Monthly Archives: July 2013

La Via di Mezzo

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La via di mezzo non è essere imparziali o rimanere in una posizione centrale, e nemmeno essere sempre moderati, come alcuni erroneamente potrebbero pensare solo sulla base del mero significato delle parole: “uno che percorre la via di mezzo è una persona che non sta mai di né di qua né di lá, cerca di accontentare tutti, non prende mai posizioni forti, ecc.ecc.”.
La mente umana è abituata ad ‘etichettare’ oggetti, persone o situazioni attraverso l’uso di aggettivi che hanno una natura dualistica e cioè che sono l’uno l’opposto dell’altro, come ad esempio: belli-brutti, buoni-cattivi, piacevoli-spiacevoli, ecc ecc.
Aggrapparsi all’idea di descrivere un fenomeno con un unico aggettivo e fare una sorta di discriminazione in base ad una relativa dualità crea una falsa percezione della reatà che porta sofferenza.
Il Buddhismo afferma che tutti i fenomeni che ci circondano sono soggetti ad una continua trasformazione. Se ne deduce che
per porre fine al modo ostinato di pensare alla realtà in termini dualistici occore arrivare a realizzare che tutti i fenomeni, essendo appunto sempre in continua trasformazione, non possono essere definiti da uno solo di due aggettivi opposti, ma contemporaneamente da tutti e due.
La vera natura della via di mezzo è uno stato in cui i concetti dualistici sono fusi l’uno nell’altro, bello si trasforma in brutto e viceversa, e così anche buono in cattivo, piacevole in spiacevole ecc. ecc., in questo modo ci troveremo a vivere una realtà libera dal dualismo, criticismo, sofferenza e insoddisfazione.
Davide.

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Brevi spunti per una sessione di meditazione

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Non sarai punito per la tua rabbia, sarai punito dalla tua rabbia.

Prima di parlare domandati
se ciò che dirai corrisponde a verità,
se non provoca male a qualcuno,
se è utile, ed infine…
se vale la pena turbare il silenzio per ciò che vuoi dire.

“Trattenere la rabbia e il rancore è come tenere in mano un carbone ardente con l’intento di getterlo a qualcun altro: sei tu quello che viene bruciato.”
Imparare a perdonare è il dono più grande che puoi fare a te stesso. Trattenere odio e rancore non porta alcun beneficio né a te né a coloro che ti sono vicino. La libertà passa attraverso il perdono.

“Nel momento in cui proviamo della rabbia, abbiamo già smesso di lottare per la verità e abbiamo iniziato a lottare soltanto per noi stessi”
Cerca sempre di comprendere gli altri, prima di pretendere di essere capito. Facile a dirsi, ma complicato da realizzare. In ogni occasione, sforzati sempre di ascoltare e di osservare la realtà dalla prospettiva altrui. Preoccupati di essere felice, non di avere ragione.

C’è sempre qualcosa di cui essere grati. Non essere così pessimista se ogni tanto le cose non vanno come vorresti. Sii sempre riconoscente per gli affetti e le persone che già hai vicino a te. Un cuore grato ti rende felice.

“E’ meglio viaggiare bene piuttosto che arrivare”
La meraviglia della vita è il viaggio, non la conclusione. Non dobbiamo arrivare da nessuna parte, siamo già nel pieno della vita. Non rimandare la tua felicità a un momento successivo, quando forse raggiungerei degli obiettivi. Cerca la felicità nell’oggi, e goditi il viaggio.

Come la pioggia penetra all’interno di una casa dal tetto malfatto, così il desiderio penetra nella mente non abituata alla meditazione.

Introduzione alla meditazione sul respiro

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La pratica

Un metodo tradizionale insegnato dal Buddha è quello di andare nella foresta e sedersi sotto un albero ed osservare semplicemente il respiro, se il respiro è lungo, notare che il respiro è lungo, se il respiro è corto, notare che il respiro è corto.

Mentre inspira ed espira il meditatore si esrcita nel
1- addestrare la mente a essere sensibili a (uno o più dei seguenti):
il corpo intero, i processi di rapimento (estasi), il piacere, la mente stessa
2 – addestrare la mente a concentrarsi su (uno o più dei seguenti):
incostanza, distacco, cessazione e rinuncia, stabilità, soddisfazione
Un popolare non-canonico metodo utilizzato segue quattro fasi:
-più volte il conteggio espirazioni in cicli di 10
-più volte il conteggio inspirazioni in cicli di 10
-concentrazione sul respiro, senza contare
-concentrazione solo sul luogo dove il respiro entra ed esce dalle narici (cioè, la narice e la zona labbro superiore).

Fonti moderne

In primo luogo, per avere successo nella pratica, si dovrebbe fissare l’obiettivo della sessione di meditazione. Si può decidere di praticare seduti o mentre si cammina o di alternare la seduta e la camminata. Poi ci si può concentrare sul respiro che passa attraverso il naso: la pressione nelle narici su ogni inalazione, e la sensazione del respiro che si muove lungo il labbro superiore ad ogni espirazione. Gli operatori possono scegliere di contare ogni inalazione, “1, 2, 3, …” e così via, fino a 10, e quindi iniziare nuovamente da 1. In alternativa la gente a volte conta l’espirazione, “1, 2, 3, …,” e altre volte sial’inspirazione che l’espirazione. Se il conteggio viene perso allora si deve ricominciare dall’inizio.

Un altro tipo di pratica (raccomandata nello Zen) è iniziamente contare “1, 2, 3, …” sulla inalazione per un pó, per poi passare poi a contare sulla espirazione, poi alla fine, una volta che si ha successo più consistente in tenere traccia del conteggio, iniziare a prestare attenzione al respiro senza contare.

Concludendo

Ci sono professionisti che contano il respiro per tutta la vita. I principianti sono spesso invitati a tenere una breve pratica quotidiana di circa 10 o 15 minuti al giorno.
Quando ci si distrae dal respiro, sia da un pensiero o qualcosa d’altro, allora si restituisce semplicemente la attenzione al respiro. Secondo me è proprio quest’ultimo tipo di attività che veramente ci aiuta ad “addestrare” la mente e che si verifica nel momento in cui i praticanti restituiscono la loro attenzione al respiro, dopo essersi distratti.
D

15 piccole verità

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Traduco dall’inglese queste piccole frasi che ho letto in un post su FB. Spero vi siano gradite.
D

1- nessuno puó rovinare una tua giornata senza che tu gli permetta di farlo
2- molte persone sono felici nella misura in cui decidono di esserlo
3- gli altri possono fermarti solo temporaneamente mentre solo tu puoi farlo permanentemente
4- qualunque cosa si è disposti a sopportare sarà esattamente quello che avrai
5- il successo nel riuscire in qualcosa si interrompe quando solo quando tu decidi di farlo
6- quando la nave che aspettavi arriva in porto assicurati che poi sarai disposto a scaricarla
7- non avrai mai “tutto insieme”
8- la vita è un viaggio, non una destinazione, perció goditi il viaggio
9- la più grande falsità ideologica è pensare che quando avrai quello che volevi poi sarai felice
10- la migliore via per evitare un problema è risolverlo
11- alla fine quelli che hanno preso perdono e quelli che hanno dato sono i vincitori
12- i momenti preziosi della tua vita non hanno valore se non li condividi con gli altri
13- spesso temiamo le cose che vogliamo il più
14- se prima non parti di certo non arriverai mai
15- tutti sentono quello che dici. Gli amici ascoltano quello che hai da dire, e i migliori amici anche quello che non dici.

Interviste al Dalai Lama – Lo scopo della nostra esistenza

fonte originale

Sua Santità il Dalai Lama: Lo scopo della vita.
I. Il diritto alla felicità.
“Perseguire la felicità è lo scopo stesso della vita: è evidente.
Che crediamo o no in una religione, che crediamo o no in questa o quella religione, tutti noi, nella vita, cerchiamo qualcosa di meglio. Perciò penso che la direzione stessa dell’esistenza sia la felicità…” Con queste parole, pronunciate davanti al folto pubblico dell’Arizona, il Dalai Lama andò subito al nocciolo della questione. Ma il fatto che avesse definito la felicità lo scopo della vita mi indusse a pormi in cuor mio una domanda. In seguito, quando fummo soli, gli chiesi: “Lei è felice?“.
“Sì” rispose. Fece una pausa, poi confermò: “Sì… senza dubbio”. La pacata sincerità del suo tono non lasciava adito a dubbi; e questa sincerità si rifletteva anche nell’espressione degli occhi. “Ma la felicità è un obiettivo ragionevole per la maggior parte della gente?” domandai. “E’ davvero possibile?”“Sì. Credo che la felicità si possa ottenere addestrando la mente.” A livello puramente umano, non potevo non approvare l’idea che la felicità fosse un obiettivo raggiungibile. Ma, come psichiatra, ero condizionato da concezioni come quella di Freud, secondo il quale “viene da pensare che la volontà che l’uomo fosse “felice” non rientrasse nel piano della “Creazione””. Questo bagaglio culturale ha indotto molti miei colleghi a concludere tristemente che il massimo che si possa sperare sia di “trasformare l’infelicità isterica in infelicità comune”. In questo senso l’idea che vi fosse un preciso sentiero diretto verso la gioia mi pareva rivoluzionaria. Se riflettevo sui miei anni di esperienza in campo psichiatrico, non riuscivo praticamente a ricordare di aver sentito anche solo nominare il termine “felicità” nell’ambito degli obiettivi terapeutici. Certo, si parlava molto di alleviare nei pazienti sintomi come la depressione o l’ansia, di risolvere conflitti interni o problemi di relazione, ma non si diceva mai esplicitamente che lo scopo fosse quello di perseguire la felicità.
In Occidente l’idea del raggiungimento della vera letizia è sempre parsa nebulosa, elusiva, inafferrabile. In inglese perfino il termine happy [felice] è ambiguo, in quanto deriva dall’islandese happ, che significa caso o fortuna. Sembriamo condividere tutti l’opinione che la gioia sia di natura misteriosa. Le volte in cui la vita ce la concede, essa ci appare come un quid inaspettato. Data la mia mentalità occidentale, non giudicavo quello stato dell’anima una cosa che si potesse ottenere e conservare solo “addestrando la mente”. Appena sollevai l’obiezione, il Dalai Lama mi diede immediati chiarimenti. “In questo contesto, quando parlo di “addestramento della mente” non intendo con “mente” solo le capacità cognitive o l’intelletto, ma assegno al termine il significato della parola tibetana sem, che è assai più ampio, più simile a “psiche” o “spirito”, e include sentimento e intelletto, cuore e cervello. Adottando una certa disciplina interiore, possiamo mutare il nostro atteggiamento, la nostra intera visione del mondo e il nostro approccio alla vita. “Tale disciplina interiore può naturalmente comprendere molte cose, molti metodi. Ma in genere si inizia con l’identificare i fattori che conducono alla felicità e quelli che conducono alla sofferenza. Fatto questo, bisogna cominciare a eliminare a poco a poco i secondi e a coltivare i primi. Questo è il sistema.” Il Dalai Lama afferma di aver trovato il suo equilibrio, la sua felicità personale. E per tutta la settimana da lui trascorsa in Arizona, osservai spesso come questa felicità personale si traducesse nella volontà di andare incontro agli altri, di esprimere sentimenti di empatia e comprensione anche negli incontri più brevi. Una mattina, dopo aver tenuto la consueta conferenza, s’incamminò, circondato dal seguito, lungo il patio esterno che conduceva alla sua stanza d’albergo. Avendo notato vicino all’ascensore una delle cameriere dell’hotel, si fermò e le chiese di dove fosse. Per un attimo la donna parve intimidita da quel personaggio esotico con la veste rosso scuro e da quell’entourage che lo trattava con deferenza, poi però sorrise e rispose schiva: “Sono messicana”. Egli si trattenne un attimo a parlare con lei, poi proseguì, lasciandola visibilmente contenta ed emozionata. La mattina dopo, alla stessa ora, la cameriera si fece trovare nello stesso luogo assieme a una compagna, e le due salutarono calorosamente il Dalai Lama quando questi entrò in ascensore. Lo scambio di cortesie fu breve, ma le due donne tornarono al lavoro con aria assai felice. Giorno dopo giorno, il gruppo di tibetani incontrò sempre più cameriere nell’ora e nel luogo designati, finché al termine della settimana, lungo il patio che conduceva agli ascensori, a salutare l’ospite illustre c’era un’intera fila di donne con l’impeccabile divisa bianca e grigia. Abbiamo i giorni contati. Ogni momento nascono nel mondo molte migliaia di bambini e, di questi, alcuni vivranno solo pochi giorni o settimane per poi soccombere tragicamente a una malattia o ad altre disgrazie, mentre altri camperanno cento o più anni, assaporando tutte le cose che la vita ha da offrire: successo, disperazione, gioia, odio e amore. Non sappiamo chi avrà una buona o una cattiva sorte. Ma che viviamo un giorno o un secolo, la domanda fondamentale è la stessa: che senso ha la vita? Che cosa la rende degna di essere vissuta?
Lo scopo della nostra esistenza è cercare la felicità.
Pare un concetto dettato dal senso comune e diversi pensatori occidentali, da Aristotele a William James, ne sono stati alfieri. Ma una vita basata sul perseguimento della felicità personale non è, quasi per definizione, improntata all’egocentrismo e all’autoindulgenza? Non necessariamente. Anzi, da numerose ricerche risulta che sono le persone infelici a essere più egocentriche, socialmente isolate, propense a rimuginare e perfino antagonistiche. Si è riscontrato, invece, che quelle felici sono più socievoli, duttili e creative, e riescono a tollerare meglio delle altre le frustrazioni quotidiane della vita; inoltre, particolare più importante di tutti, appaiono più inclini all’amore e al perdono. Gli scienziati hanno ideato degli interessanti esperimenti che dimostrano come le persone felici siano aperte verso il mondo esterno e pronte ad andare incontro agli altri e ad aiutarli. Sono per esempio riusciti a indurre uno stato di felicità in uno dei loro soggetti facendogli trovare inaspettatamente del denaro in una cabina telefonica. Subito dopo uno degli sperimentatori, fingendosi un comune passante, ha lasciato cadere “accidentalmente” un pacco di documenti accanto alla cabina per verificare se il soggetto “felice” si fermasse ad aiutarlo. In un altro contesto sperimentale, ai volontari, i quali avevano appena ascoltato delle storielle comiche, è stato fatto avvicinare un finto indigente che era in combutta con gli sperimentatori e che ha chiesto loro in prestito dei soldi. I ricercatori hanno scoperto che i soggetti di buon umore tendevano ad aiutare o a prestar denaro al prossimo più degli individui del gruppo di controllo che ricevevano le stesse sollecitazioni, ma non erano stati preventivamente gratificati dalla “fortuna” o da altri eventi positivi. Tali indagini smentiscono l’ipotesi secondo la quale porsi come scopo la felicità personale – e ottenerla – condurrebbe in qualche modo all’egoismo e all’egocentrismo; ma noi tutti possiamo condurre per conto nostro degli esperimenti nel laboratorio della vita quotidiana. Supponiamo, per esempio, di essere intrappolati nel traffico. Dopo venti minuti le auto ricominciano finalmente a muoversi, ma a passo d’uomo. Su un’altra macchina vediamo il guidatore che segnala con la freccia di voler immettersi nella nostra stessa corsia davanti a noi. Se siamo di buon umore forse rallenteremo e lo faremo passare, se invece ci sentiamo infelici, accelereremo per impedirgli l’accesso pensando: “Eh no, io sono bloccato qui da tanto tempo, che restino bloccati anche gli altri!”. Partiamo dunque dalla premessa fondamentale che lo scopo della vita sia la ricerca della felicità e che la felicità costituisca un obiettivo reale, uno stato dell’essere raggiungibile compiendo passi concreti. A mano a mano che identificheremo i fattori capaci di condurre a una vita gioiosa, vedremo come la ricerca della felicità giovi non solo ai singoli individui, ma anche alle loro famiglie e alla società nel suo complesso.

Interviste al Dalai Lama – Cosa è il Buddhismo

fonte originale

Edmond Blattchen: Ma allora il buddismo è una religione, nel senso con cui si parla, ad esempio, di religione a proposito del cristianesimo, dell’ebraismo o dell’islam?

Sua Santità il Dalai Lama: Penso che vi sia qualche differenza. Secondo certi specialisti, il termine “religione”, nel suo preciso significato, designa una forma di fede basata sul concetto di creatore. In tal senso, dunque, il buddismo non è una religione. Tuttavia, anche il buddismo contiene una parte di fede. Dunque da questo punto di vista anche il buddismo è una forma di religione. Solitamente, lo descrivo così: il buddismo è una tradizione, anzi combinazione di religione, di filosofia e di scienza dello spirito. E forse il buddismo è anche, in un certo senso, un umanesimo. Il buddismo è una religione perché ne comprende degli aspetti: la meditazione,la fede, come determinati concetti o alcune credenze. C’è tutto ciò nel buddismo. Ad esempio, il fine ultimo è la realizzazione dello “Stato-di-Buddha”, grazie alla meditazione. Dunque, sotto una simile prospettiva, il buddismo è una religione. Tuttavia, il buddismo ha molto interesse anche per la materia, o, piuttosto, per la natura ultima dell’essere. Perciò il buddismo è anche una filosofia. L’idea fondamentale poi nel buddismo, è quella di purificarsi da sé, con i propri mezzi piuttosto che grazie alla benedizione. Certo, i buddisti fanno appello al Buddha e ai Bodhisattva, ma il procedimento essenziale, o sforzo principale, è la purificazione da se stessi. Purificarsi da che cosa? Dai sentimenti negativi. Bisogna purificarsi da ogni sentimento, da ogni tendenza, da ogni emozione, da ogni impronta negativa. si deve dunque purificarsi mediante lo spirito positivo. Ma da dove viene la purificazione? Viene dallo spirito stesso. Anche lo spirito consideratelo come qualcosa di neutro, di modo che l’influsso positivo e quello negativo possano influire sullo spirito. In rapporto a questa purezza: ciò che purifica è lo spirito; e ciò che è purificato, è lo spirito. Per questa ragione è molto importante capire bene lo spirito in profondità. Il buddismo può dunque essere descritto come una scienza dello spirito. Il buddismo infine pone l’accento più su se stessi che sul Buddha.In questo senso, il buddismo è una sorta di umanesimo. Privilegia il piano umano rispetto agli altri che chiamiamo divini o trascendentali.

Matthieu Ricard: Lo spirito si oscura da sé, é esso stesso oscurato ed è ancora lo spirito che si purifica da se. Dunque,è insieme l’ oggetto e l’agente della purificazione. Per questo lo spirito ha un posto centrale nel buddismo e si può dire che il buddismo è una scienza dello spirito.

Edmond Blattchen: Lei dice spesso, mi pare,che il buddismo è una specie di “religione di mezzo” fra le religioni della trascendenza ed i materialismi radicali, ad esempio, tra il cristianesimo ed il marxismo. Qual’è dunque l’insegnamento più importante che ha lasciato il Buddha, specialmente attraverso le famose “Quattro nobili Verità”?

Sua Santità il Dalai Lama: Ha ragione. Le Quattro Nobili Verità sono il fondamento di tutta la dottrina buddista. Le Quattro Nobili Verità formano un cammino. Che specie di cammino? Il buddismo, lo spiego in genere in questa maniera: in essenza è una guida di condotta ed una teoria filosofica.
La condotta è la non-violenza; la non violenza si fonda sulla compassione. La teoria filosofica del buddismo è quella dell’interdipendenza. Per esempio, nel buddismo da un punto di vista essenziale, si arriva a questi due aspetti: un’indicazione di vita ed una spiegazione filosofica. Per me, l’essenza del buddismo è la combinazione tra la compassione per tutti gli esseri e la comprensione della loro interdipendenza.

Matthieu Richard: Se si vuole arrivare al cuore [del buddismo], si giunge a queste due cose: una condotta buona ed una visione chiara del mondo.

Edmond Blattchen: Santità, eccola dunque l’immagine che lei ha ritenuto essere la più importante del nostro secolo: la terra vista dallo spazio.
Nella sua autobiografia, “Au loin la liberté”, lei scrive:<>.

Sua Santità il Dalai Lama: Si. Anche noi facciamo parte della natura. L’ultima necessità, credo, è la sopravvivenza; ed essa dipende molto dalla terra. Una visione giusta e chiara. Penso che sia importantissimo. Così, veda, quando descriviamo il nostro pianeta come la madre, nostra madre,viene insieme trasmessa l’idea che dobbiamo avere cura della madre-pianeta, come della nostra stessa madre!

Edmond Blattchen: Nello stesso libro, lei dice ancora:<>.

Sua Santità il Dalai Lama: Si. Penso che la salute della terra sia importante da moltissimi punti di vista. Non si tratta di un argomento ideologico, di questa o quella ideologia; ma della nostra stessa sopravvivenza, del nostro progresso. Non è una scelta politica: è una questione di sopravvivenza. Per questo considero primario il problema.

Edmond Blattchen: Diceva poco fa che un pregio del buddismo consiste nell’insegnarci l’interdipendenza. questo discorso ne è la prova in un certo senso…

Sua Santità il Dalai Lama: Certo! Il concetto di interdipendenza è molto utile per acquisire una visione chiara e giusta del mondo, e per indirizzare il nostro atteggiamento nei confronti dei nostri simili, gli altri esseri umani, dell’ambiente, che comprende gli animali, gli uccelli,tutto…
In tale prospettiva,diventa chiaro come l’interdipendenza non significhi affatto che il mio interesse dipende dagli altri. No. Il mio futuro è intimamente legato al benessere degli altri Il mio benessere dipende da quello degli altri. La loro felicità è la mia. Si rende conto allora che l’idea di interconnessione fra gli esseri e le cose è tutt’altro che astratta. Quest’idea spiega con chiarezza anche la struttura del mondo economico moderno. Oramai il concetto di nazione, la “mia” nazione o la sua, nella misura in cui indica una regione limitata, è antiquato. la struttura economica contemporanea supera le frontiere nazionali. Così anche per l’ecologia. Oggi , ad esempio, è sorto il problema dello strato di ozono, del suo deterioramento. La situazione cruciale che si presenta adesso è la seguente: a meno che l’umanità, l’intera umanità non si unisca in uno sforzo comune, affronti globalmente la minaccia, a meno che non siamo tutti solidali, non possiamo risolvere il problema.
Quando guardiamo la terra dallo spazio, non possiamo scorgere nessuna frontiera: solo un piccolo pianeta blu. Un pianeta UNO! il problema come oggi si pone riguarda il futuro del pianeta intero. Diviene così evidente che la nostra sopravvivenza stessa è intimamente legata agli altri fattori. L’interdipendenza che il buddismo predica non appare ormai più un’ astrazione ideologica,ma un fatto avvenuto,che l’immagine della terra spiega.

Edmond Blattchen: Questo concetto di terra madre si trova anche in altre religioni. Penso per esempio allo sciamanesimo praticato dagli indiani e dagli amerindi. Nel buddismo tibetano quest’idea è specificamente buddhista oppure proviene da quella lontana religione del Tibet precedente il buddismo, la religione bonpo?

Sua Santità il Dalai Lama: A mio avviso, il Buddha – il Buddha Sakiamuni- ha una storia propria. Ciò che noi abbiamo chiamato Terra o Terra-madre, e che prima era considerata piuttosto sotto il nome di Natura, sembra che fosse importante per lui. Non è nato in un palazzo, ma in una foresta, o in un giardino. Quando poi ha realizzato l’Illuminazione, la cosa non avvenne neanche in un ufficio, oppure in un tempio, ma all’ombra di un albero, l’albero della Bodhi. E quando morì, <>. Nelle scritture buddiste, il Buddha ha precisato, a proposito della condotta dei monaci: il monaco deve avere cura degli alberi piantati dai suoi predecessori. Ne ha la responsabilità. La cosa è chiaramente enunciata nelle scritture. perciò io penso che il Buddha Sakiamuni sia anche… un membro del partito dei Verdi, per così dire, degli ecologisti (risa)! Infatti il monaco fin dall’origine del buddismo ha dovuto prendersi cura degli alberi, della natura, della terra.
Ancora, il buddismo si preoccupa del benessere degli animali,compresi i più piccoli, gli uccellini, gli insetti… In passato in Tibet la caccia e la pesca erano proibite. da sempre il buddismo ha rispettato la natura.

Edmond Blattchen: Viene spesso rimproverato alle grandi religioni monoteiste, particolarmente al cristianesimo ed all’ebraismo, di essere troppo antropocentriche ed anche geocentriche, di dare troppa importanza all’essere umano, poiché nella Genesi ,uno dei testi fondamentali di queste religioni, si dice che l’uomo è il dominatore della creazione.

Sua Santità il Dalai Lama: Certo, a causa della sua intelligenza. Gli uomini, in genere, sono molto portati verso tutto ciò che sa di meccanico, le macchine, gli strumenti. Per questo rispetto alle altre specie di mammiferi, noi siamo nella posizione di dominio, capaci di dominarle e di utilizzarle secondo i nostri scopi. Ma in fin dei conti, noi facciamo anche parte integrante della natura. Non ci è possibile resistere al cambiamento, non ne abbiamo il dominio. Rispetto ad altre tradizioni religiose, il buddismo accorda certamente più importanza all’ambiente. Tuttavia, io credo che le principali tradizioni religiose del mondo abbiano tutte l’immensa responsabilità di dimostrare all’umanità l’importanza dell’ambiente. Io credo questo.

Interviste al Dalai Lama – Compassione e Vacuità

fonte dell’intervista

Sua Santità il Dalai Lama

La compassione è un qualcosa di simile a un sentimento di altruismo, un senso di preoccupazione per le difficoltà e per il dolore degli altri. Non solo la famiglia e gli amici, ma tutte le altre persone, anche i nemici. Ora, se analizziamo veramente le nostre emozioni, diventa chiara una cosa: se pensiamo solo a noi stessi, se dimentichiamo gli altri, allora la nostra mente occupa un’area molto piccola. Dentro questa piccola area, anche un problema minuscolo appare molto grande. Nel momento in cui ci preoccupiamo per gli altri, capiamo che anche loro, proprio come noi, vogliono la felicità, vogliono l’appagamento. Quando si ha questo senso di preoccupazione, la mente automaticamente si espande. A questo punto, i problemi personali, anche grandi, non saranno più così importanti. Il risultato? Un grande aumento della pace della mente. Perciò, se pensiamo solo a noi stessi, solo alla nostra felicità personale, il risultato è, di fatto, meno felicità. Saremo più ansiosi, avremo più paura”.
“Quindi, penso che l’effetto della compassione sia questo: se vogliamo davvero una felicità autentica… il migliore metodo è questo: pensiamo agli altri, e saremo i primi a ottenerne il massimo beneficio”.

“Ora, la comprensione della vacuità aiuta molto a sviluppare la compassione”.

“La vacuità ci permette di avere una comprensione della realtà ultima. Ci aiuta ad apprezzare la saggezza dell’interdipendenza – una legge fondamentale della natura. Arriviamo a riconoscere il valore del nostro essere tutti fondamentalmente correlati. E’ a causa di questa interrelazione che siamo in grado di entrare in empatia con gli altri che soffrono. Con la condivisione, la compassione sgorga naturalmente. Sviluppiamo un’autentica empatia per la sofferenza degli altri, e la volontà di aiutarli a sradicare il loro dolore. In questo modo, la vacuità rafforza emozioni positive come la compassione”. Vacuità e compassione; saggezza e metodo: sono queste le due colonne portanti della pratica buddhista… proprio come un uccello ha bisogno di due ali per volare, una persona dotata di saggezza ma priva di compassione è come un eremita solitario che vegeta sulle montagne; una persona compassionevole ma priva di saggezza non è niente più che un simpatico sciocco. Entrambe queste qualità sono necessarie; si rafforzano reciprocamente. Una volta che comprendiamo che siamo tutti interconnessi, è difficile non provare compassione per i nostri simili che soffrono, e una volta che arriviamo a sentire la compassione, iniziamo ad avere un barlume della verità eterna dell’interdipendenza, della vacuità”.

Prima dell’occupazione cinese del Tibet. conobbi il monaco Lopon-la che fu incarcerato e torturato dai cinesi. Rimase prigioniero per diciotto anni. Poi, finalmente libero, venne in India. Gli chiesi se avesse mai avuto paura e mi disse: ‘Sì, c’era una cosa di cui avevo paura. Avevo paura di perdere la compassione verso i cinesi’.

” In un mondo dove l’ansia e l’egoismo sembrano essere dominanti, il leader del buddhismo tibetano ci invita a riscoprire “la saggezza del perdono” e l’importanza cruciale dell’unico sentimento in grado di combattere rabbia e odio.
I nemici possono essere i nostri più preziosi maestri e offrirci la possibilità di coltivare qualità come la compassione e l’altruismo, fondamenti della vera felicità e di un’autentica crescita individuale e sociale, e colonne portanti della stessa pratica spirituale del Dalai Lama. Le sue parole ci aiutano a riflettere sui grandi temi del buddhismo alla luce degli avvenimenti a noi contemporanei, offrendoci l’eccezionale ritratto pubblico e privato di una personalità straordinaria e di un uomo dall’incrollabile fede nell’amore tra gli uomini.
(da ” La saggezza del perdono” di Sua Santità il Dalai Lama, 2006)

Le 12 Regole del Buddhismo

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Ho tradotto dall’inglese questo testo di un post su FB scritto da un monaco che è anche tra i miei contatti. L’ho trovato molto interessante e lo condivido con voi.
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1- La liberazione dalla sofferenza è per ogni uomo un obbiettivo immediatamente raggiungibile. Se un uomo è a terra perchè è stato colpito da una freccia avvelenata di sicuro la estrae subito e non perde tempo nel domandare informazioni dettagliate su chi ha scagliato la freccia, quanto era lunga e da che distanza è stato colpito. Ci sarà tempo per capire a fondo gli Insegnamenti durante il Cammino, nel frattempo prendiamo la vita così com’è e impariamo sempre dalle nostre esperienze dirette e personali.

2- Il fatto più importante della nostra esistenza è la legge del cambiamento (impermanenza). Tutto quello che esiste, dagli atomi alle montagne, da un singolo pensiero ad una enciclopedia, passa attraverso lo stesso ciclo vitale: nascita, crescita, decadimento e morte. Solo la vita è sempre in continua ricerca di una espressione di sé attraverso nuove forme, ecco perchè dobbiamo pensare alla vita come a un ponte sul quale non dobbiamo costruire la nostra casa. La vita è un flusso continuo e chiunque costruisca qualcosa di permanente, seppur meravigliosa, essa conterrà sempre sofferenza in quanto cercherà di opporre resistenza al flusso.

3- La legge dell’impermanenza vale anche per l’anima. Non esiste nessun principio in un individuo che è immortale e non è soggetto a cambiamento. Solo la Realtà Ultima è oltre il cambiamento, e tutte le forme di vita incluso l’uomo sono solo la manifestazione della nostra attuale realtà. Nessuna (anima) possiede la vita che scorre in lui, allo stesso modo di una lampadina che non possiede la corrente elettrica che gli fa fare luce.

4- L’universo è l’espressione della legge del Karma: tutto ha una causa e un effetto e l’anima o il carattere di un uomo è la somma dei suoi precedenti pensieri ed azioni. Il Karma vuol dire azione-reazione e governa tutta l’esistenza, l’uomo è il solo responsabile delle sue circostanze, delle sue reazioni nei confronti di queste, delle sue future condizioni e del suo destino finale. Attraverso i corretti pensieri ed azioni l’uomo può gradualmente purificare la sua natura interiore e così realizzare l’ottenimento della liberazione dalla rinascita. Questo processo copre un lungo periodo di tempo attraverso numerose vite sulla terra, ma alla fine ogni forma di vita raggiunge l’illuminazione.

5- La vita è una e indivisibile, anche se le sue sempre mutevoli forme sono innumerevoli e soggette al perire. C’è in verità una non-morte della vita anche se in realtà tutte le forme di essa sono destinate a finire. Attraverso la realizzazione della unità (continuità) della vita nasce la compassione, un senso di identificazione con altre diverse forme della vita. La compassione è descritta come la legge della eterna armonia e chi rompe questa armonia soffrirà in accordo con il ritardo dell’ottenimento della sua illuminazione.

6- Essendo la vita solo Una, l’interesse di ogni singola parte di essa dovrebbe essere quello della intera. L’uomo nella sua ignoranza pensa che potrebbe con successo dirigere gli sforzi per il proprio interesse (quello della attuale forma), ma questo sbagliato modo di rivolgere le energie verso l’egoismo produce le sue cause (e cioé comporta sofferenza). Il pensiero di Buddha sulle quattro nobili verità:
a) c’è la sofferenza
b) ci sono le cause della sofferenza: lo sbagliato modo di dirigere il desiderio
c) la sofferenza puó essere eliminata attraverso la rimozione delle sue cause
d) c’è l’ottuplice sentiero per lo sviluppo interiore che porta alla fine della sofferenza.

7- L’ottuplice sentiero è:
retta visione (comprensione)
rette intenzioni
retto parlare
rette azioni
retti mezzi di sussistenza
retto sforzo
retta concentrazione
retta meditazione

8- La realtà incomprensibile e un Dio che invece conosce la Verità non sono modi di pensare coerenti con quello che è la realtà secondo il Buddhismo.
Il Buddha, un essere umano, diventó il primo totalmente illuminato, e quindi il proposito della nostra vita deve essere quello di ottenere l’illuminazione. Tutti gli uomini e le altre forme di vita hanno dentro di sè il potenziale dell’illuminazione e il proposito quindi consiste nel diventare quello che sei: “guardati dentro, pensa che sei Buddha”.

9- Nel potenziale dell’attuale illuminazione si trova la via di mezzo, l’ottuplice sentiero che conduce dal desiderio alla pace, un processo di sviluppo interiore attraverso gli opposti, evitando tutti gli estremi. Il Buddha ha percorso il sentiero dall’inizio alla fine, la sola fede richiesta nal Buddhismo è il ragionabile credo che se una Guida (ad es. il Buddha) ha fatto tutto il percorso allora è possibile riuscire nell’intento e quindi vale la pena di sforzarsi per fare altrettanto. La via deve essere seguita da tutti gli esseri, non solo i migliori, e il cuore e la testa devono essere equamente sviluppati. Il Buddha era totalmente compassionevole (cuore) così come era altrettanto illuminato (testa).

10- Nel buddhismo lo stress può essere dovuto al bisogno di continua concentrazione (attenzione), alla meditazione (sopratutto all’inizio) e al fatto che è necessario molto tempo per lo sviluppo delle facoltà spirituali individuali. La nostra vita ‘interiore’ è importante quanto la nostra routine quotidiana e i perodi di quiescenza della delle nostre attività spirituali sono assolutamente normali in una vita equlibrata. Il buddhista dovrebbe essere tutto il tempo ‘consapevolmente attento’ evitando l’attaccamento emozionale e mentale a tutto ciò che gli accade intorno (ci si dovrebbe comportare come quando guardiamo un film). La crescente attitudine all’osservazione delle circostanze, che sono da esse stesse create in conseguenza di altre precedenti, aiuta a tenere sempre sotto controllo le nostre reazioni alle situazioni.

11- Il Buddha disse “lavora alla tua liberazione con diligenza”. Il Buddhismo non riconosce nessuna autorità per la verità salvo l’intuizione dell’individuo, che è l’autorità per se stesso. Ogni uomo soffre per le conseguenze delle sue stesse azioni, ed impara così, mentre aiuta il prossimo ad ottenere la stessa liberazione; nessuna preghiera né a Buddha né ad un altro Dio possono aiutare a prevenire l’effetto derivante dalle sue stesse cause (azione). I monaci buddhisti sono dei maestri o al limite degli esempi e in nessun modo sono gli intermediari tra la Realtà Ultima e l’individuo. La tolleranza è prevista praticata anche dalle altre religioni e filosofie per cui nessun uomo ha il diritto di interferire nel viaggio di qualcun’altro verso la sua meta.

12- Il Buddhismo non è né pessimismo ne evasione e nemmeno nega l’esistenza di un Dio o dell’anima sebbene propone i suoi significati a questi termini. E’ al contrario un sistema di pensiero, una religione, una scienza spitituale o un modo di vivere che è accessibile, mite, pratico e omnicomprensivo. Per oltre due migliaia di anni ha soddisfatto i bisogni spirituali di circa un terzo dell’umanità. Piace all’occidente perchè non contiene nessun dogma, soddisfano la ragione e il cuore allo stesso modo, insiste sull’indipendenza accompagnata da una tolleranza verso gli altri modi di pensare o di vivere, comprende scienza, religione, filosofia, psicologia, arte, etica e punta sul fatto che l’uomo è il solo creatore del suo presente ed è il responsabile (designatore) del suo stesso destino.