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La vera natura della realtà in relazione al concetto del “sé”

Sono sempre più piacevolmente sorpreso di come spesso la filosofia Buddista coincida con una visione moderna sulla natura dei fenomeni. Vado a presentarvi adesso il modo in cui il Buddismo descrive come avviene l’esperienza personale della realtà attraverso i 5 aggregati e come essa sia legata al concetto del Sè (o Io):
1) Attraverso i sensi (vista, udito, olfatto, gusto, tatto, mente) si viene a contato con la realtà
2) la coscienza ci rende consapevole dell’oggetto dell’esperienza che al momento è ancora indefinito
3) la percezione (concetto, idea): da un nome all’oggetto dell’esperienza
4) la sensazione (emozione): ci da una dimensione emotiva dell’oggetto dell’esperienza (piacevole, spiacevole, neutra)
5) la volizione e i fattori mentali (dimensione morale): in base alle esperienze vissute (fattori mentali) creano la reazione all’oggetto (volizione) la quale può avere conseguenze positive, negative o neutre (creano il Karma).

Questi processi avvengono molto velocemente, durano meno di una frazione di secondo e noi a volte non ce ne accorgiamo nemmeno, ma se ci pensiamo bene è proprio così che viviamo la realtà che ci circonda. Facciamo l’esempio di stare camminando sul marciapiede, di notte in un quartiere malfamato. Una persona ci viene incontro e noi vediamo che tira fuori qualcosa di metallico da una tasca. In questo momento noi abbiamo usato il senso della vista e attraverso la coscienza siamo diventati consapevoli che qualcosa è stato tirato fuori dalla tasca, ma questo qualcosa è ancora indefinito. Solo quando entra in gioco la percezione ci accorgiamo che ha in mano un coltello, proviamo paura e scappiamo via.

E’ solo attraverso questi 5 aggregati che si vivono le esperienze personali. Ma chi è la persona che vive l’esperienza? E’ il “sé” (o “Io”) che quindi viene a esistere solo nominalmente quando stiamo vivendo una esperienza personale. Esso sparisce se non c’è interazione con la realtà. Il sé non è il semplice insieme dei 5 fattori e nemmeno si trova in uno di essi. Per esempio una automobile ha le ruote, i sedili, il volante posizionati in un certo modo ben preciso. Quando ha queste caratteristiche io la chiamo automobile e la percepisco come tale. Se io però ho lo stesso le ruote, i sedili e il volante ma per esempio metto i sedili sull’asfalto, le ruote sopra i sedili e il volante dentro le ruote, anche se i costituenti sono gli stessi di certo non percepisco questa “aggregazione di pezzi” come una automobile. Allo stesso modo il sé non è né l’aggregato fisico dei 6 sensi, né la coscienza e nemmeno la percezione, sensazione o volizione, e non è nemmeno la somma di questi.
Non esiste “Io indipendente” o un “Sè innato” al di fuori, separato dai fattori fisici e mentali dell’esperienza personale. Questo a cosa ci porta? A comprendere che il “sé” è solo un nome convenzionale per un insieme di fattori che anche presi singolarmente sono sempre in continua trasformazione, sono impermanenti, perciò lo diventa anche il concetto del “sé” o “Io”.
La visione errata di un “Io” indipendente è alla base delle afflizioni mentali quali ignoranza, egoismo ed attaccamento che sono le radici della sofferenza. Quando si vive un esperienza non dobbiamo credere che ci sia un “Io fisico” che la sta vivendo, non c’è un “Io e gli altri”, “Io e questo oggetto” (non c’è dualità) ma solo un “Io nominale” che in quel momento sta sperimentando qualcosa.
La visione corretta della realtà è vedere l’esperienza personale come un processo di funzioni impersonali piuttosto che attribuibile al sé; questo atteggiamento ci porta a sviluppare la saggezza del non sè. Ci permette di non provare attaccamento e/o avversione nei confronti dell’oggetto dell’esperienza, di non essere egoisti, di non avere paura di dovere difendere questo “Io indipendente” e le sue idee, di avere un atteggiamento di equanimità, di aiutare a superare i turbamenti emotivi di speranza e paura verso le cose del mondo; insomma ci permette di vivere la vita quotidiana liberamente, con maggiore consapevolezza e serenità.

DAVIDE

L’attaccamento al sé

La radice che è alla base delle afflizioni mentali è l’egoismo che è l’attaccamento al sé. L’attaccamento al sé è pericolosamente negativo. Ad esempio pensiamo che se si fanno delle azioni meritorie ma il fine per cui le si fanno è solo per avere un tornaconto personale, un vantaggio per se stessi, anche se le azioni potrebbero produrre un buon Karma, ad ogni modo non sarebbero la via della liberazione dalla sofferenza (in quanto si rimane contaminati dall’attaccamento al sé), non è la via che ci ha mostrato il Buddha. Quanto abbiamo appena visto è alla base della distinzione tra le scuole di buddismo Hinayana e Mahayana: i primi desiderano la liberazione solo per se stessi, mentre i secondi la desiderano per il bene di tutti gli esseri senzienti.
Un detto tibetano afferma che l’attaccamento al se è la porta che conduce alle rinascite inferiori e quindi alla Grande sofferenza.
Se non si fa una analisi di questo atteggiamento egoistico che porta la nostra mente a considerare la propria persona come la più importante tra tutte, quella che viene per prima, quella che bisogna soddisfare anche a discapito degli altri, e non riusciamo a comprendere che è proprio questo attaccamento al sé il vero nemico da sradicare, allora non ci sarà per noi la possibilità di trovare beneficio attraverso nessuna delle pratiche di realizzazione.
A questo proposito si narra la storia di una donna alla quale morirono tre figli, che per questo motivo impazzì ma che poi guarì. Una volta guarita essa partorì altri 30 figli capaci di doti eccezionali e che furono notate dal sovrano del paese in cui abitava la donna, il quale li prese in simpatia. Questo creò gelosia nel primo ministro che aveva un figlio solo; egli notava che il re aveva più in grazia questi 30 ragazzi che il suo figlio. Decise allora di escogitare un metodo per ucciderli e inventò che questi volevano usurpare il trono del sovrano, che volevano addirittura ucciderlo, facendo arrivare la falsa voce al re. Questi per tutta risposta uccise i 30 ragazzi e fece arrivare i corpi alla madre. La donna non ebbe la reazione che aveva avuto tempo prima e non se la prese a male. I suoi parenti gli chiesero come mai se prima erano morti solo tre figli ed era impazzita adesso invece non dimostrava nessun segno di rabbia. La donna rispose che prima non conosceva la vera natura dei fenomeni, la legge di causa effetto e della rinascita, ma siccome adesso la conosce non prova dolore.
La causa che fa operare il ministro é l’attaccamento al sé e al figlio, nello specifico del destino del proprio figlio. Egli ha creato un enorme karma negativo per la uccisione dei trenta ragazzi. Anche il re che non aveva preso in considerazione altri motivi per quello che gli era stato riferito, egli si era preoccupato solo della sua morte (ancora attaccamento al sé) e pertanto ha deciso di non correre rischi eliminando i ragazzi e creando per sé Karma negativo. Abbiamo visto un esempio che ci fa capire come l’attaccamento al sé sia un potente nemico che porta gli esseri alle rinascite inferiori e a provare immane sofferenza.
La cosa da fare per sradicare l’attaccamento al sé è comprendere la vera realtà dei fenomeni; è questa comprensione che permette di fare maturare le nostre virtù. È importante dare valore a tutti gli altri esseri è questo atteggiamento altruistico che ci permette di sviluppare le nostre virtù. Viene riportato l’esempio del Buddha che in una delle sue vite precedenti, essendo rinato nel regno degli inferi si trovava a dovere portare un peso enorme sulle spalle. Accanto a sé c’era un altro essere col corpo minuto che faceva fatica a portare il suo peso e il Buddha desiderò liberarlo da questo facendosene carico lui stesso che era il più forte dei due. Ecco l’altruismo del Buddha. Grazie a questa azione rivolta verso un essere che condivideva le sue stesse sofferenze il Buddha si liberò dall’esistenza negli inferi guadagnando una rinascita in un livello migliore.
È molto importante avere una mente con atteggiamento altruistico ed evitare azioni malevole verso,le altre persone. Mente altruistica significa avere cari gli altri esseri senzienti allo stesso modo di una madre che prova compassione per un figlio malato, che desidererebbe provare lei stessa quella sofferenza pur di toglierla al figlio. L’atteggiamento è pensare che fare del male agli altri è una azione estremamente negativa. Quando un essere realizzato vede un altro essere che soffre ne prova la stessa sofferenza, prova compassione per lui, desidera che l’altro non debba più soffrire sviluppando l’atteggiamento altruistico. Proprio come abbiamo visto prima il Buddha comportarsi negli inferi.
Per aiutare lo sviluppo della mente altruistica proviamo a considerare ogni essere senziente come un Essere realizzato. Se si compie una azione negativa verso uno qualsiasi degli esseri senzienti è come rivolgerla verso il Buddha stesso, così come fare una azione meritoria verso chicchessia è come farla al Buddha stesso.
Per eliminare l’attaccamento al sé e a sviluppare una atteggiamento altruistico è di sicuro beneficio la pratica della meditazione del dare e dell’avere. La base di questa meditazione è appunto un atteggiamento altruistico nei confronti di tutti gli esseri, dobbiamo pensare che la cosa che ci è più cara al mondo è il bene di tutti gli altri esseri senzienti. Durante l’inspirazione immaginiamo un fumo nero, che rappresenta il dolore di tutti gli esseri senzienti, entrare dentro di noi e che tutto questo dolore preso vada ad intaccare il nostro attaccamento al sé, a sradicare le radici delle nostre sofferenze. Durante l’espirazione immaginiamo che tutte le azioni meritorie che abbiamo compiuto in questa vita e anche in quelle passate diventino come una luce bianca che raggiunge tutti gli esseri senzienti affinché essi possano godere i frutti di queste azioni meritorie.
La meditazione del dare e dell’avere consiste quindi di nell’immaginare questo scambio prendendo il dolore di tutti gli esseri e dando a loro stessi le nostre azioni meritorie.

Come generare la pazienza

La pazienza serve a sviluppare il pensiero altruistico, è la base del nostro sentiero spirituale ed è uno degli antidoti contro la rabbia (o la avversione).
Per praticare la pazienza è necessario che ci sia un oggetto verso il quale noi dobbiamo generare appunto questa virtù. L’oggetto in genere è una persona che è il “nemico esterno” verso il quale dobbiamo generare la pazienza. Possiamo avere avuto svariate occasioni di notare come sia facile in certe occasioni perdere il controllo di noi stessi, portandoci a reagire con rabbia, avversione, odio, rancore e vendetta verso qualcuno che ci offende, che ci fa danno e che compie verso di noi azioni malevole. È proprio in queste occasioni che dobbiamo esercitarci alla pratica della pazienza verso coloro che ci rivolgono contro queste azioni malevole, e dobbiamo farlo prendendo in considerazione tre principali modelli di comportamento:
1) pensare che la persona che ci fa danno è vittima delle sue personali afflizioni mentali (nemici interni). Tale persona si trova in questo stato di schiavitù, senza possibilità di controllare le proprie azioni negative, vittima della sua scorretta visione della realtà, ecco perché dobbiamo avere pazienza e non prendercela con lei, dobbiamo considerarla come una vittima. L’atteggiamento altruistico qui è quello di sviluppare compassione per la persona desiderando che egli sia libero da questi veleni mentali.
2) la persona che ci sta facendo danno sta creando per sé stessa un karma negativo dovuto alla sua azione e ne subirà le conseguenze in futuro. In un certo senso possiamo considerare che noi siamo la causa del suo futuro soffrire e quindi dovremmo provare anche un certo grado di compassione per questo. Per generare la pazienza qui dobbiamo pensare che il dolore che la persona proverà è uguale a quello che noi stiamo provando adesso. Anche in questo caso potremo sviluppare compassione desiderando che colei non abbia da soffrire e che possa essere libera dalle sue afflizioni.
3) la situazione che stiamo sperimentando è a sua volta frutto di un karma negativo che abbiamo creato noi stessi in passato. Se noi in passato non avessimo accumulato karma negativo adesso non ne avremmo dovuto subire le conseguenze, la persona non sarebbe venuta a farci danno e non avrebbe a sua volta accumulato karma negativo da scontare in futuro. Anche qui dobbiamo consideraci come prima causa degli eventi, per cui dobbiamo essere pazienti, non c’è motivo di provare rabbia o avversione contro la persona e per quello che ci sta succedendo.

I “nemici esterni” sono l’oggetto della nostra pratica, essi sono preziosi e dobbiamo ringraziarli per la loro opera; senza di loro noi non potremmo praticare e generare la virtù della pazienza. Esse sono come delle divinità alle quali dovremo fare delle offerte perché senza di loro non avremmo la possibilità di sviluppare il nostro sentiero di liberazione.
Considerare il nemico esterno come oggetto della nostra pratica genera un gran beneficio, riusciamo così a trasformare una nostra possibile reazione negativa in una azione virtuosa.

Davide

L’Equanimità

Tratto dal libro intitolato “Dalla Brama alla Liberazione” – Escursioni nel pensiero del Buddhismo antico – Bhikkhu Anãlayo – editore Lulu

Il termine equanimità’ rinvia al significato primario di ‘guardare dall’alto’, o
‘considerare’. Allo scopo di metterne in luce i vari aspetti inizierò
1) esaminando l’equanimità in relazione all’esperienza sensoriale
2) il suo ruolo in quanto ‘dimora divina’
3) in quanto fattore di risveglio la funzione nella
coltivazione della visione profonda e negli assorbimenti meditativi.

1) L’equanimità come espressione di un atteggiamento distaccato nei riguardi dell’esperienza sensoriale.

Un monaco è degno di rispetto e di offerte nella misura in cui
non si eccita né si deprime in relazione a ciò che esperisce tramite i sei sensi, ma dimora in uno stato di equanimità, presenza mentale e chiara comprensione.
L’atteggiamento interiore di equanimità verso gli oggetti sensoriali è il risultato di un addestramento graduale. Alcuni contemporanei del Buddha sostenevano che l’attrazione verso gli oggetti dei sensi si risolvesse semplicemente evitandoli. Secondo il Buddha, invece, l’approccio corretto implica il guardare all’esperienza sensoriale, piacevole o spiacevole che sia, come qualcosa di grezzo e condizionato. A paragone di tale esperienza grezza e condizionata, l’equanimità è pacificante e sublime. Ciò indica una capacità di ‘dis-passione’ che consente di conservare l’equilibrio a prescindere dalle vicissitudini che si verificano.
Come si può arrivare a padroneggiare l’esperienza sensoriale? Ci si esercita a percepire ciò che è ‘sgradevole’, come ‘gradevole’ e ciò che è gradevole come sgradevole; successivamente, a percepire entrambi come sgradevoli e come gradevoli. Lo stadio finale dell’esercizio è raggiunto quando le etichette di ‘sgradevole’ e ‘gradevole’ cadono, e si resta in uno stato di equanimità caratterizzato da presenza mentale e chiara comprensione nei riguardi di qualunque tipo di esperienza.
Si distinguono l’equanimità di tipo mondano, propria dell’individuo ordinario ignorante nei riguardi degli oggetti degli sensi, e l’equanimità fondata
sulla rinuncia che sorge dalla consapevolezza del carattere impermanente e insoddisfacente di tali oggetti. Le varie forme di equanimità mondana dipendono dall’oggetto, le cui caratteristiche sono tali da non suscitare reazioni particolari in positivo o in negativo. Viceversa, l’equanimità fondata sulla rinuncia lo trascende, in quanto nasce da un atteggiamento interiore e non dalle caratteristiche esterne dell’oggetto.
Spesso alcuni discorsi si riferiscono all’esperienza dell’equanimità con il termine ‘facoltà dell’equanimità’, tale facoltà qualifica l’esperienza fisica o mentale come né piacevole né spiacevole.
L’equanimità è la quinta di una serie di facoltà che include il piacere fisico, il dolore fisico, la gioia mentale e il dispiacere mentale.
Le facoltà del piacere fisico e della gioia mentale corrispondono alla sensazione piacevole; la facoltà del dolore fisico e del dispiacere mentale alla sensazione spiacevole; la facoltà dell’equanimità corrisponde alla sensazione neutra o, più letteralmente, alla sensazione ‘né piacevole né spiacevole. Le altre quattro facoltà vengono progressivamente a cessare con la realizzazione dei quattro jhāna, mentre quella dell’equanimità viene a cessare solo quando si raggiunge il livello della cessazione delle percezioni e delle sensazioni.
Secondo un’esposizione alternativa, l’equanimità è menzionata fra sei ‘elementi’, i primi quattro precedenti cui si aggiungono appunto l’equanimità e l’ignoranza.

2) L’equanimità come dimora divina.

L’equanimità non è solo un stadio importante dell’educazione percettiva, ma è anche di notevole beneficio nella relazione interpersonale, dove prende la forma di una delle quattro ‘dimore divine’. Così intesa, l’equanimità come dimora divina rappresenta il culmine di un processo che presuppone la coltivazione della benevolenza, della compassione, e della gioia empatica. Ciò mostra chiaramente che l’equanimità non consiste in un apatico disinteresse, ma è uno stato mentale che perfeziona una sistematica apertura di cuore quale “complemento ai primi tre atteggiamenti di sollecitudine attiva” . In altri termini, “la gioia e l’imparzialità intensificano e ampliano la portata e la forza dell’amore e della compassione”.
Che l’equanimità sia elencata per ultima fra le dimore divine “non significa che l’equanimità debba sostituire le prime tre intenzioni sublimi in una pratica avanzata”, è assai verosimile, invece, che una pratica avanzata le comprenda tutte e quattro, e non si limiti all’equanimità.
In un discorso si racconta di come Sāriputta venisse pubblicamente contraddetto da un altro monaco in diverse occasioni. Il Buddha alla fine interviene, rimproverando gli altri monaci per non essere intervenuti prima. Perché, domanda, non avevano avuto compassione di un monaco anziano maltrattato in pubblico, limitandosi ad assistere con equanimità? Questo
passo mostra che nel buddhismo antico l’equanimità non veniva vista come la risposta appropriata in ogni circostanza. A volte è necessario intervenire attivamente, e occorre farlo motivati dalla compassione.
Lo stesso concetto ricorre in un altro discorso in cui un interlocutore del Buddha esprime l’opinione che astenersi del tutto dal criticare gli altri sia l’atteggiamento migliore, in quanto sarebbe un’espressione superiore di
equanimità. Il Buddha non è d’accordo, precisando che criticare è doveroso se le circostanze lo richiedono.
Lo stesso tema viene affrontato da un punto di vista complementare in un altro discorso, che esorta ad ammonire una persona, quand’anche fosse oneroso per sé e per l’altro, se c’è speranza di rafforzarla nel bene. L’equanimità è l’atteggiamento più opportuno da adottare solo se si ha ragione di credere che non sia possibile rafforzare l’altro nel bene.
Questi passi mostrano chiaramente che il buddhismo antico non considera l’equanimità l’unico atteggiamento appropriato verso gli altri, quanto piuttosto un atteggiamento che, malgrado i suoi molti vantaggi, può anche risultare inopportuno. A ben vedere, ci sono due tipi di equanimità: alcune
forme comportano una crescita degli stati salutari, mentre altre sue espressioni accrescono gli stati non salutari. Per questo motivo, certe forme di equanimità non vanno coltivate.
Un’altra riflessione che può aiutare a fronteggiare situazioni estreme è questa: si narra questo che il monaco PuGGa fosse disposto a tollerare aggressioni di ogni sorta, pensando che i suoi aggressori fossero gentili a
non infierire più crudelmente di quanto già facessero.
Questi passi mostrano il potenziale dell’equanimità nel vincere la tendenza all’irritazione o alla rabbia. Inoltre, l’equanimità coltivata come ‘liberazione della mente’ può anche diventare un antidoto alla passione. Il rapporto fra equanimità e libertà dalla passione è ulteriormente elaborato in un altro discorso, dove si spiega che sviluppando la percezione della assenza di bellezza, la attrazione sessuale lascerà il posto all’equanimità.
L’equanimità del Buddha, così come la sua pratica delle altre dimore divine, si basa su una completa libertà da passione, rabbia e illusione.
Da notare che nell’elenco delle dieci perfezioni necessarie, secondo la tradizione Theravāda, al raggiungimento della buddhità, l’equanimità rappresenta il culmine, come nel caso delle dimore divine. Ciò ribadisce il suo ruolo in quanto qualità che completa lo sviluppo sistematico delle qualità della propria mente. Bisogna anche combinare la pratica dell’equanimità, o delle altre dimore divine, con lo sviluppo dei fattori del risveglio.

3) L’equanimità come fattore di risveglio.

Anche nel contesto dei fattori del risveglio, come già in quello delle dimore divine, l’equanimità è menzionata per ultima. Stando all’Ānāpānasati-sutta, i fattori del risveglio si implicano a vicenda secondo un rapporto di dipendenza causale. Da ciò si evince che l’equanimità come fattore del risveglio costituisce il vertice di un processo meditativo che presuppone la coltivazione della presenza mentale, dell’investigazione dei fenomeni, dell’energia, della gioia, della tranquillità, e della concentrazione.
L’Ānāpānasati-sutta indica che il fattore di risveglio della
equanimità emerge quando si osserva con equanimità lo stato di concentrazione raggiunto in nello stadio della pratica di cui sopra. Sempre l’Ānāpānasati-sutta parla di osservare con equanimità, in riferimento alla contemplazione dei fenomeni. Il discorso menziona la contemplazione di
impermanenza, ‘dis-passione’, cessazione e lasciar andare, inspirando ed espirando, come esempi di contemplazione dei fenomeni. In ciascun caso, ciò che si richiede è osservare attentamente con equanimità, lasciando da parte desiderio e scontentezza. In tal modo, l’Ānāpānasati-sutta descrive
l’equanimità come una forma di equilibrio mentale che abbraccia tanto la tranquillità che la visione profonda.
L’equanimità come fattore di risveglio può essere diretta verso oggetti interni o esterni. Allo scopo di incentivare il suo sviluppo, occorre prestare attenzione a cose che fungono da base per il fattore di risveglio dell’equanimità. Un’ulteriore chiarimento proviene dai commentari, secondo cui occorre in
particolare coltivare la ‘dis-passione’ verso persone e cose, evitando la compagnia di persone prevenute e associandosi a quelle imparziali, nonché inclinando la mente verso lo sviluppo e il consolidamento di questo particolare fattore.
Che l’equanimità come fattore di risveglio rappresenti il culmine di un processo radicato nella presenza mentale e nell’investigazione dei fenomeni corrobora un punto chiave già menzionato in rapporto all’esperienza sensoriale, dove l’equanimità si presenta congiunta a presenza mentale e
chiara comprensione.
Altri riferimenti all’equilibrio mentale insito nell’equanimità si trovano in due similitudini che paragonano alcune qualità mentali alle parti di un carro e di un elefante rispettivamente. Qui l’equanimità è la distribuzione uniforme del carico che tiene il carro in equilibrio, o corrisponde alle due zanne parallele dell’elefante. Analogamente, la coltivazione meditativa della mente richiede di quando in quando di prestare attenzione semplicemente alla
qualità (letteralmente, al ‘segno’) dell’equanimità, il segno dell’equa-
nimità equivale all’assenza di sforzo.
L’idea di un equilibrio fra applicazione e rilassamento ricorre in un’altra immagine che illustra il bisogno di restare a guardare senza interferire con l’esempio di un falò, che richiede di volta in volta di essere alimentato, di essere spento, o di essere semplicemente osservato con equanimità. Perché lo sforzo risulti fruttuoso, occorre sapere non solo quando è il momento di applicarsi, ma anche in che caso restare semplicemente equanime. Come spiega un altro discorso, chi non sa restare a guardare con equanimità al momento opportuno non raggiunge la liberazione.
L’equanimità come esito di una maturazione della visione profonda è un aspetto centrale del progresso verso la liberazione. Una similitudine che illustra come l’equanimità emerga dalla visione profonda. La similitudine descrive un uomo che soffre amaramente vedendo la donna amata conversare e ridere con un altro. Tuttavia, lo stesso comportamento lo lascerà indifferente allorché avrà capito il motivo della sua pena e si sia infine disamorato.
Oltre a essere un corollario dello sviluppo della visione profonda, l’equanimità ha un importante ruolo da giocare in rapporto allo sviluppo della tranquillità. La presenza dell’equanimità è esplicitamente menzionata nella classica descrizione del terzo jhāna, durante il quale si è in uno stato
di felicità e al tempo stesso si resta equanimi e consapevoli. A questo livello è presente una sottile ma concreta percezione di equanimità e felicità. Ed è appunto la presenza di equanimità e felicità a rappresentare l’ultima traccia di ‘turbolenza’, il pericolo è una coscienza esaltata dall’esperienza gratificante di equanimità e felicità.
Il superamento delle ultime tracce di perturbabilità porta al conseguimento del quarto jhāna, caratterizzato, secondo la descrizione classica, dalla purezza della presenza mentale congiunta ad equanimità. La purezza
della presenza mentale, in questo profondo livello di assorbimento, si deve appunto all’equanimità. In tal modo, abbandonare progressivamente il piacere fisico, il dolore fisico, la gioia mentale e il dispiacere mentale conduce a un tipo di equanimità che è purificato e tranquillo.
In conclusione l’equanimità non si riduce a una mera indifferenza o insensibilità ma è un atteggiamento di maturità emotiva. Perciò: “Il
distacco buddhista implica una non autoreferenzialità degli
affetti, non la mera coltivazione di una neutralità edonica o
emotivamente piatta”.
L’equanimità insieme a presenza mentale e chiara comprensione sono tutte in stretto rapporto tra di loro, per cui si può affermare l’equanimità è una piena consapevolezza congiunta al discernimento, cioè ‘considera’ o ‘guarda’ con consapevolezza e saggezza, non è un’indifferenza che distoglie lo sguardo.

Le 10 azioni non virtuose & il Karma

Ho elaborato questo post prendendo spunto da questo sito , da questo altro e facendo un riassunto di un insegnamento video trovato su Youtube.
Lo dedico a tutti voi con il desiderio che vi possa essere di aiuto a capire la legge del Karma e il comportamento corretto da tenere per accumulare azioni meritorie.
Davide

Introduzione

Karma è una parola sanscrita che significa “azione”.
La fisica ci dice che ad ogni azione corrisponde una reazione uguale e contraria.
La legge del karma è appunto la legge di causa ed effetto: dall’azione è
inevitabilmente provocata una reazione, che è direttame proporzionale alla prima.
Le azioni (compiute col corpo, con la parola o con la mente) possono essere
buone o cattive. Dalle buone derivano conseguenze felici, da quelle cattive
provengono reazioni dolorose.
L’azione è la causa, poi quando si verificano le condizione darà i suoi risultati, in questa vita o in quella seguente, in stati di esistenza sempre diversi a seconda dei meriti o dei demeriti acquisiti (cioè, in qualità di uomini, di animali, deva, asura, esseri infernali o preta).
Ogni risultato sarà a sua volta come una causa che – maturando quando se ne verificano le condizioni darà luogo a un nuovo risultato. in altre parole è destinato a diventare causa, che contiene a sua volta il seme di un ulteriore divenire: così, la nostra attuale forma umana è un effetto del karma, effetto che ci permette di seguire una condotta virtuosa o non-virtuosa, cosicchè ogni individuo a sua volta crea di continuo il proprio karma buono o cattivo. Gli stessi esseri dunque non sono altro che anelli temporanei in una lunga concatenazione di cause ed effetti, nella quale nessun anello è indipendente dagli altri. Esempio: io oggi dò un pugno a uno (causa), in futuro a mia volta qualcuno lo da a me (effetto); in questo istante il mio Karma è maturato, ma quello che ha dato il pugno a me a sua volta ha creato una nuova causa. La stessa situazione che per me è un effetto x un altro è una causa.

Karma ed etica

La causalità karmica è lo sfondo teorico dell’etica Buddista. Tale concezione crea infatti rassegnazione (anziché ribellione) in chi soffre, in quanto lo rende consapevole del fatto che attraverso il proprio dolore egli sta espiando un debito anticamente contratto ; e induce chi è felice a continuare ad agire bene per meritare la propria stessa felicità.
Se la casa prende fuoco o la moglie si ammala, questi sono risultati del karma e devono essere accettati (“spirito di rassegnazione”) in quanto intrinsecamente giusti e quindi senza provare risentimento (che sarebbe inutile) ; ma allo stesso tempo ci si deve servire di quelle risorse che (anch’esse grazie al proprio karma) sono a portata di mano, come ad es. la presenza dell’acqua o del medico : trattenersi infatti dal compiere l’azione ragionevole e possibile di spegnere l’incendio o di chiamare il medico (“mancanza d’iniziativa”) vorrebbe dire basarsi su un risultato prematuramente giudicato in maniera pessimistica e quindi sforzare la dottrina del karma.
Poiché il karma è essenzialmente intenzione, la moralità è l’inizio della meditazione. Imparare a disciplinare la mente è così il punto di partenza del cammino spirituale.
I princìpi della moralità sono condensati in una lista di 10 azioni. Le 10 azioni immorali sono l’uccisione, il furto, la sessualità sconveniente (e queste sono le 3 azioni del corpo), la menzogna, l’offesa, la calunnia e il parlare a vanvera (e queste formano le 4 azioni della parola), la bramosia, la malevolenza e le opinioni errate (e queste costituiscono le 3 azioni della mente).
Le 10 azioni virtuose sono invece l’astensione da tutte quelle sopraindicate, più le appropriate sostituzioni positive.
Le ricompense karmiche si producono nel corso della stessa vita, in quella immediatamente successiva oppure in un più lontano futuro.

I vari tipi di karma

a) un primo tipo è il “karma proiettante” :
questo karma è la forza che ci spinge nei diversi stati di esistenza, cioè è l’unica
forza che determina il regno (umano, infernale, ecc.) in cui si rinascerà.
Questo karma può essere virtuoso o positivo o “bianco”, e allora è detto ‘merito’. Deriva dall’astenersi dalle 10 azioni negative che abbiamo visto e dal compiere le corrispondenti azioni opposte. Esso conduce alla rinascita nel regno dei deva (Dei), in quello degli Asura (semi-dei vittime di passioni; vivono nel mondo degli dei come gli animali in quello degli uomini) o in quello umano.
Il karma proiettante non-virtuoso o negativo o “nero” deriva invece dal commettere le 10 azioni nocive e conduce alla rinascita nel regno degli inferni, dei Preta (condannati a vivere in sembianze semi-umane inseguendo desideri basilari sempre inappagati. Vengono generalmente raffigurati con grandi ventri e bocche piccole, o con gole “sottili”, così da rappresentare la loro impossibilità di soddisfare la fame e la sete. Vengono descritti alternativamente come affamati, ma condannati a vedere trasformare il cibo, una volta posto in bocca, in tizzoni ardenti) o degli animali.
Infine il karma proiettante può essere invariabile o neutro : questo è il karma né virtuoso né non-virtuoso prodotto da azioni come lo scopare una stanza o il cucinare o come il fare l’elemosina senza avere l’intenzione di compiere un’azione virtuosa o il fare meditazione senza alcun buon movente. Esso conduce alla rinascita come deva.

b) il karma può poi essere completante:
Esso è la forza che (una volta che il karma proiettante ci ha fatto rinascere in un determinato regno) provoca la qualità degli esseri e delle loro condizioni di vita. Ad es., la condizione di un gatto che sia nutrito e trattato bene è il risultato di un karma proiettante cattivo (rinascita nel regno animale) e di un karma completante buono. La condizione invece di un uomo che soffra di continue malattie è dovuta al fatto che egli ha un karma proiettante buono e un karma completante cattivo.

Gli aspetti e i frutti (risultati) delle azioni

Ci sono 4 aspetti per ogni azione :
A) Base (l’oggetto necessario per il compiersi della azione),
B) Pensiero. E’suddiviso in due parti: 1- fattore mentale: pensare di compiere l’azione, pensiero che è sempre legato e spinto dai tre veleni principali (rabbia, attaccamento, ignoranza) e 2-motivazione;
C) applicazione (esecuzione dell’azione)
D) conclusione. così l’azione è completa.
Inoltre se ci rallegriamo o siamo soddisfatti di avere fatto una azione negativa si peggiora il karma accumulato. Se gioiamo per quello che è stato fatto da altri verso altri è come avere compiuto l’azione noi stessi.
Ci sono 4 tipi di risultati:
E) frutto di maturazione – luogo della rinascita
F) frutto (risultato) simile alla causa come esperienza – siamo vittima dello stesso tipo di azioni che abbiamo creato. Vittime del nostro stesso Karma.
G) frutto (risultato) simile alla causa come azione – tendenza a ripetere la azione nociva anche nella successiva rinascita.
H) frutto ambientale – condizioni del luogo della rinascita

L’effetto più pericoloso in tutte le azioni è quello “simile alla causa come azione”, ossia la propensione a ripetere le azioni che abbiamo già fatto in passato. Esse ci risultano sempre più facili, perché abbiamo familiarità in questo. E’ il risultato più pericoloso perché, pur non causando sofferenza immediata a chi compie l’azione, pone le basi per un aumento delle sofferenze future in quanto non riusciremo mai a liberarci dal ciclo delle rinascite e quindi dalla sofferenza.
Astenersi da tali azioni non virtuose, seguendo la legge di causa-effetto, porta alla tranquillità e alla concentrazione (a prescindere dal proprio credo religioso o filosofia personale).
Quando avremo compreso quali sono le azioni da non compiere e quale è il giusto comportamento morale da tenere è bene condividere queste esperienze e conoscenze, per il bene di tutti gli altri esseri.

Azioni non virtuose legate al corpo

Uccidere (o fare del male)

a) ci deve essere un essere vivente da uccidere o verso il quale fare del male, non può essere un oggetto inanimato (tipo un sasso)
b) fattore mentale: pensare di uccidere una persona per odio, rabbia o ignoranza (il fattore mentale preponderante qui è l’odio) Motivazione: desiderio di uccidere.
c) mentre si compie l’azione.
d) quando la persona muore.
e) Il colpevole di un’uccisione rinascerà di norma all’inferno
f) Corpo piccolo, gracile e soggetto a tante malattie, vita molto breve, possibilità di essere ucciso, o vedere uccisi dei familiari.
g) tendenza ad uccidere. Questo è il più grave frutto perché avendo ancora la tendenza ad uccidere saremo destinati per sempre a rinascite sempre peggiori.
h) luogo con scarsità di cibo, acqua e medicine inefficaci a curare le nostre malattie.

Inoltre:
se pago una persona per uccidere una terza è la stessa cosa, anche se non la compio materialmente, anzi è doppia.
se sono un generale che dico ad un soldato di andare in battaglia se il soldato uccide mille persone io accumulo 1000 volte più Karma negativo.
Anche la medicina per l’aborto va considerata una vera e propria uccisione.

Rubare

a) oggetto da rubare, qualcosa che appartiene a qualcun altro.
b) Fattore mentale: in preda all’avidità pensiamo di non potere fare a meno dell’oggetto e vogliamo appropriarcene Motivazione: desiderio di rubare
c) mentre rubiamo, l’atto del rubare
d) pensare “ho! adesso è mia” cioè soddisfazione
e) Un ladro rinascerà di solito tra i Preta.
f) essere derubati, poche risorse
g) tendenza a rubare
h) terra povera, pochi frutti, in condizioni di vita non agiate, poveri affamati e assetati

Inoltre: anche se non fai biglietto su autobus, se non restituisci qualcosa che ti hanno prestato è come rubare.

Condotta sessuale scorretta

a) L’oggetto sono altre persone ma anche momenti o luoghi impropri x un atto sessuale sono una condotta scorretta. Provare desiderio sessuale verso una donna o un uomo impegnato/a, una persona dell’altro sesso di età sproporzionata (scadendo in una condotta pedofila), pensare ad altra donna mentre fai l’amore con tua moglie o in un luogo sbagliato. L’unica via è l’organo genitale; usare altri orifizi sono condotta scorretta. Può esserci anche violenza se il veleno mentale principale è l’odio.
b) Fattore mentale: legato alla lussuria (bramosia/desiderio). Motivazione: desiderio di fare sesso
c) incontro tra organi sessuali
d) orgasmo
e) Di solito il colpevole rinascerà tra i Preta.
f) avere una moglie che ci tradisce, amici che ci tradiscono essere oggetto di attenzioni sessuali, essere usati
g) tendenza ad essere lussuriosi/ continuare a tenere una condotta scorretta
h) rinascita in un luogo con terra sporca e acqua sporca

Azioni non virtuose legate alla parola

Menzogna (mentire)

A) L’azione del mentire è legata ai nostri sensi ad esempio dire di avere visto/sentito/toccato/gustato qualcosa che non abbiamo visto/sentito/toccato/gustato, e viceversa. Per la mente conoscere quello che in realtà non conosciamo e viceversa l’oggetto è un altro essere umano perché egli può capire (se è un insetto non capisce) ed essere quindi ingannato
B) Fattore mentale: è legato sempre ai tre veleni rabbia, desiderio e ignoranza Motivazione: è il desiderio di prendere in giro una persona.
C) È l’atto di dire bugie o fare gesti (ad esempio con la testa)
D) Quando la persona ascolta la bugia si completa il Karma

Il Maestro chiede :”Se incontriamo una persona per strada che ne vuole uccidere una terza e sapete dov’è cosa fate dite la verità o una bugia?” Il maestro dice che non bisogna mentire perché non dobbiamo compiere una azione negativa per il nostro Karma, è una cosa che non riguarda noi. Il comportamento giusto da tenere è quello di distrarre il malintenzionato.

e) Di solito il bugiardo rinascerà come animale.
f) ci capiterà che nessuno ci crederà e non saremo credibili agli occhi degli altri
g) tendenza a dire ancora bugie
h) essere circondati da esseri che ci ingannano

Provocare Discordia (calunnia)

a) amici che separiamo con le nostre parole o nemici che fomentiamo ad essere ancora più distanti
b) Fattore mentale: pensare di volere creare discordia (mossi dall’odio/avversione) motivazione è il desiderio di creare discordia
c) non importa dire bugie o verità si può raggiungere lo scopo sia con una verità che con una bugia. Se sappiamo che dire una verità aumenta la discordia e non lo vogliamo dovremmo invece di mentire sarebbe meglio cercare di aiutare a superare la discordia.
d) quando le persone si dividono
e) Il calunniatore di norma rinascerà all’inferno.
f) esperienza di non avere molti amici o sul lavoro pochi collaboratori che non si fideranno di noi
g) continuare a seminare zizzania anche nella nuova vita
h) rinasceremo in un luogo instabile o scomodo dove non potere costruire una casa

Dire parole malevole (offendere)

Consiste di solito nell’offendere i sentimenti di un’altra persona: ad es., rinfacciandone i difetti. L’ingiuria può essere vera o falsa, giusta o ingiusta, diretta o indiretta. Vi rientra anche il sarcasmo e il prendere in giro con l’intenzione di offendere qualcuno. Usare un linguaggio aspro od offensivo non significa solamente adoperare parolacce, ma anche parole normali dicendole in un modo o in un momento che fanno male e feriscono

a) può essere uno qualsiasi degli esseri senzienti è l’oggetto della nostra azione
b) fattore mentale (mosso dall’odio/avversione) è l’intenzione di dire parole malevole, la motivazione è il desiderio di dire tali parole
c) applicazione: è il momento in cui si dicono le parole offensive
d) conclusione: è quando la persona a cui è diretta la parola la ascolta così si completa l’azione karmica. Se per esempio dico “il tempo è brutto non è una azione completa” perchè “il tempo non sente”
e) rinascite inferiori! Il colpevole rinascerà di regola all’inferno
f) saremo vittime della malevolenza delle altre persone
g) tendenza a dire parole offensive
h) posto inospitale

Parlare a vanvera, dire cose senza senso)

A) Oggetto del parlar vano è un’altra persona o semplicemente parlare di noi stessi
B) fattore mentale (contaminato dall’ignoranza) e la motivazione è il desiderio di parlare a vanvera di abbandonarsi consapevolmente a chiacchiere futili, sciocche
C) Il compimento dell’azione avviene quando si dà inizio a pettegolezzi
D) quando ho parlato e vengono ascoltate da altri
E) Di regola il colpevole rinascerà come animale.
F) Saremo vittime delle calunnie e chiacchiere delle altre persone
G) tendenza a continuare a parlare a vanvera
H) Luoghi con raccolto scarso

Azioni non virtuose legate alla mente:

Bramosia

E’ l’eccessivo attaccamento o desiderio smodato di possedere un oggetto
appartenente ad altri e l’intenzione di ottenerlo.

A) Esistenza di oggetti attraenti
B) L’intenzione dunque consiste nel nutrire desideri e speranze di possedere i beni altrui Il difetto mentale prevalente è l’avidità : che sorge, ad es., quando si entra in un supermercato, dove si vedono esposti oggetti attraenti.
C) L’esecuzione consiste nel progettare, cioè nello stabilire un piano per impadronirsi di quel bene.Questo bene può essere una cosa che già ci appartiene ma che noi vogliamo in misura migliore o maggiore (ad es., la ricchezza) per noi stessi o per la nostra famiglia; può appartenere ad altri (si tratta di bramare le cose o i meriti altrui) oppure può non appartenere ad alcuno, come un bel fiore o i pesci del mare, dei quali nessuno è proprietario.
D) L’azione negativa è completa appena i piani per impadronirsi dei beni sono pronti e non si prova alcun sentimento di vergogna difronte a noi stessi o alcuna paura di biasimo altrui.
E) Di solito il colpevole rinascerà tra i Preta.
F) Gli altri saranno invidiosi e brameranno per ciò che abbiamo
G) Continuare ad essere bramosi

Mente malevola (volere male agli altri)

Essa consiste in pensieri nocivi, cioè nell’intenzione di far del male a qualsiasi essere vivente o di danneggiare qualsiasi oggetto fisico, nel volere che gli altri stiano male. È’ una mente che ha una componente di bellicosità, un’attitudine malevola rispetto a un altro.

A) L’oggetto dell’azione è un essere diverso da se stessi.
B) Fattore mentale: avversione, odio, astio, antipatia, paura, rancore. Motivazione: nuocere o distruggere gli altri.
C) Pianificare una azione malevola, attuarla
D) L’atto è completo quando il fatto di nuocere o distruggere ci appare come una cosa giusta e ben fatta e non ci interessa più la benevolenza o la compassione.
E) Quando il colpevole rinascerà, di norma si troverà all’inferno
F) Saremo vittime della altrui malevolenza
G) Continuare a sviluppare intenzioni maligne

Visione errata (negare la vacuità, l’interdipendenza, il Buddha, ecc. ecc.)

Consiste nel sostenere uno o più punti di vista erronei, cioè contrari al Dharma, e nel rifiutarsi ostinatamente di abbandonarli. Visione errata è sostenere la realtà di qualcosa che non esiste e la non esistenza di qualcosa che esiste. E’ visione errata negare cose che esistono, come la legge di causa-effetto (dell’effetto del karma), l’esistenza di un ciclo di rinascite, le 4 nobili verità. È diversa dalla mente di dubbio.

A) Esistenza del Dharma, del Buddha, della legge del Karma
B) Fattore mentale:ignoranza motivazione: un’opposizione cosciente – ad es. alla legge di causa ed effetto, ritenendo che non esiste alcun atto buono o cattivo e che nessuno di essi porta ad alcuna conseguenza karmica.
C) negare ripetutamente che atti buoni e cattivi arrechino risultati rispettivamente positivi e negativi, e quindi è la negazione del karma e perciò dell’esistenza delle vite passate oppure negare che si possa raggiungere l’illuminazione
D) Quando si è convinti della non-esistenza sia del bene sia del male insieme con la non-esistenza dei loro frutti e si è quindi completamente immersi nelle opinioni errate senza avere alcuna opinione retta che le contrasti, vi è il completamento dell’azione negativa.
E) Rinascita come animale
F) Saremo vittime della nostra stessa ignoranza
G) perseverare a rimanere nell’ignoranza senza comprendere la Dottrina

I 5 Dhyani Buddha

Fonti:

http://runelore.it/buddhismo/buddha-ratnasambhava.html (immagini e testo)

http://www.sangye.it/altro/?p=2888 (testo)

integrate alcune parti interpretate da me e tratte dal Libro dei Morti

I CINQUE DHYANI BUDDHA

Secondo il Buddhismo mistico esistono cinque famiglie di Buddha a capo delle quali sono i 5 Buddha trascendenti che simboleggiano la purezza dei 5 aggregati di corpo e mente: forma, sensazioni, percezioni, coscienza e volontà. Simboleggiano anche la modalità attraverso cui si attua e si svolge la Buddhità, cioè i modi d’essere della condizione di un Buddha , le sue qualità di mente, parola e corpo.
Si tratta di Buddha Dhyani; essi hanno aspetto e colori diversi ma possiamo anche pensarli come manifestazioni diverse di un unico Buddha, rappresentanti gli aspetti dell’esperienza totale dell’illuminazione su cui si basa la trasformazione spirituale.
Queste cinque figure derivano probabilmente dalle esperienze meditative dei discepoli di Buddha, e nei secoli si sono affermate quali immagini popolari dell’illuminazione; discepoli che hanno realizzato il sentiero, il metodo e la saggezza purificando i 5 aggregati impuri, manifestando i 5 Dhyani.
Nel libro dei morti i 5 Dhyani Buddha sono le divinità pacificatrici che sorgono dal 1°-7° giorno del terzo stadio del Bardo (i primi due invece sono le fasi in cui se siamo illuminati raggiungiamo subito la liberazione), delle quali dobbiamo riconoscere la luce radiosa, avere fiducia in essa, non esserne intimoriti e non scappare, altrimenti verremo attratti dalla luce opaca delle divinità furiose che rappresentano le qualità opposte a quelle posseduti dai Dhyani. Le divinità furiose sorgono dal 8° al 14° giorno e sono una creazione della nostra mente illusa, perciò quando sorgono, noi sapendo
questa verità dobbiamo riconoscere in esse le divinità pacificatrici anche se queste sono trasformate perché offuscate dalla nostra ignoranza. Quando le riconosciamo quindi non dobbiamo avere paura nemmeno della luce radiosa delle divinità furiose (che in realtà poi non lo sono), dobbiamo avere fiducia che esse non sono quello che sembrano e non dobbiamo scappare, altrimenti saremo costretti ancora a vagare ancora nel Samsara.
Quando vengono raffigurati iconograficamente, i Dhyani Buddha sono caratterizzati da un certo colore, da un particolare gesto delle mani (mudra), da determinati animali che ne sostengono il trono e da uno specifico simbolo o emblema.
Essi sono:
• Buddha Vairochana
• Buddha Akshobhya
• Buddha Ratnasambhava
• Buddha Amitabha
• Buddha Amoghasiddhi

BUDDHA VAIROCHANA

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Colore: bianco
Luce: blu
Mudra: gesto di mettere in movimento la ruota del Dharma, cioè l’insegnamento della dottrina. Le mani sono all’altezza del cuore e le dita in posizione di predicazione (mano destra col palmo rivolto all’esterno; quella sinistra rivolta all’interno, col pollice che tocca l’indice formando un cerchio).
Animale: leone, simbolo dell’agire senza esitazione
Simbolo: ruota del Dharma a 8 raggi (emblema del Nobile Ottuplice Sentiero)
Possiede la Saggezza della realtà – combatte dall’ignoranza, aiuta a non essere deboli, a non aggrapparsi

Dotato di qualità di indistruttibilità del diamante, può superare qualunque cosa si frapponga al suo cammino, infatti egli aiuta a superare l’afflizione dell’ignoranza che è la radice del Samsara. Vairochana raffigura quindi il promotore ed ispiratore spirituale (l’opposto di chi è ottuso, indolente e depresso).

BUDDHA AKSHOBHYA

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Colore: Blu
Luce: Bianca
Mudra: gesto di toccare la terra con la punta delle dita della mano destra mentre mostra il dorso. Poiché la terra è simbolo dell’immutabile, del solido e del concreto, il mudra rappresenta la natura stabile ed incrollabile di Aksobhya;
Animale : elefante (simbolo di costanza e solidità) ;
Simbolo : il vajra o scettro adamantino, emblema della capacità di passare attraverso i vari klesha e dell’acutezza e precisione intellettuale, dotata di un costante senso di apertura e prospettiva
Possiede la Saggezza dello Specchio – accresce amore, combatte l’odio

Akshobhya è il signore della famiglia Tathagata, manifesta il Dharma, trasformando l’odio e l’avversione nella saggezza. Altri potenti Buddha della famiglia Tathagata sono il Vajrasattva e il Vajrapani.
Akshobhya si manifesta anche come Mitrugpa: la pratica del mantra del Buddha Mitrugpa è molto efficace per “salvare” chi è caduto nei regni inferiori dell’esistenza.
Mitrugpa è una potente divinità della purificazione ed è una manifestazione di Akshobhya come dicevo prima: recitarne il mantra o vederne l’immagine e il mantra scritto produce grandi benefici.

Mantra quotidiano del Buddha Mitrugpa

NAMO RATNA TRAYAYA
OM KAMKANI KAMKANI
ROTSANI ROTSANI TROTANI TROTANI
TRASANI TRASANI TRATIHANA TRATIHANA
SARWA KARMA PARAM PARAM ME
SARWA SATO NENTSA SOHA
“Fino a che lo spazio esisterà e fino a quando vi saranno esseri viventi, fino ad allora possa io continuare a essere per vincere la miseria del mondo.”

BUDDHA RATNASAMBHAVA

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Colore: giallo
Luce: Gialla-rossiccia​
Mudra: gesto di donare con la mano destra che tocca la terra col palmo rovesciato all’esterno. Questa posizione del palmo indica una comunicazione con gli altri, nel senso che Ratnasambhava è estroverso e rivolto verso gli esseri, dei quali condivide gioie e dolori e ai quali si dona nell’amore e nella compassione ;
Animale : cavallo, che rappresenta la rapidità dell’azione;
Simbolo : gioiello splendente che esaudisce tutti i desideri (cintamani o ratna), appaga spontaneamente ogni bisogno ed è la fonte di tutte le ricchezze. Questa pietra preziosa è simbolo della mente che sa scoprire la Vacuità, percepire l’infinito nel finito e trasformare il samsara nel nirvana
Possiede la Saggezza della Giustizia – combatte la bramosia, aiuta a mantenere uno spirito umile

Il Buddha Ratnasambhava è associato alla trasformazione della mentalità povera in mentalità ricca,
è visualizzato mentre dispensa generosamente nell’universo ricchezza spirituale e gioielli senza timore di rimanere senza, poiché egli possiede una riserva infinita di ricchezze spirituali.

BUDDHA AMITABHA

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Colore: rosso
Luce: rossa
Mudra: gesto della meditazione, nel quale ambedue le mani riposano in grembo, la destra sopra la sinistra, con i palmi aperti.
Animale: il pavone, simbolo della trasformazione in positiva di qualsiasi situazione negativa. Infatti, nella tradizione buddhista, questo animale si nutre di erbe velenose e i suoi splendidi colori si formano col veleno ingerito
Simbolo: il fiore di loto (padma) completamente sbocciato, simbolo della meditazione creativa e dell’accettazione di ogni situazione. Esso cresce dal fango verso l’abbagliante luce del sole e quando sboccia, i suoi petali sono incontaminati e puri
Possiede la Saggezza del Discernimento – combatte l’egoismo e l’attaccamento

Amitabha è il Buddha della Luce infinita e rappresenta il Dharma capace di trasformare le afflizioni di lussuria e desiderio in fine saggezza, egli è il Buddha che purifica dall’illusione dell’attaccamento.
Il suo elemento è il fuoco che consuma ogni cosa e che in quanto tale, ha il potere di bruciare ogni nostra illusione, in particolare la terribile illusione dell’attaccamento

BUDDHA AMOGHASIDDHI

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Colore: verde
Luce: verde
Mudra: gesto del coraggio o della rassicurazione o fiducia ha la mano destra sollevata, con il palmo rivolto all’esterno nel gesto del “non temere”, all’altezza del cuore con le dita rivolte verso il cielo. Amoghasiddhi concede benedizioni a tutti gli esseri con la mano destra dal palmo aperto verso l’esterno, alzata all’altezza delle spalle ;
Animale: san-san, una specie di garuda che suona due cembali mentre trasporta Amoghasiddhi: il san-san è una creatura di forma umana (maschile o femminile) nella parte superiore, con piedi ed ali da uccello; il garuda ha invece testa, zampe ed ali d’aquila, corpo da uccello e braccia umane; ed è nemico acerrimo dei serpenti (che simboleggiano le emozioni velenose e che vengono divorati da esso);
Simbolo: il doppio vajra (visva-vajra), simbolo del magico potere spirituale (siddhi) di un Buddha, ossia dell’abilità di compiere ogni azione perfettamente e con la volontà libera da ogni tendenza egoistica.
Possiede la Saggezza Onnipotente – combatte l’invidia, aiuta a meditare sull’invidia con imparzialità

Questo Buddha è simbolo del successo senza ostacoli Il mudra di Amoghasiddhi significa coraggio e protezione: si dice che sia sufficiente pensare a questa immagine per dissolvere istantaneamente ogni sensazione di paura, avendo un potente effetto calmante anche il suo corpo verde.
Amoghasiddhi presiede il sentiero che conduce a superare la paura e rappresenta il Dharma che trasforma invidia e gelosia in saggezza realizzata.

Storiella un pó Zen sulle Paramita

Questa storiella è una mia creazione, non nego di avere tratto spunto da altre che ho letto, ma è originale, ed è anche la prima che scrivo. Desidero renderla pubblica perchè spero che come aiuta me a ricordare i vari passaggi della Pratica delle sei Virtù, così possa aiutare tutti voi.
Seguono tre paragrafi, il prino è la storia vera e propria, il secondo spiega brevemente le Paramita ed il terzo si occupa di chiarire le analogie tra la storia e il suo significato.
Spero vi sia gradita, grazie per avermi letto.
Davide.

Oggi il mio Maestro mi ha detto: “Entra in quella stanza buia, in fondo troverai una scatola al cui interno si trova una statuetta del Buddha. Rompi la scatola, prendi pure il prezioso contenuto ma fai attenzione: la stanza è piena di individui che con ogni mezzo cercheranno di opporsi al tuo intento. Ora vá e poi torna qui da me”.
Allora presi una candela per illuminare la stanza e senza arrabbiarmi o farmi distrarre da quelli che mi si opponevano sono arrivato davanti alla scatola. Sferrai un colpo forte e deciso con il martello che avevo preso con me, riuscii a rompere la scatola, presi la preziosa statuetta del Buddha e subito la donai alle stesse persone che fino a poco prima mi si opponevano.
Quando uscii dalla stanza il mio maestro mi guardò e sorrise, accennando gentilmente con il capo in segno di approvazione.

Significato della Pratica delle Sei Virtù Trascendenti o delle Sei Paramita.
Esse sono: Generosità, Moralità (etica), Pazienza, Forza (impegno entusiastico), Meditazione (concentrazione stabile), Saggezza.
La radice della sofferenza è l’ignoranza. Per sconfiggere l’ignoranza occorre realizzare la saggezza che è la comprensione della vacuità ed è l’antidoto contro l’ignoranza (il primo dei cosiddetti “tre veleni radice”). Per realizzare la vacuità ci vuole la meditazione, per meditare senza “distrazioni” bisogna rispettare la morale che é il comportamento corretto consistente nell’abbandonare i “10 atti negativi” (Uccisione, Furto, Scorretta condotta sessuale, Menzogna, Calunnia/maldicenza, Offesa/ingiuria, Chiacchere inutili, Bramosia, Cattiveria/malignità, Opinioni errate), permettendoci di non essere “distratti”, essere maggiormente concentrati sul concetto di vacuità e quindi comprendere la vera natura dei fenomeni. Per essere moralmente corretti occorre forte impegno entusiastico che significa proseguire con fermezza, costanza e fiducia nel rispetto dell’etica, anche rallegrandoci quando riusciamo in questo intento. La pazienza è l’antidoto della rabbia e dell’odio (secondo dei tre veleni radice), e significa anche sopportare le difficoltà e lo sforzo di comprendere il Dharma. La generosità è l’antidoto dell’attaccamento (terzo dei tre veleni radice) ed è necessaria anche perché la motivazione che ci spinge a raggiungere l’illuminazione deve essere esclusivamente quella di ottenerla per il bene di tutti gli esseri senzienti.

La statua del Buddha è il dono dell’illuminazione da raggiungere, mentre la scatola che la contiene è l’ignoranza che la offusca. Il martello rappresenta la saggezza cioè la potente arma che elimina l’ignoranza, e la mano che lo impugna è la morale che permette la meditazione senza distrazioni per realizzare tale saggezza. Così come il braccio guida la mano, allo stesso modo l’impegno entusiastico sostiene la morale. La pazienza è stata praticata per non avere perso la calma davanti agli ostacoli presenti nella stanza e la generosità è rappresentata dal donare a chi ci aveva ostacolato la statuetta del Buddha che è stata conquistata.