non-ego, comprenderai, sentirai, saprai, sarà tua… la puoi avere solo in maniera indiretta, non direttamente.

Il desiderio stesso di afferrarla è frutto dell’avidità, il desiderio stesso di
afferrarla è frutto della paura. Il desiderio stesso di afferrarla è un desiderio della mente; e allorché la mente entra in causa, la verità esce di scena. Ricorda: dico che ne vieni afferrato, ne sei posseduto,
non che la possiedi. Come puoi possedere un tramonto? Il tramonto ti possiede, ti riempie; ogni angolo del tuo essere straripa, colpito da tanta bellezza. Quindi andate, al mattino presto a vedere il sole che sorge,
sedetevi, nel mezzo della notte, a osservare il cielo colmo di
stelle, andate e sdraiatevi di fianco a un fiume, e ascoltatene il
suono, e quando un giorno la verità arriva non cercare
di fare nulla… non è necessario capire, non occorre osservare, non serve esaminare, non serve analizzare… lascia che sia presente! Siine posseduto! e sii totalmente unito a lei. Quello è il solo modo per conoscerla. Perché, con la sensazione, subentra l’io… e l’io è la distanza fra te e la verità. Più grande è l’io, maggiore è la distanza; più piccolo è l’io, minore è la distanza. Nessun io, nessuna distanza.

Vero o falso

La verità dev’essere scoperta, non inventata. E cosa ti impedisce di scoprirla? Ci sono state dette molte menzogne, ostacoli che continuano a falsificare la verità, che non permettono ai nostri cuori di riflettere ciò che è. La verità non è una conclusione logica. La verità è esistenza, realtà; ma se esiste già come mai non siamo in grado di trovarla? E’ perché fin all’infanzia ci vengono insegnate falsità, pregiudizi, ideologie, religioni, filosofie. Prova semplicemente a guardare dentro di te: qualsiasi cosa sai, ti è stata detta; non è frutto della tua conoscenza, non è autentica non ne sei un testimone, sei solo una vittima delle circostanze. Per puro caso sei nato in India, oppure in Inghilterra. È solo per un caso che nasci in una famiglia hindu oppure cristiana; a causa di questi eventi casuali, la tua natura
essenziale è andata perduta: vieni costretto con la forza a perderla. Se vuoi riconquistarla, dovrai rinascere.Rinascere ovviamente non vuol necessariamente morire fisicamente ma solo lasciar cadere tutto ciò che ti è stato insegnato. Lascia cadere tutto il tuo sapere e diventa innocente come un bambino appena nato.

Fraintendendo il falso per vero e il vero per falso,
ti lasci sfuggire il cuore e ti riempi di desiderio.

La mente non è altro che desiderio. Il cuore non conosce desiderio alcuno. Vi stupirà sentirlo dire, ma è così: tutti i desideri appartengono alla testa. Il cuore vive nel presente; pulsa, palpita, batte nel qui-e-ora. Il cuore conosce solo il presente, per questo è assolutamente puro. Non è inquinato
dai ricordi passati, dal sapere, dall’esperienza, da tutto ciò che vi è stato detto e insegnato. E non sa nulla del futuro, del domani. Per lui, il passato non esiste più e il futuro non esiste ancora. È assolutamente qui, è
immediato. Ma la mente è esattamente l’opposto del cuore: la mente non è mai adesso, non è mai qui. O pensa alle splendide esperienze passate, oppure desidera le stesse splendide esperienze nel futuro. Continua a spostarsi tra il passato e il futuro, non si arresta mai nel presente. È del
tutto inconsapevole del presente. Per la mente, il presente non esiste. Osserva la situazione: il presente è la sola cosa che esista, ma per la mente il presente è la sola cosa che non esiste. La mente è desiderio, e tu continui a riempirti con una quantità sempre maggiore di desideri. Dimenticando
completamente che, dentro di te, esiste un cuore che palpita. I vostri cuori sono comunque nutriti dalla verità, ma voi non siete presenti a quella realtà, avete lasciato vuoto quello spazio: vivete nella testa.

Vedi il falso in quanto falso, il vero in quanto vero.
Guarda nel tuo cuore.
Segui la tua natura.

Buddha afferma che il falso sembra essere vero perché voi siete diventati falsi alla vostra stessa verità, al vostro stesso cuore. Tornate al cuore, allora sarete in grado di conoscere il vero in quanto vero e il falso in quanto falso.
Quello è illuminazione, quello è tornare a casa.

“Vedi il falso in quanto falso il vero in quanto vero”. Quando siete diventati consapevoli di ciò che è falso, all’improvviso diventate coscienti di ciò che è vero. Non vi può essere insegnato ciò che è vero, ma di certo vi può essere insegnato ciò che non è vero. Siete stati condizionati, potete essere decondizionati. La verità non viene insegnata, deve essere scoperta.

“Guarda nel tuo cuore, segui la tua natura”significa fluire con te stesso. Nascosta nelle profondità del tuo essere c’è una piccola voce silente… se diventi silenzioso verrai guidato da lei. Con “natura” Buddha intende il “dhamma”. Così come la natura dell’acqua è scorrere verso il basso, e la
natura del fuoco è elevarsi verso l’alto, allo stesso modo esiste, nascosta dentro di te, una particolare natura. E, se tutti i condizionamenti che ti sono stati imposti dalla società, e che ti hanno avvolto, vengono rimossi, all’improvviso scoprirai la tua natura. Diventare disponibile alla tua natura interiore è ciò che io chiamo meditazione. Ricorda queste due parole. “Carattere” è un’invenzione dei politici e dei preti; è una cospirazione
contro di te. “Consapevolezza” è la tua natura. Certo, un uomo di consapevolezza ha un carattere ben preciso, ma quel carattere è funzionale alla sua consapevolezza.il cosiddetto – uomo di carattere – è ingabbiato. Anche se le circostanze mutano, egli continua a reiterare lo stesso carattere, assomiglia a un pappagallo, è una macchina: non risponde, si limita a reagire. Un uomo di consapevolezza risponde, e le sue risposte sono spontanee. Egli è simile a uno specchio: riflette qualsiasi cosa gli si pari davanti. Da questa spontaneità, da questa consapevolezza, nasce una nuova forma di azione. Quell’azione ti libera. Se ascolti la tua natura, resti libero.

Non riesci a comprendere parole così elementari come “Vai dentro di te”?
So che capisci le parole, ma l’entrare dentro di te è diventata una cosa difficilissima, perché ti è stato insegnato solo a uscire all’esterno, sai solo fare quello. Pensare è uscire all’esterno: non pensare è entrare in se stessi. Pensa, e hai iniziato ad allontanarti da te stesso. Il pensiero è la via che ti porta sempre più lontano da te. Il pensiero è una proiezione. Non pensiero e all’improvviso sei dentro di te. Senza pensiero non puoi uscire all’esterno,
senza desiderio non puoi uscire all’esterno. Per uscire dal tuo essere hai bisogno del combustibile del desiderio e del veicolo del pensiero.
Seduto in silenzio, senza far nulla… neppure pensare, neppure desiderare… e dove sarai? Entrare in se stessi, di fatto, non è un andare dentro di
sé; è semplicemente smettere di uscire all’esterno… e all’improvviso ti ritrovi dentro di te.

“andare” vuole comunque dire “andare all’esterno”: smetti di andare! Smetti di andare da qualsiasi parte! Non puoi stare seduto in silenzio, senza andare da qualche parte? Certo, fisicamente puoi sederti, non è una cosa difficile ma il problema è questo: cosa fai dentro di te? Desideri, pensieri, ricordi, immaginazioni, ogni sorta di proiezione? Arresta anche quelle!
Come arrestarle? Diventa semplicemente indifferente, non badarci. Se anche sono presenti, non prestare loro attenzione. Anche se sono presenti, non dare loro alcuna importanza. Anche se sono presenti, lascia che lo siano. Siedi in silenzio, all’interno del tuo essere, e osserva. Ricorda questa parola: “osservare”, sii un testimone, sii semplicemente attento, presente, all’erta.
E man mano che questo stato di osservazione cresce, diventa più profondo, la stessa energia che si trasformava in desideri e pensieri e ricordi e immaginazione, la stessa energia viene assorbita in questa nuova profondità: la stessa energia è usata da questo scendere in profondità,
all’interno. Allora saprai cosa intendo dire, quando dico: “Vai dentro di te”

Entra in te stesso! E la via è questa: osserva i tuoi pensieri e non identificarti con loro. Resta un semplice testimone, del tutto indifferente, né a favore né contro. Non giudicare, perché qualsiasi giudizio comporta un’identificazione.
Non dire: “Questi pensieri sono sbagliati”, e non dire: “Questi pensieri sono buoni”. Non commentare i tuoi pensieri. Lascia semplicemente che scorrano, come fosse lo scorrere del traffico che vedi stando discosto, sul ciglio della strada: lo osservi distaccato, per nulla coinvolto.
Non importa cosa passi: un autobus, un camion, una bicicletta. Se riesci a osservare il processo dei pensieri che scorrono nella tua mente con lo stesso distacco, con la stessa indifferenza, non è lontano il giorno in cui l’intero
traffico scomparirà… perché quel traffico può esistere solo se tu continui a dargli energia. Se smetti di dargli energia… e osservare è proprio questo: smettere di dargli energia, impedire all’energia di scorrere nel traffico; è la tua energia che fa muovere questi pensieri. Quando la tua energia non
entra in gioco, essi iniziano a cadere; da soli non riescono a stare in piedi.
E quando la strada della mente è assolutamente vuota, sei dentro di te. Questo è ciò che intendo dire quando dico: “Vai dentro di te”. E questo è ciò che intende il Buddha, quando dice: Segui la tua natura.

Una mente priva di riflessione è un ben misero tetto.
La passione, come pioggia, inonda la casa.

Con “riflessione”, Buddha intende semplicemente questo: “riflessione”, nonpensiero; parla di riflesso, nel senso di uno specchio che riflette. Quando ti metti davanti a uno specchio, questi non pensa a te, si limita a rifletterti!
Una mente priva di riflessione è una mente che ha dimenticato come riflettere Sappiamo solo pensare, non sappiamo come riflettere.
Prova a pensare a un bambino: viene al mondo e apre
per la prima volta gli occhi… vede gli alberi, ma non sarà in
grado di dire a se stesso: “Questi sono alberi”. Vede la luce,
ma non sarà in grado di dire a se stesso: “Questa è luce
elettrica”. Vede il rosso di una rosa, ma non sarà in grado di
dire: “Questa è una rosa, e il suo colore è rosso”. Vede ogni
cosa, ma dentro di sé non dirà nulla. Quello è riflettere: egli
sarà semplicemente uno specchio. Una mente che ha dimenticato come riflettere la verità è sempre vittima del desiderio; una vittima della testa, una vittima del futuro, una vittima del costante e continuo aspirare a questo e a quello. E nessun desiderio potrà mai essere appagato. Allorché un desiderio è appagato, la mente ne ha creati dieci altri. Stai attento! Inizia a ripulire il tuo specchio, in modo che tu possa riflettere.

La passione, come pioggia, inonda la casa.
Ma se il tetto è solido, allora puoi ripararti.

Se sai come riflettere la realtà, allora hai un riparo. Sei al sicuro, perché sei parte della verità.

Chiunque segua pensieri impuri soffre in questo mondo e nel prossimo.
In entrambi i mondi egli soffre, e quanto immensamente, allorché vede il male che ha fatto.

Tutti i pensieri sono impuri. Il Buddha parla di “pensieri impuri”, ma intende sempre i pensieri: tutti i pensieri sono impuri, perché un
pensiero presuppone sempre che stai pensando all’altro… è sorto un desiderio. E ogni volta che dice “un pensiero puro”, intende “un nonpensiero”.
Solo un nonpensiero è puro, perché in quel caso sei assolutamente te stesso, solo, senza alcunché che interferisca.

Ma chiunque segua la legge è felice qui ed è felice là.
Egli gioisce in entrambi i mondi, e quanto immensamente,
allorché vede il bene che ha fatto.

In retrospettiva, quando vedi che hai creato un inferno
a te stesso – nessun altro tranne te ne è responsabile: “Sono stato così
sciocco. Nessuno mi ha fatto soffrire. Gli unici responsabili sono i miei pensieri. Viceversa, se segui la tua essenza più intima, la tua natura, sarai al settimo cielo dalla gioia, sia qui che là. Buddha non si interessa molto al “là”. Tuttavia, egli dice: “Se sei felice qui, è inevitabile che tu sia felice là”. Se
gioisci in questo momento, il prossimo gioirai ancor di più, perché il prossimo istante scaturirà da questo.

Se soffri in questo momento, il successivo soffrirai ancor di più, poiché stai imparando le vie della sofferenza, ti stai abituando a soffrire. Creerai una sofferenza maggiore nel’istante successivo, perché stai diventando sempre più efficiente nel creare sofferenza. Non preoccuparti del momento successivo, o della prossima vita, o del prossimo mondo. Rendi questo istante una festa, rendi questo istante un istante di beatitudine, e il
prossimo seguirà, e così la prossima vita, e il prossimo mondo.

Poiché grande è il raccolto in questo mondo, e ancor più grande nel prossimo.
Per quante parole sacre tu legga, per quanto tu ne parli,
quale bene potranno mai farti, se non agisci di conseguenza?

L’azione e solo l’azione può essere d’aiuto: devi coinvolgerti, devi impegnarti! Se qualche verità ti convince, agisci di conseguenza, e agisci immediatamente! Perché la mente è molto astuta, e la più grande astuzia della mente è rimandare. Dice: “Domani…”, e il domani non arriva mai.

Sei tu un pastore che conta le pecore di un altro, senza mai condividere la via?

Nel mondo esterno l’ineguaglianza è la legge; nel mondo esterno tutti sono
diseguali. Qualcuno è più forte di te, qualcuno è più intelligente, qualcuno è più bello, qualcuno ha più talento, qualcuno è un genio… la gente è diversa, e non può essere costretta all’uguaglianza; farlo distruggerebbe l’umanità. E
la gente rimarrà disuguale.
Ma nel mondo interiore, man mano che scendi dentro di te, l’ineguaglianza inizia a scomparire. Nell’essenza più intima dell’essere esiste un’assoluta eguaglianza. All’interno, l’ego scompare, la personalità scompare, esiste solo una pura consapevolezza. E due consapevolezze non sono superiori o
inferiori. Non continuare a contare le pecore altrui; entra in te stesso! Non continuare a leggere i testi sacri; entra in te stesso! Non continuare ad ascoltare le parole degli altri… condividi la via!
Buddha dicevadi non limitarsi ad ascoltare le sue parole. Segui la via, condividi la via!

Leggi il minor numero di parole possibile ed esprimine ancor meno con la voce.
Ma agisci in funzione della legge.

La parola “legge” ha connotazioni sbagliate. È una traduzione di “dhamma”: la legge eterna. “Agisci in funzione della legge” non vuol dire “Agisci
rispettando il codice penale”. “Agisci in funzione della legge” significa: agisci in armonia con la tua natura interiore.

Abbandona le vecchie modalità: passione, inimicizia, follia.
Conosci la verità e trova la pace.
Condividi la via.

Cosa sono le “vecchie modalità”? Sono la via del desiderio, la via dell’odio e la via della stupidità. Quando lasci cadere il passato, per qualche giorno sei
spaesato, disorientato, non sai cosa fare, come agire. Vivrai in un limbo… quel limbo deve essere attraversato. È doloroso… quello è il prezzo che dobbiamo pagare per acquisire il vero. Una volta attraversato quel limbo, quello spazio vuoto… Conosci la verità e trova la pace. Allora si conosce
la verità, e la verità segue la pace come un’ombra.

Numerose religioni

Ogni individuo deve raggiungere Dio a modo suo, ecco perché i Buddha possono solo indicare, possono solo dare spunti. Non possono darvi mappe precise e definite: solo spunti, alcuni accenni. E quegli spunti non
devono essere presi molto seriamente, bensì con estremo senso del gioco. Non dovete diventare fanatici; se lo diventate non siete più religiosi. La varietà è bella, ti permette di scegliere in base al tipo di uomo che tu sei. La religione non è decisa per nascita. Puoi essere nato da genitori hindu, ma se i tuoi genitori ti amano veramente, non ti convertiranno all’induismo. Certo, ti diranno tutto ciò che hanno conosciuto e sperimentato, ma ti lasceranno libero. E ti diranno: “Diventa più attento, più consapevole, più
maturo, e quando sarai cresciuto abbastanza e vorrai decidere, scegli la tua religione”.

Abbiamo bisogno di ogni sorta di linguaggio. L’inglese è necessario per la sua precisione, per la sua accuratezza. Ogni parola ha un significato: senza un linguaggio come questo, la scienza non può svilupparsi.

L’arabo ha una profonda qualità seduttiva, riecheggia quasi con ossessione. Se lo canti, creerà un riverbero nel tuo cuore. Smetti di cantare, e il canto continuerà nel cuore. L’arabo ha in sé quella qualità, perché è una lingua del deserto: tutte le lingue del deserto hanno questa qualità. Quando chiami qualcuno in un deserto, a distanza remota, devi chiamarlo in un certo modo… e nel deserto puoi chiamare le persone da molto lontano; se le chiami con un suono ritmico, giungerà fino a loro. il Corano è un libro da cantare. Non è un libro da studiare: è un libro da danzare, solo in questo caso ne toccherete lo spirito interiore. Non c’è nulla di male nel fatto
che esistano molte religioni. Certo, c’è qualcosa di male nel loro continuare a discutere. Sono diventate fatti politici; insistono nel cercare di
convertire, perché il numero crea potere. Se a me piace una rosa non devi convincermi che dovrebbero piacermi le margherite. Dovresti solo accettare che a me piacciono le rose. La gente ha comprensioni diverse, modi diversi di guardare le cose, interpretazioni diverse. E questa libertà
dev’essere loro concessa…

L’ego

Se dici a qualcuno: “Io sono speciale”, non lo puoi convincere, perché l’altro sa di essere lui quello speciale. l’ego è veleno, puro veleno. Perdi contatto, ti separi dal flusso vitale; non sei più all’interno del flusso dell’esistenza, diventi una roccia nel fiume. l’ego è così infingardo, così astuto che può darti questo nuovo programma: “Sei così speciale che puoi diventare semplicemente un uomo comune, ordinario. Ma nella tua ordinarietà saprai di essere l’uomo ordinario più straordinario che ci sia. le cosiddette persone umili. Dicono: “Sono l’uomo più umile che ci sia”. Ma non lo intendono affatto! Non dire loro: “So che non lo sei”, altrimenti non te lo perdoneranno mai. Si aspettano che tu dica: “Sì, sei l’uomo più umile che io abbia mai visto”, solo così saranno soddisfatte, si sentiranno appagate. È ego che si nasconde dietro all’umiltà… Ricorda questo: qualsiasi cosa pensi di te stesso, pensala di chiunque altro, e l’ego scomparirà. L’ego è l’illusione creata dal pensare a se stessi in un modo e dal pensare agli altri in un altro; si tratta di un doppio pensare: se lasci cadere il doppio pensare, l’ego muore d’acchito.

Sentirsi vicini a Dio ma non sentirlo

di certo porti nella tua mente un’immagine ben precisa di Dio; per questo ti sfugge. E continuerà a sfuggirti, se non lasci cadere quell’immagine. Dio può essere conosciuto solo da coloro che riescono a lasciar cadere qualsiasi idea su Dio. Le idee sono frutto della tua ignoranza, è sono un ostacolo. Lascia cadere qualsiasi idea su Dio e chiediti: “Esiste un qualsiasi luogo in cui
Dio non esiste?”. In quel caso, vedrai qualcosa di incredibilmente straordinario nella semplice ordinarietà delle cose. In questo modo l’uomo si avvicina al divino, e il divino si avvicina all’uomo; l’umano e il divino scompaiono l’uno nell’altro; il mondo e Dio scompaiono l’uno nell’altro. Allora non cerchi più un Dio che è separato, che vive nel settimo paradiso; in quel caso egli vive nel circondario in cui tu vivi, ha il volto del tuo vicino. In quel caso egli è umano, è un animale, è un vegetale, è un minerale… è tutto. Dio non si nasconde alla tua vista, sei tu a tenere gli occhi chiusi a causa di tanti pregiudizi. Dio è fermo, ritto sulla porta, ma tu non lo puoi sentire perché la tua mente è così colma di agitazione, è così piena di pensieri… milioni di pensieri che furoreggiano stordendoti. La tua mente è così rumorosa che non puoi sentire il battito silente alla porta. Sii silente.

Egli osserva

Essere svegli è la via alla vita.
Lo sciocco dorme come se fosse già morto;
ma il Maestro è sveglio e vive per sempre.
Egli osserva.
Egli ha chiarezza.
Come è felice! Perché vede che l’essere svegli è vita.
Come è felice, seguendo il cammino del risveglio.
Con grande perseveranza egli medita, cercando libertà e felicità.
Perciò svegliati, rifletti, osserva.
Lavora con cura e attenzione.
Vivi seguendo il sentiero e la luce crescerà in te.
Osservando e lavorando il Maestro costruisce per sé un’isola che la marea non può sommergere.

Se c’è una cosa da saper dell’essere umano è questa: “egli è addormentato. Anche quando crede di essere sveglio, non lo è”. Non siate così sciocchi da credere che solo aprendo gli occhi siete svegli. L’intero insegnamento di tutti i Buddha può essere contenuto in un’unica parola: svegliati!

Non farai mai alcuno sforzo per svegliarti se credi di esserlo già. Il silenzio è lo spazio in cui ci si sveglia, e la mente rumorosa è lo spazio in cui si resta addormentati. Se la tua mente continua a chiacchierare, sei addormentato… Seduto in silenzio, se la mente scompare affiora la consapevolezza. Il silenzio non è all’esterno e non viene dall’esterno: sorge in te, cresce in te. In caso contrario, ricorda: stai dormendo.

Se hai una mente perdi la consapevolezza. Perciò, l’unico lavoro da fare è questo: come ritrovare la consapevolezza e perdere la mente. Quando hai una mente, perdi la consapevolezza: mente significa sonno, frastuono,
automatismi. Devi eliminare dal tuo sistema tutto ciò che hai raccolto in quanto sapere. È il sapere a tenerti addormentato; pertanto, più una persona è istruita, più è addormentata.

Essere svegli è la via alla vita. 

Sei vivo solo nella misura in cui sei consapevole. La consapevolezza è la differenza tra la vita e la morte. Diventa più attento, e sarai più vivo. La vita è la meta, e la consapevolezza è la metodologia, la tecnica per raggiungerla.

Lo sciocco dorme come se fosse già morto;
ma il Maestro è sveglio e vive per sempre.

Tu agisci nel sonno; ecco perché continui a fare cose che non vuoi fare, che hai deciso di non fare, che sai non essere giuste e a non fare cose che sai essere giuste. Come mai? Perché continui a perderti? E’ perché non sei sveglio. Non sei in grado di vedere! Non sei in grado di sentire! Certo, hai le orecchie per sentire e gli occhi per guardare, ma dentro di te non c’è nessuno in grado di comprendere. La prima cosa che devi lasciar penetrare profondamente nel tuo essere è questa verità: tu sei addormentato.

La psicologia moderna ha scoperto alcune cose estremamente significative; oggi, grazie a Freud possiamo parlare di mente conscia, una cosa fragilissima, la parte più piccola del tuo essere. Dietro la mente conscia vi è la mente subconscia, qualcosa di vago che puoi sentir bisbigliare, ma che non puoi comprendere; è sempre lì, dietro la mente conscia, che fa vibrare le sue corde. In terzo luogo, abbiamo la mente inconscia, che incontri solo nei sogni. Se scendi ancora più in profondità, arriverai all’inconscio collettivo che racchiude l’intero genere umano, e ancora più in profondità arriverai all’inconscio cosmico. L’inconscio cosmico è la natura.

Freud è penetrato negli abissi, ma Sri Aurobindo ha cercato di raggiungere le vette. Al di sopra della nostra mente cosiddetta cosciente, esiste la vera mente cosciente: la si raggiunge solo grazie alla meditazione. Quando alla tua normale mente cosciente aggiungi la meditazione, quando oltre alla normale mente cosciente è presente in te la meditazione, questa mente
diventa la vera mente consapevole. Oltre alla vera mente cosciente, esiste la mente della super-consapevolezza. Quando mediti, hai solo dei barlumi. Certo, si aprono delle finestre, ma ricadi subito indietro, continuamente. Mentre possedere una mente super-consapevole (Samadhi ) significa che hai raggiunto una capacità di percezione cristallina, una consapevolezza totale che ora non puoi più caderne al di sotto. Al di là della mente super-consapevole, si trova il super-conscio collettivo; il super-conscio collettivo, nelle nostre religioni, è conosciuto come “le divinità”. E oltre si
ha la super-consapevolezza cosmica, che va al di là anche delle divinità. Buddha lo chiama Nirvana, ma tu puoi chiamarlo la verità.

Questi sono i nove stati del tuo essere, e tu vivi rannicchiato in un angolino minuscolo: la piccola mente conscia… è come se qualcuno possedesse un palazzo, e si fosse completamente dimenticato di averlo, e vivesse sotto il
porticato… credendo di non avere altro!

Se studi Freud, egli parla di qualcosa al di sotto di te, il che non ti crea alcun imbarazzo: tu sai che sei cosciente e che al di sotto esiste l’inconscio, e l’inconscio collettivo. Ma tutti quegli stati della mente sono al di sotto di te; tu sei in cima, e la cosa ti fa sentire molto bene. Viceversa, se studi Sri Aurobindo, ti sentirai a disagio, perché al di sopra del tuo stato di coscienza esistono altri stati più elevati e l’ego dell’uomo non vuole mai accettare che esista qualcosa di superiore a sé.

Se rimani inconsapevole, addormentato, dovrai morire ancora. Se vuoi
liberarti dalla ruota della nascita e della morte, dovrai conseguire un pieno e assoluto risveglio. Dovrai raggiungere vette di consapevolezza sempre più elevate. E queste cose non devono essere accettate su basi intellettuali: queste cose devono diventare esperienza, queste cose devono diventare esistenziali. Non dovete convincervi da un punto di vista filosofico, perché non porta a nulla, . I veri frutti si hanno solo quando operi in te uno sforzo immane per giungere al risveglio.

Egli osserva.
Egli ha chiarezza.

L’unica cosa che si deve imparare è l’arte dell’osservazione. Guarda! Osserva ogni azione che compi. Osserva ogni pensiero che scorre nella tua mente. Osserva ogni desiderio che prende possesso di te. Osserva anche i
più piccoli gesti – camminare, parlare, mangiare, fare il bagno. Continua a osservare ogni cosa. Lascia che ogni cosa diventi un’occasione per osservare. Mangia lentamente, osservando, ogni boccone deve essere masticato, assaporato. Odora, tocca, senti la brezza e i raggi del sole. Osserva la Luna… e diventa un semplice specchio d’acqua silente che osserva.

Ricorda una cosa: quando ti rendi conto che ti sei dimenticato di osservare, non rammaricartene, non dispiacertene; altrimenti stai di nuovo perdendo tempo. Non sentirti infelice per aver mancato un’altra occasione; non
lasciarti travolgere dal sentirti un peccatore. Non iniziare a condannarti, a biasimarti perché tutto ti sembra essere solo uno spreco di tempo… perché ti senti un caso senza speranza! Non pentirti mai per il passato! Vivi nel momento.

Quando osservi, nasce chiarezza, poiché la chiarezza è frutto dell’osservazione. Più diventi osservatore, più la fretta diminuisce. Diventi più gentile, più aggraziato. Mentre osservi, la tua mente bisbetica
chiacchiera meno: l’energia che si manifestava in chiacchiere, ora si trasforma, diventa osservazione e la mente non avrà più il suo nutrimento. I pensieri inizieranno a farsi più flebili, inizieranno a perdere di spessore e di rilievo… a poco a poco, inizieranno a morire. Man mano che i pensieri moriranno, nascerà la chiarezza. A quel punto, la tua mente diventa uno specchio.

Come è felice! Perché vede che l’essere svegli è vita.
Come è felice, seguendo il cammino del risveglio.
Con grande perseveranza egli medita, cercando libertà e felicità.

Ascolta queste parole molto attentamente: Con grande perseveranza… Se non compi uno sforzo totale per risvegliarti, non accadrà. La consapevolezza genera interiorità, ti rende introverso; ti porta all’interno, sempre più in profondità. E “sempre più in profondità” significa anche “sempre più in alto”: queste due dimensioni crescono di pari passo. Proprio
come cresce un albero: tu lo vedi crescere solo verso l’alto, non vedi le radici che affondano nel suolo. Ma, come prima cosa, le radici devono affondare nel suolo, per permettere all’albero di crescere in altezza. Se un albero vuole raggiungere il cielo, dovrà far affondare le sue radici in
profondità, dovrà raggiungere la massima profondità. L’albero cresce contemporaneamente in entrambe le direzioni.

Ho parlato di nove stati di consapevolezza. I rami della tua consapevolezza andranno verso l’alto: dalla mente conscia a ciò che è veramente alla mente consapevole; da ciò che è veramente consapevole alla super-consapevolezza; dalla super-consapevolezza alla coscienza collettiva; dalla
coscienza collettiva alla coscienza cosmica.
E le tue radici cresceranno dal cosiddetto conscio al subconscio, dal subconscio all’inconscio, dall’inconscio all’inconscio collettivo, dall’inconscio collettivo all’inconscio cosmico.

Tu vivi come se fossi ubriaco, pertanto ti si può perdonare se ricadi
continuamente. Ma non appena te ne rendi conto, non appena arriva un raggio di luce e te ne ricordi, torna a impegnarti con tutte le tue forze… non restare uno sciocco, non restare addormentato, non restare ubriaco. Dovrai liberarti da molti strati di ubriachezza. L’avidità è uno stato di ubriachezza, la mente chiede sempre di più, non smette mai di chiedere. Se corri dietro ai soldi, vorrai averne di più, se corri dietro al successo, vorrai averne di più. Se sei interessato a diventare umile, vorrai più umiltà, perché devi diventare l’uomo più umile del mondo. Non c’è mai fine a questa domanda costante della mente: sempre di più…
La stessa cosa è vera per la rabbia. Non hai mai osservato che, quando sei in
collera, fai cose che normalmente non faresti? Dici cose di cui poi ti penti amaramente? E in seguito non riesci a credere di aver detto simili stupidaggini, di aver potuto dire tali idiozie… Cosa succede quando sei arrabbiato? Sei in uno stato di ubriachezza. Osserva di più, e in te ci sarà meno rabbia, ci sarà meno avidità, ci sarà meno gelosia.

Quando in voi affiora la rabbia, sedetevi nella vostra stanza,
chiudete le porte, e osservatela. Voi conoscete due sole modalità: o siete in collera, diventate violenti, distruttivi, oppure vi reprimete. Non conoscete la terza modalità, quella dei Buddha: non esplodere e non reprimere: osserva. La repressione ti aiuta a diventare una persona socialmente migliore, ma crea dentro di te una ferita, una vera e propria ferita, dentro di te la
follia aumenta a vista d’occhio.

Perciò svegliati, rifletti, osserva.
Lavora con cura e attenzione.
Vivi seguendo il sentiero e la luce crescerà in te.

La luce cresce spontaneamente. Diventa semplicemente più silenzioso, osserva con maggior attenzione, sii più meditativo… e la luce scenderà in te.
Spontaneamente! Non devi andare da nessuna parte.

Osservando e lavorando il Maestro costruisce per sé un’isola che la marea non può sommergere.

Il tuo osservare diventa un’isola che nessuna passione, nessuna cupidigia, nessuna avidità, nessuna rabbia può più dominare.Con quell’isola, per la prima volta diventi un uomo totale, un essere umano. Questo essere umano oggi è assolutamente indispensabile, questo è il nuovo essere umano.

Domande e risposte

Non ci sono risposte, esiste solo la risposta. La mente ha risposte su risposte, ma non ha la risposta. La puoi conoscere, ma non la puoi ridurre a
sapere, non la puoi esprimere verbalmente. È luce che illumina semplicemente la tua interiorità. Non è una risposta a una domanda specifica. È la fine di ogni interrogarsi, non si relaziona affatto a una domanda. Dissolve semplicemente tutte le domande e resta uno stato
privo di qualsiasi interrogativo.

È inevitabile che in te sorgano delle domande, poiché ancora non sono state tagliate le radici. Le radici sono tagliate solo quando sconnetti te stesso dalla mente, quando tutte le identificazioni con la mente sono lasciate cadere, quando sei testimone, che osserva, che guarda, ma che non si identifica con alcunché – buono o cattivo, peccatore o santo, questo o quello – in quella testimonianza, ogni interrogativo si dissolve. Scivola fuori dalla mente! È uno stato di assoluto silenzio, di pace, di non-pensiero. Buddha lo chiama “giusta presenza attenta” – “sammasati”. E dichiara che a quanti sono
pienamente consapevoli, attenti, all’erta, la verità giunge spontaneamente.

Essere in silenzio, significa avere la risposta. Essere in silenzio significa essere privi di domande… La mente è l’unico nemico; non ne esistono altri. Il Diavolo non è qualcuno esterno a te; è la tua mente che continua a tentarti, che continua a ingannarti, a manipolarti, a crearti sempre nuove illusioni. Stai attento, osserva la mente! E nell’osservare, le domande compaiono… non ricevono una risposta. Il Buddha non conosce alcuna risposta… non è che sia arrivato alla conclusione di ogni interrogativo; no, niente affatto! Al contrario, non ha più interrogativi.

Le informazioni le puoi ottenere ovunque, devi disimparare qualsiasi cosa tu abbia imparato finora, devi funzionare da uno stato di non-conoscenza, agire spontaneamente, non in funzione del passato e delle conclusioni a cui sei giunto. E quando sarai silente, senza che alcun sapere rumoreggi all’interno, la tua percezione sarà limpida, non ci sarà più polvere sullo specchio… rifletterai ciò che è. E da quel riflesso, qualsiasi azione insorga è virtuosa.

Disciplina e individualismo

Domanda: “Disciplina e individualismo sono diametralmente opposti?”

Disciplina non significa farsi dominare, ma assumersi le proprie responsabilità. E’ solo attraverso le responsabilità che si cresce. La crescita diviene possibile nell’adempiere in pieno le proprie responsabilità.

L’individualista non è ancora un individuo. L’individualista che crede nell’individualismo è solo un egoista. Ed essere egoisti non equivale a essere un individuo: l’individuo non ha ego alcuno.

Individuo significa indivisibile, indica un essere integro. Tutti hanno l’ego! La cosa straordinaria è l’assenza dell’ego. L’ego è una falsa entità, non ti permette di essere reale, è falso, è un inganno, è un’illusione. Tu non sei separato dall’esistenza, ma l’ego continua a fingere la separazione tra te e l’esistenza.

Per rispondere alla domanda iniziale: “Disciplina e individualismo non sono diametralmente opposti?”. Non lo sono! Un individuo è sempre un essere disciplinato. Una persona priva di disciplina non è un individuo: è solo un caos, è multi-frammentario. Tutti i suoi frammenti funzionano separatamente, in opposizione l’uno con l’altro. Ed è così che la gente vive normalmente: una parte della mente va a sud, un’altra parte va a nord; una parte dice una cosa, l’altra parte dice l’opposto. Una parte dice: “Fai questo”. Un’altra immediatamente replica: “No!”. Qualcosa dice: “Sì”, e
qualcosa subito lo distrugge immediatamente, dicendo: “No”.

Un individuo è un essere che funziona come una totalità. Può accadere solo attraverso una disciplina consapevole. Questo è ciò che Buddha mette in evidenza: perseveranza, sforzo, uno sforzo deliberato e consapevole per crescere. Certo, a volte è doloroso, ma tutto dipende da come lo interpreti: Se veramente vuoi crescere, non è doloroso; è enormemente piacevole. Ogni passo fatto più in profondità nella disciplina procura una gioia sempre più grande, perché ti dona sempre di più un’anima, un essere vero.

Per diventare disciplinato devii sapere che il primo principio della disciplina è la resa. Apparentemente sembra una contraddizione, perché ti hanno insegnato che se ti arrendi non sarai mai più un individuo. Invece è il contrario: se non sei in grado di arrenderti, non sarai affatto un individuo. Solo un individuo può arrendersi. La resa è un fenomeno così grande che solo un uomo di grande volontà riesce a operarla: è la forma più evoluta della volontà. Abbandonare la tua volontà richiederà inevitabilmente una volontà totale. La disciplina è la via per creare
individualità (essere un individuo integro).

Ma ricorda: essere un individuo non vuol dire essere individualista. L’individualismo è un’espressione dell’ego. E le persone che credono nell’individualismo non sono individui.

Liberarsi dal Pattume

Domanda: “Maestro, come faccio a liberarmi da questo pattume?”

Se è pattume, sapendo che si tratta di immondizia, lasciala andare! Ma sembra che tu l’affermi solo per averlo sentito dire da me. In te è diventata una credenza; non è qualcosa che sai tu, non è una tua esperienza… Ti limiti semplicemente a cambiare l’oggetto della tua fede, ma la professione di fede rimane: la stessa mente che crede! Ti dico di lasciar cadere ogni fede e di iniziare a vedere. È una tua comprensione la sensazione che sia pattume? In questo caso non chiederesti come fare per liberartene: nessuno chiede come fare a liberarsi dall’immondizia. Vedere che è immondizia è liberarsene; riconoscere che è immondizia è liberarsene! L’immondizia non si aggrappa a te… tu ti aggrappi a lei! L’immondizia non si preoccupa minimamente di te, se te ne liberi, non protesterà, non dirà una sola parola. Perché qualcuno si aggrappa a qualcosa? Perché in cuor suo continua a credere che sia preziosa.

Domanda: “Perché ho la sensazione che mi manchi qualcosa?”

Perché fin dalla tua infanzia ti è stato insegnato che sei intrinsecamente indegno. Il valore deve essere conseguito, il merito deve essere provato. E il modo migliore per distruggere un bambino è annientare la sua fiducia in se
stesso. Per distruggere la fiducia che il bambino ha in se stesso, gli devi dimostrare che il merito non è un dato di fatto, deve essere conseguito nella vita e lo si può mancare. Se non lavori, se non sei oltremodo ambizioso, se non lotti allora non otterrai. Sei stato condizionato a essere violento, ambizioso, pieno di desideri: avere più soldi, avere più potere, avere più prestigio. Poiché ti è stato detto che, da un punto di vista intrinseco, non hai alcun valore, è sorto questo problema. Ma io affermo che voi siete meritevoli in voi stessi, nascete in quanto Buddha. Siete inconsapevoli della realtà del vostro essere, ma voi siete divinità nascoste.

Avete creduto troppo ai vostri genitori, ai vostri insegnanti e avete
raccolto qualsiasi cosa vi abbiano detto. È immondizia, ma vi siete tirati dietro quel pattume così a lungo che ora lasciarlo cadere d’acchito sembra impossibile. Io vi dico: liberatevene, e siate dei Buddha da questo preciso istante! Non si tratta di realizzare, si tratta solo di essere coscienti, all’erta, svegli… non è affatto qualcosa da conseguire.

E a questo punto, tu mi ascolti… una parte della tua mente dice: “Certo, il Maestro deve aver ragione!”. Quando mi sei vicino, inizi a sentire che è vero. Quando ti allontani, la mente ripiomba in scena e ti sopraffà ed ovviamente, è molto potente, per questo distrugge la tua intelligenza.

L’intelligenza non ha nulla a che vedere con la mente; l’intelligenza ha a che fare col cuore. È una qualità del cuore, mentre l’intelletto è una qualità della mente, è cerebrale. Il tuo intelletto è carico di immondizia, e io sto
cercando di risvegliare la tua intelligenza. L’intera società ha cercato di renderti inconsapevole della tua intelligenza. Essa è contro l’intelligenza: vuole che voi siate mediocri, perché solo le persone mediocri possono essere buoni schiavi. Non vuole che siate intelligenti, ma stupidi, perché
solo gli stupidi possono essere dominati. Intelligenza vuol dire che iniziate
a pensare in prima persona, iniziate a guardarvi intorno con i vostri occhi. Non crederete più ai profeti, ai testi sacri, crederete solo alla vostra esperienza. Esperimenta, medita, fai esperienza… se non diventa una tua comprensione, non servirà a nulla.

Perché ti manca qualcosa? Perché ti è sempre stato ripetuto che devi
trovare qualcosa. E poiché tu non lo trovi, ecco che sorge in te la sensazione che ti manchi qualcosa. E io ti dico che lo possiedi già! Guarda semplicemente dentro di te, e troverai tesori infiniti di gioia, amore, estasi. Se guardi dentro di te, vedrai che non ti manca nulla; ma se continui a cercare all’esterno, ti sentirai sempre più frustrato. Man mano che invecchi, avrai la sensazione che ancora non hai trovato nulla. E l’ironia della storia è che non hai mai perso nulla. È sempre stato dentro di te. Ma non credermi, io non sono qui per creare dei fedeli, sono qui per aiutarti a sperimentare. Nel momento in cui diventa la tua esperienza, ti libera. La verità libera. Certo, la verità libera, ma la verità deve essere vostra. Nessuna verità di qualcun altro potrà mai liberarvi…

Concludendo io non posso aiutarti a liberarti da questa immondizia, posso solo aiutarti a essere più consapevole. E se sei consapevole quella immondizia cadrà da sola. Un giorno, all’improvviso, scoprirai che è scomparsa, che è svanita. Man mano che la consapevolezza acquista profondità, ogni pattume scompare…

L’Inno dell’amore e lo specchio

Amato Maestro, spesso leggo l’“Inno dell’amore”, nel Nuovo Testamento. A me sembra che questo sia esattamente il tuo messaggio.

Il messaggio di tutti i Buddha è sempre lo stesso, perché la verità è una. Milioni di dita possono indicare la stessa Luna.

Se parlo le lingue degli uomini e anche quelle degli angeli, ma non ho amore, sono un metallo che rimbomba, uno strumento che suona a vuoto.
Se ho il dono d’essere profeta e di conoscere tutti i misteri, se possiedo tutta la scienza e anche una fede da smuovere i monti, ma non ho amore, io non sono niente.
Se do ai poveri tutti i miei averi, se offro il mio corpo alle fiamme, ma non ho amore, non mi serve a nulla.

Chi ama è paziente e generoso.
Chi ama non è invidioso, non si vanta e non si gonfia di orgoglio.
Chi ama è rispettoso, non cerca il proprio interesse, non cede alla collera e dimentica i torti.
Chi ama non gode nell'ingiustizia, la verità è la sua gioia.
Chi ama tutto scusa di tutti ha fiducia, tutto sopporta mai perde la  speranza.

L’amore non tramonta mai: cesserà il dono delle lingue, la profezia,  passerà, finirà il dono della scienza.
La scienza è imperfetta, la profezia è limitata, ma verrà ciò che è perfetto ed esse svaniranno.

Quando ero bambino parlavo da bambino, come un bambino pensavo e ragionavo. Da quando sono uomo, ho smesso di agire così.
Ora la nostra visione è confusa, come in un antico specchio; ma un giorno saremo a faccia a faccia dinanzi a Dio.
Ora lo conosco solo in parte, ma un giorno lo conoscerò come lui mi conosce.

Ecco dunque le tre cose che contano: fede, speranza, amore.
Ma più grande di tutte è l’amore. 

Queste sono le qualità essenziali di una persona religiosa. Chiunque abbia detto quelle cose deve essere stato un illuminato. Tuttavia, non continuare a ripeterlo, non limitarti a leggerlo: non è sufficiente. Mettilo in pratica. una preghiera non è qualcosa da leggere, bensì da vivere. Vivila!

Le scritture possono essere comprese solo se, come prima cosa, vengono messe in pratica. La gente fa l’esatto opposto: legge i testi sacri e cerca di comprenderli. Da un punto di vista intellettuale non è difficile capire queste
scritture, sono semplici. Le persone diventano veri esperti, maestri nel ripetere questi testi… e non vanno oltre. La poesia non ti può liberare, a meno che non diventi la tua esperienza personale.

Le tue interpretazioni rifletteranno sempre e soltanto te. Quando guardi in uno specchio, vedrai il tuo volto, vedrai te stesso. Non puoi vedere lo specchio, puoi solo vedere il tuo volto riflesso in lui. Sarai in grado di vedere lo specchio solo quando avrai perso il tuo volto, quando avrai perso la tua testa. Quando sarai diventato un nessuno, allora mettiti di fronte a uno specchio, e vedrai lo specchio e il suo riflettere, ma tu non verrai rispecchiato. Non sarai presente in quello specchio… prima di diventare un’assenza, non serve mettersi di fronte allo specchio. Ed è ciò che la gente continua a fare: legge la Bibbia, il Corano, il Dhammapada… e legge se stessa.

Non puoi capire Gesù, Mosè, Zarathustra… la tua “faccia” interferirà troppo. Non puoi affrontare direttamente i detti dei Buddha. Come prima cosa dovrai entrare in te stesso. “Non importa il nome del Buddha, chiunque le abbia dette era un Buddha!”. E io lo ripeto a te, perché anch’io lo so. Una volta che hai assaporato il vero, lo sai. In qualsiasi forma la verità si presenti, la riconosci immediatamente. Ma come prima cosa, diventane un testimone.

Solo un passo?

Domanda: “Amato Maestro, solo un passo?”

…di fatto, neppure quello… perché non dobbiamo andare da nessuna parte. Dico: “solo un passo” per consolarvi, perché se non ci fosse neppure un passo, sareste troppo perplessi. Riduco tutto al singolo passo, così che vi resti qualcosa da fare, perché voi capite solo il linguaggio del fare. Se dicessi: “Non si deve fare nulla, non si deve fare neppure un singolo passo”, sareste incapaci di dare un senso a ciò che dico. Un singolo passo! Serve solo a farvi capire che nessun agire è essenziale. Per conseguire l’essere, il fare è del tutto inessenziale. Non occorre fare neppure un passo”, perché non ci stiamo muovendo verso l’esterno. I passi sono necessari per muoversi all’esterno, non ne occorrono per entrare dentro di noi.

Fatalisti, esistenzialisti e le qualità dell’uomo nuovo

L’uomo è libero di scegliere. La libertà che l’uomo ha è, al tempo stesso, una
maledizione e una benedizione. Nessun altro essere ha la libertà di scegliere. Le vite di tutti gli altri esseri viventi sono predeterminate, meccaniche, automatiche, e questa è la parte orribile della loro realtà.
L’uomo non è ancora un essere, nel vero senso della parola. È solo un divenire, è sulla strada. Sta ricercando, indaga. Per questo non sa chi egli sia, come può conoscere chi egli sia? Prima che si possa conoscere, deve
accadere l’essere. E l’essere è possibile solo se scegli nel modo giusto, consapevolmente, in piena coscienza.

Quando una persona trova il proprio essere, è un Buddha. Ma il requisito fondamentale è questo: scegli la tua vita con consapevolezza. In ogni caso, devi scegliere. Tu non sei libero di non scegliere: perfino non scegliere diventerà una scelta. Alle moltitudini che si perdono, ciò accade perché non
scelgono, perché si limitano ad aspettare e a sperare che qualcosa accada; e alla fine nulla accade mai.

Nel mondo esistono due scuole di filosofi. Una crede che l’uomo sia nato come essenza, che nasca già pronto, fatto e finito… questa è l’idea dei fatalisti. L’altra crede che l’uomo non sia nato in quanto essenza, ma solo in quanto esistenza. Questa scuola è quella degli esistenzialisti.

Qual è la differenza? L’essenza è predeterminata. Non hai alcuna
possibilità di creare te stesso, sei già fatto. L’esistenza invece non è già presente, è un divenire: devi trovare mezzi e modi per diventare, per essere. La nascita fisica non è la vera nascita; per essere devi prima rinascere un’altra volta. Ovviamente per rinascere non occorre morire fisicamente, devi morire in quanto ego, in quanto personalità; in quanto passato; devi morire in quanto mente, solo quando si muore come mente, si nasce come essere.

Il primo dono della vita avviene attraverso i genitori, il secondo dono dovete darvelo voi stessi. Ci sono tre dimensioni da potere scegliere. Se scegliete una dimensione, conseguirete una particolare integrità, ma
poiché è unidimensionale, non sarà totale. La prima dimensione è quella della scienza, del mondo oggettivo, degli oggetti, delle cose. La seconda dimensione è l’estetica: il mondo della musica, della poesia, della pittura, della scultura, il mondo dell’immaginazione. E la terza dimensione è quella della religione… soggettiva, interiore. Scienza e religione sono polarità opposte: la scienza è estroversa, la religione è introversa. E tra le due si estende il mondo dell’estetica. È il ponte: È scientifica, nel senso che l’arte crea oggetti, ed è religiosa nel senso che, qualsiasi cosa l’arte crei, come
prima cosa viene visualizzata nell’essere interiore di una persona.

Io propongo la quarta via. Il vero uomo sarà simultaneamente tutte e tre le cose: sarà uno scienziato, un artista, e un religioso. E definisco questo quarto uomo “l’uomo spirituale”. Buddha è un Maestro del regno interiore, ma non dà un contributo al mondo, Albert Einstein non contribuisce per nulla riguardo al regno interiore. Il mio sforzo è creare la quarta via: un uomo che riunisca in sé tutte e tre queste dimensioni della vita, che abbia tanta mente logica, quanta ne occorre per essere scientifici, ma che abbia anche tanta poesia, quanta ne occorre per avere senso estetico, e che
abbia anche tanta meditazione e presenza attenta, quanta tutti i Buddha hanno proposto. Il quarto uomo è la speranza del mondo.

Osservare costantemente la mente

Lo sciocco è incurante.
Ma colui che è sovrano della propria vita coltiva con costanza la propria osservazione: è il suo tesoro più prezioso.

Buddha definisce “sciocco” l’uomo, non perché sia ignorante, ma se è inconsapevole, se si comporta inconsapevolmente, se vive nel sonno. Inconsapevolezza = assenza di presenza cosciente. L’essere inconsapevole si muove nella vita come un legno alla deriva, in balia dei venti. Non sa chi è, da dove viene, dove sta andando. Non possiede una ricerca cosciente dell’essere, della verità o della realtà. Si limita a seguire la massa, non ha alcuna idea del perché esiste, per quale scopo, né di cosa fa, e perché lo fa, ma si limita a reprimere il suo dubbio, perché gli crea disagio.

Buddha stesso non è molto colto, né lo è Gesù, né lo è Maometto. Essi sono
semplici, ma la loro semplicità sono tali da aver permesso loro di penetrare l’essenza più intima dell’essere. Sono riusciti a conoscere la propria verità, a raggiungere l’essenza più intima della loro esistenza. Essi sanno, ma non sono colti: la loro sapienza scaturisce da una osservazione attenta e consapevole. La vera sapienza nasce dalla meditazione, dalla presenza attenta, dalla consapevolezza, dall’essere totalmente coscienti, dall’osservazione, dall’essere un testimone.

Se vuoi veramente conoscere, dovrai lasciar cadere tutto il tuo sapere, dovrai tornare a essere simile a un bambino, assolutamente all’erta. Lo sciocco non può stare disoccupato neppure per un solo istante, e questo perché quando non fa nulla, quando è solo, inizia a confrontarsi con se stesso… e la cosa lo terrorizza. Non vuole scendere nell’abisso del proprio essere. Si aggrappa al mondo esterno perché in esso egli è qualcuno. Nel mondo interiore non è nessuno. Prova a osservare la gente! Di fatto è il maggior spettacolo che esista: mettiti sul lato della strada e osserva
semplicemente i passanti. Cosa fanno? Perché lo fanno? Inseguono ombre, inseguono cose di cui non hanno bisogno, si impegnano in sforzi sovrumani per conseguire qualcosa e, una volta raggiuntala, non sanno cosa farsene. E poi osserva te stesso – cosa fai tu? E perché? Stai facendo lo stesso?

L’uomo saggio si muove con determinazione, compie ogni passo in piena coscienza. La sua vita è una costante ricerca del vero. Non è mai dispersivo; rimane all’erta in ogni sua azione… non a causa degli altri; è all’erta perché solo così acquisterà una integrità. Lo sciocco è incurante. Il saggio è attento: attento a se stesso, alla propria vita, e anche agli altri. Si prende cura di
ogni cosa, perché valorizza la propria vita e quella degli altri.

Osserva la gente e osserva te stesso, e ti stupirai di quanto inconsapevoli siamo! Quanto siamo disattenti! Non ascoltiamo cosa viene detto, non vediamo ciò che abbiamo davanti agli occhi. I nostri occhi sono annebbiati, le nostre menti confuse, i nostri esseri non hanno alcuna chiarezza.
Continuiamo a dire cose che non avremmo mai voluto dire, e poi soffriamo a causa loro. Continuiamo a fare cose – perfino mentre le facciamo, non vorremmo farle, eppure continuiamo… una forza inconscia continua a spingerci. A volte decidiamo perfino di non fare una certa cosa, di non dire una certa cosa – ma poi la facciamo, anche se contrasta con la nostra decisione. Non abbiamo alcuna determinazione, non abbiamo alcuna risolutezza, non abbiamo alcuna volontà.

Lo sciocco è incurante.
Ma colui che è sovrano della propria vita coltiva con costanza la propria osservazione: è il suo tesoro più prezioso.

Lo sciocco resta uno schiavo degli istinti, dei desideri inconsci, dei capricci, schiavo della società in cui è nato, schiavo delle mode. Si limita a collezionare gesti imitativi… se il vicino compra una casa in collina, deve comprarla anche lui. Troverà difficoltà a mettere insieme i soldi, forse dovrà prendere del denaro in prestito, gli ci vorranno anni per pagare il debito, ma deve comprarla. Il suo ego è ferito.

L’uomo che osserva diventa padrone della propria vita. Vive in funzione della propria luce, non in base alla vita degli altri. Vive in funzione dei propri bisogni. Se sei saggio, se osservi in piena coscienza, vivrai una vita appagata, semplicissima e attorniato da pochi oggetti. Continuate a
osservare… qualsiasi cosa vi sia necessaria, abbiatela; e qualsiasi cosa non vi sia necessaria, dimenticatevene. Prima di iniziare a desiderare una cosa, pensateci tre volte… e rimarrete sorpresi: su cento cose che desiderate,
novantanove sono assolutamente inutili, servono solo a tenervi occupati, a tenervi lontani da voi stessi; quella è la loro unica funzione. Sono pericolose: ed è a causa di queste cose inutili che sprecherete la vostra vita.

…colui che è sovrano della propria vita coltiva con costanza la propria osservazione…

Vivi osservando attentamente e non verrai intrappolato. Vivi inconsapevolmente e verrai intrappolato a ogni passo; la tua vita diventerà una prigione. E nessuno ne sarà responsabile, a eccezione di te. Il saggio, qualsiasi cosa fa, la fa con piena consapevolezza. Qualsiasi cosa fate voi, la fate praticamente da automi, meccanicamente. Dovrete deautomatizzare voi stessi. E la meditazione non è altro che questo: un processo di
deautomatizzazione.

La luce della consapevolezza che rende preziose le cose, le piccole cose
non sono più piccole, anche un comune sasso sulla spiaggia diventa un diamante. Se invece tocchi un diamante nel tuo stato di inconsapevolezza, si riduce a un sasso. La tua vita avrà tanta profondità e tanto significato, quanta sarà la tua consapevolezza.
Oggi, in tutto il mondo, la gente chiede: “Qual è il significato della vita?”. Ovviamente, il significato è perduto perché avete perso la strada, e quella
strada si chiama consapevolezza… il suo tesoro più prezioso.

Egli non si lascia mai sedurre dal desiderio. Egli medita.

Cosa intende Buddha con “desiderio”? Nella terminologia di Buddha, il desiderio è la mente. Desiderio significa non essere qui e ora, significa spostarsi altrove, indica i mille modi con cui si sfugge dal presente. Come crei il futuro nella tua mente? Desiderando che vuoi fare qualcosa domani devi creare un domani psicologico. Il desiderio ti allontana dal qui e ora, e il qui-e-ora è la sola realtà. Per questo Buddha dice: Egli non si lascia mai sedurre dal desiderio. Non si sposta mai nel futuro, vive nel presente. L’uomo che vive nel futuro, vive una vita falsa. Non vive veramente, finge solo di vivere. Spera di vivere, desidera vivere, ma non vive mai. E il domani non arriva mai… è sempre e solo oggi, è sempre e solo qui e ora, Quell’uomo non sa come vivere qui-e-ora; sa solo fuggire dal qui-e-ora. La via per fuggire è chiamata “desiderio”, “tanha”… questa è la parola che Buddha usa per indicare la fuga dal presente, dal reale all’irreale.
L’uomo che desidera è un escapista. La cosa stranissima è che i meditatori vengono ritenuti escapisti perché si sostiene che si tratta di una fuga dalla
realtà. E’ una assurdità: meditazione significa uscire dal meccanismo desiderio, uscire dai pensieri, dalla mente, rilassarsi nel momento presente. Egli torna a riportare se stesso al presente, continuamente e ripetutamente. In continuazione la mente torna a mettersi in funzione, e sempre egli la riporta al presente. Pian piano, inizia ad accadere: la finestra si schiude, per la prima volta vedi il cielo per ciò che è, per la prima volta senti il vento, la pioggia e il sole nella loro immediatezza, perché tu diventi meditativo. Inizi a toccare la vita. In questo caso, la vita non è più una parola, bensì una realtà tangibile che è appunto qui e ora. La meditazione è uno stato di non-mente è la sola via che può condurti oltre ciò che sei, il solo modo per trascendere se stessi.

Il Buddha chiama la meditazione “Sammasati”, ma nelle lingue occidentali non esiste una traduzione che ne comprenda tutte le sfumature. È stato tradotto come “meditazione”, come “giusta presenza attenta”, come “presenza cosciente”, come “consapevolezza”, come “stato di all’erta”, come
“osservazione cosciente”. “Sammasati” significa: è presente la consapevolezza ma senza un contenuto. Non c’è pensiero, nessun desiderio,
nulla che si agiti dentro di te. Non stai contemplando e neppure sei concentrato su un oggetto in particolare, non stai facendo nulla di nulla. La mente è assolutamente vuota, e tu sei semplicemente presente in quel vuoto. Una sorta di presenza, una presenza pura, senza alcuna meta da
raggiungere… assolutamente rilassato in te stesso, a riposo, a casa. Quello è il significato che Buddha dà alla parola “meditazione”.

Egli non si lascia mai sedurre dal desiderio.
Egli medita.
E nella forza del suo proposito scopre la vera felicità

La beatitudine è vera felicità. Ciò che voi definite felicità è semplice miseria, sotto mentite spoglie. Ciò che definite felicità, non è altro che piacere, svago,
divertimento. È momentaneo, non può essere vero. La verità deve avere una qualità, e cioè il sapore dell’eterno. Se qualcosa è vero, è eterno; se è falso, è momentaneo. La vera felicità si trova solo quando la mente arresta
del tutto le proprie funzioni.

Egli vince il desiderio e dalla torre di saggezza guarda verso il basso con distacco imparziale la folla immersa nell'afflizione.
Egli guarda verso il basso coloro che vivono attaccati al suolo

Allorché si diventa un Buddha – vinto il desiderio, vinta la mente, vinto il tempo, trasceso l’ego – non si è più parte di questa Terra. Si vive ancora sulla Terra, ma l’anima si libra così in alto che, dalle vette assolate del suo essere, il Buddha può vedere la folla disperata che vaga nelle valli oscure della vita muovendosi a tentoni, ubriaca, lottando, persa nell’ambizione, nell’avidità, nella rabbia, nella violenza… un vero e proprio spreco di opportunità immense. Nel suo essere affiora un’immensa compassione..

Passione vuol dire usare l’altro come uno strumento… Usare qualcuno
come uno strumento… significa sfruttarla. Quando inizi a meditare, ti sposti su un secondo livello, il disincanto e l’amore scompare. Per un momento, in quell’intervallo, l’uomo che si sta incamminando verso la Buddhità, diventa assolutamente freddo, privo di qualsiasi passione.
E poi si raggiunge il terzo stadio, cioè quando si è conseguita la beatitudine e l’amore ritorna…

Con presenza cosciente tra gente incosciente, risvegliato mentre gli altri sognano, veloce come un cavallo da corsa egli distanzia la folla.

Un Buddha è risvegliato. Perfino mentre dorme non sogna. Quando il desiderio scompare, scompaiono anche i sogni. I sogni sono desideri tradotti nel linguaggio del sonno. Un Buddha dorme in piena consapevolezza. Noi dormiamo anche quando siamo svegli: egli è
sveglio anche quando dorme.

Con l’osservazione Indra divenne il re degli dei.
Quale meraviglia è l’osservazione, quale follia è dormire.
Il bhikkhu che osserva con attenzione la propria
mente e disdegna la caparbietà dei propri pensieri
distrugge col fuoco della propria coscienza vigile
tutti i vincoli del mondo.

La meditazione è fuoco: arde i tuoi pensieri, i tuoi desideri, i tuoi ricordi; incenerisce il passato e il futuro. Brucia la tua mente e l’ego. Ti sottrae tutto ciò che pensi di essere. È una morte e una rinascita. Rinasci di nuovo. Perdi totalmente la tua identità, e consegui una nuova visione della vita.

La mente è confusione. Pensieri e pensieri… dentro di te, esiste una folla che rumoreggia, una continua lotta fratricida. I pensieri lottano tra
loro, i pensieri vogliono tutti che tu li appaghi. È una gran confusione… ed è ciò che tu definisci “mente”. Ma se sei consapevole che la mente è confusione, e non ti identifichi con la mente, non cadrai mai. La mente diventerà impotente; e poiché tu osserverai incessantemente, le tue energie si allontaneranno dalla mente e non le daranno più alcun nutrimento. E allorché la mente morirà, tu nascerai come non-mente. Quella nascita è l’illuminazione, ti porta per la prima volta nella regione in cui dimora la pace. Altrimenti, rimarrai un inferno, come adesso. Ma se prendi una decisione, se decidi, se scegli la consapevolezza, in questo
preciso istante puoi fare un salto, un balzo dall’inferno al paradiso.

L’inferno non costa nulla. Il paradiso richiede un grande sforzo, perseveranza, determinazione. L’inferno significa che puoi restare inconsapevole, puoi restare così come sei. Il paradiso significa che devi elevarti al di sopra di te stesso, devi trascendere. Devi spostarti dalle valli verso le vette. Osserva, sii consapevole, medita, e un giorno ti troverai su quei picchi assolati. Quella è liberazione, quello è Nirvana… l’arresto dell’ego e la nascita di Dio. Voi tutti avete le qualità per essere divinità. Ascoltate Buddha; e non limitatevi ad ascoltare lui, agite, dedicatevi a una vita di consapevolezza, osservate costantemente.

Estetica, scienza e religione: le tre dimensioni dell’essere.

Con la parola “estetica” qui si intende una qualità del tuo essere, una sensibilità per il sapore delle cose una consapevolezza di tutto quello che sta intorno a noi (non solo oggetti), per esempio si intende anche un silenzio che ascolta questo cuculo che chiama da lontano… è l’essenza più intima dell’esistenza. L’estetica non è altro che un approccio artistico nei confronti della vita, una visione poetica. Significa vedere i colori con tanta totalità che ogni albero diventa un quadro, ogni colore è più intenso, tu non ignori più la luminosità delle cose, resti all’erta e consapevole in questo modo riesci ad accogliere in te l’intera esistenza. E’ questo l’approccio estetico alla vita.

E’ inclusa anche la musica, non solo i colori. Un uomo può esistere in quanto caos, oppure come un cosmo. La musica è il sentiero che conduce dal caos al cosmo. Un uomo può esistere in quanto disordine (caos) o come un sacro silenzio, in cui si ode una musica celestiale che sgorga da se stessa. È presente nel tuo essere; non devi andare da nessuna parte, per sentirla, è la musica del tuo stesso essere, il mormorio della tua stessa esistenza (cosmo). Se non riesci a sentirla, sei sordo. Devi diventare un artista della vita.

Una donna cieca e sorda dovette trovare nuovi modi per sentire la vita. E a volte le disgrazie si rivelano benedizioni. Quella donna toccava l’acqua, e ne sentiva la quiete, il fluire, la vita, la vibrazione. Voi non la sentirete mai, poiché siete in grado di vedere l’acqua. Poiché lei non poteva vederla, poteva solo percepirne la trama… voi potete vedere, e ve la lasciate
sfuggire, non ne sentite la sostanza, la trama interiore. A volte può essere incredibilmente significativo chiudere gli occhi e toccare semplicemente una pietra, Rimarrete sorpresi… preparatevi a una grande meraviglia. Per la prima volta vedrete la trama della pietra, nella dimensione che le è
propria. Poiché quella donna non aveva occhi, né orecchie, possedeva un senso estetico sviluppatissimo. Era un artista della vita.

Un altro esempio a proposito del diventare artisti della vita ce lo rende lo psicologo Jung: egli sosteneva che se eri in grado di dipingere i tuoi incubi te ne liberi più facilmente. Qualsiasi cosa venga fatta affiorare alla sfera cosciente dall’inconscio, implica un liberarsene. Invece per secoli ci è stato detto di reprimere le paure, facevamo l’esatto opposto, affondavamo il cosciente nell’inconscio, poteva sembrare di essercene liberati, ma di
fatto non era così. In realtà, quelle cose sono scese più in profondità dentro di te, sono affondate in te ancor più profondamente. E ti creeranno ancor più preoccupazioni. Adesso ti controlleranno dall’inconscio, e tu non ne sarai neppure consapevole.

Dipingere significa far affiorare i tuoi sogni alla luce. Ho la sensazione che, se a Picasso fosse stato impedito di dipingere, sarebbe impazzito. I suoi quadri lo hanno salvato… ma di certo i suoi quadri hanno la qualità della follia. Se vivi in una stanza in cui su tutte le pareti sono appesi dipinti di Picasso, ci sarà l’enorme pericolo che quei quadri provocheranno la tua follia. Pertanto, puoi evitare le gallerie d’arte, ma non puoi scavalcare la dimensione estetica del tuo essere, altrimenti rimarrai impoverito, qualcosa in te mancherà.

dovete essere degli esteti, ma per avvicinarsi al mondo oggettivo, nel modo giusto, la sola metodologia da usare è la scienza. Se la Bibbia dice che la Terra non è rotonda, ma piatta, non credeteci: siate scientifici. La Bibbia non ha alcun diritto di dire alcunché su una cosa oggettiva; è un libro religioso, ha una propria dimensione… non confondete queste dimensioni.

A causa di questa confusione, è sorto un forte conflitto tra scienza e religione. Non è necessario: la scienza ha un proprio regno, un proprio territorio. Dapprima furono i preti che iniziarono a interferire con la scienza; ora la storia si ripete nell’ordine opposto… adesso gli scienziati cercano di interferire col mondo della religione. Sarebbe altrettanto stupido chiedere a un grande poeta qualcosa sulla tua malattia solo perché è un grande poeta, infatti non andrai da un grande poeta a farti fare una diagnosi, solo perché è famoso! Andrai da un dottore, che potrebbe non essere affatto un poeta. Lo stesso concetto è altrettanto vero a proposito dello scienziato che non ha nessun diritto di dire alcunché sulla sfera interiore dell’essere umano che è una dimensione religiosa.

Nell’antichità tutti i testi sacri contenevano affermazioni non scientifiche, per una ragione ben precisa: all’epoca non esisteva una scienza in quanto fenomeno separato. I testi religiosi erano gli unici disponibili; pertanto, in essi si raccoglieva ogni cosa: qualsiasi sapere veniva raccolto nelle scritture. Ora la scienza ha un proprio mondo.

Per concludere vorrei che voi foste scientifici per ciò che riguarda
il mondo e per ciò che riguarda la realtà interiore, siate religiosi. Tra questi due mondi ne esiste un altro, un mondo crepuscolare, in cui la sfera oggettiva e quella soggettiva si incontrano: è il mondo dell’estetica. In
quel caso, siate un artista, un musicista, un poeta. Adempiendo tutte e tre queste dimensioni, diventerete esseri spirituali; arricchendovi in tutte e tre queste dimensioni, diventerete il quarto uomo, l’uomo spirituale.

Il rilassamento

Il rilassamento totale è il massimo. È il momento in cui si diventa un Buddha. È il momento in cui ci si realizza, ci si illumina, si consegue la consapevolezza. Inizia a rilassarti. Parti dalla circonferenza, è lì che esistiamo, e possiamo iniziare solo dal punto in cui siamo. Rilassa la circonferenza del tuo essere cioè il tuo corpo, rilassa il tuo comportamento, rilassa le tue azioni. Cammina in maniera rilassata, mangia in maniera rilassata, parla in maniera rilassata. Rallenta ogni processo. Non aver
fretta e non essere in furia. Muoviti come se l’intera eternità fosse a tua disposizione.

Tensione significa fretta, paura, dubbio ed un continuo sforzo per essere
sicuri, per essere protetti. Tensione vuol dire prepararsi oggi per il domani, essere timorosi che domani non si sarà in grado di confrontarsi con la
realtà, pertanto ci si prepara. Tensione vuol dire che il passato non è stato veramente vissuto, ma in qualche modo solo scavalcato (parzialmente vissuto); pertanto, ti è rimasto appiccicato, è un postumo, ti circonda, ti tortura, ti perseguita, attira la tua attenzione. Dice: “Cosa ne farai di
me? Sono ancora incompleta… completami!”. Questo succede perché ti sei mosso come un sonnambulo, hai camminato nel sonno. Pertanto il
passato resta in sospeso, e il futuro crea paura. E tra il passato e il futuro è schiacciato il tuo presente, la tua sola realtà.

Dovrai iniziare a rilassarti, partendo dalla circonferenza. Il primo passo è rilassare il corpo. Ricordati di guardare il corpo, osserva se esiste in lui qualche tensione, da qualche parte: rilassale consapevolmente. Vai
semplicemente in quella parte del corpo, e dille con amore: “Rilassati!”.
E ti stupirà, ma se ti avvicini così a qualsiasi parte del corpo, ti ascolta, ti segue: è il tuo corpo! Lascia che esista un dialogo tra te e il tuo corpo. Digli di rilassarsi, e digli: “Non c’è nulla da temere. Non aver paura. Io sono qui per prendermi cura di te – ti puoi rilassare”. Pian piano, imparerai questo trucco, e a quel punto il corpo si rilasserà. Allora fai un altro passo, un po’ più profondo: di’ alla mente di rilassarsi. E se il corpo ascolta, anche la mente ascolta, ma non puoi partire dalla mente – devi iniziare dal
giusto principio, dal corpo.

Se riesci a rilassare il corpo volontariamente, sarai in grado di aiutare la tua mente a rilassarsi volontariamente. Con la mente ci vorrà un po’ di più, ma
accade. Quando la mente è rilassata, inizia a rilassare il tuo cuore, il mondo delle sensazioni e delle emozioni… si tratta di un fenomeno ancor più complesso, ancor più sottile. Ma ora ti starai muovendo con grande fiducia, avrai una profonda fiducia in te stesso. Ora saprai che è possibile. Se è possibile col corpo e se è possibile con la mente, è possibile anche col cuore. E solo allora, solo quando hai superato questi tre passi, puoi fare il quarto. Ora puoi entrare nell’essenza più intima del tuo essere, che si trova oltre il corpo, la mente e il cuore: il centro stesso della tua esistenza. E potrai rilassare anche quella. Quel rilassamento di certo ti dona la gioia più grande che esista, l’estasi per eccellenza, l’accettazione.

Buddha ripeteva sempre: “Camminate molto lentamente, e fate ogni passo
in piena consapevolezza”. Se fai ogni passo con consapevolezza, inevitabilmente camminerai con estrema lentezza e si sprigionerà in te una qualità di consapevolezza nuova. Mangia lentamente e rimarrai sorpreso… insorgerà un profondo rilassamento. Fai ogni cosa molto lentamente… fallo, semplicemente per cambiare vecchi schemi, solo per uscire da vecchie abitudini.

Domandati se sei consapevole di una tensione profonda all’interno del tuo essere e che in realtà forse non sei mai stato rilassato. Questa è la situazione in cui si trova ogni essere umano. È un bene che tu ne sia consapevole: milioni di persone non ne sono consapevoli. Per il semplice fatto che ne sei consapevole si può fare qualcosa. Se non ne fossi consapevole, non si potrebbe fare nulla. La consapevolezza è l’inizio della trasformazione.

Il rilassamento è un fenomeno multidimensionale, ne fanno parte il lasciarsi andare, aver fiducia, arrendersi, amare, accettare, seguire il flusso, unione con l’esistenza, assenza di ego, estasi. Tutte queste iniziano ad accadere se apprendi le vie del rilassamento.

Seduto nella grotta del cuore

Come l’arciere lavora le sue frecce per renderle diritte,
così il Maestro orienta i suoi pensieri fuorvianti.
Come un pesce gettato a secco, si dibatte sulla riva,
tremano e si dibattono i pensieri.
Come potrebbero mai scacciare il desiderio?
Tremano, sono instabili, vagabondano a loro piacimento.
È bene controllarli.
E padroneggiarli porta felicità.
Ma quanto sono sottili, quanto elusivi!
Il compito è acquietarli, e governandoli trovare la felicità.
Con determinazione costante il Maestro doma i suoi pensieri.
Arresta il loro andirivieni.
Seduto nella grotta del cuore, egli trova la libertà.

La libertà è la meta della vita. Con “libertà” si intende la libertà dal tempo, libertà dalla mente, libertà dal desiderio. Nel momento in cui la mente non è più, sei unito all’universo, sei vasto quanto l’universo stesso. La mente è l’ostacolo fra te e la realtà, e a causa di questa barriera, resti confinato in un cella oscura dove non arriva mai una luce, e dove non potrà mai penetrare gioia alcuna.

Buddha dice che “tanha”, il desiderio, è la causa alla radice di ogni nostra miseria, poiché il desiderio crea la mente. Desiderio vuol dire proiettare se stessi nel futuro, chiamare in causa il domani. Metti in gioco il domani, e l’oggi scompare, non lo puoi più vedere. Chiama in causa il domani e dovrai portarti dietro il peso di tutti i tuoi ieri, perché ogni desiderio nasce dal passato, e ogni desiderio è proiettato nel futuro. Tutta la tua mente è composta da passato e futuro; analizza la mente, scomponila, e vedrai
solo due cose: il passato e il futuro. Non vedrai una sola briciola del tuo presente. E il presente è l’unica realtà, la sola esistenza, l’unica danza che esista.

Il presente può essere trovato solo quando la mente si è acquietata completamente. Quando il passato non ti domina più, e il futuro non ti possiede più, quando sei sconnesso dai ricordi e dalle immaginazioni… in quel momento, chi sei? In quel momento non sei nessuno. E nessuno ti può ferire quando non sei nessuno, non puoi essere colpito – mentre l’ego è dispostissimo a ricevere ferite. L’ego è praticamente alla ricerca di ferite,
cerca il modo di essere ferito; esiste attraverso le ferite: l’intera sua esistenza dipende dall’infelicità, dal dolore.
Quando sei un nessuno, non può esistere l’angoscia esiste un profondo silenzio; Il passato è svanito, il futuro è scomparso, cosa potrebbe creare frastuono? E il silenzio che si sente è celestiale, è sacro. Per la prima volta, in quegli spazi di non-mente, diventi consapevole della sostanza di
cui è composta l’esistenza.

Ad eccezione dell’uomo, l’intera esistenza è estatica. Solo l’uomo è uscito da quella sintonia, si è perso. Solo l’uomo può perdersi, perché solo lui possiede una consapevolezza. Infatti, la consapevolezza ha due possibilità:

1) diventare pura consapevolezza. Se potessi semplicemente mettere in disparte la mente, diventeresti consapevole del gioco cosmico. Allora sei solo energia, e l’energia è qui-e-ora, non lascia mai il qui-e-ora.
2) diventare conscio di te stesso. In questo caso cadi, diventi un’entità separata dal mondo. Diventi un’isola, definita, ben delimitata; sei
confinato, perché ogni definizione delimita.

Essere consci di sé diventa un limite; il sé è confinato; mentre la semplice consapevolezza diventa libertà. Lascia cadere il sé, e sii consapevole! Il messaggio è tutto qui: questo è il messaggio di tutti i Buddha di tutte le
epoche, passate, presenti, future. L’essenza del messaggio è semplicissima: lascia cadere il sé, l’ego, la mente, e sii.

L’arte di mettere in disparte la mente racchiude in sé l’intero segreto della religione, poiché, ponendo la mente in disparte ti apri, e a quel punto l’intera bellezza dell’esistenza – che è infinita! – è tua. Il silenzio ti dà l’opportunità di fonderti, di scioglierti, di scomparire, di evaporare. E quando non sei, sei: per la prima volta, esisti. L’uomo è diventato conscio di sé: è qui che si è perso, questo è il suo peccato originale l’uomo mangia il frutto dell’albero della conoscenza. Quando mangi questo frutto, diventi conscio di te stesso.

Buddha nel Dhammapada, ripete due affermazioni. La prima: “Aes dhammo sanantano, questa è la legge suprema della vita”, e cioè che tu scompaia per trovare te stesso. Lasciando cadere il sé, si diventa il Sé supremo. E l’altra è: “Aes dhammo visuddhya, questa è la legge della purezza”, e cioè de-identificati dalla mente, non pensare a te stesso in quanto mente. Non che Buddha sia contro la mente, non che non la voglia usare, in realtà vuole usarla, ma non vuole esserne usato. E, di solito, si
verifica proprio questo: la mente ti sta usando. Sei diventato uno schiavo. Il padrone è diventato schiavo, e lo schiavo è diventato il padrone.

Le vostre società vi hanno insegnato a lottare,perché se non lotti verrai sopraffatto… Il termine usato da Buddha, “tanha”, implica tutti i significati di desiderio, ambizione, realizzazione. Questi sono i nutrimenti della mente. Se continuate a nutrire la mente, vi avvelenate. E la mente si ingigantirà sempre di più. E quando diventate consapevoli di essere voi le cause della vostra infelicità, le cose iniziano a cambiare. Non sosterrete più la vostra miseria, non le darete più nutrimento. E quando diventerete consapevoli di non essere la vostra mente, ma un testimone che la osserva, iniziate a elevarvi al di sopra della mente, non ne siete più impastoiati.

Questi sutra parlano di come diventare padroni della propria mente. Essi contengono la scienza del diventare il Maestro.

Come l’arciere lavora le sue frecce per renderle diritte,
così il Maestro orienta i suoi pensieri fuorvianti.

Sono i vostri pensieri a dirigervi, o siete voi a dirigere i vostri pensieri? Molto dipende da quell’intuizione. Sono loro a muovere le fila della vostra vita, e voi siete solo degli schiavi? Oppure, voi siete il padrone, e potete dire loro di fermarsi, ed essi vi obbediscono… siete in grado di accenderli e spegnerli? La gente non medita mai su questa realtà, perché li umilia tremendamente. Dimostra la loro impotenza: non sono neppure in grado di fermare i pensieri, i propri pensieri.

Una Parabola Tibetana:

Un uomo servì un Maestro per moltissimi anni. Il suo servizio non era puro, in esso c’era una motivazione: voleva strappare al Maestro un segreto. Aveva sentito dire che il Maestro possedeva… il segreto di fare miracoli. L’uomo aspettava questa opportunità. Disse: “Voglio il segreto per fare miracoli”. Il maestro disse: “Il segreto è molto semplice, ma perché non me lo hai detto subito? Eccotelo…”. Prese un pezzo di carta e scrisse un mantra, composto da sole tre righe: “vado ai piedi del Buddha, vado ai piedi della
Comune del Buddha, vado ai piedi del dhamma, la legge suprema”.
E il Maestro disse a quell’uomo: “Prendi con te questo mantra, ripetilo cinque volte, è sufficiente… è un processo molto semplice. Ricordati solo questa condizione: per ripeterlo, fai un bagno, chiudi la porta, siediti in silenzio… e mentre lo ripeti, per favore non ricordarti mai delle scimmie”.
L’uomo commentò: “Che assurdità dici? Perché mai dovrei ricordarmi delle scimmie? Non le ho mai ricordate in tutta la mia vita!”. L’uomo corse a casa, ma si sentì profondamente imbarazzato: già lungo la strada, nella sua testa erano iniziate a comparire delle scimmie. Ne vide di diversi tipi: piccole e grandi, con la bocca nera e con la bocca rossa… Ci provò per tutta la notte… tornò a farsi un bagno, e tornò a raccogliersi; ma invano, fallì miseramente.
Al mattino, andò dal Maestro, gli riportò il mantra e disse: “Tieniti questo mantra. Mi sta facendo impazzire! Non voglio più fare alcun miracolo, ma ti prego, aiutami a liberarmi da tutte queste scimmie!”.

È praticamente impossibile liberarsi da un singolo pensiero! Se te ne vuoi liberare, diventa ancor più difficile; perché quando decidi di liberarti da un pensiero sorge una questione che rende quel momento decisivo: chi è il
padrone? La mente o tu? La mente cercherà in ogni modo di dimostrare la propria signoria. Adesso lo schiavo non può rinunciare a tutti i suoi privilegi tanto facilmente. La mente ti opporrà una strenua resistenza. Tu ora ridi di quel poveretto, ma rimarrai sorpreso: tu sei quell’uomo!

La gente non guarda dentro di sé. Sa che è meglio non guardare dentro di sé, perché è estremamente umiliante. Vedere se stessi come uno schiavo è umiliante. E la mente è stata sul trono così a lungo che si è abituata a essere il padrone, e non lo è!
Sei nato in quanto consapevolezza, non come una mente. La tua essenza più intima è consapevolezza, non la mente. La mente non è altro che un cumulo di pensieri, pattume del passato. Tu sei qualcosa di totalmente diverso
da tutto ciò.
Osservandolo, pian piano ne vedi la distanza. In te sorge un pensiero, osservalo. Osservalo senza giudicare. Non essere né a favore né contro, guardalo semplicemente, proprio come fossi uno specchio che lo riflette. Una cosa diventerà ovvia: si tratta di qualcosa separato da te. Viene e va, e tu permani sempre. Il riflesso nello specchio non è lo specchio. Molti riflessi vanno e vengono, ma lo specchio rimane. Lo specchio è solo la capacità di riflettere. È presente un pensiero – rabbia, avidità, gelosia – è presente un pensiero, un pensiero qualsiasi… non sei tu!

Purtroppo l’intero nostro addestramento, tutto il nostro condizionamento, è fondamentalmente sbagliato. I nostri linguaggi sono fondamentalmente sbagliati, perché ci danno false nozioni. Quando vedi il pensiero della fame sorgere nella tua mente, subito dici: “Ho fame”, ed è una pura e semplice assurdità. La consapevolezza non ha nulla a che vedere con la fame, ciò che accade è questo: il corpo è affamato, tu ne sei consapevole. Ti limiti semplicemente a riflettere la situazione in cui si trova il corpo. Si dovrebbe dire: “Sono consapevole che il mio corpo ha fame, vedo che il mio corpo
ha bisogno di cibo”.

Uno dei più grandi mistici indiani visitò l’America, si chiamava Ram. Egli parlava sempre di sé in terza persona, non usava mai la parola “io”. Si limitava a chiamarsi “Ram”. Diceva: “Ram ha fame. Ram ha sete. Ram ha sonno”. Qualcuno che non aveva familiarità con questo modo di parlare, un giorno chiese: “Chi è questo Ram?”. E di nuovo lui disse: “Questo corpo è
Ram, questa mente è Ram, e io ne sono l’osservatore proprio come lo siete voi. Così come voi vedete questo corpo che corre nudo nel sole mattutino, anch’io lo osservo. Voi lo osservate dall’esterno, io lo osservo dall’interno… siamo tutti osservatori”. Questo è il modo per de identificarsi dalla mente: sii un osservatore!

Come l’arciere lavora le sue frecce per renderle diritte,
così il Maestro orienta i suoi pensieri fuorvianti.

Quando sei diventato un osservatore, quando hai ridotto i tuoi pensieri a
oggetti osservati, il contenuto della mente non è più potente. La mente è il meccanismo più sofisticato dell’intera esistenza, e la mente umana lo è più di qualsiasi altra. È la macchina più evoluta, può essere usata per grandi cose; ma tu devi esserne il padrone, solo allora la puoi usare. Il primo sforzo deve essere simile a quello dell’arciere che lavora le sue frecce, per renderle diritte. Le vostre menti sono in un caos, Osserva quanto sono contraddittori i tuoi pensieri. Una parte dice di sì, l’altra dice immediatamente di no, dire
sì e no nello stesso tempo è uno spreco di energia. Dicendo di sì e di no contemporaneamente, o alternativamente dove potrai mai arrivare? Rimarrai bloccato nello stesso posto. Raddrizza i tuoi pensieri.

“Il Maestro orienta i suoi pensieri fuorvianti”. Non permette ai
pensieri di guidarlo: è lui a dirigerli. A ogni passo del suo viaggio, egli è perfettamente consapevole di dove si trova; Ciò che definite “esseri umani
normali” non sono affatto normali. Certo, sono normalmente pazzi; sono affetti dallo stesso tipo di follia, per questo sono normali. Guardati semplicemente intorno, limitati a osservare la gente, e rimarrai stupito nel vedere lo stato di assoluta follia che viene riconosciuto come normalità.

Come un pesce gettato a secco, si dibatte sulla riva, tremano e si dibattono i pensieri.
Come potrebbero mai scacciare il desiderio?

I pensieri non possono vivere al di fuori dei desideri, così come un pesce non può vivere fuori dal mare. Fondamentalmente i pensieri sono strumenti di uno stato dell’essere che desidera. E noi desideriamo in
continuazione, desideriamo una cosa o l’altra. Non possiamo smettere di pensare, se continuiamo a desiderare. Come prima cosa si deve tagliare il desiderio, la radice in quanto tale. MA cosa c’è da desiderare nella vita? Coloro che hanno compreso, coloro che hanno realizzato la vita, affermano
che nella vita non c’è nulla che valga la pena desiderare. Vivila! Il desiderio ti porta fuori, lontano, è fuorviante, perché ti conduce nel futuro. Dovrai imparare a rilassarti nel momento presente.Non permettere a te stesso di spostarti dal presente.

La mente corre in continuazione da un oggetto all’altro, da una persona all’altra. Hai una moglie, ma la mente insegue le mogli altrui. Hai dei bambini, ma non ti sembrano mai belli come quelli degli altri. L’erba del vicino è sempre più verde… tutti sembrano più felici di te. Poi, ovviamente, fai un deduzione logica: “Essi hanno case più grandi, bambini più belli, una moglie più bella, più soldi, più potere, più prestigio, pertanto anch’io ho bisogno per essere felice”. Poni delle condizioni alla tua felicità. E nel
momento in cui un uomo pone delle condizioni alla sua felicità, è condannato: rimarrà infelice per il resto della sua vita. La felicità non è condizionabile: non occorre nulla per essere felici. Occorre solo essere vivi – e lo sei, tu sei già vivo! Occorre solo essere consapevoli – e tu lo sei già.
Pertanto, i mistici e i Buddha affermano che la beatitudine è la nostra stessa natura. Ma la mente è un corridore e continua a trascinarti al suo seguito…

La mente è sempre in giro che corre. Non si siede mai, non si può sedere, perché le parrebbe di morire, La gente zen dice di sedere semplicemente in silenzio, senza fare nulla. La cosa più difficile al mondo è sedere semplicemente in silenzio senza fare nulla. Se continui a sederti per alcuni
mesi, senza far nulla, molti pensieri si affolleranno nella tua mente,
molte cose accadranno e la mente dirà: “Perché sprechi il tuo tempo? La mente ti darà mille e un argomento, farà tutto ciò che è possibile per spingerti a non stare semplicemente seduto. Ma se persisti, se perseveri, un giorno sorgerà il Sole. Un giorno accade, non ti senti assonnato, la mente si è stancata di te, è stufa di te, ha lasciato cadere l’idea di poterti intrappolare, e semplicemente la fa finita! E tutto è silenzio,

Tremano, sono instabili, vagabondano a loro piacimento.
È bene controllarli.
E padroneggiarli porta felicità.

Osserva, e vedrai la mente tremante, i pensieri che si agitano e si inseguono l’un l’altro, che corrono in tutte le direzioni possibili: logici, illogici, significativi, insignificanti.
Prova, un giorno, a sederti in camera tua, chiudi la porta e inizia a scrivere i pensieri che affiorano in te. Scrivi qualsiasi cosa affiori per quindici minuti,
continua a scrivere, poi leggi, e rimarrai perplesso: sei pazzo o cosa? Ogni
cosa porta a qualsiasi altra, e il tutto è puramente casuale. Se osservi i pensieri, capirai quanto sia vero quello che dice Buddha:”Tremano, sono instabili, vagabondano a loro piacimento…”, non ti ascoltano, hanno una volontà propria e insistono per restare se stessi. Non vogliono essere confusi con altri, che tu interferisca. Se interferisci, resiste, protesta. E questi milioni di pensieri che fluttuano nella tua testa distruggono la tua
individualità, perché tutti rivendicano la propria. Se non vengono controllati, dice Buddha, non ti potrà mai accadere alcuna beatitudine. Rimarrai in un caos, rimarrai immerso nella confusione.

Libertà significa avere il controllo sulla propria mente, sulla tua cosiddetta mente, che non è tua, perché ti è stata data dagli altri, in singoli frammenti, infatti tu, in prima persona, non sai cosa sia giusto e cosa sia sbagliato; giudichi in base a ciò che dicono gli altri. Dovrai diventare più consapevole, più attento, osservare di più. Se osservi con attenzione, rimarrai sorpreso: non hai una mente davvero “tua”: tutto è preso in prestito! Diventi un essere umano solo quando inizi a riflettere sulle cose in prima persona, direttamente. Quando osservi.

Ma quanto sono sottili, quanto elusivi!
Il compito è acquietarli, e governandoli trovare la felicità.

Non è un lavoro semplice. È arduo, perché la mente è oltremodo astuta e i pensieri sono molto sottili. La mente è astutissima, riesce sempre a trovare nuovi modi per restare la stessa vecchia mente di sempre. State attenti! La mente non è un fenomeno semplice, è molto complesso, sottile, estremamente elusivo. Se cercate di afferrarlo, vi troverete in difficoltà. Se lo spingete fuori dalla porta principale, rientrerà dal retro. Se la volete
controllare e reprimere, inizierà a operare dall’inconscio – la qual cosa è ancor più pericolosa – perché anche in quel caso vi controllerà, ma ne sarete del tutto inconsapevoli. Il compito è acquietarli… pertanto, ricordatelo, non si deve reprimerli, non devono essere inseguiti e presi! Il
compito è acquietarli, e governandoli trovare la felicità. È acquietandoli che si governano, non è governandoli che si acquietano.

Come prima cosa dovete acquietarli, come prima cosa dovete fermarli.
E per fermarli, si devono semplicemente osservare in silenzio, senza giudizio, senza dire: “Questo è buono, questo è cattivo”. Nel momento in cui li definisci “buono”, oppure “cattivo”, sei balzato nel pantano.

Sii innocente! Osserva semplicemente, osserva entrambe le cose. Una parte della mente dice: “Uccidi quell’uomo, ti ha insultato!”. Un’altra parte della mente dice: “Questo è male, questo è immorale. Precipiterai nell’inferno, soffrirai nella tua prossima incarnazione, verrai punito!”. Sappi che anche questo secondo pensiero è parte della mente, e non c’è scelta tra due frammenti della stessa mente. Osservali entrambi, goditi entrambe le cose.
Osserva la contraddizione della mente, non identificarti con nessuna delle due parti. Ricorda, l’ego vuole essere identificato con la parte buona, la parte morale. Si sente a meraviglia: “Guardate, io sono contro l’assassinio!

L’uomo veramente libero è libero sia dal bene che dal male. È oltre il bene e oltre il male. È semplice consapevolezza, null’altro che questo. Egli osserva
semplicemente. E se anche tu riesci semplicemente a osservare, senza essere identificato, pian piano vedrai che la tua mente si acquieta, e in quell’acquietarsi sta il tuo potere.

Con determinazione costante il Maestro doma i suoi pensieri.               Arresta il loro andirivieni. 
Seduto nella grotta del cuore, egli trova la libertà.

All’improvviso, quando la mente non esiste più, entrerai nel cuore. Scivoli fuori dalla mente, fuori dalla presa della mente. E a quel punto, il cuore, la grotta del cuore, sarà il tuo palazzo. Ciò è possibile solo se operi con determinazione e costanza nell’acquietare la mente, nell’essere consapevole
della mente, nell’essere assoluta osservazione, senza alcun giudizio e senza alcuna identificazione.

Né passato, né futuro

Dice Buddha: così come l’ombra ti segue, il futuro ti segue. Se il tuo presente è orribile, il futuro sarà un inferno; se il tuo presente è bello, il futuro sarà un paradiso. L’insegnamento è semplicissimo, dritto al punto essenziale: vivi momento per momento, muori al passato, non proiettare alcun futuro godi il silenzio, la gioia, la bellezza di questo momento. E da questo, nascerà quello. Nasce spontaneamente.

Ferma la mente, spegni il desiderio

Esistono tre modi di agire di fronte al desiderio nei riguardi di oggetto sensuale (che soddisferebbe uno o più dei nostri cinque sensi: 1 – rimanere con la sensazione di disagio che inevitabilmente si verrebbe a a creare 2- sforzarsi ad evitare anche solo di avere questo desiderio 3 – continuamente abbandonarsi ad esso.

Bisogna avere la capacità di acquisire la consapevolezza di possedere un desiderio insoddisfatto e di rimanere con la sensazione di disagio che inevitabilmente si viene a creare. Non bisogna sforzarsi ad evitare anche solo di avere dei desideri e cercare spasmodicamente la maniera di come fare per non averli o giudicarsi con troppa severità per il fatto di averli. Nemmeno continuamente abbandonarsi ai desideri sviluppando volta per volta maggiore attaccamento fino a diventarne totalmente dipendente è la maniera corretta di agire.

Le ultime due modalità di atteggiamento sono due vie estreme, in entrambi i casi conducono alla sofferenza, ad una sensazione di maggiore disagio. Nel caso avessimo ceduto per esempio possiamo sviluppare anche un senso di colpa, perdere fiducia in noi stessi per avere ceduto. Nel caso invece ci sforzassimo di rinunciare al desiderio otterremo l’effetto di dare un importanza sempre maggiore all’oggetto non avendo compreso che il problema non è l’oggetto in se stesso, ma è il nostro desiderio, è come la nostra mente lo percepisce, come si illude che si possa trovare felicità duratura in un oggetto che una volta conseguito si esaurisce e ci lascerebbe con la sensazione di insoddisfazione e desiderio di provarlo nuovamente o provare qualcosa di più forte. Quella della consapevolezza, di accettare il desiderio, di riconoscere semplicemente: “Ecco! c’è questa sensazione”, è la via di mezzo, che non porta alla sofferenza.

A livello pratico si tratta di riconoscere che è normale e umano possedere un desiderio e che se questo rimane insoddisfatto ci condurrebbe ad una sensazione di disagio. Quello che bisogna fare è riconoscerne il sorgere del desiderio ed accettare la sua esistenza nella nostra mente per un po’ e poi lasciarlo andare. Ma come? Osservando la nostra mente, imparare a stare con la sensazione momento per momento, in questo senso va intesa la osservazione. Inizialmente la mente è molto agitata e c’è l’impulso di possedere a tutti costi l’oggetto del desiderio (bramosia), si pensa a come fare per averlo e a tutte le giustificazioni che possiamo trovare perché abbiamo paura del nostro giudizio negativo nel caso decidessimo di lì a breve di cedere ad esso. Attraverso l’osservazione di quel turbinio di pensieri l’agitazione dopo un po’ comincia ad attenuarsi fino ad arrivare a scomparire. Con la mente finalmente calma ci accorgiamo che anche il desiderio è quasi del tutto scomparso. A questo punto dobbiamo continuare a tenere ferma la mente (se noi rimaniamo fermi prima o poi qualcosa accadrà lì fuori) fino a che il desiderio così come è arrivato se ne va, lasciandoci con una sensazione di serenità, con una mente maggiormente attenta e più pronta a ricominciare di nuovo l’intero processo fino al sorgere di un altro desiderio.

Davide

Resumè del buddhista laico

le quattro nobili verità

1 c’è la sofferenza
2 c’è la causa della sofferenza
3 c’è la cessazione della sofferenza
4 c’è il sentiero per la liberazione dalla sofferenza


ottuplice sentiero

Saggezza (pañña)
1 Retta Comprensione (samma ditthi)
2 Retta Aspirazione (samma sankappa)
Moralità (sila)
3 Retta Parola (samma vaca)
4 Retta Azione (samma kammanta)
5 Retti Mezzi di Sostentamento (samma ajiva)
Concentrazione (samadhi)
6 Retto Sforzo (samma vayama)
7 Retta Consapevolezza (samma sati)
8 Retta Concentrazione (samma samadhi)


i dodici anelli dell’interdipendenza

1-Ignoranza
2-Karma/volizioni/azioni/formazioni karmiche
3-Coscienza
4-Nome e forma/organismo psico-fisico
5-Percezioni
6-Contatto
7-Sensazioni
8-Desiderio
9-Attaccamento/brama
10-Divenire/esistenza
11-Rinascita
12-Morte

Un altro modo di schematizzare il processo dell’originazione interdipendente é questo:vita precedente 1,2,3,8,9,10 vita attuale 11,4,5,6,7,12


i tre veleni mentali principali

1 ignoranza
2 odio
3 attaccamento


le otto preoccupazioni mondane

1 Essere compiaciuti per i guadagni
2 Essere dispiaciuti per le perdite
3 Essere compiaciuti quando sperimentiamo piacere
4 Essere dispiaciuti quando sperimentiamo sofferenza
5 Essere compiaciuti per la buona reputazione
6 Essere dispiaciuti per la cattiva reputazione
7 Essere compiaciuti quando riceviamo lodi
8 Essere dispiaciuti quando riceviamo critiche


le dieci azioni non virtuose e i loro antidoti

del corpo
1 Uccidere/essere gentile e compassionevole verso tutti gli esseri viventi
2 rubare/onestà
3 cattiva condotta sessuale/celibato(fedeltà partner)
della parola
4 menzogna/sincerità
5 linguaggio aspro/gentilezza
6 dividere/Concordia
7 Spettegolare/Dire ciò che è buono
della mente
8 brama/non desiderare la ricchezza e la proprietà di altrui
9 malevolenza/Senza cattiveria
10 Errata comprensione/Retta comprensione:


le sei perfezioni (paramita)

1 generosità
2 etica
3 pazienza
4 perseveranza
5 concentrazione
6 saggezza (di comprendere la vacuità e l’interdipendenza)


le quattro caratteristiche del karma

1 una volta che una azione è stata commessa se ne sperimenteranno sicuramente i risultati
2 moltiplica la sua potenza col passare del tempo
3 non si sperimentano effetti karmici di una azione non commessa da noi
4 non si estingue mai ( a meno di non purificarlo se è negativo)


I sette fattori del risveglio

1 Consapevolezza
2 Raccoglimento (esame dei fenomeni)
3 Forza
4 Serenità gioiosa
5 Calma
6 Concentrazione
7 Equanimità


Otto versi x addestrare la mente

1 considerare tutti gli esserei viventi estremamente importanti
2 quando sono insieme agli altri devo considerarli superiori a me
3 imparare a scorgere nella mia mente il sorgere di emozioni che possono danneggiare gli altri e placarle
4 amare esseri maligni e coloro che sono oppressi da forti emozioni negative come prezioso tesoro
5 quando mi si rivolgono insulti calunnie o abusi cedere a coloro che me le rivolgono la vittoria
6 considerare colui al quale abbiamo fatto del bene e che ora ci danneggia come mia preziosa guida spirituale
7 offrire a tutti il mio aiuto e rispettosamente prendere su di me le loro sofferenze
8 comprendendo l’illusorietà dei fenomeni possa essere libero dall’attaccamento.


I cinque precetti buddisti per i laici

1 Astenersi dall’uccidere, dal far del male o molestare gli altri esseri viventi (animali e insetti compresi), e dal danneggiare le altrui proprietà
2 Astenersi dal rubare e dal prendere il non dato
3 Astenersi da una condotta sessuale moralmente irresponsabile, tradire il proprio partner, guardare gli altri con pensieri libidinosi
4 Astenersi dal mentire, dall’offesa, dai pettegolezzi e dalle calunnie; evitare il più possibile un giudizio superficiale sulle altre persone
5 Astenersi dall’uso di sostanze inebrianti come l’alcool o droghe che impedirebbero la


i quattro sigilli della visione

1 tutti i fenomeni composti sono impermanenti,
2 tutto ciò che è impuro ( ad es. gli aggregati e il corpo, sorti come risultato delle afflizioni mentali e karma) sono nella natura della sofferenza,
3 tutti i fenomeni sono vacui, privi di una esistenza intrinseca (non hanno identità propria, non esistono in senso assoluto, di per se, no sono indipendenti da ogni altra cosa)
4 aldilà della sofferenza c’è la pace (comprendendo la visione di vacuità e l’eliminazione della concezione dell’aggrapparsi al sé)


I cinque dyanhi Buddha

1 Buddha Vairochana insegnamento – pone fine alla visione dualistica (io e gli aggregati, io e gli altri, io e i fenomeni)
2 Buddha Akshobhya indistruttibilmente sereno – incrollabile fiducia che ci si può liberare dal samsara
3 Buddha Ratnasambhava budda della generositá – realizza tutti i voti
4 Buddha Amitabha buddha della compassione – desiderare che gli altri si liberino dalla sofferenza
5 Buddha Amoghasiddhi buddha della saggezza – unica sua preoccupazione é aiutare gli altri


Le cinque illusioni che non sono visioni (illusioni principali/ostacoli)1 Ignoranza
2 Avversione/odio/accidia
3 Attaccamento/desiderio/brama
4 Orgoglio/superbia
5 Il dubbio
e le altre cinque illusioni che sono visioni (dovute all’ignoranza dell’individuo)
6. Errata visione del sé (considerare il sé come fenomeno indipendente e immutabile)
7. Visione estrema passata e futura (non si crede alle vite passate e future)
8. Errata visione delle 10 azioni non virtuose
9. Considerare la propria visione come la migliore
10. Errata visione del comportamento etico

Storia di Billy.

Storia di Billy.

Storia di Billy.
— Leggi su buddhistapercaso.com/2018/07/26/storia-di-billy/

Molto intrigante, da seguire. Complimenti all’autore.

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