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LE PARAMITA

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La pratica delle “paramita” (perfezioni o virtù trascendenti): generosità, moralità, pazienza, impegno entusiastico, meditazione, saggezza discriminativa.

Delle 6 paramita, le prime 5 costituiscono il metodo (mezzi salutari o azione appropriata), mentre la sesta è la saggezza discriminante : la pratica delle prime 5 comporta l’accumulazione di meriti, mentre questa comporta l’accumulazione di saggezza (consapevolezza). Le due accumulazioni sono le cause per maturare la mente e diventare un Buddha e devono andare – per così dire – di pari passo, se si vuole arrivare al nirvana: sono indispensabili entrambe come le due ali ad un uccello per poter volare. La pratica delle paramita deve essere ispirata dalla bodhicitta (l’intenzione del bodhisattva di conseguire l’illuminazione per la salvezza di tutti gli esseri senzienti)- Oltre alle 6 paramita vi sono 4 perfezioni supplementari o realizzazioni supreme, che sono aspetti della sesta paramita – per cui si parla anche di 10 paramita in totale.

1) generosità (dana). Consiste nel donare senza attaccamento o desiderio di remunerazione, ma solo per il benessere degli altri. Si distingue in:

a) offerte fatte, con fede e rispetto, ai Tre Gioielli: cose reali (come incenso, musica, ecc.) e mentali (ad es., offrendo mentalmente cose che esistono in realtà, ma di cui non abbiamo la disponibilità: il mare, una bellissima aurora, ecc. oppure visualizzando ricchezze, belle forme, suoni gradevoli, ecc.). I Tre Gioielli non hanno ovviamente bisogno di queste offerte, che in realtà servono solo a noi per eliminare il nostro attaccamento.

b) doni fatti con compassione a chi si trova nel samsara:

• doni materiali: ad es., dare cibo ad un affamato;

• dono della protezione: ad es., proteggere una persona dal pericolo di un incendio;

• dono dell’amore: ad es., confortare chi è infelice;

• dono del Dharma: ad es., insegnare il Dharma verbalmente.

Nel dare, dobbiamo considerare ciò che serve veramente al destinatario e non ciò che piace a noi; inoltre, si deve dare nell’ambito della nostra effettiva disponibilità e non sulla scia dell’emotività, che ci potrebbe poi procurare rimpianti o ripensamenti.

2) etica (sila). Il comportamento corretto consiste nell’abbandonare i “10 atti negativi
(Uccisione, Furto, Scorretta condotta sessuale, Menzogna, Calunnia/maldicenza, Offesa/ingiuria, Chiacchere inutili, Bramosia, Cattiveria/malignità, Opinioni errate)
e nel compiere i “10 atti virtuosi” (salvare e proteggere la vita degli altri esseri; essere generosi a tutti i livelli; avere una buona moralità; dire la verità ; parlare solo quando è necessario, a ragion veduta e in modo ricco di significato; diffondere armonia e riconciliare i nemici; essere benevoli e trattare gli altri con calma e dolcezza; essere soddisfatti di ciò che si ha; aver compassione per tutti gli esseri e rallegrarsi della loro felicità; abbandonare le sciocche ed errate concezioni della realtà e sviluppare la corretta comprensione del Dharma.)

Vi sono 3 tipi di moralità, che consistono nel controllare il proprio comportamento:

  1. mantenendo i propri voti, nonché gli impegni presi nelle iniziazioni;
  2. aiutando gli esseri senzienti (ad es., mostrando loro gli effetti negativi delle azioni non-virtuose) ;
  3. avendo il bodhicitta come unico movente in tutte le nostre azioni.

Inoltre il nostro comportamento deve essere di buone maniere: stare composti, non parlare con durezza o in modo sboccato, non desiderare ardentemente guadagni e onori, ecc.

I semi delle azioni negative che non sono ancora maturati in sofferenza possono esser distrutti col pentimento, che consiste:

a) nel sentire che quella data azione è sbagliata, cioè provare un’angoscia di
coscienza oppure il risveglio di una migliore comprensione;

b) nell’ammettere a noi stessi l’errore che abbiamo fatto;

c) nel rivolgerci al Buddha e pentirci profondamente;

d) nel promettere di non farlo più (come chi si è ammalato per aver ingerito del veleno, si ripromette di non prenderlo più).

Per le nuove colpe commesse ci si deve pentire subito, in meno di un’ora (considerando anche che la morte può arrivare in ogni momento).

3) pazienza kshanti. Questa virtù consiste nella capacità di sopportare e tollerare (senza reagire con collera o vendicarsi):

A) gli atteggiamenti sgradevoli o cattivi delle altre persone, pensando che:

a] se qualcuno è negativo con noi, significa che non sa essere migliore di così perché è accecato dai suoi klesha (difetti mentali), non può controllare se stesso e sta soffrendo lui stesso;

b] quando tali suoi atti negativi matureranno, dovrà soffrirne molto e quindi col suo comportamento attuale sta costruendo qualcosa di cattivo per se stesso ; il che ci deve far sorgere una grande compassione per lui;

c] d’altronde, quel suo comportamento negativo verso di noi sta rimuovendo un po’ del nostro cattivo karma (è come il gusto cattivo di una medicina, che ci farà bene in seguito);

d] inoltre, quella persona che ora ci fa del male può essere stata nostra madre o padre o fratello o amico o maestro nelle vite precedenti, nelle quali siamo stati da essa amati e aiutati (amore e aiuto certamente superiori al male che ci fa oggi);

e] il male che ora stiamo soffrendo fu causato karmicamente da un’azione simile da noi commessa in precedenza; perciò, poiché è colpa nostra, sarebbe ingiusto rendere la pariglia;

B) le difficoltà che si incontrano nell’accettare il dolore e le contrarietà fisiche e mentali (ad es., nell’assumersi le sofferenze derivanti dal salvare la vita ad una persona);

C) la fatica derivante dallo sforzo di capire il Dharma il più profondamente possibile, di compiere pratiche come le 100.000 prostrazioni o nel sedere a lungo nella posizione del loto mentre si medita.

4) vigore o perseveranza entusiastica. E’ l’impegno entusiastico (l’opposto dell’apatia, dello scoraggiamento, della pigrizia e della procrastinazione), che consiste in una grande diligenza nel comprendere ed attuare il Dharma: diligenza gioiosa, e non vista come un dovere pesante. Quindi significa:

• innanzitutto, usare energia e zelo nel rivolgersi al Dharma, compiendo azioni e pratiche positive (anziché perdere tempo in banali attività mondane);

• non stancarsi della pratica spirituale o non cadere nell’indifferenza che ce la fa rimandare di giorno in giorno;

• continuare con entusiasmo ad agire in modo positivo (ad es., praticando le

paramita): da un lato, senza la presunzione di ritenersi soddisfatti delle esigue azioni virtuose che abbiamo finora compiuto; e dall’altro, con l’ottimistica convinzione della nostra capacità innata d’ottenere dei risultati positivi.

5) concentrazione meditativa (dhyana).

La “perfezione della concentrazione meditativa” è lo stato in cui la mente è mantenuta ferma sui pensieri positivi (senza distrazione nè torpore) ed è in grado di controllare – come un potente governante – l’attività mentale stessa e il sorgere dei difetti mentali (klesha).

Tale paramita si ottiene quando si sono realizzati i dhyana tanto del Rupadhatu che dell’Arupadhatu.

Entrando nei dettagli, vi sono 3 tipi di concentrazione meditativa:

a) un modo di meditare in cui si ha l’intenzione di voler provare esperienze di piacere, chiarezza ed assenza di pensieri;

b) un modo di meditare in cui si è superato l’attaccamento a quelle esperienze e si resta attaccati al concetto di vacuità come antidoto;

c) un modo di meditare in cui si è superato anche l’attaccamento al concetto di vacuità e ci si trova nella condizione priva di pensiero discorsivo nella quale si coglie la vacuità in maniera diretta, immediata, intuitiva e spontanea.

Come allenamento secondario alla “perfezione della concentrazione meditativa” è necessario meditare su:

• l’uguaglianza fra sé e gli altri, perché tutti quanti desideriamo la felicità e non vogliamo la sofferenza;

• lo scambio di sé con gli altri, offrendo a questi la nostra felicità ed accogliendo in noi tutte le loro sofferenze;

• l’aver cari gli altri più di noi stessi, augurandoci che la loro sofferenza ricada su di noi e che essi possano esser felici prendendo la nostra felicità.

6) saggezza discriminante (prajña). Si tratta della consapevolezza discriminante o intelligenza discriminativa, che deve ispirare il compimento di tutte le paramita precedenti.

Essa consiste nella consapevolezza dell’essenza, delle differenze, delle caratteristiche (particolari e generali) di ogni oggetto di percezione: ossia, è la facoltà dell’intelligenza presente nel continuum mentale di tutti gli esseri senzienti che permette di esaminare gli oggetti e di formulare giudizi e decisioni.

Può essere :

♦ comune: ogni genere di conoscenza ordinaria, come ad es. l’intelligenza che ci permette di guidare un’automobile ;

♦ non-comune: la percezione della sofferenza, dell’impermanenza dei fenomeni, dell’assenza di un ego concreto e, in ultimo, della vacuità.

Vi sono 3 tipi di quest’ultima specie di “saggezza discriminativa” :

a) quella derivante dall’ascoltare gli insegnamenti e dal comprenderne il significato a livello concettuale;

b) quella derivante dall’esaminare il significato dei vari concetti, riflettendo ripetutamente su di essi ed eliminando i possibili dubbi; dal riferire alla propria condizione la comprensione degli insegnamenti, confermandoli con l’esperienza personale ; dal dedicarsi alla pratica senza dover chiedere chiarimenti ad altri ;

c) quella derivante dalla meditazione in cui si comprende l’assenza di un’ “entità indipendente ed auto-esistente” sia nella persona sia nei fenomeni (Vacuità).

Lo scopo essenziale della meditazione consiste nell’eliminazione dell’ignoranza, causa di tutte le nostre imperfezioni; ora, la saggezza (comprensione della vacuità) è appunto l’opposto dell’ignoranza.

Ci sono molte tappe per arrivare alla conoscenza di sunyata (vacuità): dapprima dobbiamo ricorrere al ragionamento e all’analisi, da cui sorgerà un tipo di comprensione concettuale e deduttiva della vacuità tipica di chi si trova sui Sentieri dell’Accumulazione e della Preparazione ; successivamente si sviluppa la concentrazione univoca avente come oggetto la vacuità accertata con l’analisi:
entrando costantemente e ripetutamente in rapporto con æ¾nyatõ, si raggiunge un punto in cui il contenuto concettuale svanisce e la visione della vacuità diviene talmente chiara e diretta che non si avverte più distinzione tra la vacuità e la mente che la contempla. E’ questo il Sentiero della Visione, in cui si diventa Aryabodhisattva.

Dunque, nella sua forma più alta e completa (cioè quale prajñaparamita), la prajña è una conoscenza immediata, cosicché percepisce direttamente le cose come sono (ne vede la natura illusoria e vuota) e le apprezza come valide in se stesse (senza bisogno di manipolare le nostre percezioni secondo categorie preconcette e lasciando che le cose siano come sono). Questo atteggiamento è peraltro tuttora un processo di apprendimento, uno strumento, per scoprire la “saggezza vera e propria” (jñana), cioè la conoscenza (o consapevolezza) suprema, che è trascendente ed originaria:

– trascendente significa che è aldilà della dualità di soggetto ed oggetto e di ogni altra concettualizzazione dualistica. Essa percepisce spontaneamente con un singolo atto mentale l’aspetto duale di ogni fenomeno (cioè la sua verità relativa ed assoluta) ;

-originaria significa che è il nostro stato primordiale da sempre perfetto, che normalmente viene oscurato da illusioni e concetti sbagliati. Sebbene tutti gli esseri senzienti possiedano il potenziale per realizzare questa saggezza nel loro continuum mentale, la confusione psicologica e le tendenze illusorie che oscurano la mente impediscono l’espressione di questa potenzialità: da ciò proviene la necessità della purificazione mentale (parisodhana).

Le caratteristiche di jñana sono tre:

a) l’onniscienza,

b) l’infinita compassione,

c) il potere illimitato.

Prajña quindi porta a jñana, che è il risultato che trascende quel processo di apprendimento.

Le 4 “ paramita supplementari” sono :

7) upaya è l’azione appropriata, l’abilità o l’ingegnosità nell’applicazione (o uso) dei mezzi e metodi salvifici, dei molteplici insegnamenti che conducono tutti gli esseri alla Liberazione.

8) pranidhana, è l’intensa aspirazione o impegno o voto o risoluzione (e quindi lo sforzo conseguente) a realizzare l’Illuminazione e liberare gli altri, cioè ad affrontare ogni difficoltà fino a quando – per i nostri meriti – il maggior numero di esseri sia stato strappato al samsara ;

9) bala, sono le 5 forze morali, poteri o impulsi spirituali – derivanti dall’aver praticato le precedenti 8 paramita – tali da far procedere decisamente verso il nirvana: fiducia, diligenza, introspezione, concentrazione meditativa, saggezza discriminante;

10) jñana, è la suprema conoscenza o sapere trascendente, che – abbattendo l’apparente differenza stabilita tra l’assoluto e il relativo – permette di vedere le cose nella loro realtà non illusoria e afferra la natura ultima dei fenomeni. Consiste pertanto nel superamento di ogni dubbio, nella visione chiara di ogni fenomeno e nella consapevolezza lucida del modo di conseguire l’Illuminazione. Queste 10 virtù corrispondono ad altrettanti gradini o tappe o stadi che il bodhisattva deve percorrere – impiegando anche migliaia di esistenze – per raggiungere la buddhità. Queste 10 tappe (bhumi) costituiscono il Sentiero dello Sviluppo del Paramitayana. Se con le prime 5 paramita si accumula merito e con la 6ª si accumula conoscenza, con le ultime 4 si sviluppa e si completa il progredire morale di tutte le precedenti paramita fino al conseguimento della conoscenza suprema.

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La pratica della pazienza, spunti personali

Partiamo da un esempio: viene una persona che ci fa del male con un bastone.

Allo stesso modo del bastone che non ha una propria volontà, la persona stessa non ha una propria volontà perché in quel momento è controllata dalla rabbia, è questo il pensiero che dobbiamo generare. Il nemico non è la persona ma è l’afflizione di cui lui è preda, in questo caso la rabbia o l’odio, è quello il vero nemico.

Affinché noi possiamo diventare esseri realizzati bisogna praticare la pazienza e pensare che noi possiamo aspirare a una rinascita verso un regno superiore e poi alla realizzazione vera e propria, quindi questi nemici esterni sono da considerare preziosi, sono lo strumento della nostra pratica, dobbiamo ringraziarli! Non dobbiamo pensare che questi nemici esterni non possano essere oggetto della nostra pazienza.

Bisogna pensare che se una persona ci fa del male è una conseguenza di una azione che abbiamo fatto in precedenza e che quindi è una nostra responsabilità. Non dobbiamo quindi rivolgere rabbia verso la persona che ci fa del male, ma pensare che quella persona stessa facendoci del male si costringerà a una rinascita nel regno della sofferenza e quindi in un certo senso siamo noi a nuocere a quella persona!

Il meccanismo è che siccome noi abbiamo del Karma negativo in questo momento siamo nella condizione della maturazione dei frutti di quel determinato Karma, ma allo stesso tempo siamo anche la causa per cui questa persona soffrirà. Una azione è allo stesso tempo causa e condizione!

Se ci domandiamo qual è la causa che costringe questa persona  a rinascere nel regno della sofferenza cosa rispondiamo? La risposta corretta è noi stessi (nello specifico il nostro Karma negativo accumulato).

Se la persona che ci fa del male compie questa azione negativa rinasce nel regno della sofferenza, proiettando la cosa su noi stessi noi dovremmo pensare che anche noi  possiamo rinascere in quel regno di sofferenza. Questo perché è una conseguenza di una azione negativa che abbiamo compiuto precedentemente o in una vita passata. Dobbiamo comprendere che quando una persona viene a farci del male in realtà siamo noi stessi siamo la causa di ciò e anche del motivo per cui questa persona rinascerà nel regno della sofferenza. Se precedentemente (o nella vita passata) noi non avessimo accumulato del karma negativo, non avremmo avuto questo nemico esterno, esso non sarebbe venuto a farci del male e quindi nemmeno il nemico sarebbe costretto a una rinascita nella sofferenza, ecco perché attraverso la pratica della pazienza faremo del bene a noi stessi e agli altri, sarà di beneficio a noi stessi e agli altri.

Questo è il metodo della pratica della pazienza, meditiamo su questo. Evitiamo di accumulare del Karma negativo. Se pensiamo solo a noi stessi e non pratichiamo la pazienza avremo lo stesso risultato della persona che ci fa del male. E’ come una catena, io faccio azioni negative, uno arriva e mi fa del male, mi arrabbio, accumulo del karma negativo, tutti e due avremo delle rinascite sofferenti  e così via all’infinito. Se invece io pratico la pazienza  interrompo la catena, non accumulo più Karma negativo, nessuno verrà in futuro a farmi del male quindi nessuno rinascerà nel regno della sofferenza. Fantastico!

Per come siamo abituati a vivere al giorno d’oggi, sempre di fretta e indaffarati, se qualcuno va piano in macchina davanti a noi e il semaforo diventa rosso per colpa sua, noi suoniamo il clacson innervositi, quando invece qualcuno ci suona il clacson noi immediatamente lo mandiamo a quel paese, magari anche accompagnando la frase con un bel gesto adatto. Dico immediatamente perché quasi ci viene naturale, provate a pensarci … magari è vi è successo proprio stamattina mentre andavate al lavoro oppure ieri … è l’abitudine che ci fa reagire così. All’inizio praticare la pazienza è molto difficile perché dobbiamo sradicare questa concezione fissa in noi da tempo, ed occorre molto impegno. All’inizio non ve ne rendete conto, poi pian piano vi accorgete di quello che fate e pensate “accidenti mi è successo di nuovo di perdere la pazienza!” fino a che non vi verrà naturale praticare la pazienza.

Il momento giusto per praticare la pazienza è quando sentiamo che dentro di noi stiamo per esplodere, fermiamo l’attimo e meditiamo sui benefici che può dare la pratica. Se non ci arrabbiamo adesso nessuno in futuro ci farà del male per il Karma che si potrebbe creare per quanto ci sta accadendo, noi accumuliamo meriti, proseguiamo nella nostra realizzazione,  né noi né il nostro “nemico” soffriremo e tutti ne trarremmo un gran beneficio.

Inoltre la pratica della pazienza e il generare compassione sono collegati, perché la persona che compie atti negativi non è libera ma è in schiava delle afflizioni negative ed è destinata a soffrire per questo. Non dobbiamo quindi reagire con avversione di fronte a certe situazioni, ma al contrario meditare la pazienza e generare compassione desiderando che la persona sia libera dalle afflizioni che lo controllano. Quando si ha compassione infatti non si può provare rabbia.

Potremo essere arrabbiati perché soffriamo di certe malattie, ma anche qui dobbiamo meditare che è sempre a causa del nostro Karma passato che in questa vita sperimentiamo la sofferenza della malattia. Quindi anche qui pazienza, se ci arrabbiamo o generiamo emozioni negative non solo quasto non aiuta a guarire, ma dovremo soffrire oltre che per la malattia anche per il Karma che si accumula se dovessimo arrabbiarci. Di qualsiasi entità o gravità sia la malattia di cui soffriamo non dobbiamo continuamente focalizzarci su di essa. Se la malattia di cui soffriamo è inguaribile perché arrabbiarci? Se invece esiste una cura dobbiamo prendere le medicine.

Un altro modo di praticare la pazienza quando per esempio una persona ci insulta o parla male di noi è meditare come segue: queste sono soltanto parole la nostra mente non ha un corpo fisico, perché arrabbiarci pensando che le parole possano colpirla? Perché arrabbiarci se sono solo parole? Forse perché vanno a colpire il nostro orgoglio? Forse perché abbiamo paura del giudizio delle altre persone? Anche queste due sono due afflizioni  di cui liberarsi, esse ci fanno reagire allo stesso modo di coloro che sparlano su noi, ci fanno sentire arrabbiati e potremo avere anche voglia di vendicarci … che brutte reazioni …, causano Karma negativo, soffriamo due volte: una adesso perché parlano male di noi e una in futuro a causa del Karma che andremo a creare se reagiamo con avversione e non pratichiamo la pazienza.

Lam Rim

Ho tratto dal sito BuddhismoNapoli questo insegnamento fondamentale del Buddhismo. Mi sono permesso di evidenziare i passi più importanti (secondo il mio modesto parere) per facilitarne la lettura e di pubblicare il PDF affinché più persone ne possano usufruire.

Clicca qui per il PDF Lam Rim

Buona lettura,
Davide

Vacuità, risultati dipendenti e Via di mezzo

I fenomeni sono vacui e privi di una esistenza intrinseca e indipendente perché:

– originano in dipendenza delle cause
– dipendono dalle parti da cui sono costituiti. Non è possibile trovare il fenomeno stesso in nessuna delle delle sue parti prese singolarmente, così come il fenomeno non è nemmeno la somma delle sue parti, infatti si dice che
– dipendono dal concetto che li designa con un nome

Bisogna comprendere che la vacuità di esistenza intrinseca significa risultati dipendenti, NON che le cose non esistono in senso assoluto e quindi staremo distanti dal la concezione nichilista.
Allo stesso modo quando comprendiamo le cose nascono in dipendenza delle cause, NON hanno esistenza indipendente e quindi staremo distanti anche dal concetto di permanenza assoluta.

Ecco perché si conclude che la vacuità, i risultati indipendenti e la “Via di mezzo” hanno tutti lo stesso significato.

Tratto da “La via della liberazione”, Sua Santità il XIV Dalai Lama, 2009

L’addestramento mentale in sette punti

fonte originale dell’articolo

L’Addestramento Mentale in Sette Punti è stato portato in Tibet da Atisha e scritto da Ghesce Chekawa (1102-1176), che formulò la tradizionale dottrina chiamata dei « Sette punti» in cui vengono insegnati: i preliminari e l’addestramento alla Bodhicitta, come trasformare le circostanze avverse in favorevoli, come comprendere i criteri per trasformare la mente e i consigli per l’esecuzione di questa pratica.

Om Svasti

Omaggio alla Grande Compassione.
L’essenza di questo insegnamento, simile ad un nettare,
è il lignaggio che deriva direttamente da Serlingpa.
Comprendi il significato dell’insegnamento
come un diamante, come il sole e come una pianta officinale.
Quest’era dalle cinque degenerazioni sarà trasformata
nel sentiero dello stato pienamente risvegliato.

1 Illustrazione dei preliminari come base della pratica.
Per prima cosa esercitati nelle pratiche preliminari.

Le pratiche preliminari per accumulare i meriti sono quelle dette ‘dei sette rami’ e cioè:
– inchino (rispetto, umiltá),
– offerta,
– confessione (pentimento),
– rallegrarsi (per le proprie azioni virtuose, degli altri o delle qualità del Buddha),
– invocare alla dottrina,
– chiedere al Buddha di non morire,
– dedicare i meriti acumulati al benessere degli altri
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2 Bodhicitta 

Bodhicitta relativa (La pratica d’addestramento alla mente del risveglio).
Guardati da chi biasima tutti di tutto.
Medita sulla grande gentilezza di tutti gli esseri.
Allenati nel dare e nel ricevere:
inizia dal prendere su te stesso ed alternati nel prendere e dare.
Per questo, usa il respiro come supporto.
Per quanto riguarda i tre oggetti, tre veleni e le tre virtù,
Sii sempre consapevole della pratica in generale,
Prendendo a cuore queste parole in tutte le attività.

Bodhicitta ultima (L’addestramento alla mente ultima del risveglio).
Quando hai conseguito stabilità, osserva l’insegnamento segreto:
Considera tutti i fenomeni come un sogno.
Analizza la natura della coscienza non-nata.
Il rimedio stesso si è appropriatamente liberato,
Posiziona l’essenza del percorso sulla natura della base di tutti.
Dopo la meditazione, considera i fenomeni come illusioni.

3. Trasformare le circostanze avverse nel sentiero per l’illuminazione
Quando il mondo è colmo di negatività,
trasforma le avversità nel sentiero per l’Illuminazione.
Applica immediatamente la meditazione in ogni circostanza.
Il metodo supremo è accompagnato dalle quattro pratiche.

4. La pratica integrata in una sola vita
In sintesi, l’essenza dell’addestramento consiste
nell’addestramento nei cinque poteri.
I cinque poteri stessi sono
il Precetto sul trasferimento della coscienza del Grande Veicolo.
Coltiva questi percorsi di pratica.

5. I segni d’abilità nell’addestramento mentale.
Integra tutti gli insegnamenti in un unico pensiero,
conferisci primaria importanza ai due testimoni,
coltiva costantemente solo una mente pacifica.
Un’inversione di comportamento indica l’avvenuta trasformazione.
Ci sono cinque grandi caratteristiche di una mente addestrata.
Si è compiuto l’addestramento quando si pratica anche nella distrazione.

6. Gli impegni dell’addestramento mentale.
1. Non contraddire l’addestramento mentale che ti sei ripromesso di seguire.
2. Non essere temerario, nella pratica.
3. Non essere parziale: addestrati sempre nei tre punti generali.
4. Trasforma il tuo atteggiamento, ma mantieni il tuo comportamento naturale.
5. Non discutere dei difetti altrui.
6. Non preoccuparti degli affari degli altri.
7. Addestrati per contrastare qualsiasi emozione disturbante, pur grande che sia.
8. Abbandona ogni speranza di ricompensa.
9. Evita il cibo malsano.
10. Non farti vincolare da un pregiudizievole senso del dovere.
11. Non fare commenti sarcastici.
12. Non stare in agguato.
13. Non colpire gli altri nel loro punto debole.
14. Non caricare un bue col fardello d’uno yak.
15. Non abusare della pratica.
16. Non voler vincere a tutti i costi.
17. Non trasformare gli dei in demoni.
18. Non percepire la sofferenza altrui come la propria felicità.

7. I precetti della formazione mentale
1. Agisci con una sola intenzione.
2. Tutti gli errori devono essere rettificati in un sol modo.
3. Due sono gli impegni: uno all’inizio ed uno al termine.
4. Affronta con pazienza ogni situazione si presenti, sia positiva che negativa.
5. Proteggi i due punti come se fossero più preziosi della tua stessa vita.
6. Addestrati nei tre livelli di difficoltà,
7. Consegui le tre cause principali.
8. Non lasciar degenerare le tre attitudini.
9. Non separarti mai dai tre possessi.
10. Pratica sempre con sincera imparzialità.
11. Apprezza la pratica globale e d’ampia portata.
12. Addestrati costantemente per far fronte a situazioni difficili.
13. Non fare affidamento su altre condizioni.
14. Impegnati da subito nelle pratiche principali.
15. Non applicare una concezione sbagliata.
16. Non essere discontinuo,
17. Pratica senza battere ciglio,
18. Affidati all’indagine ed all’analisi,
19. Non essere presuntuoso,
20. Non essere irascibile,
21. Non essere instabile.
22. Non aspettarti gratitudine.

Essendosi manifestato il karma del mio addestramento precedente,
e sentendomi possentemente ispirato,
senza curarmi dei rimproveri e della sofferenza,
sono andato in cerca delle istruzioni per soggiogare il mio attaccamento all’ego.
Se adesso dovessi morire, non avrei alcun rimpianto.

Questa pratica si rivela particolarmente adatta a chi viva una vita attiva e impegnata. Non chiede al praticante di ritirarsi in un eremo, ma piuttosto di riesaminare tutti i suoi rapporti con gli altri, e di trasformare gradualmente le sue reazioni alle varie circostanze della vita. Le conoscenze della fisica consentono di rivelare interessanti paralleli tra l’interpretazione dell’universo della filosofia madhyamika e le scoperte più recenti della scienza moderna. Il mondo del tempo e dello spazio assoluti sperimentato dai sensi è oggi considerato dalla fisica pura illusione, e ciò non può non ricordare la definizione della realtà data dal Buddha: un’illusione.

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Fonte originale per i paragrafi che seguno:

Sebbene esistano diversi modi di spiegare l’insegnamento dell’addestramento mentale in sette punti (blo sbyong don bdun ma – in tibetano), in accordo al Grande Veicolo Mahayana, Ghesce Chekawa formulò la seguente tradizione dottrinale chiamata «dei sette punti»:
1. Insegnare i preliminari da cui questo dharma dipende;
2. addestrarsi nella bodhicitta;
3. trasformare le circostanze avverse in un sentiero per l’illuminazione;
4. insegnare una pratica da applicare per tutta la vita;
5. insegnare i criteri per comprendere se si è trasformata la mente;
6. assumere gli impegni della pratica dell’addestramento mentale;
7. dare i consigli per la pratica dell’addestramento mentale.

Con questi consigli Gheshe Chekawa Yeshe Dorjei volle ricordare a tutti i discepoli che per avanzare nel cammino spirituale, è necessario far decadere i modelli abituali di comportamento e le abitudini, piantare i semi della pietà e consolidare il relativo sviluppo della bodhicitta. Per fare ciò è essenziale la pratica della pazienza, l’aspirazione, la percezione della vacuità, la compassione, la benevolenza e il gioire dei propri e altrui meriti.
In questi insegnamenti è anche compresa la pratica del «prendere e dare» (gtong.len in tibetano), una tecnica specifica per creare mentalmente uno scambio della propria esperienza con quella degli altri, un semplice metodo che piano piano trasporta questa intenzione in tutte le funzioni della propria vita.

Seguire questo addestramento, è detto nei testi, equivale a sfregare insieme due bastoni per accendere il fuoco: un bastone corrisponde alle prospettive e alla disciplina dell’addestramento mentale, l’altro corrisponde alle proiezioni e alla dinamica delle abitudini. La pratica genererà l’attrito necessario affinché si produca la combustione.