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Il karma e le quattro nobili verità – Alexander Berzin

Fonte originale:

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Alexander Berzin
Berlino, Germania, 28 Marzo 2001

Traduzione italiana a cura di Francesca Paoletti

Questa sera parleremo del karma. Questo è un argomento centrale nel Buddhismo. Possiamo vederne l’importanza osservando come esso si inserisce nel contesto delle quattro nobili verità, i quattro fatti visti come veri da qualsiasi essere altamente realizzato. Queste quattro verità sono ciò che Buddha ha insegnato come struttura di base dei suoi insegnamenti.

Il primo fatto della vita è che la vita è difficile e piena di problemi. Quali sono questi problemi? Sono fondamentalmente le sensazioni di diversi livelli di felicità e infelicità che abbiamo ad ogni istante. Questo è il vero problema.

A volte abbiamo esperienze di sofferenza grossolana, infelicità e dolore, che sono ovviamente un problema. Invece altre volte sperimentiamo felicità, ma è fugace, non dura. Questa felicità fugace ha un sacco di problemi; è chiamata felicità contaminata, contaminata dalla confusione. Quello che significa è questo: non soltanto non dura, ma non ci dà neppure soddisfazione. Abbiamo la felicità di mangiare un buon pasto ed essere sazi, ma non dura, non elimina per sempre il problema dell’avere fame. Inoltre, più mangiamo in un singolo pasto, più dovremmo essere felici; ma non è così. Se mangiamo troppo, ci sentiamo male. Inoltre non c’è alcuna certezza riguardo a quello che verrà dopo la nostra felicità, una volta che sia finita. Possiamo essere felici per qualcos’altro oppure essere infelici o semplicemente neutri. Non possiamo avere alcuna sicurezza da questa felicità fugace e dunque essa è un problema. Possiamo goderci questa felicità fugace per quel che è, ma non è qualcosa che può veramente risolvere tutti i nostri problemi. Vogliamo sempre di più e ancora di più.

Il terzo tipo di vero problema è l’esperienza in cui abbiamo una sensazione neutra. Andiamo a dormire e ci sentiamo più o meno neutri, non succede molto. Ma, di nuovo, questo non risolve nessuno dei nostri problemi; non possiamo restare addormentati per sempre.

Una di queste sensazioni – di felicità, di infelicità oppure neutra- accompagnerà ogni singolo istante della nostra esistenza samsarica. Questo è quello che Buddha ha descritto come il vero problema; non è soltanto il fatto che non riesco a trovare un lavoro. È molto importante realizzare che stiamo parlando di ogni singolo istante, non soltanto a volte.

Tutte queste esperienze problematiche della vita nascono da una causa. Di fondo, la causa di queste esperienze problematiche è il karma e le emozioni disturbanti e gli atteggiamenti disturbanti. Lasciamo stare così. I veri problemi sono il maturare del karma e le vere cause sono il karma; dunque il vero arresto è il vero arresto del karma e delle emozioni disturbanti, e il vero sentiero o mente-sentiero è la comprensione che porterà a questo vero arresto. Quindi, il karma è un tema molto centrale negli insegnamenti buddhisti e perciò è molto importante capire che cosa sia.

La definizione di karma
Se andiamo a vedere la definizione di karma, troviamo che esso è definito in maniera diversa nei diversi sistemi buddhisti, come quasi tutte le altre cose nel Buddhismo. Restiamo per ora con la versione più semplice, secondo cui il karma è un impulso mentale (sems-pa). È lo stimolo mentale che ci porta nella direzione di una particolare esperienza. Il karma non è l’azione stessa. Spesso le persone si confondono, pensando che si riferisca alle azioni, specialmente dato che alcuni traduttori traducono karma come “azione.” Non è affatto l’azione; karma è l’impulso ad agire.

Questo impulso che ci spingerà ad agire è un fattore mentale ed è sempre accompagnato da altri tre fattori mentali. Il primo è l’atto di discernimento (‘ du-shes), normalmente tradotto come “riconoscimento.” Distinguiamo un oggetto all’interno di un campo sensoriale: questa persona invece che quella persona, questo oggetto invece che quello. Dobbiamo distinguere l’oggetto verso cui si rivolge la nostra azione. Il secondo è l’intenzione (‘ dun-pa), che è anche la finalità: cosa intendiamo fare? Intendiamo ferire questa persona oppure aiutarla. E poi il terzo è l’emozione che l’accompagna. Può essere un’emozione disturbante, come la rabbia, oppure un’emozione positiva, come l’amore. Vogliamo ferirli perché siamo arrabbiati oppure aiutarli perché proviamo amore nei loro confronti. L’impulso che ci porta a commettere l’azione è il karma.

Il significato buddhista della parola “motivazione”
Un’altra parola in questo contesto che a volte ci crea confusione qui in Occidente è “motivazione” (kun-slong). Nel nostro uso occidentale del termine, normalmente si riferisce all’emozione a monte di qualcosa. Diciamo che siamo motivati da rabbia o da amore. Tuttavia, quando sentiamo la parola motivazione in un contesto buddhista, questa è la traduzione di una parola che non significa motivazione nel senso occidentale del termine. L’intenzione o la finalità è l’aspetto principale di una motivazione dal punto di vista buddhista mentre l’emozione che la supporta è secondaria. Probabilmente più che con “motivazione,” sarebbe meglio tradurre questa parola con “struttura mentale motivante.”

Per esempio, all’inizio di ogni insegnamento, quando sentiamo dire “riaffermate la vostra motivazione,” significa prima di tutto riaffermare la finalità, cioè il nostro scopo: perché siamo qui? Lo scopo è di imparare qualcosa che ci aiuterà ad andare in una direzione sicura di rifugio oppure a raggiungere l’illuminazione per poter beneficiare gli altri in maniera più completa. Questo è quello che rafforziamo o riaffermiamo. L’emozione che accompagna questa finalità sarebbe la compassione e l’amore per tutti gli esseri, ma questa non è l’enfasi principale nel rafforzare la nostra motivazione. Ovviamente dobbiamo anche riaffermare il nostro amore e la nostra compassione, cioè, dal nostro punto di vista occidentale, l’emozione che motiva quello che stiamo facendo. Ma il Buddhismo si riferisce ad una struttura mentale molto più ampia.

È utile differenziare tutti i fattori mentali che vengono discussi perché così possiamo aggiustarli se c’è qualcosa che non va con ciascuno di loro. Se non facciamo queste distinzioni, allora è molto difficile sapere come correggere o aggiustare il nostro stato mentale.

Karma fisico, verbale e mentale
Dunque abbiamo un impulso o karma. Quando parliamo di karma fisico, verbale o mentale, è l’impulso a fare qualcosa, a dire qualcosa o a pensare qualcosa. Quest’ultimo generalmente non ci porta a pensare a qualcosa solamente per un istante, ma a pensare a qualcosa per un periodo di tempo, per esempio il pensare a come vendicarci su qualcuno, l’escogitare un piano. Quando parliamo delle nostre azioni fisiche e verbali, queste generalmente iniziano con degli impulsi mentali, un karma mentale. L’impulso di fare qualcosa viene per primo. Come “Penso che andrò a chiamare qualcuno,” questo è un impulso mentale. Ha le sue emozioni che lo accompagnano, la sua finalità e così via e il suo riconoscimento dell’oggetto. Quindi il vero karma fisico o verbale è l’impulso con cui iniziamo a compiere un’azione, nonché l’impulso che ad ogni momento viene ad alimentare l’azione fino a che non sia stata completata. Questo è il karma fisico e verbale.

Ovviamente i fattori mentali che accompagnano il karma possono cambiare rispetto alla loro modalità iniziale. Per esempio, avevamo pensato che avremmo parlato con un nostro amico, ma poi la figlia ha alzato il telefono e noi abbiamo pensato che fosse la madre e abbiamo iniziato a parlare. Oppure inizialmente l’emozione era l’amore, ma poi nel mezzo di una conversazione ci arrabbiamo con l’altra persona. Avevamo l’intenzione di dire qualcosa di gentile oppure di dire qualcosa di brutto a quelle persone e mentre stavamo parlando con loro ci siamo distratti e lo abbiamo dimenticato. Tutte queste cose sono variabili che cambiano e il karma è soltanto l’impulso di fare una cosa, come l’impulso di parlare. Ovviamente l’impulso non capita per conto proprio – accade insieme a tutti questi fattori – ma nessuno di questi è l’azione in sé. L’azione in sé è qualcos’altro.

L’azione stessa è quello che io chiamo “una forza karmica positiva” (bsod-nams) oppure “una forza karmica negativa” (sdig-pa). In genere questi termini vengono tradotti come “merito” oppure “peccato.” Si riferiscono all’azione stessa, che agisce come una forza karmica. Quando essa è finita, c’è uno strascico karmico, che continua all’interno del nostro continuum mentale – potenziali karmici, tendenze, abitudini costanti e così via. Questi sono astratti. Non entrerò nel merito della discussione dei vari tipi di strascichi perché è troppo complessa. Ma quando le emozioni disturbanti e gli atteggiamenti disturbanti li attivano, questi strascichi karmici maturano in varie conseguenze nella nostra esperienza momento per momento.

La maturazione degli strascichi karmici
Che cosa produce la maturazione degli strascichi karmici?

Prima di tutto, gli strascichi karmici maturano in forma di problemi reali – sensazioni di felicità, infelicità o sensazioni neutre. Possiamo fare oggi la stessa cosa che abbiamo fatto ieri, ma ieri eravamo felici nel farla mentre oggi ne siamo infelici. Questo è la maturazione del karma. In questo contesto, sto usando il termine “strascichi karmici” in una maniera molto ampia.

Inoltre, quello che matura è l’esperienza degli aggregati della nostra rinascita e dell’ambiente in cui siamo nati e in cui ci troviamo – quindi il tipo di corpo che abbiamo, la mente che abbiamo, la nostra intelligenza o mancanza di intelligenza e così via – e in questa rinascita, l’esperienza di diversi momenti di felicità o infelicità.

Poi c’è anche l’aver voglia di fare ad ogni istante qualcosa di simile ad una cosa fatta in precedenza. “Mi va di chiamare qualcuno; mi va di urlarti in faccia.” “Cosa ti va di fare?” “Mi va di grattarmi la testa.” Questo è la maturazione del karma: quello che ci va di fare. Dall’aver voglia di fare qualcosa può venire l’impulso di farla. Aver voglia di fare qualcosa (‘ dod-pa) e l’impulso di fare quella cosa sono due cose differenti.

Quello che matura è anche l’esperienza di una situazione simile a qualcosa che abbiamo fatto in passato, sperimentando di persona le stesse cose che abbiamo fatto noi. Urliamo continuamente in faccia agli altri e ora sperimentiamo persone che urlano a noi, oppure siamo sempre gentili con gli altri e ora sperimentiamo persone che sono gentili con noi.

Tutte queste cose vanno su e giù, ciascuna ad una velocità diversa. Questo significa che cose diverse maturano in momenti diversi, si mischiano tra di loro in maniera diversa e noi non sappiamo mai quale sarà la prossima. Non sappiamo mai se saremo felici o infelici nel prossimo istante e non sappiamo cosa avremo voglia di fare tra cinque minuti. Queste cose cambiano in continuazione. Qualcuno mi chiama al telefono e mi vuole vendere qualcosa oppure… Chissà cosa sta per succedere? A volte queste cose sono belle e a volte sono molto sgradevoli. Va su e giù tutto il tempo e non abbiamo idea di cosa sta per arrivare – questa è l’incertezza. Non vi pare orribile? E non solo questo, ma a un livello ancora più grossolano, anche le nostre rinascite vanno su e giù.

Dal punto di vista Mahayana, c’è qualcosa di diverso che matura come risultato del karma: ad ogni singolo istante, produciamo e sperimentiamo costantemente quello che io chiamo la “percezione a periscopio.” Possiamo vedere soltanto una piccola parte di quello che sta succedendo e delle sue cause. Anche questo è un risultato del karma. Non abbiamo idea del perché certe cose ci succedono o quali saranno i risultati delle nostre azioni, quindi abbiamo questa visione molto limitata come dentro a un tunnel. Anche questo è un risultato del karma. Ci rende “esseri limitati,” esseri con menti limitate, al contrario dei Buddha onniscienti.

Tutta questa maturazione del karma è la prima nobile verità, veri problemi. Penso che ora possiamo apprezzare un po’ meglio quello che Buddha intendeva dire con il primo fatto della vita, veri problemi: è la maturazione del karma. Quello che è terribile è che siamo talmente pieni di confusione che causiamo la maturazione del karma e causiamo altri impulsi che sorgeranno e prolungheranno questo ciclo. Questo è descritto dai dodici anelli del sorgere dipendente.

È importante ricordare che la discussione sul karma include quegli impulsi che ci portano non soltanto ad un comportamento distruttivo, ma anche ad un comportamento costruttivo mescolato a confusione nonché ad un comportamento non meglio specificato mescolato a confusione. Un’azione costruttiva mescolata alla confusione sarebbe una cosa del tipo: “Voglio aiutarti perché voglio piacerti e voglio che tu sia gentile con me.” Oppure “Voglio aiutarti perché sento che c’è bisogno di me, e questo mi fa sentire importante ed utile.” Oppure potrebbe essere l’impulso a fare qualcosa di non meglio specificato, cioè né costruttivo né distruttivo, per esempio girare continuamente i pollici oppure tamburellare sul tavolo o far su e giù con un ginocchio o qualcosa del genere. È mescolato alla confusione. Siamo ingenui perché non comprendiamo veramente che questa cosa è fastidiosa per altre persone oppure ci fa apparire in maniera ridicola.

Parlare di karma significa parlare di tutti questi tipi di comportamento e degli impulsi da cui provengono.

Le quattro leggi generali del karma
Ci sono quattro leggi generali del karma.

La prima è la certezza dei risultati. Questa frase è formulata in maniera molto speciale. Se sperimentiamo infelicità, è certo che questa è la maturazione di un nostro precedente comportamento distruttivo. Ma non significa che se commettiamo azioni distruttive, è certo che esse matureranno in forma di infelicità. Perché? Perché possiamo purificare il karma negativo. Se questa legge fosse stata formulata nel secondo modo, suggerirebbe che è impossibile purificare il karma. Se sperimentiamo infelicità, possiamo stare certi che è maturata da un comportamento distruttivo; se sperimentiamo felicità, possiamo stare certi che è maturata da un comportamento costruttivo. Questa correlazione tra comportamento e sensazione di un certo livello di felicità e infelicità è molto importante da comprendere. Non stiamo dicendo che se agisci distruttivamente, questo produce infelicità.

Andiamo a vedere le molte varianti di questa correlazione tra sensazioni ed azioni. Non stiamo parlando della felicità o dell’infelicità che le nostre azioni causano ad altri; di questo non c’è certezza. Per esempio, recentemente ho dato il mio computer in riparazione ad un negozio ed è stato rubato dal negozio. Io ero molto contento perché quel computer si rompeva in continuazione e ora potrò ricevere i soldi della sua assicurazione e comprarne uno nuovo. Il furto non mi ha causato infelicità. Questa legge del karma parla dell’esperienza di felicità o infelicità della persona che ha commesso l’azione.

Inoltre non è neanche certo il modo in cui ci sentiremo mentre compiamo una certa azione; non è necessariamente connesso con l’azione. Potremmo astenerci dal commettere un atto sessuale improprio, per esempio avere una relazione sessuale con il partner di qualcun altro, e facendo ciò essere molto infelici. Non è neanche affatto certo come ci sentiremo immediatamente dopo aver compiuto l’azione: “Stavo aiutando qualcuno, poi se ne sono andati a casa e mi sono sentito depresso.” E infine, come abbiamo detto, non è neanche certo che queste sensazioni matureranno più tardi, perché possiamo purificarci dalle conseguenze karmiche delle nostre azioni. L’unica cosa certa è che se sperimentiamo queste sensazioni, non importa quando questo avviene, esse sono il risultato di una qualche azione distruttiva o costruttiva commessa in precedenza. Se ci sentiamo infelici mentre ci asteniamo dal commettere adulterio, questo è la maturazione di qualche altra azione distruttiva precedente.

C’è bisogno che dica qualcosa, poiché qualcuno potrebbe avere poca chiarezza a questo proposito, su cos’è un’azione costruttiva? Astenerci dall’uccidere è una delle dieci azioni costruttive. Non ho in mente di andarmene in giro ad uccidere persone, quindi il fatto che non uccido delle persone non è l’azione costruttiva dell’astenersi dall’uccidere persone. L’azione costruttiva sarebbe se ci fosse una zanzara che vola intorno alla mia testa e io ho voglia di ucciderla, ma poi penso alle conseguenze che questo avrebbe e non lo faccio. A quel punto, l’astenermi dall’uccidere è l’azione costruttiva del non uccidere. Quando parliamo di questo tipo di comportamento costruttivo di astenerci dalle azioni distruttive, è inteso in senso molto attivo; non è soltanto “Beh, io non uccido mai nessuno, quindi potrei anche prendere il voto del non uccidere.” Questo non è abbastanza forte. Certamente prendere un voto è sempre benefico, ma la vera azione costruttiva è l’astenerci da un’azione distruttiva quando abbiamo voglia di farla e astenerci perché ne comprendiamo le conseguenze. Ovviamente ci sono anche azioni costruttive dell’aiutare qualcuno oppure dare qualcosa a qualcuno. Questo è un altro tipo.

La seconda legge del karma è l’aumento dei risultati: da una piccola azione possono derivare risultati molto grandi. Diciamo qualcosa di cattivo al nostro partner e più lasciamo che il tempo passi senza cercare di risolvere il problema e maggiore è il risentimento. Conosciamo tutti queste situazioni dalla nostra esperienza personale.

La terza legge è che se non abbiamo commesso un certo tipo di azione, non ne sperimenteremo i risultati. Molte persone muoiono in un incidente aereo, ma alcune sopravvivono. Perché? Non hanno commesso la causa del morire in quell’incidente, e quindi non ne sperimentano i risultati. Se ci siamo veramente purificati completamente da tutto il nostro karma, allora non ci sarà più nulla da temere. Anche se andiamo in un luogo pericoloso, pieno di ladri e così via, non verremo derubati perché ci siamo purificati della causa karmica di venire derubati. Nessuno poteva ferire il Buddha, per esempio.

La quarta legge è: se abbiamo commesso un’azione, lo strascico karmico nel nostro continuum mentale non se ne andrà da solo; non invecchierà fino al punto di non maturare più. Alla fine, a un certo punto, a meno che non lo abbiamo purificato, maturerà. Ci potrà mettere milioni di anni, ma maturerà a meno che non lo eliminiamo purificandolo.

Queste sono le leggi generali del karma. Inoltre, un’azione può dare molti risultati in molte vite. L’esempio usato nei testi è qualcuno che dice ad un bodhisattva che è una scimmia e rinasce come scimmia cinquecento volte. Non importa se riusciamo a metterci in relazione con questo esempio oppure no; il punto è che non è così lineare, tutta questa storia. Un’azione può avere molti risultati in molte vite e molte azioni messe insieme possono creare un unico risultato. Questo esempio è utile se ci fa pensare due volte prima di chiamare “maiali” i poliziotti.

I quattro fattori necessari affinché i risultati karmici siano al loro massimo
Quando parliamo di un’azione karmica, affinché ci sia pienezza dei risultati, quattro fattori devono essere completi. Se uno qualsiasi di questi fattori è mancante, il risultato non sarà altrettanto forte. Ma questo non vuol dire che non ci saranno risultati.

Prima di tutto c’è una base. Ci deve essere una base, un essere o un oggetto verso cui l’atto è rivolto. Pensiamo che qualcuno è in bagno da troppo tempo e iniziamo a urlare nei loro confronti, ma poi viene fuori che non c’era nessuno dentro. Questo non è altrettanto forte come se ci fosse davvero qualcuno lì dentro. Deve esserci qualcuno che sente che stiamo urlando, lo comprende ed è convinto che facciamo sul serio. Se la persona è sorda oppure ha la radio accesa e non può sentirci, allora non è così forte.

Il secondo fattore che deve essere completo è l’impulso, ovvero il karma stesso, e gli altri fattori che accompagnano l’impulso. Quindi ci deve essere un corretto riconoscimento dell’oggetto. Per esempio, pensavo di aver preso il mio ombrello, ma mi sono sbagliato e ho preso per sbaglio il tuo ombrello. Se lo facciamo per sbaglio, allora il risultato è molto più debole che se scegliamo l’ombrello migliore e ce lo prendiamo. Ma, anche se lo abbiamo preso per sbaglio, è pur sempre un’azione distruttiva: semplicemente non è un’azione distruttiva così tanto forte. Il secondo componente al seguito è l’intenzione. Se non c’è l’intenzione, è come se stessimo ballando con qualcuno e non avessimo intenzione di pestarle il piede, però lo facciamo. Questo è molto meno pesante che se lo facessimo intenzionalmente. Poi il terzo componente è che ci deve essere un’emozione disturbante, nel caso in cui stiamo parlando di un’azione distruttiva. Se uccidiamo una zanzara che sta ronzando intorno alla testa del nostro bambino piccolo e non lo facciamo perché odiamo la zanzara ma perché proviamo amore per il nostro bambino e lo vogliamo proteggere, questo è molto diverso dall’uccidere il moscerino perché lo odiamo. Tutto questo per quanto riguarda il secondo fattore, l’impulso.

Il terzo fattore è l’azione. Dobbiamo averla effettivamente compiuta. Se stavo pensando di urlarti in faccia, ma poi in quel momento qualcuno è entrato in casa oppure il telefono ha suonato e alla fine non ho effettivamente fatto quello che avevo in mente di fare, non è così grave come farlo a tutti gli effetti. Se ho solamente sognato di ucciderti, non l’ho fatto veramente nella vita reale. Nonostante questa uccisione nel sogno sia un’azione distruttiva che potrebbe essere accompagnata da molta rabbia e così via e nel sogno potremmo anche uccidere quella persona del tutto intenzionalmente, tuttavia non è altrettanto pesante quanto l’effettivo uccidere quella persona perché non c’è nessuna azione coinvolta.

Poi ci deve essere un finale. Questo è il quarto fattore. Se spariamo a qualcuno con l’intenzione di ucciderlo ma lo manchiamo e lo colpiamo solo ad un braccio, la nostra azione non ha raggiunto la conclusione desiderata, quindi non è altrettanto pesante. Se avevamo veramente l’intenzione di ferire qualcuno con quello che abbiamo detto, ma questo non li ha feriti affatto, perché non ci hanno creduto o per qualsiasi altro motivo, non è altrettanto pesante come se avesse realmente ferito l’altra persona. La stessa cosa vale se abbiamo mentito e l’altra persona non ci ha creduto. Possiamo vedere che i risultati delle nostre azioni sono veramente molto complessi, ci sono molti fattori differenti coinvolti.

Partecipante: vale la stessa cosa per le azioni positive?

Alex: sì. Per esempio, volevo aiutarti e invece ho aiutato qualcun altro. Non avevo veramente intenzione di aiutarti, ma quello che ho fatto ti ha comunque aiutato, oppure ho fatto qualcosa per aiutarti e invece non ti è stato di nessun aiuto. Questo capita spesso. Facciamo un buon pasto per qualcuno per far loro un piacere ma il cibo va loro di traverso e devono andare all’ospedale. Oppure lo hanno detestato; per loro aveva un sapore terribile. Tutte queste cose ci sono anche con le azioni costruttive.

Karma proiettante e karma completante
Un’altra divisione del karma è quello che viene chiamato il “karma proiettante e il karma completante.”

Il karma proiettante (‘ phen-byed-kyi las) è un impulso che ci proietterà in una vita futura. Per essere più specifici, è un impulso a fare qualcosa che è così forte che il suo strascico karmico ci può proiettare in una vita futura. Può plasmare il tipo di rinascita che prendiamo, per esempio come cane oppure come essere umano. Questo è quando l’impulso è accompagnato da un’intenzione molto forte e da un’emozione accompagnante molto forte. Se effettivamente agiamo sulla base di questo impulso ed esso raggiunge il finale inteso, può plasmare il tipo di rinascita che prenderemo. Questo viene chiamato “karma proiettante.”

Il karma completante (rdzogs-byed-kyi las) è quando l’intenzione o la motivazione e l’emozione accompagnante non sono così forti. Questo darà luogo alle circostanze che completano la rinascita in questo particolare tipo di rinascita, per esempio se siamo un rognoso cane randagio nelle strade dell’India oppure un barboncino nella casa di una persona occidentale ricca. Ci sono quattro possibilità: ci può essere un karma proiettante positivo e un karma completante negativo, karma sia proiettante che completante negativo, e così via.

Karma messo in atto e karma accumulato
Poi c’è un’altra divisione, che è davvero molto interessante, cioè il karma “messo in atto” e “accumulato.”

Il karma messo in atto (byas-pa’i las) si riferisce a qualsiasi impulso karmico fisico o verbale che ci ha effettivamente portati a commettere un atto fisico o verbale, sia che sia stato spronato (bsam-pa), nel senso di essere stato potenziato o causato dai nostri pensieri impulsivi, o da un’attenta riflessione a priori, oppure no. Il karma accumulato (bsags-pa’i las) si riferisce a qualsiasi impulso karmico che è stato spronato, nel senso di essere stato potenziato oppure causato dai nostri pensieri impulsivi o da un’attenta riflessione a priori, sia che ci abbia effettivamente portato a commettere un atto fisico o verbale oppure no. Se il karma accumulato non conduce ad un atto fisico o verbale, il karma accumulato è karma mentale – un impulso mentale a dire o fare qualcosa, basato su un precedente processo di riflessione.

Da questa distinzione, possiamo vedere che ci sono quattro possibilità. Per esempio, ho pianificato di farti del male o di aiutarti, ma poi non l’ho fatto; non ho pianificato di aiutarti, ma l’ho fatto; ho pianificato di farlo e l’ho effettivamente fatto; oppure non l’ho pianificato e non l’ho fatto.

È solo con azioni che abbiamo pianificato di fare e che poi effettivamente commettiamo che c’è la certezza del fatto che sperimenteremo i risultati.

Ora, molto spesso le persone fraintendono questa classificazione e pensano che ci sono alcune azioni che non producono con certezza alcun risultato e altre azioni per le quali è certo che ci saranno dei risultati. Questa non è la distinzione da fare in questo caso, anche se è vero che se purifichiamo i nostri continua mentali dagli strascichi karmici derivanti da azioni distruttive, non dobbiamo necessariamente sperimentare i loro risultati. Ma quando parliamo della certezza dei risultati in questo contesto, stiamo parlando in primo luogo della certezza di quando essi matureranno. Per azioni che pianifichiamo ma poi non compiamo, non c’è certezza di quando esse matureranno. Potrebbero maturare in qualsiasi momento – in questa vita, nella prossima vita o in qualsiasi altra vita dopo di questa. Se non crediamo alle vite future, come è il caso di molti occidentali, è importante sapere quali azioni matureranno in questa vita. Tenete presente che queste devono essere pianificate ed effettivamente commesse.

Azioni karmiche i cui risultati matureranno in questa vita
In generale, ci sono quattro tipi di azione karmica, sia distruttive che costruttive, che portano a dei risultati la cui maturazione inizia in questa stessa vita. Questa maturazione, tuttavia, può anche continuare in vite future.

Il primo paio sono le azioni distruttive che hanno luogo a causa di estremo attaccamento al nostro corpo, ai nostri possedimenti materiali, o alla vita, e le azioni costruttive che derivano da un estremo disinteresse per qualsiasi di questi tre. Per esempio, sono talmente attaccato alla mia macchina, e tu mi sei appena venuto addosso, che vado a cercare la tua macchina e la sfascio con una mazza da baseball. Oppure ci potrebbe essere il caso in cui sono talmente attaccato al non ammalarmi che mi rifiuto di aiutare qualcuno che ha una malattia contagiosa. D’altro canto, potrei essere talmente distaccato dal mio corpo che mi precipito in un edificio in fiamme per salvare un bambino che vi era rimasto intrappolato dentro.

Il secondo paio sono azioni distruttive indotte da pensieri molto estremi di astio verso chiunque, come per esempio torturare un nemico prigioniero, oppure un’azione costruttiva indotta da pensieri estremi di altruismo e di amore, come per esempio, accudire un soldato nemico ferito.

Il terzo paio include azioni distruttive che sono indotte da un desiderio molto forte di nuocere al Buddha, al Dharma o al Sangha, ai maestri spirituali e così via, per esempio distruggendo un monastero ed uccidendo i monaci. Questo paio include anche azioni costruttive indotte da un’estrema fiducia nelle qualità dei Tre Gioielli e dei maestri spirituali, per esempio costruire uno stupa oppure fare una donazione, per una pubblicazione di Dharma oppure per costruire un centro buddhista.

Il quarto paio sono azioni distruttive basate su una totale mancanza di gratitudine e di rispetto e che sono rivolte verso qualcuno che ci ha aiutato molto, come per esempio i nostri genitori o i nostri maestri, oppure azioni costruttive rivolte verso di loro e basate sul desiderio di ripagare la loro gentilezza. Per esempio, non prenderci cura dei nostri genitori qualora essi fossero vecchi e malati oppure aiutare i nostri maestri spirituali con i loro progetti. Ma bisogna ricordarsi che è necessario veramente pensare ad impegnarci in queste azioni e non soltanto compierle spontaneamente oppure essere costretti a farle.

Fattori che influenzano la forza della maturazione del karma
Gli strascichi karmici delle nostre azioni possono maturare in forma di qualcosa di forte o pesante oppure in forma di qualcosa di leggero e banale. Quindi come ultimo aspetto voglio discutere i vari fattori che influenzano la forza dei risultati che maturano sia dal karma positivo che dal karma negativo. È una lista piuttosto lunga.

Il primo fattore è la natura dell’azione o del fenomeno coinvolto. Questo si intende in termini di sofferenza o felicità causata in generale all’altra persona. Uccidere qualcuno è più pesante che rubare la loro macchina; salvare la vita di qualcuno è più potente che dare loro dei soldi.

Il secondo fattore è la forza dell’emozione, disturbante o positiva, che accompagna l’impulso. Fare del male a qualcuno con odio veramente grande è molto più forte che fare loro del male con solo un po’ di rabbia. Per risparmiare tempo, darò esempi per tutto il resto della lista soprattutto relativamente ad azioni distruttive, ma potete dedurre da soli esempi che valgano anche per le azioni costruttive.

Il terzo fattore è la spinta propulsiva distorta, in altre parole, se è presente o meno un atteggiamento antagonistico e distorto che accompagni la nostra azione e se pensiamo o meno che non ci sia niente di male nel compierla, che anzi sia una cosa buona da fare. Per esempio, andiamo in guerra per uccidere chiunque appartenga ad un certo gruppo etnico e pensiamo che questo sia perfettamente giusto e chiunque pensi che sia una cosa sbagliata è stupido. Questo è un atteggiamento antagonistico e distorto. Oppure che sia del tutto giusto uccidere animali perché sono stati creati per il nostro uso. Se c’è questo tipo di atteggiamento, è pesante.

Il quarto fattore è l’azione in sé. Questo va inteso in termini della quantità di sofferenza causata alla vittima nel momento in cui l’azione viene compiuta. Strappare le ali ad una mosca è molto più pesante che ucciderla con uno scacciamosche.

Il prossimo è la base verso cui l’azione è diretta. Questo varia a seconda dell’entità del beneficio che noi o altri abbiamo ricevuto da quell’essere in passato, o che ne riceviamo nel presente o riceveremo in futuro, e a seconda delle buone qualità dell’essere. Queste buone qualità includono lo scopo che l’essere ha raggiunto o verso cui è rivolto. Per esempio, uccidere un monaco o una monaca è più pesante che uccidere una persona laica per via del loro scopo e delle loro qualità. Oppure assassinare Mahatma Gandhi è più pesante che giustiziare un criminale oppure macellare una gallina.

Il prossimo è lo stato o le realizzazioni dell’essere verso cui l’azione è diretta. È più pesante se la vittima è qualcuno che ha appena concluso un ritiro. Se facciamo del male a qualcuno che sta male, rispetto a qualcuno che è in salute, allora è più pesante.

Il prossimo è il livello di considerazione, la quantità di rispetto che abbiamo nei confronti dell’essere. Fare del male a qualcuno per cui abbiamo rispetto è una cosa diversa dal fare del male a qualcuno che non conosciamo. Ho molto rispetto per il mio maestro spirituale, quindi mentirgli è più pesante che mentire ad uno sconosciuto per cui non ho alcun rispetto particolare.

Poi c’è la condizione di sostegno. È più pesante uccidere se abbiamo preso un voto di non togliere la vita ad un altro essere piuttosto che se non abbiamo preso alcun voto.

Il prossimo è la frequenza o l’abitudine. Se abbiamo fatto una certa azione molte volte in passato, è più pesante. Se abbiamo cacciato tutta la nostra vita, è più pesante che sparare ad un cervo una volta sola.

Poi c’è il numero di persone coinvolte nell’azione commessa. Se siamo parte di un’intera banda che picchia qualcuno, è più pesante che se lo facciamo da soli. Viceversa, fare una puja con un grande gruppo di persone è un’azione positiva più forte che se la facciamo da soli in camera nostra. Ecco perché i tibetani amano fare le puja in gruppi grandi.

Poi c’è il seguito, a seconda che ripetiamo l’azione in futuro oppure no.

L’ultimo fattore è la presenza o l’assenza di forze opponenti. In altre parole, se facciamo qualcosa di distruttivo, a seconda che l’abbiamo controbilanciata con molte cose costruttive oppure no, o se in passato abbiamo fatto qualcosa di costruttivo, a seconda che sia controbilanciata da molte cose distruttive oppure no.

Nonostante questa sembri una lista molto lunga, e forse un po’ noiosa da studiare, essa indica alcuni punti che sono molto utili se dobbiamo compiere qualcosa di negativo o di positivo e vogliamo sapere come renderla rispettivamente più debole oppure più forte. Se dobbiamo fare qualcosa di distruttivo, come per esempio suffumicare la nostra casa per via degli scarafaggi o qualcosa del genere, possiamo cercare di farlo senza odio, non farlo troppo spesso e farlo senza invitare tutti i nostri amici a venire a fare una festa ammazza-scarafaggi pensando che sia un gran divertimento. Al contrario, se stiamo facendo qualcosa di positivo, è molto bene invitare i nostri amici ad unirsi a noi e farlo con un forte senso positivo e farlo spesso, come per esempio fare una puja a casa.

In questo modo questi fattori ci danno un’indicazione di come influenzare i risultati delle nostre azioni anche mentre stiamo ancora agendo in maniera compulsiva e in uno stato di confusione. Se vogliamo aiutare altri, possiamo iniziare ad aiutare le persone che sono state più gentili con noi, per esempio i nostri genitori. Se dobbiamo fare del male o deludere qualcuno, per esempio quando non abbiamo tempo di chiamare tutte le persone che dobbiamo chiamare, cerchiamo di non deludere qualcuno che è stato molto gentile con noi, come i nostri genitori. Questo non è soltanto una lista, ma qualcosa con cui dobbiamo lavorare nella nostra vita di tutti giorni mentre interagiamo con gli altri.

L’assenza o la presenza di forze opponenti
L’ultimo punto nella lista, l’assenza o la presenza di forze opponenti, è particolarmente importante. Questo è dove inizia la discussione della purificazione del karma, che non illustrerò in dettaglio questa sera. Vorrei tuttavia menzionare un paio di aspetti importanti.

Un’azione distruttiva è molto pesante se non la consideriamo come un errore e se non consideriamo che essa avrà conseguenze negative. L’opposto di ciò è l’ammettere apertamente che è stato uno sbaglio e che era sconveniente. Anche se non pensavamo che ci fosse nulla di male nel momento in cui l’abbiamo commessa, se successivamente ammettiamo che è stato uno sbaglio, questo inizierà a purificarne le conseguenze e perlomeno le renderà meno pesanti.

Un’azione distruttiva è anche molto pesante se l’abbiamo compiuta con gioia, non abbiamo alcun rimorso e siamo deliziati dall’averla compiuta. Per contrastarla, c’è il rammarico.

Il prossimo fattore che rende un’azione pesante è se non abbiamo il desiderio o l’intenzione di smettere di ripeterla. Come quando pensiamo: “Continuerò ad ascoltare la mia musica ad alto volume a tutte le ore della notte. Non mi interessa se i miei vicini restano svegli.” L’opposto di ciò è il pensiero: “Cercherò di non ripetere quest’azione.”

L’ultimo è non pensare di riparare il danno. Quello che si oppone a ciò è applicare le azioni costruttive contrastanti.

Questo è come si compongono i quattro poteri opponenti che sono così importanti da applicare nella meditazione di Vajrasattva o in qualsiasi altra forma di purificazione. Ognuno è raccomandato per uno scopo specifico.

Abbiamo bisogno di aggiungere un’altra cosa a questo discorso sull’assenza o sulla presenza di forze opponenti. Un’altra cosa che rende un’azione pesante è se facciamo qualcosa senza alcun senso di autodignità morale o senza alcun interesse per come la nostra azione possa riflettersi su altri. Non ci importa niente del nostro onore personale e non ci importa niente neanche di cosa la gente penserà delle nostre famiglie, dei nostri maestri, dei nostri compatrioti e così via. L’opposto di ciò è affermare la nostra direzione sicura e bodhicitta con un senso di autodignità e interesse per come le nostre azioni si riflettono sugli altri: “Sto facendo qualcosa di positivo nella mia vita.” Un esempio potrebbe essere un tedesco che va da qualche parte e fa molto rumore creando ogni sorta di disturbo, senza preoccuparsi di quello che altri penseranno dei tedeschi a causa di questo.

Penso che per questa sera basti così. Se qualcuno ha delle domande, chiedete pure.

Domande
Partecipante: Hai detto che nessuno può fare del male a Buddha, ma a Buddha fu servito del cibo avariato che è stato causa della sua morte e Gesù è stato crocifisso. Come può accadere? Inoltre ho sentito che una nazione o società che uccide un Buddha si carica di una tale negatività che più tardi questa società verrà distrutta.

Alex: Beh, prima di tutto nel Buddhismo ci sono molte spiegazioni riguardo agli avvenimenti nella vita di Buddha. Ma se andiamo a vedere la spiegazione Mahayana, allora quando a Buddha fu servito cibo avariato e lui ne morì, egli permise che ciò avvenisse. Non è capitato incontrollabilmente come la maturazione di un qualche karma negativo. Il Buddha ha permesso che capitasse per insegnare ai suoi discepoli l’impermanenza.

Inoltre, in termini del karma dell’uccidere un Buddha, c’è una differenza da fare tra il karma che verrà sperimentato da un singolo individuo e il karma che verrà sperimentato da tutti. Questo dipende a seconda che le azioni siano state compiute da una persona, da un gruppo di persone o da tutti. L’esempio che viene sempre dato è Bodhgaya. Il grande stupa del Buddha che si trova lì è stato distrutto molte volte – quindi l’azione karmica non era veramente uccidere un Buddha, ma distruggere una rappresentazione di Buddha. Come risultato karmico, Bodhgaya è nella zona più povera dell’India, piena di mendicanti, lebbrosi deformi e zanzare. Questo viene dato come ragione del fatto che tutti i mendicanti deformi si riuniscono in questa zona; è a causa di quest’azione collettiva. C’erano molte persone coinvolte nella distruzione dello stupa e quindi molti esseri sperimentano insieme il risultato di quest’azione – questi mendicanti, lebbrosi e così via.

Partecipante: Con l’attuale epidemia dell’afta epizootica, le autorità hanno deciso di eliminare tutto il bestiame. Poiché sono un membro della società in cui questo sta accadendo, quest’uccisione di tutto il bestiame sarebbe un’azione di gruppo, no? Dovrò sperimentare i risultati karmici collettivi di quest’azione di gruppo oppure no? E come potrei evitarlo?

Alex: Prima di tutto, ricordati la quarta legge del karma: se non abbiamo commesso un’azione, non ne sperimentiamo il risultato. Se non abbiamo ucciso gli animali, non siamo coinvolti nell’azione karmica. Le varie persone che stanno effettivamente compiendo l’uccisione sono coloro che sono davvero coinvolti nell’azione karmica.

Tuttavia, c’è un punto che riguarda il gioire delle azioni altrui. Se gioiamo nelle azioni costruttive di altri, accumuliamo forza karmica positiva, mentre se gioiamo nelle azioni distruttive degli altri, accumuliamo forza karmica negativa. Quindi se pensiamo veramente che questa eliminazione del bestiame sia una cosa fantastica da fare, è un discorso. Ma se pensiamo che sia una cosa terribile che essi vengano uccisi e proviamo grande compassione e così via, questo è un modo di pensare positivo.

Tuttavia, dobbiamo fare attenzione a non accompagnare tutto questo con l’ingenuità: questi animali, questo bestiame, sarebbero stati comunque uccisi per la loro carne e quindi è soltanto una questione di quando verranno uccisi. Avere compassione per loro solo perché vengono uccisi a causa di questa epidemia, ma non avere interesse se vengono uccisi per la loro carne è ingenuo. Il fatto che riflettiamo con compassione in questo caso è un’azione costruttiva, ma è accompagnata dall’emozione disturbante dell’ingenuità. Quindi dobbiamo sempre analizzare con attenzione tutti i nostri pensieri e le nostre azioni.

Dedica
Concludiamo con una dedica. Vediamo quanto sia importante comprendere i vari fattori del karma perché, nonostante sia complesso – è la cosa più complessa nel Buddhismo – più lo comprendiamo e più possiamo iniziare ad influenzare e a plasmare il nostro comportamento e la pesantezza delle sue conseguenze. Come in questo esempio, possiamo cercare di sviluppare compassione in generale per il bestiame, non solo perché hanno una malattia.

Possa qualsiasi forza positiva che abbiamo accumulato in questo modo crescere sempre più forte, e possa qualsiasi comprensione che abbiamo ottenuto diventare sempre più profonda, in modo che a poco a poco possiamo iniziare ad indebolire gli effetti del nostro karma fino ad eliminarlo completamente, per poter essere di aiuto a tutti nel miglior modo possibile.>

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Originazione Interdipendente

Desidero dedicare questo post al Ven.Geshe Tharchin che è l’autore del Blog dal quale ho tratto questo post. clicca qui per il link diretto al blog

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Questi 12 anelli o legami causali formano una catena circolare che si estende sulle vite passate, presenti e future. Ci sono diversi modi di presentare questo ciclo.

Uno dei diversi modi di spiegare lo schema é affermare che si sperimentano i primi 6 anelli in una vita e gli altri 6 nella vita successiva, ognuno dei 12 fattori è allo stesso tempo condizionato e condizionante : quindi sono tutti relativi ed interdipendenti e non c’è nulla di assoluto o indipendente. Da questo deriva che non esiste una “causa prima”.

1. ignoranza
2. formazioni karmiche/azioni/volizioni
3. coscienza
4. Sete/desiderio
5. Attaccamento/Brama/Appropriazione/cupidigia
6. divenire/esistenza

7. rinascita
8. nome e forma (organismo psico-fisico)
9. i 6 organi sensoriali/percezioni
10. contatto
11. sensazioni
12. vecchiaia e morte.

A) Vita precedente
1) Nella vita precedente all’attuale eravamo sotto l’influenza dell’ignoranza, che è il 1° anello della catena. Essa consiste nell’incapacità di vedere le cose così come realmente sono, cioè di riconoscere che la natura della realtà è la vacuità di esistenza intrinseca ; questa incapacità sorge quando attribuiamo ai fenomeni un’esistenza separata (perché ci sfugge la loro natura interdipendente). Si tratta quindi di una visione che si basa su un falso concetto del sé, al quale erroneamente attribuiamo concretezza ed indipendenza e sulla cui base formiamo i nostri concetti di io e mio : il che porta al sorgere di ogni altro difetto mentale – cioè sia dell’attaccamento a noi stessi e a ciò che ci piace, sia della repulsione a ciò che sembra danneggiare questo io.
2) Dato che eravamo in preda all’ignoranza, i nostri impulsi o motivazioni o intenzioni (consce e inconsce) ci hanno spinto a compiere delle azioni (karma) – fisiche, verbali e mentali – negative : le nostre scelte sono state condizionate e limitate nella sfera dell’io-mio, cosicchè abbiamo costretto la nostra azione (volizione) a un’incessante dinamica di attrazione-repulsione. Queste motivazioni sono dette “formazioni karmiche, che sono il 2° anello.
Le due componenti dell’Origine interdipendente incluse nel gruppo delle azioni sono volizione e divenire. La volizione si riferisce alle impressioni o abitudini che abbiamo formato nel flusso dei momenti di coscienza, o nel continuum cosciente. Queste impressioni sono formate da azioni ripetute. Possiamo illustrarlo con un esempio preso dalla geologia. Sappiamo che un fiume forma il suo letto attraverso un processo continuo di erosione. Quando cadono le piogge sulle alture, l’acqua si raccoglie in rivoli che gradualmente formano un alveo che poi aumenta in un ruscello. Infine quando il letto del ruscello diventa più profondo e largo attraverso l’apporto continuo di altra acqua, il ruscello diventa un fiume con sponde ben definite e un corso ben tracciato.
Allo stesso modo, le nostre azioni diventano abitudini. Queste abitudini diventano parte della nostra personalità e le portiamo da una vita all’altra sotto forma di ciò che chiamiamo volizioni, formazioni mentali o energie dell’abitudine. Le nostre azioni in questa vita sono condizionate dalle abitudini che abbiamo formato nel corso di innumerevoli vite precedenti.
Per ritornare all’analogia dell’alveo del fiume e dell’acqua, potremmo paragonare le formazioni mentali all’alveo, mentre le azioni che compiamo in questa vita sono l’acqua che scorre nell’alveo scavato e creato da azioni precedenti. Le azioni che compiamo in questa vita sono rappresentate dalla componente indicata come “divenire”. Quindi abbiamo le abitudini sviluppate nel corso di innumerevoli vite combinate con le nuove azioni compiute in questa vita e queste due insieme hanno come risultato rinascita e sofferenza.
3) Le azioni negative suddette, a loro volta, hanno prodotto delle “tracce karmiche” (o semi dell’istinto karmico) che sono state impresse nella nostra “coscienza” o, meglio, in quella parte di essa che è detta “causale”. Ciò significa che dal momento in cui abbiamo compiuto l’azione, sulla nostra corrente di coscienza si è depositata un’energia o potenzialità che corrisponde al karma compiuto : la coscienza che fa da contenitore a queste impronte karmiche è il 3° anello.
Così, se un giorno abbiamo detto una bugia, la nostra mente ne è stata impregnata al punto che questa impronta è diventata una forza tale da condizionarci in modo da essere all’indomani predisposti a ripetere la menzogna e dopodomani ancora di più ; predisposizione che per la forza dell’abitudine è cresciuta ulteriormente.
4) Questi semi karmici per dare il loro frutto o risultato – ossia per potersi sviluppare in un futuro stato dell’esistenza (l’attuale) – han dovuto incontrare certe condizioni che li hanno attivati, resi operanti e portati a maturazione : è il 4 ° anello, denominato sete/desiderio. Si tratta della funzione mentale che – difronte alle sensazioni – reagisce operando una discriminazione che ci porta a ricercare ed inseguire quelle piacevoli e a sfuggire quelle spiacevoli : è il desiderio
− di non essere separati da un oggetto che giudichiamo attraente;
− di essere separati da oggetti che riteniamo dolorosi o che ci incutono paura, mentre resteremo indifferenti, annoiati od indolenti verso le sensazioni neutre.
Per comprendere meglio usiamo una analogia con un seme piantato in un campo che forma un germoglio. Si parte dall’ignoranza, l’azione è il seme, la coscienza é il terreno in cui è piantato, l’attaccamento è l’acqua, senza la quale il seme non germoglierebbe nemmeno.
5) Nel corso dell’esistenza (precedente all’attuale) quel desiderio iniziale è poi fortemente aumentato, trasformandosi in attaccamento una vera e propria forma di “appropriazione/bramosia/cupidigia”, un aggrapparsi al desiderio : si tratta di una forza, anche conosciuta come “Karma che proietta”, che ci trascina nelle sue spire e che ci fa rimanere invischiati nei contenuti dell’esperienza senza riuscire a vederne l’autentica natura. Questa brama insaziabile – che è il 5° anello – era sorta in particolare quando quell’esistenza stava per finire : allora abbiamo provato una grande insicurezza e paura di morire, per cui è sorto uno specifico e più intenso ed esasperato desiderio per il corpo e per i beni che stavamo per abbandonare e quindi per un nuovo corpo (l’attuale).
Quando una persona é in punto di morte viene meno la consapevolezza grossolana dei sensi fisici e tutta l’esistenza si affievolisce in quella che viene detta coscienza mentale. Essa non percepisce più il corpo è solo questa coscienza che esiste ancora; in questo momento sorgono in essa alcune forme di attaccamento sotto forma di apparizioni inerenti al tipo di rinascita verso cui é destinata (visione degli esseri che popolano i 6regni (dei, semi dei, umani, animali, spiriti famelici ed esseri infernali).
6) In tale maniera avevamo messo in moto il “divenire o esistenza”, cioè la forza dei semi karmici che fa in modo che esista un’altra vita (ad esempio l’attuale vita umana) : il divenire è la potenzialità e la propensione a rinascere (come uomo), facendo assumere a quell’essere uno stato di bar-do nel quale oltre ai tipi di rinascita si possono avere in questo anello visioni anche del luogo dove si rinascerà. In breve, quando siamo vicini alla morte l’attaccamento porta a maturazione il karma accumulato, il quale determina la qualità del frutto. Questo “divenire” è il 6° anello.

B) Vita attuale
7) Esiste un periodo intermedio tra la morte e la vita di una persona denominata Bardo. In questo stadio la persona possiede una sua forma corrispondente a quella del tipo di essere che rinascerà (uomo, dio, semi-dio, animale , essere insaziabile, essere infernale) ma questa forma non é reale, fatta di materia grezza, non reagisce con la materia grezza e può andare ovunque. Sebbene l’essere Bardo abbia una forma solo la forma umana reale é considerata l’anello della rinascita. Pensiamo alle onde radio che trasmettono musica, esse quando viaggiano non sono vera musica, la diventano quando sono trasformate in suono dai ricevitori e trasmesse dagli altoparlanti. Allo stesso modo possiamo considerare la rinascita di essere umano: una particolare forza karmica spinge la coscienza in un determinato posto e da questo incontro nasce una persona.
Distinzione tra rinascita e trasmigrazione: il buddhismo non crede a una entità durevole o sostanza che trasmigra. Non crede in un sé che rinasce, o meglio, non é il sé che rinasce.
Per esempio quando quando una biglia ne colpisce un’altra esse sono da considerare due entitá distinte della stessa specie ma è anche vero che c’è una sorta di continuità rappresentata dall’energia e dalla direzione della prima biglia che si comunica alla seconda. La prima biglia causa il movimento della seconda in una certa direzione e con una certa velocità, non è la stessa biglia che si muove eppure c’è continuità; la continuità di causa ed effetto.
Perciò c’è rinascita ma non trasmigrazione. Esiste la responsabilità morale ma non un sé permanente e indipendente. Esiste la continuità di causa ed effetto ma non la permanenza.
Cessato il bardo, alle 6 cause precedenti segue immediatamente il concepimento nel grembo materno, ossia la nostra vita presente. Infatti, durante l’accoppiamento dei nostri genitori, la coscienza del futuro essere raggiunge l’unione del seme paterno con l’ovulo materno, per cui si ha la “rinascita” in uno dei 6 regni samsarici – che è il 7° anello.
8) la coscienza “sottile” entra in relazione con gli elementi che formeranno il corpo. Successivamente si ha la formazione di un essere umano, cioè di un organismo psico-fisico, che è detto “nome e forma” ed è l’8° anello. Esso è l’insieme dei 5 aggregati e precisamente : “nome” sono i 4 aggregati non fisici (coscienza, percezione, sensazione, volizione) e “forma” è l’aggregato del corpo materiale. Questa nostra personalità non è affatto un nucleo solido ed indipendente come ci appare, perché mente e corpo sono entrambi il prodotto di cause e condizioni. Ma noi non ci accorgiamo di ciò e su questo prodotto condizionato siamo soliti apporre l’etichetta “io”.
9) La coscienza si fa sempre meno sottile ma non esiste ancora la consapevolezza dei sensi
Quando l’embrione si sviluppa al punto che si formano le 6 “basi della conoscenza”, ossia i “6 organi dei sensi”, si ha il 9° anello : sono gli organi sensoriali della vista (occhi), dell’udito (orecchie), dell’olfatto (naso), del gusto (lingua), del tatto (pelle del corpo) e del pensiero (mente). La mente ha il compito di percepire i fenomeni mentali (ad es. i ricordi) e di registrare ed analizzare le informazioni ricevute dal mondo esterno – ossia i dati dei 5 sensi fisici – e di trasformarli in percezioni. Essa comprende la coscienza visiva, uditiva, olfattiva, gustativa, tattile e mentale, ossia i 6 campi (interattivi) di sensazioni.
10) crescita della consapevolezza sensoriale, contatto e percezione
Senza i sensi non ci sarebbe alcun rapporto tra l’atto percettivo e il contenuto percepito, ossia il “contatto”. Esso consiste nell’incontro dell’organo di senso (occhio, orecchio, naso, lingua, pelle del corpo, mente) col relativo oggetto (forme, suoni, odori, sapori, cose tangibili, pensieri) e la rispettiva coscienza (visiva, uditiva, olfattiva, gustativa, tattile, mentale). Si tratta cioè di un evento che è determinato dal convergere di 3 fattori : l’oggetto, la facoltà propria di ogni senso, la coscienza di ogni senso : ad es., l’occhio (che è l’organo visivo, ossia il luogo in cui risiede il senso della vista o capacità di vedere) porta una forma (che è l’oggetto visivo) a contatto con la coscienza visiva. Il contatto è il 10° anello.
11) affermazione della coscienza grossolana, matura la sensazione
Le “sensazioni” sono un effetto del contatto visivo, uditivo, olfattivo, gustativo, tattile o mentale. In base alla soddisfazione, all’insoddisfazione o all’indifferenza che provocano, sono classificate in “piacevoli, spiacevoli o neutre”. In altre parole, la sensazione è la funzione mentale che – legata agli organi di senso – sperimenta il proprio oggetto, che può essere il piacere, la sofferenza o l’indifferenza. E’ questo l’11° anello.
12) “vecchiaia e morte”. Vecchiaia è il decadimento del corpo e il deterioramento dei sensi ; essa inizia nell’attimo immediatamente successivo a quello della nascita. La naturale fine della vecchiaia è la morte – che è il momento in cui il continuum mentale di un individuo si stacca definitivamente dal corpo e quindi il decomporsi, dissolversi ed estinguersi del corpo, il separarsi degli elementi, il putrefarsi del cadavere.
Dalla morte si ritorna alla rinascita, che produce nuovamente la vecchiaia e la morte ; e così via, in un ciclo senza fine.

In base a quanto abbiamo detto fino ad ora sappiamo che nella vita precedente abbiamo completato i primi sei anelli ed attualmente siamo impegnati a completare gli altri 6 che vedranno il loro finale completamento nella vita seguente. Queste “due vite” costituiscono la successione dei dodici anelli.
Noi possiamo spezzare questo ciclo : se infatti abbiamo sufficiente controllo sulla nostra mente e non abbiamo coltivato attaccamenti od avversioni, possiamo rinascere in una Terra Pura – senza essere costretti dal karma ad assumere un altro corpo contaminato.
A questo punto conviene completare l’argomento accennando a due questioni di notevole importanza :
a) Originazione Interdipendente e Vacuità :
il rapporto tra l’Originazione Interdipendente e la Vacuità può sintetizzarsi come segue : le cose accadono per via dell’Originazione Interdipendente basata su cause e condizioni, perciò esse sono vuote di esistenza intrinseca ; e poiché sono vuote di esistenza intrinseca, esse nascono interdipendentemente : se ogni cosa non fosse insostanziale (Vacuità), l’interdipendenza sarebbe impossibile.
b) Il libero arbitrio:
la questione del libero arbitrio (libera volontà), secondo l’Originazione Interdipendente non sorge e non può sorgere. Se infatti la totalità dell’esistenza è relativa, condizionata ed interdipendente, come può – da sola – la volontà essere libera ? La volontà – che come ogni altra formazione mentale è inclusa negli aggregati mentali – è condizionata. La pretesa ‘libertà’ è essa stessa, in questo mondo, condizionata e relativa, non è assolutamente libera. Quindi esiste un ‘libero arbitrio’ condizionato e relativo, ma non incondizionato ed assoluto. Se per ‘libero arbitrio’ s’intende una volontà indipendente da condizioni o dal rapporto causa-effetto, allora non esiste. La volontà, o una qualsiasi altra cosa, non può apparire senza condizioni, al difuori della legge di causa ed effetto, dal momento che la totalità dell’esistenza è condizionata, relativa e sottoposta a quella legge.
Pertanto, la libertà che oggi godiamo è limitata, analogamente a quella che resta in una partita a scacchi già avviata, in cui l’attuale possibilità di muovere le nostre pedine dipende ed è condizionata dalle mosse che abbiamo fatto liberamente e volontariamente all’inizio.

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Un altro modo di schematizzare il processo dell’originazione interdipendente é questo:

1-Ignoranza
2-Karma
3-Coscienza
4-Nome e forma
5-Percezioni
6-Contatto
7-Sensazioni
8-Desiderio
9-Attaccamento
10-Divenire
11-Rinascita
12-Morte

ripartendo dall’inizio: prima c’è l’ignoranza che determina l’azione karmica e quindi la coscienza. L’ignoranza crea azioni karmiche che lasciano impronte nella coscienza. Questi tre anelli insieme dirigono il destino della persona, la sua futura rinascita.
La coscienza ha due momenti differenti: il primo quando riceve l’impronta karmica e il secondo quando questa matura. La sua maturazione avviene con l’entrare della mente nella vita successiva, cioè con il sorgere di nome e forma, con la formazione dei cinque aggregati, (quarto anello).
Ne consegue il nascere delle percezioni sensoriali, quindi da un livello sottile si passa ad uno più grossolano, all’origine dei sensi, (quinto anello).
I cinque aggregati si sviluppano ulteriormente nella percezione del mondo esterno e i sensi, oltre a percepire l’oggetto esteriore, entrano in connessione con la coscienza e si verifica il contatto, (sesto anello).
Avvenuto il contatto, sorgono le differenti sensazioni – piacevole, spiacevole e neutrale – che intensificano progressivamente la loro potenzialità, sono come un bambino che all’inizio risponde blandamente agli stimoli, crescendo intensifica enormemente le reazioni emotive incrementando progressivamente il proprio coinvolgimento. Ciò determina inevitabilmente la discriminazione tra le sensazioni ed è questo il terreno in cui germoglia l’attaccamento. Quindi il settimo anello è la sensazione e l’ottavo l’attaccamento all’oggetto attraente che dà la sensazione piacevole. L’attaccamento intensificandosi diventa volontà ad afferrare, appropriazione, bramosia, avidità, (nono anello).

Ogni azione è condizionata da questa sete: si impiega la giornata in ufficio per poter possedere ciò che piace, si passeggia per lo stesso motivo, anche le azioni apparentemente positive sono corrotte da questo intento. Perché si è costantemente stanchi? Perché il continuo processo di afferrare, di appropriarsi, è inesauribile, faticoso, richiede sempre maggiore energia.
Dall’attaccamento sorge la bramosia della sensazione piacevole, che si presenta in quattro aspetti diversi:
1. la bramosia dell’oggetto dei sensi;
2. la bramosia della visione filosofica;
3. la bramosia della moralità, attaccamento allo sforzo, alla sofferenza;
4. la bramosia dell’idea del sé.
Dalla bramosia nasce e si evolve il Samsara, si definisce l’entrare in esistenza sulla base dei cinque aggregati.
Per esempio consideriamo il secondo aspetto: “afferro il mio modo di pensare di vedere perché questo mi gratifica, è piacevole; afferro questa filosofia perché è buona e mi procura felicità” Ma l’afferrare una visione della vita, per quanto buona possa essere, è negativo. Anche l’attaccamento al Buddha, al Cristo, al Dalai Lama, o allo stesso Dio, è un afferrare e come tale negativo, si trasforma in mente fanatica e il fanatismo è l’opposto della liberazione, non porta al Nirvana, è causa di Samsara.
L’attaccamento alla filosofia, all’etica, a un codice morale, allo sforzo, alla sofferenza, all’io o sé, è un errore nella sua stessa essenza.
Non è l’oggetto dell’attaccamento in discussione, l’oggetto può essere il più puro e sacro, può essere buono o cattivo, questo è assolutamente ininfluente, l’errore è nell’attaccamento in sé, nella bramosia.
Tutta la nostra vita è un contatto da cui scaturiscono le sensazioni che determinano l’attaccamento il quale, a sua volta, diviene bramosia articolata nelle quattro tipologie che sono causa di Samsara in cui si svolge tutta la nostra esistenza e che saranno determinanti nella definizione della prossima rinascita, del prossimo ciclo samsarico.

Riassumendo: Nome e Forma (4*anello) sono il primo stadio della nascita, poi si sviluppa lo stadio della percezione dei sensi e, quando i cinque aggregati sono percepibili si è a livello delle sensazioni sensoriali (5° anello). Dall’incontro dell’oggetto dei sensi con i sensi che lo percepiscono, congiuntamente alla coscienza immediatamente precedente, si ha il contatto (6° anello). Dal contatto sorge la sensazione (7° anello), che può produrre un effetto di diverso tipo: piacevole, spiacevole e neutro, le differenti sensazioni danno origine al desiderio, avversione e stato neutrale. Una sensazione piacevole sarà causa del sorgere di desiderio e una sensazione spiacevole del sorgere di avversione (8* anello) poi il desiderio diventa attaccamento e quando l’attaccamento cresce diventa appropriazione (9* anello).
Il decimo anello è il divenire, l’esistere dovuto all’afferrare che causa i cinque aggregati. Il divenire è il livello del karma che entra in maturazione a causa dell’attaccamento e della bramosia.
Il secondo anello è l’azione che pianta il seme karmico, il decimo anello è quel seme che, fertilizzato da attaccamento e bramosia, matura in quel karma. Quindi, l’aspetto che germoglia dal secondo anello è il divenire (decimo anello) che porta alla rinascita, (undicesimo anello). Il karma maturato dal quarto anello, Nome e Forma, determina il tipo di rinascita. Poiché dalla nascita derivano necessariamente morte e vecchiaia e si ha il dodicesimo anello.

Se la radice del samsara è nel secondo anello, delle formazioni karmiche, il saggio non produce azioni karmiche perché ne osserva l’interdipendenza. La distinzione tra saggio e ignorante indica proprio questa capacità di vedere, o meno, il sorgere dipendente dei fenomeni, l’interdipendenza.
Il saggio che ha una chiara idea di come si costruisce il samsara attraverso i dodici anelli, ha anche una chiara visione di come esso possa cessare, sempre attraverso i dodici anelli, semplicemente invertendone i fattori:
meditare sull’interdipendenza porta alla cessazione dell’ignoranza;
col cessare dell’ignoranza cessano le formazioni karmiche;
col cessare delle formazioni karmiche cessa la coscienza determinata da esse;
cessando la coscienza determinata dalle formazioni karmiche cessano nome e forma, gli aggregati;
cessando gli aggregati cessano le percezioni basate sugli stessi;
cessando le percezioni cessa il contatto;
cessando il contatto cessa la sensazione;
cessando la sensazione cessa l’attaccamento;
cessando l’attaccamento cessa l’afferrare, la bramosia;
cessando la bramosia cessa il divenire, il maturare delle cause irrigate da bramosia e attaccamento;
cessando il divenire, l’entrare in esistenza sulla base del karma, cessa la rinascita;
cessando la rinascita cessano vecchiaia e morte e quindi tutte le sofferenze del samsara.>>

Perché le persone gridano?

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Un giorno, un pensatore indiano fece la seguente domanda ai suoi discepoli:
“Perché le persone gridano quando sono arrabbiate?”
“Gridano perché perdono la calma” disse uno di loro.
“Ma perché gridare se la persona sta al suo lato?” disse nuovamente il pensatore.
“Bene, gridiamo perché desideriamo che l’altra persona ci ascolti” replicò un altro discepolo.
E il maestro tornò a domandare: “allora non è possibile parlargli a voce bassa?”
Varie altre risposte furono date ma nessuna convinse il pensatore.
Allora egli esclamò:
“Voi sapete perché si grida contro un’altra persona quando si è arrabbiati?
Il fatto è che quando due persone sono arrabbiate i loro cuori si allontanano molto.
Per coprire questa distanza bisogna gridare per potersi ascoltare.
Quanto più arrabbiati sono tanto più forte dovranno gridare per sentirsi l’uno con l’altro.
D’altra parte, che succede quando due persone sono innamorate? Loro non gridano, parlano soavemente.
E perché? Perché i loro cuori sono molto vicini. La distanza tra loro è piccola.
A volte sono talmente vicini i loro cuori che neanche parlano solamente sussurrano.
E quando l’amore è più intenso non è necessario nemmeno sussurrare, basta guardarsi. I loro cuori si intendono. È questo che accade quando due persone che si amano si avvicinano.”
Infine il pensatore concluse dicendo:
“Quando voi discuterete non lasciate che i vostri cuori si allontanino, non dite parole che li possano distanziare di più, perché arriverà un giorno in cui la distanza sarà tanta che non incontreranno mai più la strada per tornare.”
(Gandhi)>