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Presentazione del Buddhismo

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fonte originale da centronirvana.it

Il Buddha era un Saggio illuminato che conosceva a fondo il mondo ed ogni natura intrinseca degli esseri del mondo. Sapientemente il Buddha selezionò i sermoni idonei alla comprensione dei suoi ascoltatori, in modo che essi avessero potuto ottenere il massimo beneficio. Generalmente, tutti gli insegnamenti del Buddha possono essere classificati in due tipi: con il linguaggio ordinario e con il linguaggio del Dharma.
Il linguaggio ordinario si basa su cose fisiche e sulle esperienze accessibili a persone ordinarie comuni. Essendo basato sul fisico, piuttosto che sullo spirituale, esso serve solo per discutere sulle situazioni mondane e le cose del mondo fisico. Quindi, esso serve solo per le cose tangibili percepite nelle normali circostanze di tutti i giorni.
Per contro, il linguaggio del Dharma ha a che fare con il mondo mentale, con il mondo non-tangibile, non-fisico. Così, per essere in grado di comprendere e parlare di questo linguaggio del Dharma, si deve avere acquisito la comprensione del mondo mentale. Di conseguenza, solo le persone che hanno visto la Verità, cioè il Dharma, parlano il linguaggio del Dharma, il linguaggio del mondo mentale non-materiale, che è al di là del mondo fisico e materiale.
Il punto è che se adesso conosciamo solo il linguaggio quotidiano e ordinario, noi non siamo in grado di comprendere il vero Dharma quando lo ascoltiamo. Perciò, se non si conosce il linguaggio del Dharma, allora non possiamo capire il Dharma, la Verità ultramondana che può veramente liberarci dalla sofferenza e insoddisfazione (dukkha). 
E’ quindi sempre essenziale saper interpretare l’insegnamento del Buddha in termini di linguaggio del Dharma, cosippure in termini di linguaggio ordinario. Dovrebbero essere considerati entrambi i significati. Si prenda nota dei seguenti passaggi:
“La persona saggia e attenta ha familiarità con entrambi i modi di parlare: il significato visto dalla gente comune e il significato che essi non possono capire. Colui che è in grado di esprimersi nei vari modi di parlare è una persona saggia”.
Esempio di alcune parole nel Buddismo.
BUDDHA – Come saprete, il termine “Buddha” nel linguaggio comune si riferisce alla storica persona che si illuminò, cioè Gotama Buddha. Si riferisce ad un uomo fisico in carne e ossa, che è nato in India più di duemila anni fa, morì e fu cremato. Questo è il significato della parola “Buddha” nel linguaggio ordinario. In termini di linguaggio del Dharma, tuttavia, il termine “Buddha” si riferisce alla Verità che il Buddha storico realizzò e insegnò, vale a dire lo stesso Dharma.
Il Buddha disse: “Colui che vede il Dharma vede il Tathagata. (un termine che Buddha spesso usò per riferirsi a se stesso), Colui che vede il Tathagata vede il Dharma. Colui che non vede il Dharma, anche se si aggrappa alla veste del Tathagata, non può dire di aver visto il Tathagata”.
Ora, il Dharma è qualcosa di intangibile. Non è qualcosa di fisico, non è certo carne e ossa. Quindi, nel linguaggio del Dharma, il Buddha è lo stesso ed identico alla Verità (il Dharma) in virtù della quale divenne il Buddha, e chiunque veda quella Verità può dire di aver visto il vero Buddha. Vedere solo il suo corpo fisico non sarebbe affatto come vedere il vero Buddha e non porterebbe alcun vantaggio reale.
La seconda parola da considerare è “Dharma” (Dhamma, in Pali). Al livello infantile del comune linguaggio quotidiano, il termine è inteso come realmente riferito ai libri che contengono le Scritture, cioè il “Dharma” che è nei libri. Oppure, può essere inteso come riferito ai discorsi usati nell’esporre l’insegnamento. Nell’originale linguaggio Pali, il termine “Dhamma” è stato utilizzato per riferirsi a tutta una serie di cose interessate e riguardanti quello che va a formare ciò che noi chiamiamo Natura.
A tal riguardo, il termine “Dharma” comprende:
1.   La Natura stessa;
2.   La Legge della Natura;
3.   Il dovere di ogni essere umano ad agire in conformità con la Legge della Natura;
4.   I benefici che derivano da questo agire secondo la Legge della Natura.
Nel linguaggio comune, la parola “Sangha” si riferisce alla comunità di monaci che indossano l’abito giallo e vagano da un posto all’altro. Questo è il Sangha come viene inteso nel linguaggio corrente, il linguaggio delle persone non-illuminate, quelle che non hanno ancora visto la verità. Nel linguaggio del Dharma, la parola “Sangha” si riferisce ancora una volta alla Verità, al Dharma stesso. Essa si riferisce alle qualità più elevate che esistono nella mente di un monaco. Ci sono alcune elevate qualità mentali che fanno di un uomo un monaco. La totalità di queste elevate qualità è ciò che viene  chiamato ‘il Sangha’.
Ci sono due livelli di Retta Comprensione:
1) L’idea che l’elemosina e le offerte non sono inutili; che vi è il frutto e il risultato, sia delle buone che delle cattive azioni; che ci sono cose come questa vita, e la vita successiva; che nel mondo ci sono monaci e preti, che sono perfetti e senza macchia, che possono spiegare questa vita e la vita successiva, e di cui essi hanno compreso lo scopo: questa è chiamata “Retta Comprensione Mondana”, che produce frutti mondani e porta buoni risultati.
2) Ma, tutto ciò che possa esservi di saggezza, di penetrazione, di retta comprensione, congiunta con l’“Ottuplice Sentiero”, la mente che si è allontanata dal mondo e congiunta con il Sentiero, questa è chiamata “Retta Comprensione Ultramondana” che non è del mondo, ma è ultramonadano ed è unita al Sentiero.
Potremo vedere che il più alto livello di Retta Comprensione non è riferito al ‘sé’, o a termini più convenzionali. Esso si riferisce alla saggezza di Colui che percorre la retta Via, cioè l’Illuminato. Come abbiamo visto, il Buddismo rifiuta in ogni caso il “sé” e insiste sul fatto che ogni cosa in questo mondo o universo è ‘priva-di-un-sé’. La parola “non-sé” significa infatti nessun senso di animale, persona, io, tu, suo, sua o una qualsiasi cosa costante. Tutto funziona come una corrente di cambiamento. Il Buddha realizzò la verità della natura con la pura mente. La sua saggezza potè penetrare attraverso ogni cosa al livello più profondo. Così l’immagine di una cosa permanente, vista e percepita con un occhio normale, non poteva più attrarlo. Egli vide la corrente del cambiamento. Nel Buddismo, la natura può essere suddivisa in 6 tipologie, cioè “dhatu”, o elementi. (Attenzione: qui la definizione di ‘elementi’ non è la stessa che si trova nella scienza.) ‘Dhatu’ significa gli elementi della natura che hanno le proprie individuali ed uniche caratteristiche.
I primi quattro elementi sono terra, acqua, fuoco ed aria, ed il quinto è la mente, cioè l’elemento della coscienza. Il sesto elemento è “il vuoto”, l’elemento della vacuità. Ogni elemento ha il suo carattere individuale. (Attenzione: la definizione del vuoto qui non significa il ‘nulla’ o niente).
Tutti gli elementi si aggregano insieme per un certo periodo di tempo e poi cambiano o si modificano degradandosi dal loro stato originale in dipendenza delle loro cause ed effetto. Quando molti elementi si aggregano insieme, essi formano una nuova figura di un sé. Così, “il sé” immaginato nella propria percezione in realtà non esiste. E’ solo la memoria e l’ignoranza che fa sì che la mente lo afferri come un vero e proprio “sé”.
Dalla conoscenza della scienza, gli scienziati credono che il corpo sia fatto di sostanze composte, mentre la mente sarebbe la sua energia. Essi accettano che questa vita sia ‘priva-di-un-sé’ come disse il Buddha. Quando si muore, tutto torna all’universo. La vita assolutamente finisce. Questa opinione è vicina al Buddismo, ma non lo raggiunge. Una tale visione tende a far essere l’uomo privo del suo più alto potenziale e fa sì che la sua vita passi via. Il Buddha scoprì la profonda e complicata relazione esistente tra gli elementi naturali che influenzano la vita umana.
Il Buddha ha rilevato che la mente ha caratteristiche più specifiche di quanto si pensi e che non è una semplice energia. E’ un elemento individuale, gli elementi di coscienza. La mente può indurre a crearsi nuova sostanza fisica e quindi formare un nuovo corpo fino a quando vi è ignoranza e karma all’interno di sé stessi. Quest’elemento nasce e muore ogni momento all’istante. Tuttavia, esso può trasferire perfettamente la sua proprietà al nuovo elemento. Proprio come l’albero genera i frutti con i semi all’interno. Quando i frutti maturano e cadono a terra, il seme dentro di essi cresce fino a diventare un nuovo albero con caratteristiche uguali al genitore. L’ignoranza e il karma funzionano come geni ereditari da una generazione all’altra. Inoltre, la mente ha una vita molto breve, ma a noi appare come se non passasse mai. Questo accade a causa del suo stato di essere un ‘continuum’ senza interruzione.
Per lo più, la mente nella nuova vita dimentica tutto della vita passata. Molte persone  sembrano essere non molto interessate alle loro vite passate ed alla vita successiva. Tuttavia, questo elemento di coscienza non sorge nello stato puro. Esso si porta dietro sia l’ignoranza che il karma. E genera una persona che non si preoccupa della sua vita passata né della prossima vita; così essa dovrà ancora soffrire nella sua vita presente a causa dell’ignoranza e del karma. Il karma inizia a determinare la vita umana fin dallo stadio di feto e continua a farlo fino a quando uno muore. Un uomo è fortunato se la sua vita è determinata da un buon karma, diversamente non lo sarà, se non avrà un buon karma. Possiamo dire che l’inizio della nostra attuale vita in realtà è interamente determinato dal karma della passata vita precedente.
Uno può pensare di non curarsene quando nella nuova vita non si ricorda la vecchia vita. Sì, nessuno se ne cura, ma non dimenticate che perfino voi non riconoscete la vita passata; la sofferenza è sempre sofferenza. E’ la sensazione che in nessuna vita si vorrebbe avere. La sofferenza danneggia qualunque vita, indipendentemente da chi uno è. Si possono avere dubbi circa la saggezza del Buddha. Si può credere o meno, e ognuno ha il diritto di rifiutare, ma la verità è sempre la verità. La verità non impedisce a qualcuno di non credere o di non aver fede. Gli scienziati non sono ancora in grado di inventare uno strumento che sia idoneo a studiare i complessi comportamenti della mente. Al giorno d’oggi, sembra che noi si abbia molte più conoscenze circa il mondo rispetto al passato, ma però abbiamo ancora assai poca conoscenza della mente e dei suoi comportamenti.
Benché da qualche parte si possano trovare dicerie sulla storia delle vite passate e vite future del Buddha, in realtà, il Buddha dette assai poca importanza a esse…. Egli dette molta più importanza a questa vita presente, poiché gli umani possono creare nuovo karma che è più potente di quello passato. Questo nuovo e più potente karma può cambiare totalmente la vostra vita. Quindi, finché si accumula un potente buon karma in questa vita, non dovrete preoccuparvi né di questa vita e né della vita successiva. Tuttavia, la meta più alta del Buddismo non è certo l’accumulazione di buon karma, per avere una nuova vita perfetta. No, decisamente no. Il Buddha ha evidenziato che per quanto buona sia una nuova vita, essa porterà più o meno ancora alla sofferenza, poiché non è permanente. Quindi la soluzione migliore è uscire da questo ciclo infinito di nascita e morte, ovvero dal “samsara”.
Come descritto più sopra, vediamo che i principali problemi della vita sono l’ignoranza e il karma accumulati nella mente. Il Buddha realizzò la Via eccellente per pulire tutte queste macchie indesiderate. Egli scoprì che vi è un elemento puro che gli umani non avevano mai conosciuto prima, e lo chiamò il ‘Nirvana’. Non appena realizzò il Nirvana, egli seppe anche che il suo infinito ciclo di nascite e morti era stato sradicato. Nirvana non è né un paradiso né una vita eterna. Nirvana è un elemento unico e irripetibile ed ha caratteristiche individuali. Ed appare subito non appena l’ignoranza viene eliminata. Proprio come quando arriva la luce luminosa, immediatamente il buio non c’è più. Così si può raggiungere e sperimentare il Nirvana in questa stessa vita, non dopo la morte. 
Come eliminare l’ignoranza in questa stessa vita?
Anche se uno legge tutte le scritture del Buddismo e comprende tutte le parole, non è così facile illuminarsi o raggiungere il Nirvana, fino a che non ha realizzato e compreso la verità da se stesso. L’ignoranza è profondamente impiantata nella nostra mente e controlla costantemente tutti i nostri sentimenti e attitudini, ogni giorno ed ogni notte. Si può vedere che, anche se si accetta che in questa vita non c’è un ‘sé’, ogni volta che si sperimenta un oggetto attraverso le basi dei sei sensi, si tende ancora a creare il ‘sé’ in modo automatico e ci si attacca ad esso. Per esempio, quando appare il ‘vedere’, c’è anche un “io” che subito appare, uno ‘sente’ che sta vedendo, sentendo, … odorando, gustando, toccando, pensando, ecc. C’è un “io” per ogni cosa e per tutto. Un tale “io” creato dall’ignoranza è il “sé” che non esiste in modo reale. Il Buddha perfettamente spiegò il significato di dhukka, o sofferenza, nelle sue ‘Quattro Nobili Verità’, nel modo come segue:
    “Vi è la sofferenza: la nascita è sofferenza, la vecchiaia è sofferenza, la malattia è sofferenza, la morte è sofferenza; il dolore, il lamento, angoscia, ansia e disperazione sono sofferenza, l’unione con ciò che è spiacevole è sofferenza, la separazione da ciò che ci piace è sofferenza, il non ottenere ciò che si desidera è sofferenza; in breve, tutti i cinque aggregati ed  il nostro attaccarci ad essi, tutto è soggetto a sofferenza”.
(** I cinque aggregati comprendono: la forma o il corpo, la sensazione, la percezione, le formazioni mentali, e la coscienza o mente.)
Con il significato di Dhukka  si può vedere, in breve, che i cinque aggregati soggetti ad attaccamento, significa l’aggrapparsi al “sé” che è stato creato dall’ignoranza. Perciò, dove c’è un “sé”, lì vi è sofferenza. Se avete imparato il Buddismo, non potete perdervi questo discorso: “Le Quattro Basi della Consapevolezza – Satipatthâna Sutta (MN 10)”. (Potete leggere tutti i dettagli in questi link in italiano e in inglese: link 1 in inglese, link 2 in inglese, ). “Le Quattro Basi della Consapevolezza”, nel Buddhismo è considerata come la pratica standard per poter raggiungere il Nirvana. La parte principale di questo discorso, in breve è: “Monaci, questo è l’unico e solo metodo per la purificazione degli esseri, per il superamento del dolore e del lamento, per l’estinzione della sofferenza e dell’ansia, per percorrere la Via della Verità, per la realizzazione di Nibbana: e cioè, le Quattro Basi per la Stabilizzazione della Consapevolezza. Perché ‘quattro’ Osservando il corpo nel corpo, le sensazioni nelle sensazioni, la mente nella mente e i contenuti mentali nei contenuti mentali, dopo aver rimosso brama e avversione nei confronti del mondo [della mente e della materia], egli dimora ardente con la consapevolezza e con la costante profonda comprensione dell’impermanenza.
Il Buddha sottolineò che l’oggetto di apprendimento è proprio per la conoscenza ed il richiamo (è il non-‘sé’); uno vive indipendente e non si aggrappa più al nulla al mondo.
In questo paragrafo introduttivo, il Buddha ripete una fondamentale formula verbale che ci ricorda che noi dobbiamo continuamente osservare “il corpo nel corpo”, o “le sensazioni nelle sensazioni”, o “la mente nella mente”, o anche “i contenuti mentali nei contenuti mentali”. Sebbene queste costruzioni verbali possano sembrare insolite, esse si riferiscono al fatto che questa osservazione deve essere direttamente esperienziale, piuttosto che farle solo con il pensiero, l’immaginazione o la contemplazione dell’oggetto. 
Questo paragrafo, in ciascuna ripetizione, fa concentrare la nostra attenzione sul fatto essenziale che, non importa se si sta osservando il corpo, le sensazioni, la mente o i contenuti mentali, si deve capire la caratteristica fondamentale del sorgere e svanire. Questa comprensione dell’impermanenza conduce poi direttamente al distacco totale dal mondo della mente e della materia, e ci porta al Nibbana (Nirvana, Liberazione).
Quando avrete finito di leggere il discorso circa “I Quattro Fondamenti (o Basi) della Consapevolezza”, potreste avere un sacco di domande nella vostra mente, perché vi sembrerà di avere un sacco di attività da fare. Di fatto, il mio consiglio è che il metodo non è complicato come si pensa. Il Buddha voleva che gli studenti fossero consapevoli di ogni oggetto, o in ogni situazione che fosse apparsa ad essi, così egli dovette offrire vari tipi di oggetti di apprendimento per i vari studenti, al fine di ricordare loro di non perdere la consapevolezza nella loro vita quotidiana. Tutto ciò che le vostre basi dei sei sensi possono sperimentare, come colori, suoni, odori, sapori, i vari oggetti tangibili (freddo, calore, morbidezza, durezza, ecc), tutti i pensieri, ogni tipo di sensazioni, ogni tipo di movimenti, tutti i tipi di stati mentali e i loro contenuti, tutti i tipi di coscienza, tutti questi dovrebbero essere oggetto di apprendimento per lo sviluppo della nostra consapevolezza…
La cosa che si dovrebbe fare è osservare le caratteristiche di non-sé, o impermanenti, di ogni oggetto che vi arriva così com’è. E non preoccuparsi per un oggetto passato, non aspettarsi un oggetto che non è ancora apparso, e non bisogna concentrarsi tutto il tempo sui vecchi oggetti, ma solo realizzarli e lasciarli andare. In effetti, un nuovo oggetto appare a voi in ogni momento, da quando vi svegliate fino a quando andate a dormire, attraverso i vostri occhi, orecchie, naso, lingua, superficie del corpo e mente. Continuate a osservare le caratteristiche del nuovo oggetto che arriva, realizzatelo e lasciatelo andare, e così via. Dovete fare molta di questa pratica, il più possibile che potete. L’oggetto che apparirà alla vostra percezione diventerà sempre più profondo. Dopo una certa pratica, potrete vedere le caratteristiche di non-sé o impermanenza, in modo chiaro e quindi la vostra saggezza sorgerà. Se non smetterete mai la pratica, ma anzi continuando a praticare con costanza, dovreste raggiungere la perfetta saggezza e alla fine l’ignoranza sarà completamente sbiadita e spazzata via.
Come detto sopra, possiamo vedere che per eliminare l’ignoranza abbiamo bisogno di avere il potere della consapevolezza e saggezza. E dobbiamo coltivarle ogni giorno, per quanto ci è possibile. A poco a poco, la saggezza sostituirà l’ignoranza. C’è da dire che il mantenere la memoria della verità (che è il ‘non-sé’) quando sperimentiamo l’oggetto è il modo per spazzare via l’ignoranza. E’ semplice, ma richiede tempo e molto sforzo. Ogni individuo può sviluppare la consapevolezza nella sua vita quotidiana. Non c’è un solo momento che la consapevolezza non possa penetrare. Dovete solo cercare di non fuggire, di non abbandonare mai questo modo di pratica del Dharma. Godetevi la vita con la Consapevolezza e la Retta Comprensione. Possano tutti gli esseri avere gli occhi del Dharma e raggiungere il Nirvana in questa stessa vita ….

I quattro pilastri del sapere – Majjhima Nikaya 10

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fonte originale canonepali.it

Introduzione
1- Osservazione del corpo
sezione sulla respirazione
sezione sulla impermanenza
sezione sulla postura
sezione sulla ripugnanza
sezione sugli elementi base
sezione sulla fine del corpo
2- Osservazione delle sensazioni
3- Osservazione della mente
4- Osservazione dei contenuti mentali
sezione sui 5 ostacoli
sezione sugli aggregati
sezione sui 6 sensi
sezione sui 7 fattori del risveglio
sezione sulle 4 nobili verità
Risultati della pratica

Il Sublime si rivolse ai monaci: “La diritta via, monaci, che conduce alla purificazione degli esseri, al superamento del dolore e della miseria, alla distruzione della sofferenza e della pena, al conseguimento di ciò che è giusto, alla realizzazione dell’estinzione, è data dai quattro pilastri del sapere. Ecco che un monaco vigila presso il corpo sul corpo, instancabile, con chiara mente, sapiente, dopo aver superato le brame e le cure del mondo (ardente, chiaramente, comprendendo, avendo superato la cupidigia e le afflizioni del mondo) (in questo insegnamento il termine ‘mente’ si deve intendere come unità dello stato mentale di durata momentanea. Tutti i singoli momenti formano il continuum mentale. L’oggetto o fattore mentale è il contenuto di ogni singola unità); allo stesso modo vigila presso le sensazioni sulle sensazioni; presso l’animo sull’animo; presso i fenomeni sui fenomeni (con la ripetizione corpo sul corpo, ecc. ecc. si vuole insistere presso il meditante sull’importanza di stare coscienti se nell’attenzione sostenuta verso un singolo oggetto scelto per la meditazione, se ci si è tenuti saldi oppure se si è scivolati verso un altro oggetto di contemplazione (per esempio verso i sentimenti)).
E come lo fa? Un monaco si reca all’interno della foresta, o sotto un grande albero, o in un vuoto eremo, si siede con le gambe incrociate, il corpo diritto, e si esercita nel sapere. (Sezione sulla respirazione) Cosciente egli inspira, cosciente espira. Se inspira profondamente egli lo sa; se inspira brevemente, egli ne è consapevole. “Voglio inspirare sentendo tutto il corpo”, “Voglio espirare sentendo tutto il corpo”, “Voglio inspirare calmando questa combinazione corporea”, “Voglio espirare calmando questa combinazione corporea”; così egli si esercita.
(Sezione sulla impermanenza) Così egli vigila presso il corpo interno sul corpo, presso il corpo esterno sul corpo, di dentro e di fuori egli vigila presso il corpo sul corpo. Egli osserva come il corpo si forma, come esso trapassa; osserva come il corpo si forma e come trapassa. “Ecco com’è il corpo”: tale sapere diviene il suo sostegno perché esso serve alla comprensione, alla riflessione; ed egli vive indipendente e non desidera nulla dal mondo. (Sezione sulla postura) E ancora: il monaco, quando cammina, sa che lo sta facendo; lo stesso quando è fermo; così pure quando è seduto e quando giace; egli sa in quale posizione si trova, qualsiasi essa sia. E ancora: il monaco è chiaramente consapevole nel venire e nell’andare; nel guardare e nel distogliere lo sguardo; nel chinarsi e nel sollevarsi; nel portare l’abito e la scodella dell’elemosina; nel mangiare e nel bere; nel masticare e gustare; nel liberarsi dalle feci e dall’urina; nel camminare o nello stare seduto; nell’addormentarsi e nel risvegliarsi, nel parlare e nel tacere.
E inoltre: (sezione sulla ripugnanza) il monaco esamina questo corpo dalla cima della testa alle piante dei piedi, la pelle che lo ricopre e come esso è ripieno di varie impurità: “Questo corpo ha capelli, peli, ha unghie e denti, pelle e carne, tendini, ossa e midollo, reni, cuore e fegato, diaframma, milza, polmoni, stomaco, intestini, mucose e feci, ha bile, secrezioni, marciume, sangue, sudore, linfa, lacrime, siero, saliva, muco, liquido articolare, urina. (Sezione sugli elementi base) Questo corpo ha la specie ‘terra’ parti del corpo solide, ha la specie ‘acqua’ (tutti i liquidi), la specie ‘fuoco'(digestione) e la specie ‘aria'(organi cavi).
(Sezione sulla osservazione del destino del corpo) E inoltre ancora, monaci: come se il monaco avendo visto un corpo che giace al cimitero, un giorno, due o tre giorni dopo la morte, gonfio, illividito, divenuto putrefatto, avendo visto uno scheletro privo di carne, tenuto assieme dai tendini; e più tardi ancora solo le ossa, senza i tendini, sparse qua e là; qua un osso della mano, là un osso del piede, una tibia, un femore, il bacino, delle vertebre, il cranio, oppure le ossa rotte, divenute polvere, concludesse: “Tutto ciò accadrà anche a me”. Così egli vigila sul corpo interno, vigila sul corpo esterno, vigila sul corpo interno ed esterno.
Ma come vigila un monaco sulle sensazioni? Un monaco, quando prova una sensazione piacevole, ne è consapevole; lo stesso quando prova una sensazione dolorosa o una sensazione né piacevole né dolorosa. Così egli vigila sulle sensazioni, osserva come la sensazione si forma, come passa, e come si forma e passa. “Ecco cos’è la sensazione”: tale sapere diviene il suo sostegno perché gli serve per conoscere, per riflettere; ed egli vive indipendente e senza brama del mondo.
Ma come vigila un monaco presso l’animo e sull’animo (qui animo assume significato di mente) ? Un monaco conosce l’ animo bramoso e l’animo non bramoso, quello astioso e quello non astioso, l’ animo che erra e quello senza errore, quello raccolto e quello che non lo è, l’animo distratto, l’animo tendente all’alto sentire e quello tendente al basso sentire, l’animo nobile, quello volgare, l’animo tranquillo, quello inquieto, l’animo redento e l’animo vincolato; e di tutti si rende conto. Egli osserva come l’animo si forma, come trapassa, come si forma e trapassa. “Ecco com’è l’animo”: tale sapere diviene il suo sostegno perché esso serve alla conoscenza, alla riflessione; ed egli vive indipendente e senza brama del mondo.
Ma come vigila un monaco presso i fenomeni sui fenomeni? (Sezione sui 5 ostacoli)Un monaco osserva sui fenomeni il manifestarsi dei cinque ostacoli (nîvarana): osserva quando la brama (kâmacchanda) è in lui e quando non lo è; osserva quando in lui vi è avversione (vyâpâda); quando vi è accidia (thîna-middha); quando vi è superbia ( o agitazione-ansia = uddhacca-kukkucca); quando vi è dubbio (vicikicchâ), e quando essi non vi sono. E per ognuno dei cinque ostacoli osserva come comincia a svilupparsi; osserva come quando divenuto evidente viene rinnegato, e osserva quando gli ostacoli, rinnegati, non compaiono più nell’avvenire. “Ecco i fenomeni”: tale sapere diviene il suo sostegno perché esso serve alla conoscenza, alla riflessione; ed egli vive indipendente e senza brama del mondo.
Ma come vigila un monaco presso i fenomeni sul manifestarsi dei cinque tronchi dell’attaccamento? (i 5 ostacoli descritti sopra).( sezione sui 5 aggregati) Un monaco dice a se stesso: “Così è la forma (rûpa), così è la sensazione (vedanâ), così è la percezione (saññâ), così sono le distinzioni (sankhâra), così è la coscienza (viññâna) ; così esse hanno origine, così esse si dissolvono.
E inoltre il monaco vigila presso i fenomeni sul manifestarsi dei sei regni interni-esterni (sal-âyatana). (Sezione sulla sfera dei 6 sensi) Come? Un monaco conosce l’occhio e conosce le forme; conosce l’orecchio e conosce i suoni; conosce il naso e conosce gli odori; conosce la lingua e conosce i sapori; conosce il corpo e conosce i contatti; conosce il pensiero e conosce le idee. Conosce come essi si combinano e cosa ne risulta; conosce quando la combinazione avviene, quando essa cessa, e quando la cessata combinazione non si verifica più nell’avvenire.
E inoltre il monaco vigila presso i fenomeni sul manifestarsi dei sette fattori di risveglio (sambojjhanga)(sezione sui fattori di risveglio). Come? Un monaco s’accorge quando sono in lui la consapevolezza (sati), il raccoglimento (l’esame dei fenomeni = dhammavicaya), la forza (viriya), la serenità gioiosa (pîti), la calma (passaddhi), la concentrazione (samâdhi), l’equanimità (upekkhâ). Conosce quando i sette fattori di risveglio si destano, quando divenuti desti si sciolgono.
E inoltre ancora un monaco vigila presso i fenomeni sul manifestarsi delle quattro nobili verità. (Sezione sulle nobili verità)Come? Un monaco comprende secondo verità “Questo è il dolore”, “Questa è l’origine del dolore”, “Questo è l’annientamento del dolore”, “Questa è la via che conduce all’annientamento del dolore”.
(Sezione sui risultati della pratica) Chi, monaci, sa così sostenere questi quattro pilastri del sapere può aspettarsi queste due possibilità: sicurezza durante la vita o non ritorno dopo la morte.
“La diritta via che conduce alla purificazione degli esseri, al superamento del dolore e della miseria, alla distruzione della sofferenza e della pena, al conseguimento di ciò che è giusto, alla realizzazione dell’estinzione, è data dai quattro pilastri del sapere”: se questo è stato detto lo è stato di proposito.”

La retta conoscenza – Majjhima Nikaya 9

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fonte originale canonepali.it

In questo prezioso insegnamento si mette in evidenza il collegamento che esiste tra l’origine interdipendente, le 4 nobili verità e i cinque aggregati.

Fino a che punto una persona ha la retta conoscenza, la sua conoscenza è giusta, il suo amore alla dottrina provato ed egli appartiene a questa dottrina?

Se conosce ciò che è dannoso e ne conosce la radice, egli ha retta conoscenza, la sua conoscenza è giusta, il suo amore per la dottrina è provato, egli appartiene a questa nobile dottrina. Ma cos’è dannoso, cos’è la radice del dannoso, cos’è salutare e qual è la radice del salutare? Uccidere è dannoso e tutte queste altre cose sono dannose: rubare, darsi a stravizi, mentire, dire male, parlare aspramente, ciarlare, bramare, infuriarsi, avere falsa conoscenza.
La radice di ciò che è dannoso poi sono la brama, l’avversione e l’errore.
E cosa è salutare? Astenersi da tutte le cose dannose. E qual è la radice del salutare? Mancanza di brama, di avversione e di errore è la radice del salutare.
Quindi se una persona conosce ciò che è dannoso e ciò che ne è la radice, ciò che è salutare e ciò che è la radice del salutare, se ha completamente rinnegata l’agitazione del bramare, schiantata l’agitazione dell’Io, se ha perduta l’ignoranza e acquistata la sapienza, allora egli già in questa vita mette fine al dolore.”

Ma vi è anche un altro modo per raggiungere tutto ciò?

Certamente. Se si conosce il dolore, l’origine del dolore, l’annientamento del dolore e la via che conduce a ciò.
Ma cos’è il dolore, qual è la sua origine, cos’è il suo annientamento, e cosa la via che porta all’annientamento del dolore? Nascita è dolore, vecchiaia è dolore, lo è la malattia, lo è il morire e così pure sono dolore i guai, l ‘afflizione, la pena, lo strazio, la disperazione, non ottenere ciò che si desidera; in breve sono tutte cose che riguardano l’attaccamento alla vita. E qual è l’origine del dolore? E’ questa sete di vivere, che produce nuova esistenza, alimentata dalla soddisfazione che si nutre qua e là; è l’attaccamento al sesso, l’attaccamento all’esistenza e al benessere. E l’annientamento del dolore? E’ il completo, totale annientamento, allontanamento, respingimento; è la soppressione, il rinnegamento di questa sete di vivere. Ma qual è la via che porta all’annientamento del dolore? E’ questo nobile ottuplice sentiero, cioè: retti conoscenza, intenzione, parola, azione, vita, sforzo, sapere, raccoglimento.
Se ora uno conosce tutto ciò, e più non ha brama, più non ha repulsione, ed ha schiantato il turbamento dell’Io, se, perduta l’ignoranza, ha acquistato la sapienza, allora egli già in questa vita mette fine al dolore.”

Ma vi è forse anche un altro modo?

Vengono ora spiegati con un approccio simile a quelli visti in questo post (https://buddism.wordpress.com/2014/04/10/originazione-interdipendente/) i dodici anelli dell’esistenza interdipendente.

“Certo. Se si conosce vecchiaia e morte,(jarâ-marana), e la loro origine; se ne conosce l’annientamento e la via che a ciò conduce. Ma cosa sono la vecchiaia e la morte, qual è il loro annientamento e qual è la via che lo consente? Vecchiaia è per ognuno il consumarsi del corpo, il divenire fragili, grigi, pieni di rughe, il decadere delle forze, l’appassire dei sensi. E la morte? E’ il disfarsi, il dissolversi, il decomporsi, il tramontare, l’estinguersi di ciascun essere, il separarsi degli elementi, il putrefarsi del cadavere. La nascita (jâti) determina l’origine della vecchiaia e della morte, l’annientamento della nascita prova il loro annientamento. E la via che porta a ciò è il nobile ottuplice sentiero.

Ma cos’è la nascita, la sua origine, il suo annientamento e la via che porta al suo annientamento? Nascita, formazione, germinazione, concepimento di ciascun corpo in ogni essere, l’aggregarsi degli elementi, l’entrare in contatto col mondo esterno: questo è la nascita. Il divenire/esistenza (bhava) determina l’origine della nascita, il suo annientamento produce l’annientamento dell’altra. E la via che porta a ciò è il nobile sentiero ottopartito.

Ma cos’è il divenire / esistenza (si intende come divenire/esistenza l’agente karmico che determina una nuova nascita), qual è la sua origine, qual è il suo annientamento e quale la via che conduce a ciò? Vi sono tre specie di esistenza: esistenza sessuale, esistenza formale ed esistenza senza forma. L’attaccamento alla vita (upâdâna) determina l’origine dell’esistenza, e il suo annientamento provoca l’annientamento dell’altra. E la via che conduce a ciò è il nobile sentiero ottuplice.

Ma cos’è l’attaccamento alla vita, da cosa è originato, cos’è il suo annientamento, e qual è la via che provoca il suo annientamento? Ci sono quattro specie di attaccamento alla vita: attaccamento alla sessualità, alla multiscienza (i Veda), all’ascesi come scopo a se stessa, l’attaccamento al perdurare personale. Il desiderio / sete di vivere (tanhâ) determina l’attaccamento alla vita, e il suo annientamento determina l’annientarsi dell’attaccamento alla vita. E la via che conduce a ciò è il nobile ottuplice sentiero.

Ma cos’è la desiderio / sete di vivere, (si può anche intendere come desiderio sensuale. Non è, come qualcuno potrebbe pensare, il desiderio sessuale. È la cupidigia, diretta a tutto ciò che è oggetto dei nostri sensi: ciò che ci è piacevole agli occhi, alle orecchie, al tatto, ecc. È cioè la brama: brama dei sensi, brama per il potere, brama per la posizione sociale, per la ricchezza, …)
qual è la sua origine e la sua distruzione, e quale la via da percorrere? Vi sono sei specie di sete di vivere: sete delle forme, dei suoni, degli odori, dei sapori, dei contatti e delle cose. La sensazione (vedanâ) determina l’origine della sete di vivere, il suo annientamento ne determina l’annientamento, e la via che vi conduce è il nobile ottuplice sentiero.

Ma che è la sensazione, da cosa origina, cosa la distrugge e qual è la via che lo consente? Vi sono sei specie di sensazioni: sensazioni prodotte da contatto visivo, uditivo, olfattivo, gustativo, tattile, intellettivo. Il contatto (phassa) determina l’origine della sensazione, il suo annientamento determina quello della sensazione. E la via che conduce a ciò è il nobile sentiero ottuplice.

Ma cos’è il contatto, da che è originato, cosa lo annienta e qual è la via per annientarlo? Vi sono sei specie di contatti: quelli legati ai rispettivi sei sensi compreso quello mentale. La percezione / sestupla sede (salâyâtâna) determina l’origine del contatto, e il suo annientamento annienta il contatto. E la via per annientarla è il nobile sentiero ottuplice.

Ma cos’è la percezione / sestupla sede, cosa la origina, cosa l’annienta e quale via conduce a ciò? Vi sono sei sedi dei sensi compresa la sede del senso del pensiero, attraverso i quali prendiamo contatto con la realtà. Il nome e forma (nâma-rûpa) / immagine e concetto determinano l’origine delle sei sedi dei sensi, la sua distruzione conduce alla loro distruzione, e la via che conduce a ciò è l’ottuplice sentiero.

Ma cos’è nome e forma / immagine e concetto, cosa ne è l’origine, cosa produce il suo annullamento e con quale via lo si ottiene? Per concetto si intende la sensazione, la percezione, la comprensione e la riflessione. Le quattro materie principali e ciò che esiste come forma di esse è ciò che si chiama immagine. La coscienza (viññana) determina l’origine di immagine e concetto, il suo annientamento ne determina l’annientamento. E la via che conduce a ciò è l’ottuplice sentiero.

Ma cos’è la coscienza, qual è la sua origine, cosa l’annienta e quale via porta a ciò? Vi sono sei specie di coscienza che coinvolgono i sei sensi compreso quello mentale. Le volizioni / distinzioni che predispongono (samkhâra) determinano l’origine della coscienza, il loro annientamento annienta la coscienza. E la via che conduce a ciò è il sentiero ottuplice.

Ma cosa sono le volizioni / distinzioni (letteralmente samkhara è tradotto come ‘Tendenze della mente’. Sono le formazioni mentali è una visione approfondita della traduzione della parola karma che di solito è tradotta come ‘azione’ ma in realtà è molto di più, in breve penso che le azioni che compiamo in una determinata situazione lascino una impronta nella coscienza; successivamente, se ci ritroviamo nella stessa situazione avremo la tendenza a comportarci nella stessa maniera), qual è la loro origine, come annientarle e qual è la via per farlo? Vi sono tre specie di distinzioni: quella fisica, quella verbale e quella spirituale. L’ignoranza (avijjâ) è ciò che determina l’origine delle distinzioni, il suo annientamento le annienta, e la via che permette ciò è il nobile ottuplice sentiero.

Ma cos’è l’ignoranza, cosa la origina, cosa la distrugge, e quale via lo consente? Non conoscere il dolore (dukkha), non conoscerne l’origine, non conoscere come annientarlo, e non conoscere la via che lo permette; ciò, fratelli, si chiama ignoranza. La mania (âsava letteralmente i veleni mentali) determina l’ origine dell’ignoranza, il suo annientamento ne determina l’annientamento. E la via che conduce a ciò è il nobile ottuplice sentiero.

Ma cos’è la mania / veleni mentali / appropriazioni /volontà di afferrare / brama (L’attaccamento intensificandosi diventa mania, volontà ad afferrare, appropriazione, bramosia, avidità che sono alla base della ignoranza. Qui invece troviamo che il divenire origina dall’attaccamento che a sua volta origina dal desiderio. In questo insegnamento il desiderio e l’attaccamento sono ben distinti: il desiderio di vivere determina l’attaccamento alla vita quindi al divenire.
Per completezza una altra cosa da notare è che i 5 aggregati attraverso i quali si arriva all’idea dell’IO sono anch’essi contenuti dentro i dodici anelli e sono: il contatto, la coscienza, la percezione, la sensazione e la volizione.
Andando oltre, se volessimo dividere i dodici anelli interdipendenti tra vita attuale e vita passata dobbiamo dire che la vita attuale comprende rinascita, nome e forma, percezione, contatto, sensazioni e morte, mentre la vita precedente comprendeva ignoranza, volizioni, coscienza, desiderio, attaccamento e divenire …… a cui seguirà nuovamente la rinascita e il ciclo si chiude), qual è l’origine della mania, cos’è l’annientamento della mania, qual è la via che porta all’annientamento della mania?
Vi sono tre specie di mania: mania di desiderio (kâma-âsava), mania d’esistenza (bhava-âsava), mania d’ignoranza (avijjâ-âsava). L’origine dell’ignoranza determina l’origine della mania, l’annientamento dell’ignoranza determina l’annientamento della mania. Ma la via che conduce all’annientamento della mania è il nobile ottuplice sentiero, cioè: retta parola, retta azione, retta vita, retto sforzo, retto sapere, retto raccoglimento.

Se ora una persona conosce ognuno dei precedenti dodici anelli dell’esistenza interdipendente, così la loro origine, così il loro annientamento, così la via che conduce al loro annientamento, e ha completamente rinnegata l’agitazione del bramare, fugata l’agitazione del respingere, schiantata l’agitazione dell’Io; se ha perduta l’ignoranza, acquistata la sapienza, allora egli già in questa vita mette fine al dolore. Pertanto costui ha la retta conoscenza, la sua conoscenza è giusta, il suo amore alla dottrina provato, egli appartiene a questa nobile dottrina.”

Pillole di Buddhismo

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Le quattro nobili Verità

1. Nobile Verità della Sofferenza
2. Nobile Verità dell’Origine della Sofferenza
3. Nobile Verità della Cessazione della Sofferenza
4. Nobile Verità del sentiero che conduce alla Cessazione della Sofferenza

C’é la sofferenza
la nascita è sofferenza, l’invecchiamento è sofferenza, la morte è sofferenza, dolore, lamento, pena e disperazione sono sofferenza, non ottenere ciò che si vuole è sofferenza, in breve, i cinque aggregati affetti dal desiderio sono sofferenza.
I cinque aggregati sono:
Forma (i 5 organi sensoriali più la mente)
Coscienza (consapevolezza sensoriale connessa agli apparati)
Discernimento (identificazione di un oggetto o un fenomeno, etichettatura)
Sentimento (piacevole, spiacevole, neutro)
Volizione (razione che si sviluppa in base al tipo di sentimento che si prova)

È attraverso questi 5 aggregati contaminati dalle illusioni e dal Karma che l’essere sperimenta la sofferenza. Queste ultime non sono separate dagli aggregati e non si trovano al di fuori di noi stessi, tutta l’esperienza della realtà che viviamo passa attraverso gli aggregati, al di fuori di questi non c’è niente.
L’aggregato della forma materiale (rupa) comprende il corpo fisico e le facoltà dei cinque sensi. Quando un oggetto entra nel raggio di un senso e vi è la corrispondente consapevolezza, sensazioni (vedana) sorgono, percezioni (sanna) sorgono, formazioni (sankhara) sorgono, coscienza (vinnana) sorge. Le sensazioni dipendono dal contatto tra l’oggetto e le facoltà dei sensi.
L’aggregato della coscienza, è la consapevolezza di base di un oggetto indispensabile per ogni coscienza.
L’aggregato della percezione, è il fattore responsabile di annotare le qualità delle cose e anche per il riconoscimento e la memoria.
L’aggregato delle sensazioni è l’elemento che sperimentiamo, sia piacevole, doloroso, o neutro.
L’aggregato di formazione, è un termine generico che comprende tutti gli aspetti volitivi, emotivi, e intellettivi della vita mentale. Formazioni volitive (sankhara) ci fanno compiere buone e cattive azioni (fisici / verbali / mentali). Quando compiamo azioni buone o non buone, in realtà sono buoni o non buoni sankhara che motivano l’atto, con desiderio / non desiderio, odio / non odio, illusione / non illusione. Buon kamma conduce a un’esistenza felice, cattivo kamma conduce a un’esistenza dolorosa.

La vera sofferenza si divide in tre categorie
Sofferenza della sofferenza (fisica)
Sofferenza del cambiamento (tutto è soggetto a continui cambiamenti impermanenza evidente e meno evidente in base al tipo di cambiamento in un determinato lasso di tempo)
Sofferenza omnipervasiva (insita nella natura degli aggregati che derivano da cause e condizioni, sono il tramite della nostra sofferenza attuale e i responsabili delle sofferenze future. I quattro tipi di sofferenza che illustrano il modo in cui gli aggregati agiscono come fonte di sofferenza sono nascita, malattia, invecchiamento e morte)

Ci sono le cause della sofferenza
è il desiderio, che porta al rinnovo dell’esistenza, è accompagnata da piacere e lussuria, è il piacere in questo e quello, cioè, desiderio dei piaceri dei sensi, desiderio di essere, e il desiderio di non essere. Per sua caratteristica naturale il desiderio sorge e prospera ovunque trova qualcosa che appare piacevole e delizioso. Prospera attraverso la percezione sbagliata, la percezione dell’oggetto dei sensi come piacevole.
Quando questo esiste, quello viene a esistere, con il sorgere di questo, quello sorge. Quando questo non esiste, quello non è viene a esistere, con la cessazione di questo, quello cessa. Vedi anche i dodici anelli dell’origine interdipendente
Con l’ignoranza come condizione, la formazione mentale (o volizioni) viene a esistere.
Con la formazione (o volizioni) come condizione, la coscienza viene a esistere.
Con la coscienza come condizione, materialità-mentalità/ forma e mente viene a esistere.
Con materialità-mentalità/ forma e mente come condizione, le sei basi vengono a esistere.
Con le sei basi come condizione, contatto viene a esistere.
Con contatto come condizione, le sensazioni vengono a esistere.
Con le sensazioni come condizione, il desiderio viene a esistere.
Con il desiderio come condizione, attaccamento viene a esistere.
Con attaccamento come condizione, l’esistenza (divenire) viene a esistere.
Con l’esistenza (divenire) come condizione, la nascita viene a esistere.
Con la nascita come condizione, l’invecchiamento e la morte, dispiacere, lamento, dolore, afflizione e disperazione vengono a esistere.

In breve: a causa dell’ignoranza (avijja) una persona s’impegna in azioni volitive (kamma), corporei, verbali, mentali. Queste azioni sono la formazione mentale (o volizioni) (sankhara), e maturano in stati di coscienza (vinnana), prima come rinascita della coscienza al momento del concepimento e, in seguito, come stati passivi di coscienza che maturano nel corso di una vita. Con la coscienza sorge materialità-mentalità/ forma e mente (nama-rupa), che è dotato delle sei basi (salayatana) delle percezioni sensoriali, attraverso le quali il contatto (phassa) ha luogo tra la coscienza e il suo oggetto.Il contatto condiziona le sensazioni (vedana), condizionata dalle sensazioni, il desiderio (tanha) sorge, quando il desiderio s’intensifica da luogo all’attaccamento (upadana), che sfocia poi nella sua forma peggiore di brama e appropriazione e che portano al rinnovo dell’esistenza (divenire)(bhava). La nuova esistenza (divenire) comincia con la nascita (jati), che porta all’invecchiamento e alla morte (jarama-rana).

È possibile porre fine alla sofferenza
è il dissolversi, la cessazione, la rinuncia, l’abbandono, il lasciare andare, e il rifiuto del desiderio.
Con il dissolversi e la cessazione dell’ignoranza viene la cessazione della formazione (o volizioni) .
Con la cessazione della formazione (o volizioni) viene la cessazione della coscienza.
Con la cessazione della coscienza viene la cessazione della materialità-mentalità/ forma e mente .
Con la cessazione della materialità-mentalità/ forma e mente viene la cessazione delle sei basi.
Con la cessazione delle sei basi viene la cessazione del contatto.
Con la cessazione del contatto viene la cessazione delle sensazioni.
Con la cessazione delle sensazioni viene la cessazione del desiderio.
Con la cessazione del desiderio viene la cessazione dell’attaccamento.
Con la cessazione dell’attaccamento viene la cessazione dell’esistenza (divenire).
Con la cessazione dell’esistenza(divenire) viene la cessazione della nascita.
Con la cessazione della nascita vengono la cessazione dell’invecchiamento e della morte, dispiacere, lamento, dolore, afflizione e disperazione.

• L’invecchiamento degli esseri nel vario ordine degli esseri, la loro vecchiaia, degradazione dei denti, grigiore dei capelli, rughe della pelle, declino della vita, la debolezza delle facoltà, il passaggio degli esseri nel vario ordine degli esseri, la loro morte, la dissoluzione dei cinque aggregati, l’abbandono del corpo.
La nascita degli esseri nel vario ordine degli esseri, il venire alla luce, la precipitazione in un grembo, generazione, manifestazione degli aggregati, ottenimento delle basi per il contatto.
C’è il divenire
• Ci sono questi quattro tipi di attaccamento: attaccamento ai piaceri sensuali, attaccamento a opinioni, attaccamento a regole e osservanze, e attaccamento a una dottrina del sé.
• Ci sono queste sei classi di desiderio: desiderio di forme, desiderio di suoni, desiderio di odori, desiderio di sapori, desiderio di oggetti tangibili, desiderio di oggetti mentali.
• Ci sono queste sei classi di sensazioni: sensazioni nate dal contatto con gli occhi, sensazioni nate dal contatto con l’orecchio, sensazioni nate dal contatto con il naso, sensazioni nate dal contatto con la lingua, sensazioni nate dal contatto con il corpo, sensazioni nate dal contatto con la mente.
• Ci sono queste sei classi di contatto: contatto con l’occhio, contatto con l’orecchio, contatto con il naso, contatto con la lingua, contatto con il corpo, contatto con la mente.
• Ci sono queste sei basi della percezione : la base dell’occhio, la base dell’orecchio, la base del naso, la base della lingua, la base del corpo, la base della mente.
• ci sono forma e corpo oppure: a) Materialità: i quattro grandi elementi e le forme materiali derivate. b) Mentalità: sensazione, percezione, volizione, contatto, e attenzione.
• Ci sono queste sei classi di coscienza: coscienza dell’occhio, coscienza dell’orecchio, coscienza del naso, coscienza della lingua, coscienza del corpo, coscienza della mente.
• Ci sono questi tre tipi di formazione (o volizioni): formazione fisica, formazione verbale, e formazione mentale.
• Ignoranza a riguardo della sofferenza, l’origine della sofferenza, la cessazione della sofferenza, la via che conduce alla cessazione della sofferenza.

Il sentiero che porta alla liberazione

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Ottuplice sentiero:
moralità o buona condotta
1-Retta Parola
2-Retta Azione
3-Retto Sostentamento
sviluppo mentale
4-Retto Sforzo
5-Retta Consapevolezza
6-Retta Concentrazione
saggezza
7-Retta Visione
8-Retto Pensiero

è questo il Nobile Ottuplice Sentiero, la via che conduce alla cessazione:
Retta Parola: astenersi dal mentire, dal discorso maligno, dalla parola aspra, da discorsi futili.
Retta azione: astenersi dall’uccidere esseri viventi, dal prendere ciò che non è stato offerto, dalla cattiva condotta nei piaceri dei sensi.
Retti mezzi di sussistenza: abbandonare l’errato mezzo sostentamento (occuparsi di armi, esseri viventi, carne, alcool, droghe, e veleni), guadagnarsi da vivere nel modo giusto.
Retto sforzo: risvegliare l’entusiasmo per la non insorgenza degli stati non salutari non ancora sorti; risvegliare l’entusiasmo per l’abbandono degli stati non salutari già sorti; risvegliare l’entusiasmo per l’insorgere degli stati salutari non ancora sorti; risvegliare l’entusiasmo per lo sviluppo degli stati salutari già sorti, fare lo sforzo, accendere l’energia, impiegare la mente, e battersi.
Retta consapevolezza: dimorare contemplando il corpo come corpo, sensazioni come sensazioni, la mente come mente, oggetti mentali come oggetti mentali, pienamente consapevole e attento, dopo aver messo via il desiderio e il malcontento per il mondo.
Retta concentrazione: abbastanza isolato dai piaceri sensuali, appartato da stati non salutari, entra e dimora nel primo jhana, che è accompagnato dal pensiero applicato (vitakka) e dal pensiero sostenuto (vicara), con l’estasi (piti) e il piacere (sukha) nati dall’isolamento. Con il calmare del pensiero applicato e del pensiero sostenuto, entra e dimora nel secondo jhana, che ha fiducia in se stessi e unicità di mente. Con il venir meno anche dell’estasi, egli dimora in equanimità, attento e completamente consapevole, entra e dimora nel terzo jhana. Con l’abbandono del piacere e del dolore, e con la precedente scomparsa di gioia e dispiacere, entra e dimora nel quarto jhana, che non ha né dolore né piacere e la purezza di consapevolezza a causa dell’equanimità.
Retta comprensione: la conoscenza della sofferenza, l’origine della sofferenza, della cessazione della sofferenza, del sentiero che conduce alla cessazione della sofferenza.
Retta intenzione: l’intenzione di rinuncia, di non malevolenza, di non crudeltà.

L’Ottuplice Sentiero riguarda l’etica, la meditazione e la comprensione. La meditazione ci conduce dove siamo più sensibili, che è proprio dove tendiamo a reagire in modo cieco. Per rispondere con chiarezza all’esperienza, dobbiamo fissare delle linee guida. Il fondamento di queste linee guida è la Retta Comprensione.
La Retta Comprensione è il riconoscimento che quello che facciamo è importante. Non viviamo in un universo predeterminato, le nostre azioni hanno degli effetti (comprendere la legge del Karma). Possiamo essere fonte di beneficio o di sofferenza per noi stessi e per quelli che ci sono vicino. E non si tratta tanto di una obbligazione morale. E’ che se sviluppiamo la chiarezza e la gentilezza, possiamo vivere con una mente chiara e gentile. Se invece manteniamo il pregiudizio e l’indifferenza, diventeremo più limitati e insensibili. Possiamo agire con chiarezza ed essere in pace con noi stessi, oppure possiamo agire in maniera compulsiva, e rimanere intrappolati. Perché la compulsione porta a comportamenti ripetitivi, e alla perdita di ogni autorità. La Retta Comprensione significa riconoscere che l’integrità deve essere il centro della propria vita. E ciò genera una grande forza.
La Retta Intenzione, deriva da questa comprensione della legge di causa ed effetto. Significa far propria l’intenzione di realizzare effetti salutari con il corpo, la parola e la mente, e di evitare gli effetti non salutari. Questo è il fondamento degli insegnamenti sull’azione, o kamma, come è chiamato nel Buddhismo, di cui l’intenzione mentale è l’agente. Siccome le azioni del corpo e della parola procedono dagli stati mentali e dalle emozioni, se riusciamo a mantenere la chiarezza nella nostra mente e nel nostro cuore, possiamo anche agire da una posizione di equilibrio, e siamo in grado di discernere i risultati delle nostre azioni. Questo è il caso della Retta Parola e della Retta Azione. Abbandoniamo gli inganni, rifuggiamo dal prendere ciò che non ci appartiene, evitiamo la violenza, e invece coltiviamo l’onestà e le parole che hanno valore. I Retti Mezzi di Sostentamento consistono nell’evitare determinate attività come il commercio delle armi, la prostituzione, la macellazione degli animali. Più in generale questo fattore riguarda il modo in cui condividiamo la vita gli uni con gli altri. La nostra relazione con gli altri influenza profondamente la nostra mente, e per questo in diverse occasioni il Buddha ha dato grande importanza alla relazione moglie-marito, al modo di essere genitori, a norme di mutuo supporto tra lavoratori e datori di lavoro, così come ai benefici dell’amicizia.
La Retta Comprensione, il Retto Sforzo e la Retta Consapevolezza sono alla base di ogni altro fattore del Sentiero. Facciamo l’esempio della Retta Parola: si inizia con la Retta Comprensione, riconoscendo che il modo in cui si parla influenza gli altri. Possiamo portare qualcosa di valore nella mente di chi ci sta vicino, con un’osservazione appropriata, o possiamo invece rovinargli la giornata. Possiamo rimanere nel disagio e nella sfiducia, o invece risiedere nell’apertura e nella pace della mente. Da qui il Retto Sforzo, che significa l’impegno a guidare le proprie azioni; mentre la Retta Consapevolezza implica l’essere pienamente con quello che facciamo e diciamo, e con le sue conseguenze. E il risultato è che evitiamo la sofferenza e partecipiamo a qualcosa che produce un beneficio immediato. Questo è il processo dell’intero Ottuplice Sentiero.
La consapevolezza e l’ultimo fattore del Sentiero, la Retta Concentrazione, ci conducono nel campo della meditazione, della coltivazione della presenza mentale. Questi fattori sono spesso ciò che colpisce di più nel Buddhismo, perché forniscono un potente mezzo di approfondimento della propria vita interiore, offrendo la possibilità di raggiungere una grande serenità, una grande gioia, e la pace incondizionata che viene chiamata Nibbana. E l’approfondimento inizia e si mantiene con la presenza mentale, che consiste nell’essere semplicemente e puramente presenti a quello che succede.
“Ricordo che non riuscivo a seguire più di uno o due respiri, prima che la mia mente riprendesse a vagare, a fluttuare su un’onda di speculazioni, di ricordi e di analisi. Ogni momento dovevo riportare l’attenzione al respiro, e riuscire a mantenercela per qualche secondo, prima che una nuova marea di pensieri la sommergesse. E del resto questo è più o meno quello che capita normalmente nella meditazione di un principiante. Nonostante questo, quello che mi colpì profondamente era il fatto che stessi osservando la mia mente. E questo, stranamente, portava pace, e mi rassicurava anche: in qualche modo non dovevo comprendere nulla al di là dei miei pensieri, o al di là della mia mente. Era qualcosa che semplicemente succedeva. E allora: se io stavo osservando la mia mente, chi ero io? E di chi era quella mente?” (del venerabile Ajahn Sucitto Da un discorso trasmesso da BBC Radio, il 4 febbraio 2003.)

Il Buddha ha sempre detto che a domande come queste non c’è risposta. Qualsiasi cosa possiamo pensare o dire di essere, è solo un altro evento che passa attraverso la nostra mente. Il punto è che c’è sempre questa presenza mentale, e tutto ciò che la attraversa è in continuo cambiamento, e non è ciò che siamo. Ma più ci centriamo su questa presenza mentale, magari facendovi aiutare da un punto focale, come la sensazione del respiro, più possiamo sentirci stabili, e vedere le cose chiaramente. Possiamo lasciar andare gli impulsi e le sensazioni che sorgono, oppure, come ho imparato più tardi, possiamo focalizzarci su di esse e lasciare che la stabilità della consapevolezza le riduca ad armonia. Che è quello che succede. E’ così: con la pratica possiamo mettere fine alla continua lotta con il nostro corpo e con i nostri stati d’animo, e questa condizione inizia a pervadere il nostro corpo e il nostro stato d’animo, calmando l’uno e l’altro. Prestare attenzione al momento presente è consapevolezza, e il risultato, una stabilità che pervade il corpo e la mente, è la concentrazione, o samadhi. Samadhi non è uno stato che in qualche modo dobbiamo produrre, ma piuttosto una condizione di unità, centrata e piacevole, che sorge come risultato della Retta Comprensione, del Retto Sforzo e della Retta Consapevolezza.
Anche se la pratica della presenza mentale e della concentrazione porta un grande rimedio, in termini di liberazione dal dolore, dalle preoccupazioni e dagli stati d’animo ossessivi, c’è un ulteriore sviluppo: la comprensione che libera il praticante dalla sorgente stessa della sofferenza. Questa comprensione, chiamata visione profonda, ci permette di cogliere la natura effimera di quello che accade, e nello stesso tempo ci mette in contatto con una presenza che è invece stabile e affidabile, e cioè la consapevolezza stessa. Provando tutto ciò, piano piano, si produce inavvertitamente un cambiamento: il nostro centro muove verso la pura consapevolezza. Nella vita di tutti i giorni, partendo da questa consapevolezza, possiamo agire con compassione e con chiarezza, e, nella meditazione, possiamo lasciar placare tutti gli eventi, e stare in una presenza luminosa e senza ostacoli. Questo conduce al Nibbana, il compimento dell’Ottuplice Sentiero. E se si arriva a provarlo, anche per un solo istante, non si è più presi dalla smania o dall’apatia; non c’è frustrazione, non c’è necessità di difendersi, non c’è niente da provare. E’ semplicemente la fine della sofferenza e della tensione.

Sedici attributi delle quattro nobili verità

1)VERITA’ DELLA SOFFERENZA

Le 4 caratteristiche della sofferenza sono:
A) Impermanenza (evidente e impercettibile)
B) Sofferenza (sofferenza della sofferenza, del cambiamento e omni-pervasiva) le illusioni portano a compiere le azioni contaminate per cui tutti i fenomeni e gli aggregati sono della natura della sofferenza
C) Vacuità (assenza di esistenza del sé separato dagli aggregati; essendo questi ultimi impermanenti non è possibile che vi sia un sé immutabile, fisso, innato e che esista indipendentemente dagli aggregati. Questi ultimi sono “contaminati”, hanno la natura della sofferenza e sono prodotti dal Karma e dalle illusioni, quindi sono anche vacui (privi di esistenza indipendente)).
D) Assenza del sé (confutazione di un IO autosufficiente; sia l’Io che i fenomeni sono privi di esistenza indipendente) poiché sono privi di esistenza sono privi di un sé. vedi anche i quattro sigilli

2)VERITA’ DELL’ORIGINAZIONE

Le 4 caratteristiche della verità delle origini della sofferenza sono:
A) Causa sono le illusioni e karma (i tre veleni principali sono avversione-odio, attaccamento e ignoranza che è la causa fondamentale del rimanere nel samsara)
B) Origine poiché tutte le forme di sofferenza originano dal karma e dalle illusioni esse hanno il ruolo di origine
C) Forte produzione perché agiscono come cause per la produzione della sofferenza
D) Condizioni poiché agiscono come condizione che dà luogo a sofferenza sono anche condizioni

3)VERITA’ DELLA CESSAZIONE

Le 4 caratteristiche della verità della cessazione sono:
A) Cessazione assenza di illusione, impossibilità di causare sofferenza porta appunto alla cessazione
B) Pacificazione perché si placa il tormento della sofferenza
C) Eccellenza-beneficio la pacificazione crea il beneficio della felicità
D) Emergenza Definitiva liberazione completa dal samsara

4)VERITA’ DEL SENTIERO DELLA LIBERAZIONE

Le 4 caratteristiche della veritá del sentiero sono:
A) Sentiero vedi ottuplice sentiero la saggezza che realizza direttamente l’assenza del sé è il sentiero
B) Opportunità-conoscitore-consapevolezza tale saggezza implica la liberazione dal samsara
C) Raggiungimento-realizzazione tale saggezza realizza la liberazione
D) Liberazione Finale distruzione della causa della sofferenza

I quattro sigilli

1- Tutti i fenomeni composti sono impermanenti (se non viene riconosciuta l’impermanenza si percepiscono i fenomeni come statici e verso di essi si provoca l’illusione dell’attaccamento che causa sofferenza)
2- Tutti i fenomeni contaminati hanno la natura della sofferenza (la visione erronea che ci siano dei fenomeni che possono recare felicità creano lo sviluppo di un forte attaccamento e quindi sofferenza. Se uniamo a quanto appena detto la non comprensione della vacuità siamo portati a credere che esista un sé o un io per il quale noi abbiamo bisogno di provare piacere o repulsione verso cose piacevoli o spiacevoli).
3- Tutti i fenomeni sono vacui e privi di un sé (non c’è un se o un io separato dagli aggregati o innatamente esistente, così come non vi sono fenomeni dall’esistenza innata (tutto è interdipendente). Vacuità significa che i fenomeni non esistono in maniera indipendente
Il nirvana è pace. (Se non sappiamo che è possibile ottenere la liberazione dalla sofferenza non proveremmo mai a raggiungerla. Se crediamo di trovare la felicità attraverso uno stato momentaneo di pace trovato nei fenomeni impermanenti è un altra idea erronea.

4- perfezionando la visione di vacuità e l’eliminazione della concezione dell’aggrapparsi al sé, automaticamente cessano tutte le altre afflizioni.

I dodici anelli dell’originazione interdipendente

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1-Ignoranza
2-Volizioni/formazioni karmiche
3-Coscienza
4-Nome e forma
5-Percezioni/sestupla sede
6-Contatto
7-Sensazioni
8-Desiderio
9-Attaccamento/Appropriazione
10-Divenire
11-Rinascita
12-Morte

I sei regni di esistenza che prendono il nome dagli esseri che li abitano

Dei (non sperimentano sofferenza ma sono soggetti a una rinascita inferiore quando il loro karma positivo si esaurisce)
Semi-Dei (sono invidiosi degli dei e si sentono superiori agli umani. Anelano per diventare dei e hanno paura di rinascere come uomini)
Uomini (è la rinascita migliore perché è quella che consente di ottenere il nirvana e la liberazione definitiva dalla sofferenza)
Animali (non hanno facoltà intellettive per accumulare con facilità meriti che possano permettere una rinascita superiore)
Spiriti famelici (destinati a soffrire pene indicibili, hanno sete e quando trovano una fonte subito questa si secca, hanno fame ma hanno il collo così lungo che il cibo non raggiunge mai lo stomaco. Sono in questo stato a causa del karma negativo accumulato)
Esseri infernali (si patiscono le peggiori sofferenze ed è molto, molto difficile che ci si possa risollevare da questo regno e guadagnare rinascite superiori)

Allenamento graduale
1. Virtuoso: perfetto in condotta e modo di agire, e vedere la paura nel minimo errore 2. Ritenere i sensi
3. Moderazione nel mangiare
4. Vigile (Samma vayana)
5. Cosciente e in piena consapevolezza (sampajana) 6. Abbandonare i cinque ostacoli (nivarana)
7. I quattro Jhana (samma samadhi)
8. Vipassana (samma sati)
1. retta parola, retta azione, retti mezzi di sostentamento; retta condotta verbale, retta condotta del corpo, retta condotta mentale.
2. Vista, udito, olfatto, gusto, tatto, oggetti mentali. Proteggi l’occhio, orecchio, naso, lingua, corpo, facoltà mentali. Controlla l’occhio, orecchio, naso, lingua, corpo, facoltà mentali. Poiché, se lasciati senza protezione l’occhio, orecchio, naso, lingua, corpo, facoltà mentali, stati cattivi non salutari di cupidigia e dolore lo potrebbero invadere, egli pratica la via del controllo.
3. Riflettendo con saggezza, assumiamo del cibo non per divertimento né per intossicazione, non per la bellezza e l’attrattiva fisica, ma solo per la resistenza e sopravvivenza di questo corpo, per porre fine allo sconforto, e di assistere la vita santa.
4. Purificare la mente degli stati ostruttivi, giorno e notte (desiderio, odio, illusione). (Retto sforzo)
5. Agire in piena consapevolezza quando si va avanti e indietro, guardare avanti e guardare lontano, flettere ed estendere le nostre membra; indossare i nostri abiti e portando la veste esteriore e la ciotola, mangiare, bere, consumare cibo, e degustazione, defecare e urinare, camminare, in piedi, seduti, addormentarsi, svegliarsi, parlare e tacere. (Satipattana: contemplazione del corpo come corpo, la piena consapevolezza)
6. Abbandonando cupidigia (kamacchanda) per il mondo, si dimora con una mente libera da cupidigia. Abbandonando la malevolenza e l’odio (byapada), si dimora con la mente libera da malevolenza, compassionevole per il benessere di tutti gli esseri viventi. Abbandonando indolenza e torpore (thina-middha), si rimane liberi da indolenza e torpore, con la percezione di luce. Abbandonando agitazione e rimorso (uddhacca-kukkucca), si dimora senza agitazione, con la mente internamente tranquilla. Abbandonando dubbio (vicikiccha), si dimora, essendo andato oltre ogni dubbio, non perplesso al riguardo degli stati salutari.
7. Retta concentrazione.
8. Retta consapevolezza
Le quattro fondazioni di consapevolezza (retta consapevolezza) sono la base della concentrazione. I quattro tipi di retto sforzo sono le attrezzature della concentrazione. La ripetizione, lo sviluppo, e la coltivazione di questi stessi stati è lo sviluppo della concentrazione in se.

Karma

Tre tipi di azione a seconda del modo di espressione

Fisica
Verbale
Mentale

Tre tipi a seconda della qualità

Virtuosa
Non virtuosa
Neutra

Dieci azioni non virtuose

Azioni fisiche
Uccidere
Rubare
Comportamento sessuale scorretto
Azioni verbali
Mentire
Creare dissenso
Parole scortesi
Pettegolezzi inutili
Azioni mentali
Pensare oggetti di forte attaccamento
Pensare a come ferire gli altri
Dare ascolto a opinioni errate

Dieci azione virtuose

Azioni fisiche
Rinunciare a Uccidere
Rinunciare a Rubare
Rinunciare a Comportamento sessuale scorretto
Azioni verbali
Rinunciare a Mentire
Rinunciare a Creare dissenso
Rinunciare a Parole scortesi
Rinunciare a Pettegolezzi inutili
Azioni mentali
Rinunciare a Pensare oggetti di forte attaccamento
Rinunciare a Pensare a come ferire gli altri
Rinunciare a Dare ascolto a opinioni errate

Le cinque illusioni che non sono visioni (illusioni principali)

Ignoranza
Avversione/odio
Attaccamento/desiderio
Orgoglio
Il dubbio

Le cinque illusioni che sono visioni (che una persona assume in base all’ignoranza e all’attaccamento)

6. Errata visione del sé (considerare il sé come fenomeno indipendente e immutabile)
7. Visione estrema passata e futura (non si crede alle vite passate e future)
8. Errata visione delle 10 azioni non virtuose
9. Considerare la propria visione come la migliore
10. Errata visione del comportamento etico

Le vere origini della sofferenza come causa della vera sofferenza:
Si parte dalla
IGNORANZA dell’assenza del sé delle persone e dei fenomeni
Che porta a sperimentare le
EMOZIONI AFFLITTIVE attaccamento e avversione
In base alle quali compieremo la
AZIONE KARMICA fisica, verbale, mentale
Che causa la
VERA SOFFERENZA sofferenza

Effetti generati dalle azioni

Effetto di massima maturazione
Effetto simile alla causa
Effetto ambientale
Il livello di gravità della azione dipende dall’oggetto verso cui è rivolta e dalla motivazione
Esempio A: rubare cibo e acqua a bambini poveri per prolungare ad essi la fame e la sete
1 rinascere all’inferno
2 soffrire la fame e la sete
3 ambiente arido e poco fertile
Esempio B: rubare del cibo e acqua al supermercato per sfamare i propri figli che soffrono
1 rinascere uomo
2 avere spesso fame e la sete
3 faticare per avere cibo e acqua

Completezza delle azioni:
L’azione deve essere completa perché si abbia il massimo dell’effetto, secondo lo schema seguente:

Intenzione
Preparazione
Esecuzione
Esultanza

Tre tipi o consistenza delle azioni:

Azioni positive (bianche) virtuose
Azioni negative (nere) non virtuose
Azioni miste

Karma che proietta: ci spinge a rinascere in uno particolare dei sei regni. Azioni positive nei tre regni superiori e negative in quelli inferiori.
Karma che completa: é la qualità della vita che sperimenteremo in quel regno di rinascita.
Ci può essere un mix di questi due tipi di karma. Ad esempio karma che proietta positivo ci fa rinascere uomo ricco, karma che completa negativo qualcuno riesce a toglierci questi beni di cui godiamo. Karma che proietta cattivo rinasciamo cane, karma che completa positivo viviamo in una bella casa col giardino, abbiamo cibo e il nostro padrone non ci maltratta.

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Karma

Il Karma fa parte delle leggi universali, una legge conosciuta anche con il nome di “causa-effetto”, proprio perché ad ogni causa corrisponde un effetto, ed ogni azione genera un risultato. Karma è una parola che spesso sentiamo nominare, è entrata nel nostro vocabolario quotidiano, ma sono in tanti a non sapere bene cosa voglia significare, usata per lo più in modo sbagliato, improprio, associata spesso, in modo errato, al proprio destino. La parola Karma deriva dalla radice del verbo sanscrito Kr che significa fare, produrre, agire e assume il significato di “azione“, un’azione spinta dalla volontà, in relazione al principio di causa ed effetto.
Karma e interdipendenza
Il karma è quindi strettamente correlato con il termine “interdipendenza”, ovvero che nulla esiste in modo indipendente, ossia tutto ciò che esiste si relaziona con ciò che c’è intorno. Quindi nel momento in cui noi produciamo un’azione, prendiamo una decisione, o diciamo una parola, tutto ciò non finisce nell’istante, ma il nostro ‘fare’ è come un eco che si propaga nella valle, ha un seguito, un effetto domino. Non c’è nulla che viene fatto e finisce nell’azione stessa, ogni azione va a relazionarsi con altri effetti, e tutto ciò avviene su diversi livelli, inclusi i pensieri. Un’unica parola ha un’influenza incredibile sul mondo esterno, faccio un esempio: io dico una cosa, questa cosa viene ascoltata da una persona e andrà ad influenzare un’azione successiva della stessa persona e quest’azione, a sua volta, scatenerà molteplici altre azioni. Questa è interdipendenza.
Tutto ciò ci porta ad una prima comprensione di cosa sia il karma, in quanto tutte queste nostre azioni non finiscono in loro stesse, e quello che accade è che noi siamo i responsabili delle nostre azioni. Siamo noi i responsabili delle nostre azioni, o se preferite, siamo noi che causiamo i nostri risultati, buoni o cattivi che siano. Ma attenzione qui! Per ogni altra vostra azione quotidiana, dalla più semplice a quella più complessa, di questi innumerevoli fattori che influenzano le nostre azioni, quelli che realmente dipendono da noi, sono veramente pochi. E come possiamo quindi, vivere nell’illusione di poter controllare il futuro? Quanto volte, prima di andare a dormire pensiamo: “Domani vorrei fare questo, vorrei fare quest’altro, ecc”, è chiaro che noi ce la metteremo tutta affinché avvenga ciò che abbiamo progettato, ma non dipende solo da noi, perché come ho già spiegato, viviamo in un mondo in qui tutto è interdipendente, ed è questa una consapevolezza importante da avere.
La legge di causa ed effetto, è comunque una legge coerente. Se piantate un seme di una pianta d’arancio, un giorno non raccoglierete delle mele Questo per spiegarvi che le azioni che noi andremo a compiere, ovvero i risultati, saranno coerenti con le cause che noi stessi abbiamo creato. Intellettualmente, come potete intuire, il karma è semplicissimo da capire, ma non si tratta soltanto di capire, è questo il punto; bisogna crederci nel karma, non con la fede cieca, ma “vedere” che è una legge reale con la quale dobbiamo convivere, e come tutte le regole, quando le conosci bene, impari a muoverti meglio all’interno delle regole stesse; riesci a sfruttarne le potenzialità, la forza, che in questo caso, è quella dell’Universo. Basta pensare che tutto ciò che noi siamo oggi, inteso come fisicamente, emozionalmente, ma anche da un punto di vista sociale e della nostra conoscenza, insomma tutti gli aspetti che comprendono ciò che noi siamo, non è altro che il risultato di ciò che siamo stati ieri, l’altro ieri, quel giorno prima e così via. Il risultato di tutte le scelte che abbiamo intrapreso, le azioni che abbiamo compiuto, le parole che abbiamo detto; sempre nell’interazione con il mondo che c’è intorno a noi ovviamente, perché non dipende tutto unicamente da noi. Ma se oggi siete ciò vi sentite di essere, è solo il risultato di ciò che siete stati finora. Quindi il karma può esserci d’aiuto, perché osservando il presente, possiamo capire quali sono le cause che hanno concorso ad essere ciò che ora siamo. La vita è come un puzzle, tanti pezzi diversi tra loro che creano la nostra immagine. Riconoscendo le cause che hanno portato alla creazione della nostra immagine, riusciamo a capire meglio chi siamo, a capire la nostra vita e quindi anche a prendere della scelte in modo più consapevole per il nostro futuro.

Karma come impronta
Il karma però, agisce anche molto più in profondità, nascosto, quasi invisibile, i cui risultati non si riflettono solo in questa vita. Ogni azione che compiamo lascia un’impronta nella nostra mente molto sottile, e ogni impronta alla fine fa sorgere il proprio effetto. La nostra mente sottile è come una palestra, e compiere azioni è proprio come svolgere degli esercizi. Le azioni virtuose ci “allenano” per la futura felicità, mentre le azioni non virtuose ci “preparano” della futura sofferenza. Se in questa vita facciamo delle azioni a fin di bene, allo stesso modo nelle vite successive avremo maggiore facilità a fare del bene, se invece in questa vita rubiamo, creiamo l’impronta che ci porterà a rubare con maggiore facilità anche nelle prossime. Questo è un passaggio fondamentale, che molti sottovalutano, ma nel nostro presente possiamo decidere con consapevolezza chi e cosa vogliamo essere in una vita successiva, e non lasciarci costruire l’impronta da altri, dal mondo ( o meglio, dal sistema!) che ci circonda. Se volete essere delle persone inondate d’amore, di compassione, di conoscenza, di pazienza; dovete iniziare a crearvi l’abitudine di provare amore e compassione, di aprirvi alla conoscenza e di esercitarvi nella pazienza. In questo modo create la vostra impronta per il vostro futuro, in questa vita e nelle prossime. Allo stesso modo la persona avida di denaro e delle cose materiali, la persona che ha tendenze egoistiche e non ha un briciolo di compassione, è chiaro che non avrà un futuro roseo davanti, perché tendenzialmente e per abitudine sarà portata a commettere gli stessi errori. In sintesi possiamo dire che più facciamo un’azione, più profonda diventa l’impronta nella nostra mente di quell’azione stessa, e in futuro ci verrà più semplice svolgerla. Questo è il karma in quanto impronta, e queste impronte si portano di vita in vita.

Karma come causa e condizione
C’è un aspetto del Karma ancora più sottile, che in pochi riescono a percepire e decifrare, in quanto l’effetto non è immediato e non quindi facilmente riscontrabile con la propria causa. Come ho già detto, ogni azione che compiamo è una causa, ma questa causa è un seme che resta lì e può venire a maturare dopo un lungo periodo di tempo, ovvero nel momento in cui vengono a manifestarsi le ‘condizioni’ necessarie. Quindi è importante sottolineare che ogni azione che compiamo, è in sé una causa per un risultato che andremo a vivere nel futuro, e allo stesso tempo quella stessa azione è una condizione che andrà a far maturare una causa che noi abbiamo creato nel passato. Ogni azione che noi compiamo, è tanto una causa quanto una condizione, ovvero ogni azione che compiamo è una causa, che è come un seme che andiamo a piantare, il risultato (l’effetto) di questa nostra causa lo andremo a vivere nel futuro, quando ci saranno le giuste condizioni par farla maturare. Ma allo stesso tempo quella nostra stessa azione è una condizione per far maturare una causa che abbiamo creato nel nostro passato. Vi faccio un esempio semplice semplice: Mettiamo il caso che siamo coinvolti in una situazione “negativa”, siamo colmi di odio e di rabbia e diamo uno schiaffo ad un nostro collega di lavoro. Quell’azione finisce lì, è già seminata. Nel frattempo ci si avvicina un altro collega che ci fa i complimenti, è contento perché secondo lui quella persona ha avuto la giusta lezione, e a quel punto noi siamo felici e fieri di ciò che abbiamo fatto. Quindi cosa è successo, il fatto che noi abbiamo ricevuto i complimenti da una terza persona, che ci hanno reso felici, è un risultato (un effetto) non di aver dato uno schiaffo, perché lo schiaffo non è altro che una condizione che andrà a scaturire un effetto nel futuro, ma è la maturazione di una causa positiva che noi abbiamo creato nel nostro passato. È probabile che un giorno, mentre cercheremo di svolgere un’azione “positiva”, come quella di separare due amici in rissa tra di loro, ci beccheremo inavvertitamente uno schiaffo da uno dei due, nonostante il nostro intento di aiuto. Quindi anche in questo caso non possiamo dire che da un’azione positiva viene fuori un risultato negativo, perché la nostra azione positiva è comunque un seme che è stato piantato e lo raccoglieremo in futuro, mentre lo schiaffo che ci becchiamo e ci fa star male, non è altro che la maturazione del nostro schiaffo che abbiamo dato al nostro collega tempo fa. In altre parole, si sono venute a creare le condizioni per far maturare quella causa negativa che abbiamo seminato in passato.

I quattro aspetti del Karma
Per noi occidentali e per la nostra cultura, non è proprio semplice credere nel Karma, in quanto il fatto che noi stessi siamo i responsabili della nostra vita (meglio dire delle nostre vite!) è qualcosa che ci suona strano, abituati come siamo ad invocare aiuti “esterni”. Ma credere nel Karma è molto importante, perché ci conferisce la responsabilità delle nostre azioni. Quando si parla di credere e seguire la legge del Karma, ci sono quattro aspetti importanti da rispettare:
Il primo è la certezza delle azioni, ovvero la certezza del Karma, che vuol dire che un’azione positiva porta un risultato positivo, un’azione negativa porta un risultato negativo. Non è possibile che un’azione positiva porti un risultato negativo o viceversa, questa è la certezza del Karma.
Il secondo aspetto del Karma, prevede che noi non possiamo vivere un risultato se prima non creiamo la causa. Quindi, se noi stessi stiamo vivendo una situazione, bella o brutta che sia, è perché noi stessi abbiamo creato le cause per vivere quella situazione. E’ un aspetto fondamentale, perché nel momento che crediamo in questo, smettiamo di puntare il dito addosso agli altri, oppure d’invocare l’aiuto esterno.
Il terzo aspetto del Karma prevede che qualunque azione viene fatta, questa non finirà nel dimenticatoio, non avrà una data di scadenza e non andrà in prescrizione, ma comporterà un effetto, una conseguenza, nel breve o nel lungo termine. Ma è anche vero che qualsiasi azione può essere purificata o eliminata. Se, ad esempio, noi seminiamo un seme positivo grazie ad una nostra azione virtuosa, quel seme può essere cancellato dalla rabbia, dalla violenza che adottiamo successivamente a quella nostra azione positiva. Se viceversa, commettiamo un’azione non virtuosa, possiamo purificarci con azioni d’amore e di solidarietà, per questo esistono metodi precisi per la purificazione delle azioni non virtuose, che noi stessi abbiamo creato nel passato.
Il quarto aspetto riguarda la crescita (aumento) del Karma, vuol dire che quando facciamo un’azione, quell’azione ha una tendenza a crescere, come per inerzia. Precisiamo che nella legge del Karma le azioni vengono divise in due tipi: nascoste ed aperte. Quelle nascoste sono azioni che noi facciamo ma non le raccontiamo agli altri, ovvero ce le teniamo per noi. Come quando diciamo una bugia, questa bugia funziona e per non far svanire il risultato che ci porta questa bugia, non la diciamo a nessuno, tanto più che presto ci dimenticheremo anche noi di averla detta, ci daremo mille giustificazioni che copriranno la nostra “malefatta” non solo agli altri, ma soprattutto a noi stessi. Ma è bene sapere che tutte le azioni svolte in maniera ‘nascosta’, hanno la tendenza a crescere, ovvero aumenta l’effetto che dovremo ‘scontare’ in futuro. A differenza delle azioni aperte, con le quali ci confrontiamo prima con gli altri, per quello che abbiamo detto o combinato, e poi con noi stessi. Questa nostra confessione, questo nostro pentimento, ferma la crescita del Karma. Ma tutto ciò vale anche per le azioni positive, tanto più compiamo un bel gesto e non ci vantiamo di averlo fatto, ma lo teniamo per noi, tanto più grande sarà la ricompensa, perché il Karma cresce, e per dirlo in termini economici, il valore della nostra azione acquista interessi nel tempo. Se invece svolgiamo un’azione positiva a la usiamo per avere dei riconoscimenti, dei ringraziamenti (possibilmente materiali, vero?) tutto ciò ferma la crescita di quell’azione. Quindi ricordatevi che una piccola azione, quando tenuta nascosta, cresce, e porta grandi risultati!

Karma che completa
Ho parlato molto di azioni in questo articolo sulla legge del Karma, ma è anche bene precisare che esistono azioni complete e non. Nel dettaglio e in maniera riassuntiva, un’azione viene definita completa nel momento in cui sono presenta questi quattro fattori: la motivazione, la consapevolezza, compiere l’azione, il compiacimento dell’azione stessa. Se questi fattori sono presenti all’interno di un’azione stessa, allora questa si può dire che è stata svolta in maniera completa. Se ad esempio investo accidentalmente una persona in mezzo alla strada, e le faccio del male, compio soltanto l’azione incidentale, ma vengono a mancare la motivazione, la consapevolezza e il compiacimento. A differenza se invece, investo volontariamente una persona, in maniera consapevole e me ne compiaccio di vederla soffrire per il dolore. Lo stesso vale per un’azione positiva. Bisogna soddisfare tutte e quattro le condizioni, affinché possa intendersi come azione “voluta”. In ogni caso stiamo creando una causa , ma il ‘ricarico’ dell’effetto nel tempo, sarà maggiore se l’azione è realmente voluta, minore se non voluta. Ma è anche vero che la situazione, piacevole o meno, voluta o non voluta, è sempre una conseguenza di una precedente causa creata in passato… non dimentichiamolo!
Una altra visione del concetto di karma che completa é quella che segue:
Karma che proietta: ci spinge a rinascere in uno particolare dei sei regni. Azioni positive nei tre regni superiori e negative in quelli inferiori.
Karma che completa: é la qualità della vita che sperimenteremo in quel regno di rinascita.
Ci può essere un mix di questi due tipi di karma. Ad esempio karma che proietta positivo ci fa rinascere uomo ricco, karma che completa negativo qualcuno riesce a toglierci questi beni di cui godiamo. Karma che proietta cattivo rinasciamo cane, karma che completa positivo viviamo in una bella casa col giardino, abbiamo cibo e il nostro padrone non ci maltratta.

(Anguttara Nikaya 3: 65) Kamma-Vipaka
Qualcuno uccide esseri viventi ed è omicida, sanguinario, fa a botte ed è violento, senza pietà per gli esseri viventi. Dopo la morte, riappare in uno stato di privazione, in un’infelice destinazione, in perdizione, anche all’inferno. Ma se un’azione positiva provoca una rinascita umana, ha una vita breve.
Qualcuno abbandona l’uccisione di esseri viventi, si astiene dall’uccidere esseri viventi, con bastoni e armi messi da parte, gentile e cordiale, egli dimora compassionevole verso tutti gli esseri viventi. Dopo la morte, riappare in una felice destinazione, anche in paradiso. Ma se un’azione non buona provoca una rinascita umana, egli vive a lungo.
Qualcuno ferisce esseri viventi con la mano, con zolle, con un bastone, o con un coltello. Dopo la morte, riappare in uno stato di privazione, in un’infelice destinazione, in perdizione, anche all’inferno. Ma se un’azione positiva provoca una rinascita umana, è di salute cagionevole, malato.
Qualcuno non ferisce esseri viventi con la mano, con zolle, con un bastone, o con un coltello. Dopo la morte, riappare in una felice destinazione, anche in paradiso. Ma se un’azione non buona provoca una rinascita umana, è di buona salute, sano.
Qualcuno è di carattere arrabbiato e irritabile, anche quando criticato un po’, si offende, si arrabbia, ostile e pieno di risentimento, e mostra rabbia, odio e amarezza. Dopo la morte, riappare in uno stato di privazione, in un’infelice destinazione, in perdizione, anche all’inferno. Ma se un’azione positiva provoca una rinascita umana, è brutto.
Qualcuno non è di carattere arrabbiato e irritabile, anche se molto criticato, non si offende, non si arrabbia, ostile, e risentito, e non mostra rabbia, odio, e amarezza. Dopo la morte, riappare in una felice destinazione, anche in paradiso. Ma se una cattiva azione provoca una rinascita umana, è bello.
Qualcuno è invidioso, uno che invidia, ha risentimento e rancore per i guadagni, l’onore, il rispetto, la riverenza, i saluti, e la venerazione ricevuti da altri. Dopo la morte, riappare in uno stato di privazione, in un’infelice destinazione, in perdizione, anche all’inferno. Ma se un’azione positiva provoca una rinascita umana, è ininfluente.
Qualcuno non è invidioso, uno che non invidia, non ha risentimento, e rancore per i guadagni, l’onore, il rispetto, la riverenza, i saluti, e la venerazione ricevuti da altri. Dopo la morte, riappare in una felice destinazione, anche in paradiso. Ma se una cattiva azione provoca una rinascita umana, è influente.
Qualcuno non dà cibo, bevande, vestiti, carrozze, ghirlande, profumi, unguenti, letti, dimore, e lampade ad eremiti o bramini. Dopo la morte, riappare in uno stato di privazione, in un’infelice destinazione, in perdizione, anche all’inferno. Ma se un’azione positiva provoca una rinascita umana, è povero.
Qualcuno da cibo, bevande, vestiti, carrozze, ghirlande, profumi, unguenti, letti, dimore, e lampade ad eremiti o bramini. Dopo la morte, riappare in una felice destinazione, anche in paradiso. Ma se una cattiva azione provoca una rinascita umana, è ricco.
Qualcuno è ostinato e arrogante, non rende omaggio a colui che deve ricevere omaggio, non si alza per uno alla cui presenza avrebbe dovuto alzarsi, non offre un posto per uno che merita un posto, non fa strada a colui che avrebbe dovuto far strada, e non onora, rispetta, riverisce, e venera. Dopo la morte, riappare in uno stato di privazione, in un’infelice destinazione, in perdizione, anche all’inferno. Ma se un’azione positiva provoca una rinascita umana, nasce in basso ceto.
Qualcuno non è ostinato e arrogante, rende omaggio a colui che deve ricevere omaggio, si alza per uno alla cui presenza deve alzarsi, offre un posto a chi merita un posto, fa strada a colui che deve far strada, e onora, rispetta, riverisce, e venera. Dopo la morte, riappare in una meta felice, anche in paradiso. Ma se una cattiva azione provoca una rinascita umana, nasce in alto ceto.
Qualcuno non visita un eremita o un bramino e chiede: «Venerabile signore, cosa è sano? Che cosa è malsano? Cosa da biasimare? Cosa da approvare? Che cosa dovrebbe essere coltivato? Cosa non dovrebbe essere coltivato? Quale tipo di azione porta danno e sofferenza per un lungo periodo? Quale tipo di azione porta benessere e felicità per un lungo periodo? »Dopo la morte, riappare in uno stato di privazione, in un’infelice destinazione, in perdizione, anche all’inferno. Ma se un’azione positiva provoca una rinascita umana, è stupido.
Qualcuno visita un eremita o un bramino e chiede: «Venerabile signore, cosa è sano? Che cosa è malsano? Cosa da biasimare? Cosa da approvare? Che cosa dovrebbe essere coltivato? Cosa non dovrebbe essere coltivato? Quale tipo di azione porta danno e sofferenza per un lungo periodo? Quale tipo di azione porta il benessere e felicità per un lungo periodo? »Dopo la morte, riappare in una felice destinazione, anche in paradiso. Ma se una cattiva azione provoca una rinascita umana, è saggio.
«Cosa ne pensi? Quando l’avidità, odio e illusione sorgono in un uomo, è per il suo beneficio o danno? «- Per il suo male, venerabile. – «Una persona che è avida, odia e illuso, sopraffatto da avidità, odio e illusione, i suoi pensieri da loro controllate, prenderà vite, prenderà ciò che non è dato, indulgerà in una cattiva condotta sessuale, e racconta bugie, e guiderà anche altri a fare altrettanto. Conducono al suo male e alla sua sofferenza per un lungo periodo? »- Sì, venerabile. – «Cosa ne pensi? Sono queste cose positive o negative? »- negative venerabile. – «da biasimare o approvare? »- biasimare, venerabile. – «Censurate o lodate dai saggi? »- Censurate, venerabile -.«Intraprese e praticate, queste cose portano danni e sofferenza o no? O com’è in questo caso? »- Intraprese e praticate, queste cose portano danno e sofferenza. Così ci appare a noi in questo caso. –

Le radici del buono e del cattivo (kamma)
Cattivo:
Desiderio: piacere, volere, desiderio, tenerezza, affetto, attaccamento, lussuria, cupidigia, brama, passione, auto indulgenza, possessività, l’avarizia.
Odio: avversione, disgusto, repulsione, risentimento, rancore, malumore, vessazione, irritabilità, antagonismo, avversione, rabbia, collera, vendetta.
Illusione: stupidità, ottusità, confusione, ignoranza degli elementi essenziali, pregiudizi, ideologia, dogmatismo, fanatismo, errata comprensione, presunzione.
Buono:
Non desiderio: altruismo, liberalità, generosità, pensieri e azioni di sacrificio e di condivisione, la rinuncia.
Non odio: amorevole gentilezza, compassione, solidarietà, amicizia, perdono, tolleranza.
Non illusione: saggezza, intuizione, conoscenza, comprensione, intelligenza, sagacia, discriminazione, imparzialità, equanimità.

«Tutti gli stati non salutari hanno la loro radice nell’ignoranza, convergono nell’ignoranza, e con l’abolizione dell’ignoranza, tutti gli altri stati non salutari sono aboliti»
Samyutta Nikaya 20: 1

Perfetto in condotta (cattivo e buon kamma)
Sono le 10 azioni non virtuose e gli antidoti

4 tipi di comportamento verbale non in conformità con il Dhamma
• dire menzogne. sincero e credibile
Parlare maliziosamente Concordia
Parlare con asprezza Dolce
Spettegolare Dire ciò che è buono e/o benefico

3 tipi di condotta corporale non in conformità con il Dhamma
• Uccidere esseri viventi. dolce gentile, compassionevole verso tutti gli esseri viventi
• Prendere ciò che non è stato dato. purezza e onestà
• cattiva condotta nel piacere sensuale celibato

3 tipi di comportamento mentale non in conformità con il Dhamma
• brama. non desiderare la ricchezza e la proprietà di altrui
• La malevolenza. Senza cattiveria «che possono essere liberi da odio, afflizione e possano vivere felici»
Errata comprensione. Retta comprensione: «c’è ciò che è dato e ciò che è offerto, c’è frutto e conseguenza delle buone e cattive azioni.

(MN 41.8-10/12-14)
Quando gli altri si rivolgono a voi, il loro discorso può essere detto con una mente di amorevole gentilezza o di odio interiore. Qui, monaci, dovreste allenarvi così: “La nostra mente resterà inalterata, e non diremo parole cattive; dimoreremo compassionati per il loro benessere, con una mente di amorevole gentilezza, senza odio interiore dimoreremo pervadendo quella persona con una mente intrisa di amorevole gentilezza, e iniziando da quella persona, noi dimoreremo pervadendo il mondo intero con una mente intrisa di amorevole gentilezza, abbondante, esaltata, incommensurabile, senza ostilità e senza malevolenza “. È così che dovreste allenarvi monaci.

Vantaggi di astensione dalle cattive azioni
• Astenersi da mentire: stimato, di fiducia e affidato, avere una grande influenza su molti, dolce profumo orale.
• Astenendosi da diffamazione: possedere un corpo fisico, che è indistruttibile e un seguito che non può essere diviso dalle insidie degli altri, essere un amico leale, voluto bene da tutti gli esseri.
• Astenersi da discorso abusivo: caro agli esseri, piacevole, amabile disposizione, purezza di pronuncia, voce chiara, di facile comprensione, melodiosa; voce: distinta, intelligibile, dolce, piacevole, rotonda, compatta, profonda, risonante.
• Astenersi dai colloqui frivoli: è caro, gradevole, stimato e riverito da tutti gli esseri, molta influenza, l’abilità di dare risposte immediate.
• Con l’astensione dall’uccidere: essere innocui a tutti gli esseri, sviluppo dell’amorevole gentilezza che dà undici vantaggi, salute robusta, longevità, felicità.
• Astenersi dal prendere ciò che non è dato: acquisisce ricchezza e possedimenti che sono immuni da molestare, non suscettibile di sospetti da parte di altri, degno di fiducia.
• Con l’astensione da pratiche non casta: modesti, calmi di mente e nel corpo, cari, gradevoli a tutti gli esseri e non detestati da loro, buona reputazione.
• Con l’astensione dalla bramosia: guadagnare tutto ciò che si vuole senza difficoltà, ottenere ricchezze eccellenti, onorati e riveriti da rè e capofamiglia, nessun difetto negli occhi, orecchi, naso, ecc, senza pari.
• Astenendosi da malevolenza: persona piacevole, bella e ammirata da tutti, ispira gli altri.
Respingendo l’errata comprensione: guadagnare buoni compagni, non commettono ciò che è male, con il credo che ognuno è il proprietario delle proprie azioni.

Undici vantaggi dell’amorevole gentilezza
Dormire sonni tranquilli
Svegliarsi felicemente
3. Non aver brutti sogni
4. Caro agli esseri umani
5. Caro agli esseri non umani
6. Protetto dai Deva
7. Fuoco, veleno e armi non possono nuocere
8. Mente facilmente concentrata
9. Radiante carnagione del viso
10. muore pacificamente
11. Rinasce tra i Brahma

La rimozione dei pensieri di distrazione
1. Prestare attenzione a qualche altra cosa collegata con ciò che è sano.
• Desiderio per esseri viventi: contemplare la non attrattività (MN 10.10)
• Desiderio per oggetti inanimati: contemplare l’impermanenza.
• Odio per esseri viventi: contemplare l’amorevole gentilezza.
• Odio per oggetti inanimati: contemplare i quattro elementi (MN 10.12.)
Illusione: vivere sotto un insegnante, studiando il Dhamma, indagare nel significato, ad ascoltare il Dhamma, indagare le cause.

2. Esaminare i pericoli di questi pensieri: «questi sono pensieri malsani, sono riprovevoli, risultano nella sofferenza». «Questo pensiero di desiderio sensuale è sorto in me. Questo porta alla mia afflizione, all’afflizione degli altri, e all’afflizione di entrambi, ostacola la saggezza e causa difficoltà».

3. Prova a dimenticare quei pensieri e non dar loro attenzione.

4. Con attenzione tranquillizzare la formazione del pensiero di quei pensieri. Fermare la causa del pensiero, investigando la causa.

5. Con i denti chiusi e la lingua premuta contro il tetto della sua bocca, dovrebbe battere, costringere, e schiacciare la mente con la mente.
(MN 20)

Le sette buone qualità
• Fede: ricorda il Buddha, Dhamma, Sangha, la propria moralità, la generosità, la fede, l’apprendimento, il sacrificio e la saggezza, con i Deva come testimoni; attributo al Nibbana; non associarsi con le persone di sterile, poca fede, associarsi con amabili uomini di fede, riflessione sul Dhamma che ispira la fede devozionale, e inclinazione a generare la fede in tutta le posizioni.
• Consapevolezza: attenti e consapevoli nei sette movimenti, non associarsi con gente distratta e negligente, associarsi con gente consapevole, e la propensione a generare consapevolezza in tutte le posizioni.
• Vergogna e paura: la riflessione sul pericolo dei demeriti, del regno della miseria, riflessione sul sostenere i tratti dei meriti, non associarsi con persone che sono prive di vergogna morale e senza paura delle malefatte, associarsi con persone che sono dotate di vergogna morale e paura delle malefatte, e l’inclinazione per lo sviluppo di vergogna morale e la paura delle malefatte in tutte le posizioni.
• Apprendimento: sforzo per l’apprendimento, informarsi costantemente, associarsi con chi pratica il buon Dhamma, ricerca della conoscenza senza colpe, la maturità delle facoltà, come la fede, tenersi lontani dalle impurità, non associarsi con l’ignorante, associarsi con l’erudito e inclinazione per estendere la conoscenza in tutte posizioni.
• Energia: la riflessione sul pericolo del regno della miseria, il beneficio dello sforzo strenuo, alla desiderabilità di seguire la via tracciata dai virtuosi, onorare il cibo dedicandosi alla pratica del Dhamma, riflessione sulla nobile eredità del buon Dhamma, alla supremazia del Maestro (Buddha), sul proprio eminente lignaggio come discendente di un Buddha, sulla nobiltà della compassione nel Dhamma; non associarsi con l’indolente, associarsi con il laborioso, e inclinazione per lo sviluppo di energia in tutte le posizioni.
• Saggezza: informarsi sugli aggregati, le basi, gli elementi, ecc. del proprio corpo; purezza degli oggetti sia all’interno sia all’esterno del corpo, tenere in equilibrio fede e saggezza, concentrazione ed energia; eccesso di fede, eccessivo entusiasmo; eccesso di saggezza, scaltrezza; eccesso di energia, irrequietezza; eccesso di concentrazione, noia (mente estenuante); non associarsi con gli stolti, associarsi con i saggi, la riflessione sulla diversità di profonda conoscenza riguardante sottili soggetti, come ad esempio gli aggregati, ecc. e inclinazione per sviluppare saggezza in tutte le posizioni.
Quattro jhana: i primi quattro carana Dhamma iniziano con l’osservanza dei precetti; la parte iniziale della meditazione Samatha e la cincuplice maestria.

Consapevolezza del respiro
Qui un bhikkhu, andato nella foresta o sotto un albero o in una capanna vuota, si siede, dopo aver piegato le gambe a croce, messo il suo corpo eretto, e stabilito la consapevolezza in fronte a lui, continuamente consapevole inspira, consapevole espira.
1. Inspirando lungo, capisce: «sto inspirando lungo», o espirando lungo, capisce: «sto espirando lungo». inspirando breve, capisce: «sto inspirando breve» o espirando breve, capisce: »sto espirando breve. Si allena così: «inspirerò sperimentando tutto il corpo», si allena così: «espirerò sperimentando tutto il corpo», si allena così: «inspirerò tranquillizzando la formazione del corpo», si allena così: «espirerò tranquillizzando la formazione del corpo ».
2. Si allena così: inspirerò sperimentando l’estasi», si allena così: «espirerò sperimentando l’estasi», si allena così: «inspirerò sperimentando il piacere», si allena così: «espirerò sperimentando il piacere », si allena così:» inspirerò sperimentando la formazione mentale”, si allena così: «espirerò sperimentando la formazione mentale, si allena così: «inspirerò tranquillizzando la formazione mentale, si allena così: «espirerò tranquillizzando la formazione mentale».
3. Si allena così: «inspirerò sperimentando la mente», si allena così: «espirerò sperimentando la mente», si allena così: «inspirerò allietando la mente», si allena così: «espirerò allietando la mente”, si allena così: «inspirerò concentrando la mente», si allena così: «espirerò concentrando la mente”, si allena così: «inspirerò liberando la mente”, si allena così: «espirerò liberando la mente».
4. Si allena così: «inspirerò contemplando l’impermanenza», si allena così: «espirerò contemplando l’impermanenza», si allena così: »inspirerò contemplando la dissolvenza”, si allena così: «espirerò contemplando la dissolvenza », si allena così: «inspirerò contemplando la cessazione”, si allena così: «espirerò contemplando la cessazione”, si allena così: «inspirerò contemplando la rinuncia”, si allena così: «espirerò contemplando la rinuncia”.
(MN 118)
Inspiro ed espiro sono formazioni del corpo.
Pensiero applicato e pensiero sostenuto sono formazioni verbali. Percezione e sensazioni sono formazioni mentali.
Adempimento delle quattro fondazioni della consapevolezza
1. Contemplando il corpo come corpo – Primo tetra
2. Contemplando la sensazione come sensazione – Secondo tetra
3. Contemplando la mente come mente – Terzo tetra
4. Contemplando l’oggetto mentale come oggetto mentale – Quarto tetra

Satipatthana
• Atapi – diligente
• Sampajana – sapendo chiaramente
• Sati – attento
• Vineyya abbhijja – domanassa – libero dal desiderio e malcontento
——–
• Ajjhata / bahinddha – interno / esterno: sé stesso o altri, o sé stesso e gli altri
• Samudaya / Vaya – apparire / svanire: apparire o svanire, o apparire e svanire
• Nanamattaya patissatimattaya – pura conoscenza e continua consapevolezza
Anissito ca viharati, na ca kinci loke upadiyati – indipendente, senza attaccamento a qualsiasi cosa al mondo

Kilesa
Di solito tradotto come contaminanti, macchie. Kilesa sono le zanne di avijja e il suo territorio e i suoi strumenti sono i cinque aggregati (khanda). C’è solo un trono su questi cinque khanda e chi è al comando può utilizzare i cinque khanda a loro piacimento. Ci sono due forze che costantemente lottano per questo trono, uno è l’oscurità (avijja), e una è la luce (Dhamma). Nella maggior parte dei casi, le kilesa hanno autorità esclusiva sul trono e solo una volta ogni tanto Dhamma riesce a mettere il suo dito mignolo per dire che anche lui vuole utilizzare questo trono. Quando abbiamo sati, Dhamma è al comando, per esempio ci dice che vogliamo meditare per un’ora, ma dopo pochi secondi le kilesa ci dicono che è sufficiente. Quindi, se ci sediamo a meditare, durante quest’ora, è una lotta costante tra le kilesa e il Dhamma. Se rinunciamo lasciamo il comando alle kilesa. I cinque khandha sono gli strumenti che le kilesa usano, con cui si può creare un cattivo kamma, se Dhamma è presente, userà gli stessi khandha per creare un buon kamma, favorendo sila, samadhi e panna.

I dieci eserciti di Mara
1. Oggetti di sensualità, animati o inanimati, e i contaminanti della sensualità, che è il desiderio di questi oggetti sensuali. Entrambe queste forme di sensualità sono la causa di diventare illusi, quindi di non sapere la verità.
2. Avversione e insoddisfazione, non aver piacere nell’essere un recluso, di apprendere e praticare, nell’isolamento, e in samatha vipassana.
3. La sete e la fame.
4. Stanchezza. Quando oppressi dalla sete e dalla fame alcuni diventano fisicamente e mentalmente deboli, diventano sfiduciati, indolente e infelice. Come la stanchezza s’insidia, non vogliono continuare nell’ascetismo.
5. Pigrizia e torpore. Con nessun progresso nella loro pratica diventano pigri e scoraggiati, si annoiano e cadono in uno stato di sconforto.
6. Paura. Eccessivo sonno, causa della pigrizia, provoca lo stallo nella loro meditazione e ottusità della loro mente. Sopraffatto dal desiderio, diventano deboli e confusi su questo o quello. Come la paura s’insidia, vengono scossi dalla paura e col cuore tremante, confondono una tigre per un orco.
7. Dubbio. Anche se vincono la paura e ritrovano il coraggio attraverso la pratica, non sono sicuri se sono effettivamente sul Sentiero.
8. Arroganza e la superbia. Dopo aver superato il dubbio, hanno un’alta opinione di se.
9. Desiderio e presunzione. Sono soddisfatti ed entusiasti di avere abbondanza di doni, di essere testimoni della diffusione della loro fama in tutti e quattro le direzioni.
10. Lodare se stessi e disprezzare gli altri.
Le dieci perfezioni
1. Generosità: dare senza paura
2. Moralità: la separazione dalla causa della sofferenza e non perdere la facoltà della verità
3. La rinuncia: senza avidità, senza tetto
4. Saggezza: considerare meriti e demeriti, secondo il Dhamma, rifiutare il male e prendere il bene
5. Sforzo, energia: senza abbandonare l’energia, sforzarsi continuamente
6. Pazienza: non arrabbiarsi quando gli altri si lamentano e ti odiano
7. Verità: dichiarare la verità, dimorare nella verità, mantenere la verità
8. Determinazione: non rompere le proprie promesse, ma mantenerle fedelmente 9. Amorevole gentilezza: identificarsi con tutti gli esseri
10. Equanimità: riguardare amici, indifferenti, e nemici allo stesso modo, senza odio e desiderio

Condivisione, Aspirazione, Determinazione
Possano tutti gli esseri ricevere i meriti accumulati da me.
grazie alla bontà che nasce dalla mia pratica, con il potere di quest’azione meritevole, e grazie a quest’atto di condivisione, che tutti i desideri e attaccamenti rapidamente cessino e tutti gli stati mentali dannosi.
Fino a quando non realizzo Nibbana, in ogni tipo di nascita, possa avere una mente retta, possa non associarmi con gli stolti, possa associarmi con i saggi.
Con consapevolezza e saggezza, austerità e vigore, che le forze dell’illusione non possono indebolire la mia decisione.
Il Buddha è il mio rifugio eccellente, insuperabile è la protezione del Dhamma, il Pacceka Buddha è il mio nobile signore, il Sangha è il mio sostegno supremo.
Attraverso il potere supremo di tutti questi, possono tenebre e illusione essere dissipati, per la potenza delle dieci direzioni, posano tenebre e illusione essere dissipate.

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I cinque ostacoli

Brama
Avversione
Accidia
Superbia
Dubbio

I sette fattori del risveglio

Consapevolezza
Raccoglimento (esame dei fenomeni)
Forza
Serenità gioiosa
Calma
Concentrazione
Equanimità

I cinque dyanhi Buddha

Buddha Vairochana insegnamento – pone fine alla visione dualistica (io e gli aggregati, io e gli altri, io e i fenomeni)
Buddha Akshobhya indistruttibilmente sereno – incrollabile fiducia che ci si può liberare dal samsara
Buddha Ratnasambhava budda della generositá – realizza tutti i voti
Buddha Amitabha buddha della compassione – desiderare che gli altri si liberino dalla sofferenza
Buddha Amoghasiddhi buddha della saggezza – unica sua preoccupazione é aiutare gli altri

L’addestramento mentale in sette punti

Preliminari
– inchino (rispetto, umiltà),
– offerta,
– confessione (pentimento),
– rallegrarsi (per le proprie azioni virtuose, degli altri o delle qualità del Buddha),
– invocare alla dottrina,
– chiedere al Buddha di non morire,
– dedicare i meriti accumulati al benessere degli altri
Pratica addestramento
Trasformare circostanze avverse
La pratica integrata
I segni di abilità
Gli impegni
1. Non contraddire l’addestramento mentale che ti sei ripromesso di seguire.
2. Non essere temerario, nella pratica.
3. Non essere parziale: addestrati sempre nei tre punti generali. 9ª7777777€
4. Trasforma il tuo atteggiamento, ma mantieni il tuo comportamento naturale.
5. Non discutere dei difetti altrui.
6. Non preoccuparti degli affari degli altri.
7. Addestrati per contrastare qualsiasi emozione disturbante, pur grande che sia.
8. Abbandona ogni speranza di ricompensa.
9. Evita il cibo malsano.
10. Non farti vincolare da un pregiudizievole senso del dovere.
11. Non fare commenti sarcastici.
12. Non stare in agguato.
13. Non colpire gli altri nel loro punto debole.
14. Non caricare un bue col fardello d’uno yak.
15. Non abusare della pratica.
16. Non voler vincere a tutti i costi.
17. Non trasformare gli dei in demoni.
18. Non percepire la sofferenza altrui come la propria felicità.
I precetti
1. Agisci con una sola intenzione.
2. Tutti gli errori devono essere rettificati in un sol modo.
3. Due sono gli impegni: uno all’inizio ed uno al termine.
4. Affronta con pazienza ogni situazione si presenti, sia positiva che negativa.
5. Proteggi i due punti come se fossero più preziosi della tua stessa vita.
6. Addestrati nei tre livelli di difficoltà,
7. Consegui le tre cause principali.
8. Non lasciar degenerare le tre attitudini.
9. Non separarti mai dai tre possessi.
10. Pratica sempre con sincera imparzialità.
11. Apprezza la pratica globale e d’ampia portata.
12. Addestrati costantemente per far fronte a situazioni difficili.
13. Non fare affidamento su altre condizioni.
14. Impegnati da subito nelle pratiche principali.
15. Non applicare una concezione sbagliata.
16. Non essere discontinuo,
17. Pratica senza battere ciglio,
18. Affidati all’indagine ed all’analisi,
19. Non essere presuntuoso,
20. Non essere irascibile,
21. Non essere instabile.
22. Non aspettarti gratitudine.

Le sei paramita

Generosità
Etica
Pazienza
Vigore
Concentrazione meditativa
Saggezza discriminante

Gli otto dharma mondani

1 Essere compiaciuti per i guadagni
2 Essere dispiaciuti per le perdite
3 Essere compiaciuti quando sperimentiamo piacere
4 Essere dispiaciuti quando sperimentiamo sofferenza
5 Essere compiaciuti per la buona reputazione
6 Essere dispiaciuti per la cattiva reputazione
7 Essere compiaciuti quando riceviamo lodi
8 Essere dispiaciuti quando riceviamo critiche

I tre veleni

Ignoranza
Avversione
Attaccamento

Otto versi x addestrare la mente

1- Con la determinazione di compiere il supremo benessere di tutti gli esseri senzienti,
che supera anche il gioiello che appaga,
imparerò a considerare tutti loro estremamente importanti.

2- Ogni volta che frequenterò gli altri,
imparerò a pensare a me stesso come al più infimo tra tutti
e rispettosamente considererò gli altri superiori
dal profondo del mio cuore.

3- In tutte le azioni imparerò a cercare nella mia mente
e, appena emerge un’emozione perturbatrice
che può danneggiare me e gli altri,
mi impegnerò ad affrontarla e vincerla.

4- Imparerò ad amare gli esseri maligni
e quelli che sono oppressi da forti azioni negative e da sofferenze,
come se avessi trovato un prezioso
tesoro difficile da trovare.

5- Quando gli altri, spinti dall’invidia, mi trattano male
con abusi, calunnie e cose simili,
imparerò a prendere su di me tutte le sconfitte
e a offrire loro la vittoria.

6- Quando colui al quale avevo recato beneficio con grande speranza
mi ferisce con cattiveria, senza ragione,
imparerò a vedere questa persona
come un eccellente guida spirituale.

7- In breve, imparerò a offrire a tutti, senza eccezione
direttamente e indirettamente, tutto l’aiuto e la felicità
e rispettosamente prenderò su di me
tutti i guai e le loro sofferenze.

8- Imparerò a mantenere tutte queste pratiche
incontaminate dagli otto interessi mondani
e, attraverso la comprensione dell’illusorietà dei fenomeni,
possa essere liberato dal sentimento di attaccamento.

I cinque precetti buddisti per i laici

1) Astenersi dall’uccidere, dal far del male o molestare gli altri esseri viventi (animali e insetti compresi), e dal danneggiare le altrui proprietà.
2) Astenersi dal rubare e dal prendere il non dato; i monaci vivono delle offerte dei laici e questi ultimi con il guadagno del lavoro onesto mantengono se stessi, la famiglia e aiutano i bisognosi.
3) Astenersi da una condotta sessuale moralmente irresponsabile; tradire (o pensare di farlo) il proprio partner, guardare gli altri con pensieri libidinosi, avere un abbigliamento indecoroso.
4) Astenersi dal mentire, dall’offendere, dai pettegolezzi e dalle calunnie; evitare il più possibile un giudizio superficile sulle altre persone.
5) Astenersi dall’uso di sostanze inebrianti come l’alcool o droghe che causano danni a se stessi, possono causarne ad altri e che in generale conducono ad un offuscamento mentale che impedirebbe la piena attenzione e consapevolezza dei propri pensieri ed azioni.

Le Tre caratteristiche e I 5 Aggregati – Albero della illuminazione (XI, XII)

Fonte originale

Le Tre Caratteristiche Universali

Prima di passare ad esaminare le tre caratteristiche singolarmente, cerchiamo di capire che significato hanno e come possono essere utilizzate. Prima di tutto che cosa è una caratteristica? Una caratteristica è qualcosa sempre connesso con qualcos’altro e ci può indicare la natura di quella cosa. Facciamo un esempio: il calore è la caratteristica del fuoco, ma non dell’acqua. Il calore è la caratteristica del fuoco perché è sempre e invariabilmente connesso col fuoco,  mentre invece, che l’acqua sia calda o no dipende da fattori esterni  come una stufa elettrica o il calore del sole o altro. E’ in questo senso che il Buddha  usa il termine “caratteristica” per riferirsi ai fatti riguardanti  la natura dell’esistenza che sono sempre connessi all’esistenza  stessa o che comunque si trovano nell’esistenza e intendeva dire che queste caratteristiche sono sempre presenti nell’esistenza.

Le tre caratteristiche dell’esistenza sono: impermanenza, sofferenza e non sé. Queste tre caratteristiche sono sempre presenti o connesse all’esistenza e ci parlano della natura dell’esistenza. Ci aiutano a sapere cosa farne di questa esistenza. Come risultato della comprensione di queste caratteristiche, impariamo a sviluppare la rinuncia o distacco. Quando capiamo che l’esistenza è universalmente caratterizzata  da impermanenza, sofferenza e non sé, abbandoniamo l’attaccamento all’esistenza. E una volta abbandonato l’attaccamento all’esistenza, arriviamo alla soglia del Nirvana.

Questo è lo scopo della comprensione delle tre caratteristiche: rimuove l’attaccamento, abbandonando l’illusione che ci porta erroneamente a pensare che l’esistenza sia permanente, piacevole e collegata a un sé. Questa è la ragione per cui le tre caratteristiche fanno  parte del contenuto della saggezza.

Vediamo ora la prima delle tre caratteristiche dell’esistenza, la caratteristica dell’impermanenza. L’impermanenza fa parte non solo del pensiero buddhista, ma anche della storia del pensiero umano. Fu Eraclito, filosofo  dell’antica Grecia, ad affermare che non ci si può bagnare due  volte nello stesso fiume. Questa osservazione che implica la natura sempre mutevole e passeggera delle cose, è molto buddhista.

Se guardiamo a noi stessi vediamo che il corpo è impermanente e soggetto a un cambiamento continuo. Dimagriamo, invecchiamo, i capelli incanutiscono, i denti e i capelli cadono. Se volete una prova dell’impermanenza della  forma fisica, basta che guardiate le foto della patente o del passaporto attraverso gli anni. Anche gli stati mentali sono impermanenti. Un momento siamo felici,  un altro tristi. Questo è vero anche per ciò che ci circonda. Nessuna delle cose che vediamo intorno a noi durerà per sempre: né le case, i templi, i fiumi, le isole, le catene di montagne,  gli oceani. Sappiamo per certo che anche tutti i fenomeni naturali, anche  quelli che ci sembrano più durevoli, perfino lo stesso sistema solare,  un giorno cesseranno di esistere.

Questo processo di cambiamento continuo, personale e impersonale, interno ed esterno, va avanti in continuazione, anche quando non ce ne accorgiamo e influisce profondamente su di noi nella vita quotidiana. I rapporti con  gli altri sono soggetti alla caratteristica dell’impermanenza e del cambiamento. Gli amici diventano nemici e i nemici diventano amici. Addirittura i nemici possono diventare parenti e i parenti nemici. Se osserviamo profondamente la nostra vita vediamo come il rapporto con gli altri sia segnato dall’impermanenza.  Anche i nostri beni sono impermanenti. Tutto ciò che amiamo, case, automobili, vestiti è impermanente. Tutto si deteriora e alla fine viene distrutto. In tutti gli aspetti della vita sia materiali che mentali,sia nelle relazioni con gli altri che con i nostri beni, possiamo verificare direttamente l’impermanenza, osservandola nella sua immediatezza.

E’ importante capire l’impermanenza non solo per la pratica del Dharma, ma anche per la vita quotidiana. Spesso le amicizie si deteriorano e finiscono perché una delle due persone non si accorge che l’atteggiamento e gli interessi dell’amico sono cambiati. E quanti matrimoni falliscono perché uno o entrambi i partner non tengono conto del fatto che l’altro è cambiato?

Siamo talmente bloccati da idee fisse, artificiali, immutabili sul carattere e le personalità degli amici e parenti, che non riusciamo a sviluppare un giusto rapporto con loro e perciò non riusciamo a capirci. Ugualmente, non possiamo sperare di avere successo nella vita pubblica o di lavoro se non ci teniamo al passo col cambiamento delle situazioni, come ad esempio una nuova svolta nella nostra professione o attività. E’ necessario capire l’impermanenza della nostra vita privata e sociale, se vogliamo essere efficienti e creativi nel modo di rapportarci alle nostre situazioni personali e professionali.

Sebbene la comprensione dell’impermanenza offra immediati benefici qui e ora, è un aiuto particolarmente efficace anche nella pratica del Dharma. La comprensione dell’impermanenza è un antidoto all’attaccamento e alla malevolenza. Ci sprona a praticare il Dharma e infine è una chiave per capire la natura ultima delle cose, cioè come esse realmente sono.

Si dice che, per chi vuole praticare il Dharma, il ricordo della morte è come un amico e un insegnante. Rammentarsi della morte indebolisce l’eccessivo  attaccamento e la malevolenza. Quante contese, dissensi insignificanti, quante  ambizioni e inimicizie durate tutta una vita perdono ogni importanza di fronte al riconoscimento dell’inevitabilità della morte? Attraverso i secoli, i maestri buddhisti hanno sempre incoraggiato i praticanti seri a ricordarsi della morte, a ricordare l’impermanenza di questa nostra personalità.

La meditazione sulla morte è molto benefica. Tutti dobbiamo rammentarci della certezza della nostra morte. Dal momento della nascita procediamo inesorabilmente verso la morte. Ricordando questo e ricordandosi che al momento della morte dovremo abbandonare famiglia, ricchezze e fama, dobbiamo volgere la mente alla pratica del Dharma. Sappiamo che la morte è assolutamente certa. Non c’è mai stato alcun essere che ne sia scampato. Eppure, anche se la morte è certa, il momento della morte è incerto. Possiamo morire in ogni istante. Si dice che la vita sia come una candela al vento o come una bolla d’acqua; può spegnersi o scoppiare da un momento all’altro. Sapendo che il momento della morte è imprevedibile e che ora abbiamo le condizioni e l’opportunità di praticare il Dharma, dobbiamo praticarlo subito, in modo da non sprecare questa opportunità e questa preziosa vita umana.

Infine, comprendere l’impermanenza è un aiuto alla comprensione della verità ultima sulla natura delle cose. Vedendo che tutto si deteriora e cambia ad ogni istante, cominciamo anche a vedere che nulla ha un’esistenza  propria, essenziale, che in noi e intorno a noi non c’è nessun     “sé”, niente di consistente. In questo senso l’impermanenza  è in rapporto diretto con l’ultima delle tre caratteristiche, la caratteristica del non sé. Capire l’impermanenza è la chiave per capire il non sé. Ora andiamo alla seconda delle tre caratteristiche: la caratteristica della sofferenza.

Il Buddha ha detto che tutto ciò che è impermanente è  doloroso, e che tutto ciò che è impermanente e doloroso non ha un sé. Tutto ciò che è impermanente è doloroso perché l’impermanenza è occasione di sofferenza. L’impermanenza è un’occasione di sofferenza piuttosto che una causa di sofferenza, perché l’impermanenza è solo un’occasione di sofferenza finché sono presenti ignoranza, bramosia e attaccamento. Perché? Nella nostra ignoranza della vera natura della realtà, desideriamo e ci attacchiamo alle cose nella vana speranza che siano durature, che possano dare una felicità permanente. Non capendo che la gioventù, la     salute e la vita stessa sono impermanenti le desideriamo e ci attacchiamo ad esse. Vogliamo trattenere la gioventù e prolungare la vita, ma, siccome sono impermanenti per natura, ci scivolano tra le dita. Ed è allora che l’impermanenza diventa occasione di sofferenza. Ugualmente, se non riconosciamo la natura impermanente dei nostri beni, del potere e del prestigio, li desideriamo e ci attacchiamo ad essi. Quando finiscono, la loro impermanenza è occasione di sofferenza.

Ora trattiamo della terza caratteristica universale dell’esistenza, la caratteristica del non sé, impersonalità o insostanzialità. Questo è uno degli aspetti veramente distintivi del pensiero buddhista e dell’insegnamento del Buddha.

Talvolta questo insegnamento del non sé causa una certa confusione     perché la gente si domanda come sia possibile negare l’esistenza di un sé. In fin dei conti, diciamo “Io sto parlando” o “Io sto camminando”, “Io mi chiamo così e così” o “Io sono il padre (il figlio) di quella certa persona”. Come     possiamo allora negare la realtà di questo “io”?

Per chiarir ciò, è importante ricordare che il rifiuto buddhista di un “io” non è il rifiuto della designazione convenzionale del termine “io” o di un nome. E’ piuttosto il rifiuto dell’idea che il nome o il termine “io” sottintende: una realtà sostanziale, permanente, immutabile. Quando il Buddha disse che i cinque fattori dell’esperienza  personale non sono il sé e che il sé non può essere trovato in loro, voleva dire che, se si analizza il nome o il termine “io” non corrisponde ad alcuna essenza o entità.

Il Buddha usò l’esempio di un carro e di una foresta per spiegare il rapporto tra il nome o il termine “io” e le componenti dell’esperienza personale. Il Buddha spiegò che la parola “carro” è semplicemente un nome convenzionale per indicare un raggruppamento di parti messe insieme in un certo modo particolare. Le ruote non sono il carro, né l’asse, né la struttura e così via. Ugualmente un solo albero non è una foresta, né lo sono un certo numero di alberi. Eppure non c’è foresta separata dai singoli alberi, per cui il termine “foresta” è il nome convenzionale di un raggruppamento di alberi.

Questo è il significato del rifiuto del “sé” del Buddha. Il suo è il rifiuto della credenza in un’entità reale, indipendente e permanente rappresentata dal nome o dal termine “io”. Se ci fosse una tale entità dovrebbe essere indipendente, durevole, immutabile e resistente ai cambiamenti, ma una tale entità permanente, un tale sé non si può trovare da nessuna parte.

Il Buddha usò il seguente metodo d’analisi per dimostrare che il sé non si può trovare da nessuna parte del corpo e della mente: 1) Il corpo non è il sé perché se fosse il sé, questo sé sarebbe impermanente, sarebbe soggetto a cambiamenti, al decadimento, alla distruzione e alla morte. Quindi il corpo non può essere il sé. 2) Il sé non possiede il corpo, nel senso di come io posseggo una macchina o una televisione, perché il sé non può controllare il corpo. Il corpo si ammala, si stanca, invecchia a dispetto di ogni nostro desiderio. Il corpo spesso ha un’apparenza che non si accorda col nostro desiderio. Perciò in nessun modo il sé possiede il corpo. 3) Il sé non esiste nel corpo. Se ispezioniamo il nostro corpo, cominciando dalla testa fino alla punta dei piedi, in nessuna parte troveremo il sé. Il sé non è nelle ossa o nel sangue, nel midollo spinale, nei capelli o nella saliva. In nessuna parte del corpo possiamo trovare un sé. 4) Il corpo non esiste nel sé. Affinché il corpo possa esistere nel sé, bisognerebbe trovare il sé separato dal corpo e dalla mente, ma questo sé non si trova.

Allo stesso modo a) la mente non è il sé perché, come il corpo, la mente è soggetta a un continuo cambiamento ed è agitata come una scimmia. La mente un momento è felice e il momento dopo è infelice. Perciò la mente non è il sé, perché la mente cambia in continuazione. b) Il sé non possiede     la mente perché la mente si esalta e si deprime contro ogni nostro     desiderio. Sebbene sappiamo che certi pensieri sono positivi e altri negativi, la mente segue i pensieri negativi ed è indifferente a quelli positivi. Perciò il sé non possiede la mente, perché la mente agisce     indipendentemente dal sé. c) Il sé non esiste nella mente. Per quanto accuratamente ispezioniamo il contenuto della mente, per quanto accuratamente ispezioniamo le sensazioni, le idee, le tendenze, in nessun angolo della mente o degli stati mentali troveremo il sé. d) La mente non esiste nel sé, perché di nuovo il sé dovrebbe esistere separatamente dalla     mente e dal corpo, e un tale sé non lo troviamo da nessuna parte.

C’è un semplice esercizio che ognuno può fare. Ci sediamo tranquillamente per un po’ e guardiamo nel corpo e nella mente; sicuramente scopriremo che non possiamo localizzare alcun sé nella mente e nel corpo. L’unica conclusione possibile è che il “sé” è solo un nome convenzionale per un insieme di fattori. Non c’è un sé né un’anima, un’essenza, un nucleo centrale di esperienza personale separati dai fattori fisici e mentali dell’esperienza personale, come le sensazioni, le idee, le abitudini e le tendenze e questi fattori sono sempre mutevoli, interdipendenti e impermanenti.

Perché ci prendiamo tanta pena per dimostrare l’inesistenza di un sé? Che benefici ne traiamo? Ne ricaviamo un duplice vantaggio: il primo a livello mondano, nella vita quotidiana, perché diventiamo più creativi, più aperti, siamo più a nostro agio. Fino a quando ci aggrappiamo a un sé dobbiamo sempre cercare di difendere noi stessi, le nostre proprietà, il nostro prestigio, le nostre opinioni e persino le nostre affermazioni. Ma una volta abbandonata la credenza in un sé indipendente e permanente, potremo rapportarci con gli altri e con le situazioni senza paranoia. Potremo agire liberamente, spontaneamente, creativamente. Quindi la comprensione del non sé ci aiuta a vivere meglio.

In secondo luogo, e cosa molto più importante, capire il non sé è la chiave per l’illuminazione. Credere in un sé è sinonimo di ignoranza e l’ignoranza sta alla base delle tre afflizioni. Il momento che identifichiamo, che immaginiamo o che concepiamo noi stessi come un’entità, immediatamente creiamo uno scisma, una separazione tra noi e le persone e cose che ci circondano. Quando abbiamo questo concetto di un sé, reagiamo alle cose e persone intorno a noi con attaccamento o avversione. In questo senso il sé è il vero cattivo della situazione.

Vedendo che il sé è la fonte e la causa di ogni sofferenza e che il rifiuto del sé è la causa della fine della sofferenza, perché non fare del nostro meglio per respingere ed eliminare questa idea del sé, piuttosto che cercare di difenderla, proteggerla e conservarla? Perché non riconoscere che l’esperienza personale è come un albero di banano o una cipolla: se ad essi si toglie uno strato dopo l’altro, se li si esamina criticamente e analizza, scopriremo infine che sono privi di un centro essenziale e sostanziale, che sono privi di un sé?

Quando si comprende, attraverso lo studio, la riflessione e la meditazione,     che tutto è impermanente, pieno di sofferenza e privo di un sé e quando la comprensione di queste verità non è più solo intellettuale o accademica, ma diventa parte della nostra immediata esperienza, allora la comprensione di queste tre universali caratteristiche ci libererà da quegli errori fondamentali che ci tengono imprigionati al ciclo di nascita e morte, gli errori cioè di vedere le cose durevoli, soddisfacenti e che hanno a che fare con un sé. Quando si tolgono queste illusioni sorge la saggezza, così come quando si toglie il buio sorge la luce. E quando sorge la saggezza sperimentiamo la pace e la libertà del Nirvana.

Fino a qui ci siamo limitati a guardare l’esperienza personale in termini di corpo e mente. Ora passiamo a guardare più approfonditamente l’analisi buddhista dell’esperienza personale alla luce degli elementi del nostro universo fisico e mentale.

I Cinque Aggregati

Cominciamo ora a parlare dell’insegnamento dei cinque aggregati: forma, sensazione, percezione, volizione e coscienza. In altre parole, parleremo dell’analisi buddhista dell’esperienza personale o della personalità.

Ciò di cui parleremo ora è fondamentalmente un approfondimento e un ampliamento dell’analisi fatta fino ad ora. Abbiamo parlato degli insegnamenti del non sé e abbiamo esplorato brevemente il modo in cui l’analisi dell’esperienza personale può essere portata avanti in due direzioni: riguardo al corpo e riguardo alla mente. Ricorderete che abbiamo esaminato il corpo e la mente per vedere se vi si poteva trovare il sé, e che abbiamo scoperto che non si può trovare in nessuno dei due. Abbiamo perciò concluso che il termine “sé” è un termine convenzionale che designa un insieme di fattori fisici e mentali, così come il nome “foresta” non è che un termine convenzionale per un insieme di alberi. Ora portiamo ancora oltre l’analisi considerando l’esperienza personale non semplicemente in termini di corpo e mente, ma in termini dei cinque aggregati.

Per primo consideriamo l’aggregato di materia o forma. L’aggregato della forma corrisponde a ciò che chiameremo i fattori materiali o fisici dell’esperienza. Include non solo i nostri corpi ma anche gli oggetti materiali che ci circondano, come la terra, gli alberi, gli edifici e gli oggetti della vita quotidiana. In particolare, l’aggregato della forma include i cinque organi fisici dei sensi e i loro corrispondenti oggetti materiali: gli occhi e le cose visibili, le orecchie e gli oggetti udibili, il naso e gli oggetti olfattivi, la lingua e gli oggetti del gusto e infine la pelle e gli oggetti tangibili.

Ma gli elementi fisici da soli non bastano a produrre un’esperienza. Il semplice contatto degli occhi con gli oggetti visibili, delle orecchie con gli oggetti udibili non possono portare a un’esperienza. Gli occhi possono rimanere indefinitivamente in contatto con un oggetto visibile senza     produrre alcuna esperienza; le orecchie possono stare indefinitamente esposte  a un suono con lo stesso risultato. Solo quando c’è l’unione  degli occhi, di un oggetto visibile e della coscienza si produce l’esperienza di un oggetto visibile. La coscienza è perciò un elemento indispensabile per produrre un’esperienza.

Prima di andare avanti a considerare i fattori mentali dell’esperienza     personale, vorrei parlare brevemente dell’esistenza di un altro organo e dei suoi oggetti: mi riferisco al sesto senso, la mente. Si aggiunge ai cinque organi fisici (occhi, orecchie, naso, lingua, pelle). Come i cinque organi fisici hanno i loro relativi oggetti materiali, così la mente ha come oggetto idee o qualità (dharma). E come nel caso dei cinque sensi fisici, anche qui la coscienza deve essere presente per unire la mente al suo oggetto in modo da produrre un’esperienza.

Ora passiamo ad esaminare i fattori mentali dell’esperienza e a cercare di capire come la coscienza trasforma i fattori fisici dell’esistenza in una esperienza conscia personale. Prima di tutto bisogna ricordare che la coscienza è solo pura consapevolezza o pura sensibilità verso un oggetto. Quando i fattori fisici dell’esperienza entrano in contatto, per esempio gli occhi con gli oggetti visibili, e quando anche la coscienza si accompagna ai fattori materiali dell’esperienza, sorge la coscienza visiva. E’ la semplice consapevolezza dell’oggetto visivo, niente a che vedere quindi con ciò che chiameremmo un’esperienza personale. L’esperienza personale comune avviene attraverso il funzionamento degli altri tre fattori mentali principali: gli aggregati delle sensazioni, percezioni e volizioni o formazioni mentali. Questi aggregati funzionano in modo da trasformare questa semplice consapevolezza dell’oggetto in un’esperienza personale .

L’aggregato delle sensazioni o impressioni è di tre tipi: piacevole,     spiacevole e indifferente. Quando si sperimenta un oggetto, l’esperienza si colora di uno di questi toni emotivi, il tono del piacere, del dispiacere o quello neutro.

Osserviamo ora l’aggregato della percezione. E’ un aggregato che molti trovano difficile da capire. Quando parliamo di percezione ci riferiamo all’azione di riconoscimento o di identificazione. In un certo senso significa attribuire un nome all’oggetto dell’esperienza. La funzione della percezione è convertire un’esperienza indefinita in un’esperienza identificabile e riconoscibile, formulando un concetto o un’idea riguardo ad un oggetto specifico. Come con le sensazioni, in cui c’è un elemento emotivo sotto forma di piacere, dispiacere o indifferenza, così con la percezione abbiamo un elemento concettuale sotto forma di una idea determinata e definita circa l’oggetto dell’esperienza.

Infine vi è l’aggregato della volizione o delle formazioni mentali, che può essere descritto come una risposta condizionata all’oggetto di esperienza. In questo senso ha anche il significato di abitudine. È stato definito la volizione come l’impressione creata da azioni precedenti, l’energia dell’abitudine immagazzinata nel corso di innumerevoli vite precedenti. Qui, anche come aggregato ha lo stesso ruolo. Ma la volizione non ha soltanto una connotazione statica ma anche dinamica, perché, proprio come le azioni attuali sono condizionate da azioni passate, così le risposte attuali sono motivate e dirette verso una specifica direzione dalla volizione. La volizione perciò ha una dimensione morale, mentre  la percezione ha una dimensione concettuale e la sensazione una dimensione emotiva.

Noterete che ho usato sia il termine “volizione” anziché “formazione mentale”. Questo perché i due termini rappresentano ognuno una parte del significato originale: formazione mentale rappresenta  la metà che viene dal passato e volizione rappresenta la metà che è in funzione qui e ora. La volizione e le formazioni mentali lavorano insieme per determinare le risposte che diamo agli oggetti dell’esperienza e queste risposte hanno conseguenze morali, sotto forma di effetti positivi, negativi o neutri.

Vediamo quindi come i fattori dell’esperienza fisici e mentali lavorano insieme per produrre l’esperienza personale. Per chiarire ulteriormente: mettiamo che abbiate deciso di fare una passeggiata in giardino. Mentre camminate gli occhi entrano in contatto con un oggetto visibile. Mentre l’attenzione si fissa sull’oggetto, la coscienza diventa consapevole dell’oggetto che è ancora indeterminato. L’aggregato della percezione ora identifica l’oggetto visibile definendolo, ad esempio, un serpente. A questo punto risponderete all’oggetto con l’aggregato della sensazione, in questo caso con una sensazione spiacevole. Infine reagite all’oggetto con l’aggregato della volizione, che vi conduce a un’azione intenzionale che può essere quella di scappare o di raccogliere un sasso.

In tutte le attività quotidiane possiamo vedere che i cinque aggregati     lavorano insieme per produrre l’esperienza personale. Proprio in questo     momento, per esempio, c’è contatto tra due elementi dell’aggregato forma, le lettere sulla pagina e gli occhi. La coscienza diventa consapevole delle lettere sulla pagina, l’aggregato della percezione identifica le parole che vi sono scritte, l’aggregato della sensazione produce una risposta emotiva (piacere, dispiacere o indifferenza) e l’aggregato della volizione risponde con una reazione condizionata, stabilizzando l’attenzione, sognando, o forse sbadigliando. Possiamo analizzare tutte le nostre esperienze personali nei termini dei cinque aggregati. C’è un punto però che va tenuto presente sulla natura dei cinque aggregati ed è che ognuno di essi è in cambiamento continuo. Gli elementi che costituiscono l’aggregato della forma sono impermanenti e sono in stato di cambiamento continuo. Abbiamo già notato che il corpo invecchia, si indebolisce, si ammala e che anche le cose intorno a noi sono impermanenti e cambiano costantemente. Oggi possiamo rispondere ad una certa situazione con una sensazione di piacere, domani con dispiacere. Oggi possiamo percepire un oggetto in un certo modo e più tardi, in altre circostanze, la percezione potrà cambiare. Nella penombra percepiamo una corda e la prendiamo per un serpente; il momento che l’oggetto viene illuminato percepiamo che è una corda.

Le percezioni, come le sensazioni e gli oggetti materiali della nostra esperienza sono impermanenti e sempre mutevoli. Così anche le risposte volitive. Possiamo cambiare le abitudini, possiamo imparare a essere gentili e comprensivi. Possiamo acquisire la capacità della rinuncia, dell’equanimità, ecc. Anche la coscienza è impermanente e in cambiamento continuo. La  coscienza sorge in dipendenza di un oggetto e di un organo sensoriale. Non può esistere di per sé. Come abbiamo visto, tutti i fattori     fisici e mentali dell’esperienza, come il nostro corpo, gli oggetti fisici che ci circondano, la mente, le nostre idee, sono impermanenti e sempre in mutamento. Tutti gli aggregati sono impermanenti e costantemente mutevoli. Sono processi, non cose. Sono dinamici, non statici.

Qual è lo scopo di questa analisi dell’esperienza personale sotto il profilo dei cinque aggregati? Qual è lo scopo di scomporre l’unità apparente dell’esperienza personale negli elementi di forma, sensazione, percezione, volizione o formazioni mentali e coscienza? Lo scopo è di suscitare la saggezza del non sé. Ciò che vogliamo conseguire è un modo di sperimentare il mondo che non sia costruito su e intorno all’idea di un sé. Vogliamo poter vedere l’esperienza personale come un processo, come funzioni impersonali piuttosto che come un sé e ciò che è attribuibile al sé. Questo porterà ad un atteggiamento di equanimità, che ci aiuterà a superare i turbamenti emotivi di speranza e paura verso le cose del mondo.

Speriamo nella felicità, temiamo il dolore. Speriamo di ricevere lodi,     temiamo il rimprovero. Speriamo di ottenere, temiamo di perdere. Speriamo di essere famosi, temiamo l’anonimato. Viviamo sempre tra speranza e timore. Sperimentiamo queste speranze e queste paure perché comprendiamo la felicità e il dolore e tutto il resto come riferiti a un sé:     crediamo che felicità e dolore, lode e rimprovero, ecc. siano personali. Ma una volta che comprendiamo che sono processi impersonali, e una volta che, attraverso questa comprensione, ci liberiamo dell’idea di un sé,     possiamo superare la speranza e la paura. Possiamo guardare alla felicità     e al dolore, alla lode e al rimprovero, e a tutto il resto con equanimità e con mente serena. Solo allora non saremo più soggetti agli squilibri provocati dall’alternanza tra speranza e paura.

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Manifesto Buddista

Ho realizzato questo piccolo manifesto Buddhista e desidero condividerlo con tutti voi.
Davide

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