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Sorgere dipendente (aspetto filosofico), non violenza (aspetto pratico) e I Quattro Sigilli del Buddismo

link:Fonte originale: CentroNirvana Corso tenuto dal Ven. Khenrab
Rinpoche Il 27 – 28 febbraio 2010 al Centro Ghe Pel Ling Traduttore: Norbu Lamsang pubblicata da Eli Parisio

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Questo è il primo incontro del 2010 e, per motivi di buon auspicio, il tema sarà l’introduzione al Buddhismo. Parlerò di due aspetti del Buddismo: aspetto filosofico e pratico e i quattro pilastri del Buddhismo.
Sappiamo che nel mondo esistono differenti insegnamenti spirituali e religiosi, che dipendono dalle diverse aspirazioni della gente.
Non tutti hanno le stesse visioni e opinioni, c’è chi riceve benefici dal Cristianesimo, chi dall’Induismo, chi dall’Islam e chi dal sentiero interiore buddhista. Ognuno riesce a calmare la propria mente seguendo diverse religioni.
Certo, lo scopo finale, essenziale, da parte di tutte le religioni è quello di realizzare la pace mentale, ma ogni religione propone un suo metodo; le tecniche possono essere diverse, ma lo scopo da realizzare è unico ed è la pace della mente.
Non solo nel mondo esistono differenti sentieri spirituali, ma nel Buddismo stesso esistono diverse scuole filosofiche e tradizioni differenti. Tutte fanno riferimento a Buddha Sakyamuni. Abbiamo le scuole Vaibashika, Sautantrika, Cittamatra e Madyamika.
Le ragioni per cui ci sono diverse scuole dipende dalle predisposizioni e dalle capacità differenti dei praticanti; ognuno troverà quella più adattaper lui.
Così, benché nel mondo esistano diverse scuole filosofiche e diverse scuole e così all’interno del Buddhismo, sappiamo che lo scopo finale, per tutte, è realizzare la pace nella mente. Queste diverse scuole devono esistere perché non tutti i praticanti
sono uguali e ognuno deve avere la possibilità di scegliere il sentiero più adatto per lui. Benché si sia avuto un grande sviluppo materiale, che favorisce il benessere fisico, gli esseri non sono soddisfatti e sono alla ricerca di una felicità interiore, mentale.

Il problema è la sofferenza, che è di due livelli: esteriore, fisico; interiore, mentale.
Molti problemi fisici (malattie ecc..) possono essere risolti da uno sviluppo esteriore, ma molti problemi mentali purtroppo non vengono eliminati da questo sviluppo. Da qui la necessità di ricercare un metodo interiore per eliminare la sofferenza della mente.
Ad esempio, quando ci ammaliamo andiamo in ospedale, facciamo le analisi, ci viene data una cura e noi la seguiamo. Questo richiede tempo, sforzo e impegno.
Per quanto riguarda le difficoltà mentali, non abbiamo cure esteriori; per potere curare le malattie mentali bisogna conoscere un metodo interiore, di tipo mentale, perché il problema è la diretta conseguenza di un modo di pensare e, quindi, la soluzione deve venire dalla mente stessa, attraverso un cambiamento del modo di pensare.
La cura non è semplice, è ancora più difficile che curare i problemi fisici. Prima bisogna imparare, poi praticare e ci vorrà tempo per avere un cambiamento. Se lo sviluppo materiale non viene accompagnato da una preparazione mentale, fatta tramite l’insegnamento, mancando lo sviluppo virtuoso mentale, lo sviluppo materiale diventerà solo causa di ulteriore Insoddisfazione, dovuta all’incremento dell’attaccamento e del desiderio. C’è quindi la necessità di essere supportati da uno sviluppo mentale.
Il problema principale nella nostra vita è sempre la sofferenza e, quindi, bisogna conoscere la sofferenza e la sua origine. Per parlare dell’origine bisogna parlare della coscienza, argomento fondamentale nel Buddhismo.
Ci sono le coscienza sensoriali e la coscienza mentale che funzionano in stretta collaborazione. Ad esempio, la coscienza visiva percepisce una forma e causa una reazione nella coscienza mentale (che ne viene quindi condizionata). La reazione potrà essere di due tipi: se quella forma percepita è bella, può sorgere una sensazione piacevole, ma mista di desiderio, di attaccamento. Se la mente, Invece, percepisce la forma come brutta, questo produce una sensazione sgradevole, di sofferenza.
Tutti gli esseri senzienti vogliono essere felici e liberi dalla sofferenza, tutti gli esseri sono alla ricerca della felicità.
Ma ci sono diversi modi di farlo. Sarà molto difficile pensare di potere raggiungere la felicità solo con i mezzi materiali.
Tra le religioni, che propongono un metodo per aiutare gli esseri a raggiungere la felicità senza mezzi materiali, c’è il Buddhismo. L’insegnamento di Buddha viene definito interiorista e tutti gli altri, esterioristi.
Il concetto interiorista significa che è un metodo interiore, mentale, per raggiungere la felicità. Chi propone un metodo materiale viene definito esteriorista. Come potremo discriminare correttamente se una persona è buddhista o no? È buddhista se pratica il rifugio nel Buddha, nel Dharma e nel Sangha. Ma di questo e del concetto del karma parleremo nei prossimi incontri.
Due sono i concetti fondamentali da comprendere: l’aspetto filosofico e l’aspetto pratico (comportamento e azione  concreta).
La profondità dell’insegnamento, ciò che rende straordinario l’insegnamento di Sakyamuni Buddha, è la spiegazione dall’aspetto filosofico del sorgere interdipendente. L’altro aspetto è relativo al comportamento pratico: la non violenza che dipende dalla motivazione e la motivazione è la grande compassione. Se sorge la grande compassione, conseguentemente anche le azioni del corpo e della mente sono non violente. Ci sono due tipi di compassione: la compassione in generale e la grande compassione.
La compassione in generale viene insegnata da tutte le religioni, la grande compassione è più particolare. Nel Buddhismo viene insegnata la grande compassione perché la realtà della nostra esistenza avviene sulla base del sorgere interdipendente e la non violenza ha, come ragione di base, la visione del sorgere interdipendente. La realtà stessa diventa la ragione del perché il nostro comportamento sia non violento. Significa che tra sé e gli altri c’è una relazione.
Questo tipo di interdipendenza fa riferimento alla causa-effetto. E questo è intrinseco nella nostra realtà: la mia azione produce effetto sugli altri, le azioni degli altri producono effetto su di me e per questo diventa importante assumere un
comportamento non violento.
Se guardiamo alle religioni, dal passato più remoto ad oggi, possiamo distinguere essenzialmente due tipologie: religioni prive di una interpretazione, visione filosofica, e religioni con una propria spiegazione filosofica. All’interno delle religioni che hanno una spiegazione filosofica si possono riconoscere due ulteriori tipologie: chi contempla la presenza di un creatore (che è un fenomeno permanente) e chi non la contempla.
Chi nega un creatore, a sua volta si distingue tra chi crede che esista un sé (un io) come permanente, singolo e chi nega la sua esistenza come permanente e singolo. Nel Buddhismo ci sono queste due visioni.
Nel Buddhismo esiste una visione che non sostiene l’esistenza di un creatore, né di un sé permanente, autosufficiente, singolo. La ragione per cui sostiene la non esistenza di entrambi sta nella realtà del sorgere interdipendente.
Nel mondo reale c’è l’interdipendenza relativa al rapporto causa-effetto, come c’è anche l’interdipendenza relativa al rapporto del dipendere dalle parti (dai componenti, dagli elementi). Questa interdipendenza è superiore a quella della causa-effetto.
L’interdipendenza della causa-effetto elimina l’esistenza di un sé permanente. L’interdipendenza del dipendere dalle parti elimina la possibilità che un sé esista come singolo e autosufficiente.
Il Buddhismo non accetta l’esistenza di un creatore perché questo andrebbe contro il principio del sorgere interdipendente della relazione causa-effetto.
Se il Buddhismo accettasse l’esistenza di un creatore dovrebbe accettare Buddha come creatore, e come conseguenza, iMbuddhisti dovrebbero sostenere che Buddha può decidere tutto, chi creare, chi non creare, come deve vivere una persona ecc..
Questo non è possibile perché va contro un principio reale evidente: la realtà del sorgere interdipendente.
Gli esseri sono interessati al non soffrire, di conseguenza, occorre trovare il rimedio alla sofferenza. Buddha non decide chi deve soffrire e chi no, ma nella sua vita ha individuato che la causa della sofferenza sta nella mente La sofferenza principale sta nella mente dell’individuo stesso ed è riconducibile all’ignoranza. A causa dell’ignoranza si produce il karma e afflizioni mentali più karma portano a sperimentare la sofferenza.
Visto che la causa principale è l’ignoranza dell’essere senziente, è l’essere stesso che deve rimuovere, purificare la propria Ignoranza. Ma come può farlo? Deve praticare, ma per praticare bisogna prima conoscere e per conoscere bisogna ascoltare gli insegnamenti. Buddha ha mostrato il sentiero, questo è quello che Buddha può fare, non può decidere chi deve soffrire e chi deve essere felice. La soluzione per la nostra sofferenza sta a noi e sta nel purificare l’ignoranza.
Nagarjuna ha composto una lode a Buddha: “Tu stesso, spinto dalla forza della compassione, ti sei liberato completamente dalla tua ignoranza per cui hai mostrato il sentiero profondo affinché anche gli altri possano riuscire a liberarsi dalla propria ignoranza”.
Questo è il modo di praticare da chi ha a predisposizione a seguire il sentiero buddista, ma non tutti sono così, non tutti sono uguali e, quindi, non possiamo pretendere che tutti seguano questo sentiero. Molti hanno la predisposizione al sostenere la presenza di un creatore, come i cristiani, e per loro quello è il sentiero adatto perché, seguendo quel tipo di insegnamento, traggono beneficio.
Quel tipo di praticante praticherà in accordo con quanto gli è stato insegnato, deve avere una fede molto forte e più forte sarà la fede verso Dio, più seguirà i suoi insegnamenti. La sua predisposizione mentale è che esista un essere onnipotente che, se pregato con fede, esaudisce i suoi desideri. A questi viene insegnato ad avere fede in Dio, se ha fede in Dio deve fare quello che Lui dice di fare: amare gli altri, rispettarli, essere compassionevole. Più forte sarà la sua fede più amerà gli altri e più aumeterà la sua compassione. Questo avrà effetti positivi su di lui, anche se lui penserà che questi effetti siano stati opera di Dio (gli siano stati regalati da Dio).
Ma va bene così, il risultato l’ottiene. Così è il metodo. Ci sono persone che credono nell’esistenza di Dio ed è inutile dire loro che Dio non esiste, anche se si riuscisse a convincerli, avendo perso il proprio sentiero e non essendo interessati ad altri sentieri, sarebbero disorientati. In molti casi è dannoso indicare altri sentieri alle persone che hanno un’altra predisposizione, un’altra impronta.
La realtà però non è così statica: gli esseri cambiano e molti cristiani, che inizialmente accettavano l’esistenza di un Dio creatore, nel tempo sviluppano una intelligenza discriminativa, iniziano a porsi delle domande, a riflettere, non sono più soddisfatti di quel tipo di insegnamento, vanno alla ricerca e piano, piano arrivano a scoprire il sentiero interiore. Dunque, ognuno segue l’insegnamento che gli sembra più giusto; ciò non significa che gli altri vadano eliminati. Per te è utile quell’insegnamento, per un altro è utile un altro insegnamento per cui non dobbiamo dare giudizi negativi verso gli altri insegnamenti, ma dobbiamo rispettarli in quanto utili per altri esseri.
Se Buddha fosse qui li rispetterebbe, perché sono utili ad altri. Noi siamo interessati al Buddhismo, altri ad altri insegnamenti; vivendo in uno stesso mondo per forza dovremo mantenere un atteggiamento di rispetto e tolleranza verso altre religioni. Per potere convivere insieme non possiamo pretendere che tutti pratichino il Buddhismo; realisticamente non è possibile.
Costringere tutti a praticare il Buddhismo non sarebbe corretto.
Il Buddhismo si interessa di come eliminare la sofferenza e scopre che la causa principale è l’ignoranza. L’ignoranza è di due tipi: il non conoscere e l’ignoranza della visione errata. Il primo tipo di ignoranza è molto diffuso, sia tra gli umani che gli animali.
Molti esseri soffrono semplicemente per il fatto di non conoscere; la soluzione è il conoscere, tutto viene risolto dalla  conoscenza.
Il problema più grave non è questo tipo di ignoranza, ma il secondo tipo: l’ignoranza della visione errata. È una conoscenza errata, creata personalmente essenzialmente sulla base di pregiudizi e altri fattori. Noi presumiamo una realtà che non coincide perfettamente con il suo stato vero. Da questa visione errata della realtà deriva un prodotto sbagliato. Tutti siamo continuamente alla ricerca della felicità, ma non la raggiungiamo e continuiamo a incontrare sofferenze e difficoltà, la causa principale di questo sta proprio nella visione errata della realtà. Ognuno pensa di fare una cosa.

La ruota del Dharma indica che avendo ottenuto queste due qualità non comuni di un Buddha, siamo in grado di condurre tutti gli esseri viventi alla permanente liberazione dalla sofferenza, principalmente attraverso il girare la ruota del Dharma, che è il donare gli insegnamenti del Dharma. Questa è la nostra mèta finale.
Ognuno crede di fare la cosa giusta, ma giudichiamo come giusto ciò che, invece, è errato perché non coincide con la realtà; il modo con cui operiamo riteniamo ci porti alla felicità, invece, ci procura sofferenza. Proiettiamo come virtuose cose non virtuose, agiamo sulla base di questo nostro proiettare e nella realtà, essendo cose non virtuose, non realizziamo la felicità ricercata attraverso quel modo di agire, quello che realizziamo è la sofferenza.
Dobbiamo correggere questa visione errata e per farlo dovremo meditare sempre sul sorgere interdipendente. Abbiamo detto che ci sono diversi livelli del sorgere interdipendente. Il primo livello dell’interdipendenza è relativo al rapporto causa-effetto, il che significa che una causa virtuosa dà come risultato un risultato virtuoso, un causa non virtuosa dà un risultato non virtuoso. E non dobbiamo considerare solo il rapporto causa-effetto ma anche la natura, se è virtuosa o meno. Sempre sullabase della visione errata sorge la visione distorta: visione di sopravalutazione e sottovalutazione, denigrazione. Entrambe hanno una radice comune.
Il primo tipo incrementa due afflizioni mentali: odio e attaccamento.
Incontriamo un oggetto: la nostra mente percepisce questa forma e le attribuisce ulteriori qualità (sopravalutazione o esagerazione) o difetti (denigrazione o deprecazione) che l’oggetto non possiede. Così si produce attaccamento o odio. Se l’oggetto viene considerato bello (sopravvalutandolo esageratamente), sorge il desiderio, se l’oggetto viene considerato brutto (sottovalutandolo esageratamente), sorge l’odio.
Ma ci sono anche altri tipi di visioni distorte: se qualcuno parla bene di noi, ci sentiamo gratificati e consideriamo quella persona un amico, se parlano male di noi, siamo dispiaciuti e la consideriamo un nemico; entrambe sono visioni distorte. I tre problemi principali, semplificando, sono: ignoranza, attaccamento, odio.
Visioni distorte sono quindi la sopravalutazione, esagerazione, la sottovalutazione, denigrazione e il giudicare alcuni come amici, altri come nemici, altri come indifferenti. Tutte hanno una radice comune: la visione transitoria.
Realmente una persona è convinta che il proprio sé esista come sostanza (come fosse materia) e che sia autosufficiente (che non dipende da niente). Questa è un’altra visione distorta definita come visione transitoria. Aggrapparsi al sé come se esistesse in modo autonomo e autosufficiente: sulla base di questa convinzione, se il mio sé viene lodato da qualcuno, considero questo qualcuno un amico, se ne parla male lo considero mio nemico. Se parla bene del mio io è mio amico, se ne parla male è mio nemico.
Quotidianamente incontriamo innumerevoli esperienze durante le quali nessuno riflette su come considera il proprio io.
Nel momento dell’esperienza continuiamo a mantenere quella visione transitoria che considera l’io come sostanza autosufficiente che non dipende né dal corpo, né dalle parti, che sono alla base dell’esistenza dell’io.
Se ci tagliamo un braccio o una mano diciamo: “io mi sono ferito”, ma è il braccio o la mano che è stata ferita. Nel dire questo non riflettiamo, non abbiamo dubbi quando diciamo: “io sono stato ferito”.
Un altre esempio: stiamo precipitando da un grattacielo, in quel preciso momento nessuno ha la minima consapevolezza del fatto che è il nostro corpo che sta cadendo, siamo convinti che “sono io che sto cadendo”.
Le esperienze vissute con questa visione transitoria diventano sofferenza. Come possiamo superare questa visione transitoria?
Il metodo è quello di meditare sul secondo livello di interdipendenza: l’interdipendenza dell’esistere dipendendo dalle parti.
Grazie a questa meditazione riusciamo a capire che anche l’io esiste dipendendo dalle parti; così si supera l’aggrapparsi all’esistenza dell’io come autosufficiente. Riassumendo, sono due le cause fondamentali per cui soffriamo: la visione distorta che non conosce il rapporto causa-effetto.
Questa visione non permette di conoscere la natura delle azioni, non conoscendola, si sbaglia e si commettono azioni errate, che hanno conseguenze negative. La soluzione sta nel coltivare la visione corretta del sorgere interdipendente della causa effetto, nel conoscere la natura delle azioni e il loro rapporto: una causa negativa produce un effetto negativo, una causa positiva produce un effetto positivo.
1.visione transitoria dell’aggrapparsi all’io come sostanza e autosufficiente. L’antidoto è il meditare sul sorgere interdipendente dipendendo dalle parti.
Innumerevoli esseri continueranno a farsi male da soli, mentre alcuni, grazie all’insegnamento, arrivano a conoscere le cause, ma non praticano i rimedi. Nel primo caso, non conoscendo le cause, possono essere giustificati; nel secondo caso non sono giustificabili. Perché, se conoscono i rimedi, non li applicano? Perché continuano a mantenere un altro tipo di visione distorta definita visione estrema. La visione estrema all’apparenza è grave, è molto sottile, costoro continuano ad avere una visione del sé come duratura, come vivessero in eterno, è la visione definita: aggrapparsi alla permanenza.
Questa visione è grave perché porta a mantenere una visione del sé come duraturo nel tempo, che porta al dire: “vivrò molto a lungo, posso praticare dopo”. Questo porta a rimandare, a posticipare sempre la pratica.
Sakyamuni Buddha, nel suo primo discorso sulle Quattro Nobili Verità, spiegò il sorgere interdipendente della realtà. E parlando di questo parlò del rapporto causa effetto e del rapporto del dipendere dalle parti.
Spiegando il primo tipo di rapporto (causa-effetto) parlò dei Dodici Anelli dell’origine interdipendente, quindi dell’esistenza ciclica (samsara) e di altri argomenti relativi al rapporto del dipendere dalle parti.
Per questa ragione nel Buddhismo ci sono due aspetti fondamentali: l’interpretazione della realtà e la comprensione della realtà nella sua natura di interdipendenza.
Tutte le esperienze negative, sia a livello individuale che collettivo sono frutto dell’ignoranza del non conoscere il sorgere Interdipendente. Per questo, ognuno di noi continua ad accumulare tante sofferenze così come nel mondo continuano a persistere sofferenze dovute a conflitti, violenze. Chi mette in atto la violenza, chi provoca guerre pensa sia un modo per raggiungere la felicità. Questo è perché sono esseri ignoranti, che non hanno la comprensione dell’interdipendenza della realtà.
Come ho già detto, non si può pretendere che tutti pratichino il Buddhismo, ma se questa filosofia si diffondesse, ci potrebbero essere molti benefici.

Ieri ho parlato in generale dei due aspetti principali del Buddhismo: l’aspetto filosofico del sorgere interdipendente, l’aspetto pratico del comportamento non violento. L’argomento di oggi è un concetto specifico relativo al sorgere interdipendente. Si tratta dei quattro pilastri (o sigilli) del Buddhismo.
Sigillo, chiak ghia in tibetano, indica qualcosa di stabilito definitivamente, fissato, come un documento sigillato.
Tutti i praticanti buddhisti accettano i quattro sigilli, essendo questo argomento una spiegazione profonda del sorgere interdipendente, attraverso cui si comprende quanto sia importante il concetto di interdipendenza.
Il primo dei quattro sigilli recita: tutti i fenomeni prodotti sono di natura impermanente.
Du in tibetano vuol dire comporre, raccogliere, produrre.
Col termine fenomeno prodotto si intende qualsiasi cosa sorta dipendendo da cause e condizioni.
Questi fenomeni prodotti dipendendo da cause e condizioni cambiano perché la loro causa è già di natura cambiamento. La natura dell’effetto deve coincidere con la natura della causa quindi i fenomeni prodotti sono per natura in cambiamento.
Il concetto di impermanenza è di due livelli: grossolano e sottile.
L’impermanenza grossolana è una cosa così evidente che anche gli animali la percepiscono.
Ad esempio, ho visto in un documentario un gruppo di scimmie che dovevano rompere una noce di cocco. Hanno raccolto il cocco fresco, difficile da rompere, lo hanno messo a seccare al sole, poi hanno preso delle pietre grandi per rompere il cocco secco. Il documentarista spiegava che anche le piccole scimmie imparano dagli adulti a fare così. La scimmia comprende l’impermanenza grossolana del cocco: sa che lasciandolo al sole cambia passando dallo stato fresco allo stato secco. Le scimmie ovviamente non parlano, non usano il termine impermanenza o cambiamento, ma a livello mentale comprendono il concetto.
Percepire l’impermanenza grossolana quindi non è una cosa straordinaria, ciò che è straordinario è realizzare l’impermanenza sottile, perché per realizzarla occorre ragionare, meditare.
Il cambiamento a livello grossolano avviene perché c’è cambiamento anche a livello sottile; se non ci fosse il secondo non potrebbe verificarsi nemmeno il primo.
Ad esempio, se piantiamo un seme e aspettiamo un anno possiamo vedere un cambiamento grossolano; la pianta è cresciuta. Questo è un cambiamento grossolano rispetto al seme piantato un anno prima.
Il cambiamento avvenuto in un anno è stato possibile perché in ciascuno dei dodici mesi di cui è composto un anno c’è stato un cambiamento. Ciascun mese è composto da quattro settimane e, in ciascuna settimana, c’è stato cambiamento; inoltre ciascuna settimana è composta da sette giorni. Il seme, quindi, cambia giorno dopo giorno, altrimenti non avremmo visto alcun cambiamento dopo una settimana. Il giorno è composto da ventiquattro ore, per cui possiamo dire che il seme cambia ora dopo ora. L’ora è composta da sessanta minuti, quindi deduciamo che c’è stato cambiamento in ogni minuto. Ogni minuto è composto da sessanta secondi, quindi c’è stato cambiamento in ogni secondo. Anche i secondi sono divisibili in un tempo così breve da non poter essere più divisibile. In tibetano si usa il termine “fine del tempo” per indicare l’istante indivisibile.
Quel seme cambia nel brevissimo istante, nei secondi, nei minuti, nelle ore, nei mesi ed è per questo che abbiamo potuto osservare il cambiamento dopo un anno. Non succede che il seme resta uguale per undici mesi e ventinove giorni poi, di colpo, c’è la pianta.
Perché le cose cambiano? Facciamo riferimento al cambiamento grossolano. Le cose cambiano perché soggetti a condizioni favorevoli e sfavorevoli. A seconda di quale condizione si verifica avviene un cambiamento.

Ad esempio una candela può incontrare due condizioni: una favorevole che mantiene intatta la candela, facendosi che si conservi nel suo stato attuale, e una sfavorevole, ad esempio il fuoco che, bruciando, la consuma.
Possiamo osservare il cambiamento stesso: se accendiamo la candela e aumentiamo il fuoco, se quindi rafforziamo la condizione contro, la candela si consumerà più velocemente; se riduciamo la condizione contro, ad esempio soffiando e agitando la fiamma o smorzandola, la candela brucerà più lentamente.
Questo esempio, riguardante l’impermanenza grossolana, ci fa capire che una cosa cambia a seconda della condizione che incontra, ma ciò non implica che senza condizione contro non ci sia comunque cambiamento. C’è, infatti, un cambiamento chenon ha bisogno di alcuna condizione: è quello dovuto all’impermanenza sottile. Se lasciamo la candela sul tavolo, non percepiamo alcun cambiamento nella candela, ma la candela sta cambiando. Essa è, infatti, composta da atomi in moto, che sono nella natura di cambiamento quindi lei stessa è in cambiamento.
Gli atomi cambiano per loro natura indipendentemente da una condizione sfavorevole. Se così non fosse, in assenza di condizione sfavorevole ci troveremmo con degli atomi permanenti, ma dopo tempo osserviamo un cambiamento grossolano nella candela e questo cambiamento, abbiamo dimostrato, è possibile solo se c’è un cambiamento sottile.
Nel primo sigillo si parla di fenomeni prodotti cioè di fenomeni che sono risultato di cause e condizioni. La natura del risultato deve coincidere con la natura della causa.
Se si pianta un seme di grano la pianta che crescerà sarà grano e non un’altra pianta. Quindi se il risultato è nella natura di cambiamento lo sarà anche la causa, con ciò escludiamo che un risultato permanente possa avere una causa permanente.
Nel pensare a causa e risultato, non dovremmo però pensare che la causa sia costituita da un singolo elemento. La causa è un insieme di elementi. Questo errore che commettiamo porta molti problemi sia a livello personale che a livello mondiale. Molti, pur conoscendo l’insegnamento commettono questo errore! Ad esempio, se una persona ci disturba, ci danneggia, noi ne soffriamo. Pensiamo che stiamo soffrendo soltanto a causa di quella singola persona e, quindi, eliminandola saremo liberi dalla sofferenza. In realtà chi ci danneggia è solo una delle tante cause della nostra sofferenza.
Ci sono molte cause della sofferenza, ma noi commettiamo l’errore di identificare tutte le cause della sofferenza con un unico elemento. Un risultato cambia perché la sua causa è già nella natura di cambiamento.
Perché la causa cambia? Ci sono diverse spiegazioni. Prima di tutto la causa è composta da tanti atomi. Se analizziamo ogni atomo vediamo che ciascuno di essi è instabile, in cambiamento. Mille di questi atomi. L’atomo è in movimento non è statico, se mettete insieme mille di questi oggetti che si muovono, cambiano non potrete ottenere una cosa ferma, permanente! La causa essendo composta da atomi è già nella natura di cambiamento.
Questo mondo, iniziato con il Big Bang, finirà con un altro Big Bang. Il Big Bang iniziale è un’esplosione da cui sono stati prodotti atomi che si sono combinati formando il nostro mondo. Alla fine questo nostro mondo esploderà frantumandosi in atomi, che si aggregheranno di nuovo in un altro mondo. Il mondo è un insieme di atomi in cambiamento, non è quindi una cosa stabile e duratura, così pure il nostro corpo! Sia al suo interno che all’esterno, il corpo è fatto di atomi, quindi, è instabile, in cambiamento
Il corpo non solo esiste dipendendo dagli innumerevoli atomi, ma anche dagli arti e dagli organi, dipende quindi anche dalle sue parti. Questo vale anche la mente, che è un fenomeno interiore. La mente esiste dipendendo dalle sue parti.
Il primo sigillo dice che tutti i fenomeni sono nella natura di cambiamento, e cambiano per due ragioni.
I fenomeni cambiano a seconda delle condizioni favorevoli o sfavorevoli cui vanno incontro, e cambiano perché composti da atomi che sono nella natura di cambiamento.

Il secondo sigillo afferma che gli aggregati e il corpo contaminati, soggetti a cause e condizioni, sono nella natura di sofferenza.
Questo è un concetto più complicato rispetto quello del primo sigillo. La parola Sag pa in tibetano indica afflizione mentale.
Tutti i fenomeni dipendenti dalla forza del karma e delle afflizioni mentali insieme, sono fenomeni contaminati, e quei fenomeni maturati dal karma e dalle afflizioni mentali insieme, sono di natura sofferenza. Dobbiamo comprendere perché questi fenomeni sono della natura sofferenza, e lo facciamo analizzando la natura delle loro cause. Sappiamo che la natura del risultato coincide con la natura della sua causa.
Analizziamo, quindi, la natura delle afflizioni mentali.
Le afflizioni mentali sono concetti, pensieri, fattori mentali che rendono l’individuo infelice e agitato. Queste, poi, influenzano anche gli altri; fanno percepire sofferenza e disagio.
Le afflizioni sono causa di sofferenza per l’individuo e gli altri, per questo quei fattori sono detti afflizioni mentali.
Questo succede perché le afflizioni sono nella natura di sofferenza. Applichiamo la stessa logica che abbiamo usato nel dire che i fenomeni prodotti sono nella natura di cambiamento perché composti da atomi che sono nella natura di cambiamento.
Con lo stesso ragionamento possiamo dire che le afflizioni causano sofferenza perché sono nella natura di sofferenza.

Quando sorgono le afflizioni mentali condizionano l’individuo ad accumulare karma. Da queste due forze, karma e afflizioni, matura un risultato: il nostro corpo e gli aggregati. Possiamo affermare che il nostro corpo e gli aggregati sono contaminati e, quindi, nella natura di sofferenza perché causati da karma e afflizioni mentali, che sono già nella natura di sofferenza.
Dentro la persona sorgono fattori mentali afflitti, se l’individuo non facesse nulla non accumulerebbe karma, ma l’individuo pensa poi agisce. Quando sorge l’afflizione l’individuo agisce perché la funzione dell’afflizione è proprio quella di spingere l’individuo ad agire. Quando l’individuo compie un’azione, questa lascia un’impronta potenziale che si chiama karma.
Sorge l’afflizione che è di natura sofferenza. Spinto dalla forza dell’afflizione l’individuo agisce, l’azione lascia impronta potenziale karma. Abbiamo quindi accumulato due cose: afflizioni e karma. Dall’afflizione e dal karma maturerà un risultato detto fenomeno contaminato. Quel fenomeno contaminato è nella natura di sofferenza. Abbiamo questo nostro corpo contaminato, sulla base di questo corpo sperimentiamo tutti i tipi di sofferenza. Ci sono tre tipi di sofferenza.
I primi due tipi, la sofferenza della sofferenza e la sofferenza del cambiamento, vengono sperimentati da tutti gli esseri senzienti.
Il terzo tipo di sofferenza è quello di cui ha parlato Sakyamuni nel discorso sulla della nobile verità della sofferenza. È la sofferenza pervasiva. Questa sofferenza non è qualcosa che riguarda solo gli esseri dotati di coscienza, ma tutti i fenomeni, anche il mondo esteriore, poiché frutto delle afflizioni e del karma, è nella natura della sofferenza.
Come può il mondo esteriore essere nella natura di sofferenza pervasiva se non ha una coscienza?
Facciamo un esempio. Il pesce vive nell’acqua. L’acqua nella quale un vive è la condizione immediatamente precedente per la nascita del pesce perché senza il pesce non può nascere. Il pesce deve nascere nell’acqua a causa del suo karma, il karma proiettante impone al pesce di dover nascere nell’acqua.
Il pesce deve nascere e vivere nell’acqua a causa del karma. Quell’acqua è in qualche modo frutto del karma del pesce che vi deve nascere e vivere dentro.
L’acqua per il pesce è condizione immediatamente precedente al pesce perché senza non potrebbe nascere.
Analizziamo l’acqua, in particolare la sua continuità a livello di sostanza. La sostanza dell’acqua ha un legame con il suo stato del passato, possiamo andare indietro nel tempo senza riuscire a individuare il primo istante della continuità della sostanza dell’acqua.
Consideriamo i computer; non esistono da tempo senza inizio perché esistono da un tempo relativamente breve, ma se analizziamo la continuità della sostanza materiale che compone un computer possiamo andare indietro nel tempo senza trovare un inizio.
Tornando all’esempio del pesce. L’acqua è condizione immediatamente precedente per la nascita ed è condizione necessaria per la vita del pesce, ma non è causa sostanziale del pesce, non è la causa principale; è una causa secondaria detta condizione. Quell’acqua condizione per la vita del pesce è connessa al karma del pesce, ma non possiamo dire che sia la causa primaria. La causa primaria per la nascita di pesce è il karma, l’acqua è una condizione per la nascita del pesce.
Come secondo esempio analizziamo il tavolo. Prima che fosse fatto il tavolo c’erano vari pezzi di legno, che a loro volta prima erano tronchi di alberi. Possiamo rintracciare la continuità della sostanza molto indietro nel passato. Noi progettiamo il tavolo e abbiamo questi pezzi di legno, che assembliamo per costruire il tavolo, ma servono anche altri attrezzi quali chiodi e martello. Grazie a questi attrezzi possiamo assemblare il tavolo.
Dobbiamo riconoscere due cose: una causa sostanziale e le condizioni per il tavolo.
Il legno è la causa sostanziale del tavolo, tutto il resto, il martello, i chiodi, la mano del carpentiere, sono tutte condizioni secondarie. Così la mano del carpentiere, i chiodi e martello non fanno parte della continuità del legno, sono fenomeni completamente diversi, ma messi insieme favoriscono la creazione del tavolo. Allo stesso modo l’acqua ha una sua sostanza, la cui origine risale molto indietro nel tempo, ma non è la causa sostanziale del pesce, favorisce solo la nascita del pesce.
Così tutto ciò che le afflizioni mentali, essendo già nella natura di sofferenza, producono sarà nella natura di sofferenza, quindi tutti i fenomeni contaminati sono nella natura di sofferenza.
Se questa è la realtà, le afflizioni mentali (sag pa) producono risultati che sono nella natura di sofferenza, dovremo, quindi, chiederci come è possibile liberarsi dalla sofferenza.
La risposta dell’insegnamento è che le afflizioni mentali sono esauribili, di conseguenza eliminabili. Questa possibilità si scopre analizzando la causa delle afflizioni. La loro causa è la visione dell’aggrapparsi al sé. Il nostro compito è analizzare questa nostra concezione perché finché esisterà continueranno ad esserci le afflizioni. Chiedendoci se questa concezione dell’aggrapparsi al sé sia eliminabile si introduce il terzo sigillo che afferma l’esistenza dell’antidoto opponente a questa visione.

Il terzo sigillo afferma che tutti i fenomeni sono vuoti e privi di un sé, questo è proprio l’antidoto alla visione errata.
Dobbiamo applicare questo antidoto per eliminare la concezione errata.
Prima di applicare l’antidoto occorre riconoscere correttamente la propria visione errata dell’aggrapparsi al sé. Senza questo riconoscimento, pur applicando l’antidoto, non si elimina la propria concezione errata.

Facciamo qualche esempio riguardo al suo riconoscimento. Nella vita ordinaria diciamo: “il mio amico, il mio corpo, il mio braccio”. Parliamo così nell’esperienza ordinaria. Analizziamo meglio questo modo di pensare. Mettiamo in rapporto l’io e il corpo. Quando diciamo: “il mio corpo”, nel profondo stiamo identificando l’esistenza del proprio io a parte perché possiede il corpo. Vediamo l’io come re padrone e il corpo come materiale posseduto dal re io. Il re comanda e il corpo esegue, come un servitore, l’ordine del re io.
Pensiamo a cosa succede quando una persona si ammala gravemente. Chi si ammala vuole guarire perché soffre. Tutti vogliono liberarsi dalle sofferenze. Immaginiamo che una persona venga colpita da una malattia al braccio e supponiamo che la cura consista nell’amputazione del braccio. Questa persona pur di smettere di soffrire accetta di perdere il braccio.Immaginiamo che venga colpito da una malattia analoga anche all’altro braccio, poi alle gambe…certo non la testa perché senza non vivrebbe, ma se andiamo avanti a tagliare tutte le parti del corpo, proviamo poi a cercare quell’io che diceva: “io sto soffrendo”.
Se alla fine non troviamo l’io, vuol dire che l’io esiste solo a livello nominale. Esiste un io nominale, ma non esiste un io che esista di per sé, da parte propria, senza dipendere dai cinque aggregati, visione che avevamo prima delle cure e dell’amputazione degli arti.
All’inizio ci aggrappavamo a quel tipo di io che ora abbiamo verificato non esistere da nessuna parte. L’io nominale dipende da una base, che sono i cinque aggregati. Esiste quindi un io convenzionale, non un io padrone che comanda i suoi servitori.
Potremmo chiederci quale problema ci sia a mantenere la nostra concezione dell’aggrapparsi alla vera esistenza del sé.
Il problema è che si sta male, perché a causa di quella concezione si coltivano afflizioni mentali, che condizionano a soffrire e nessuno vuole soffrire. Il vero problema è proprio la concezione dell’aggrapparsi al sé, e chi vuole avere problemi?
Dovendo eliminare il problema, bisogna applicare l’antidoto opponente che è la visione di tutti i fenomeni come vuoti.
Conoscendo l’antidoto non resta che applicarlo. L’antidoto opponente è un antidoto forte, perché sostenuto da ragioni valide.
Il concetto di “forte” va inteso come un qualcosa sostenuto da ragioni valide. Ciò che è sostenuto da ragioni valide più viene analizzato più diviene solido, stabile. Tutte le cose che non sono sostenute da una ragione valida, se vengono analizzate alla fine crollano, non permangono, alla fine si svela la loro falsità.
Nell’analisi precedente abbiamo considerato la concezione dell’aggrapparsi al sé. Abbiamo visto che essa non è valida, perché non è sostenuta da ragioni valide per cui, analizzandola sveleremo la sua falsità, non regge l’analisi. L’antidoto opponente, invece, la visione di tutti i fenomeni come vuoti, privi di un sé, è valido ed è sostenuto da ragioni valide, per cui più lo analizziamo più si stabilizza.
Abbiamo scoperto che abbiamo una concezione dell’aggrapparsi al sé che è errata, che non è valida, che ha un suo antidoto opponente forte. L’ultimo problema che dovremo analizzare è questa nostra concezione dell’aggrapparsi al sé.
Essendo una concezione è un fenomeno mentale. La nostra mente e la concezione dell’aggrapparsi al sé sono un tutt’uno oppure no? Se sono un’unica cosa, la natura della mente stessa è concezione dell’aggrapparsi al sé, allora è inutile tentare di eliminarla perché la mente è così per natura. Sarebbe come tentare di cancellare la mente stessa. Anche se errata, anche se c’è l’antidoto, tutto è inutile perché la mente è così e la mente non può essere eliminata.
La natura della mente è in realtà chiara e luminosa, per questo la concezione dell’aggrapparsi al se è presente solo temporaneamente.
Ad esempio l’acqua agitata è torbida, ma l’acqua e il fango non sono un tutt’uno indivisibile quindi col tempo, calmandosi  l’acqua, il fango si deposita e l’acqua torna chiara e trasparente. Un secondo esempio, è il cielo coperto dalle nubi. La sua natura non è nuvola, altrimenti il cielo rimarrebbe annuvolato in eterno. Infatti, col tempo le nubi passano e il cielo torna sereno. Un terzo esempio: se ci rovesciamo addosso il te il vestito viene macchiato. La macchia del te non entra nella natura del vestito, non diventano un tutt’uno, se diventassero un tutt’uno, potremmo lavare il vestito ma la macchia non andrebbe via perché macchia e vestito sono diventati della stessa natura. In realtà se si lava il vestito la macchia se ne va, proprio perché non è entrata nella natura del vestito, non sono un tutt’uno.
Allo stesso modo la concezione errata dell’aggrapparsi al sé, non entra nella natura della mente, mente e concezione errata non sono un tutt’uno. La concezione errata sorge temporaneamente, ma non entra nella natura della mente. Se sorge temporaneamente, gli antidoti possono funzionare, quindi, più applichiamo l’antidoto della visione di vacuità più ne aumentiamo la forza, più familiarizziamo con la visione di vacuità più diminuiamo la forza del suo avversario diretto, la concezione dell’aggrapparsi al se. A un certo punto la concezione errata viene eliminata perché quando perfezioniamo l’antidoto, arriviamo all’eliminazione della concezione errata.

A questo punto introduciamo il quarto sigillo che afferma che, perfezionando la visione di vacuità e l’eliminazione della concezione dell’aggrapparsi al sé, automaticamente cessano tutte le altre afflizioni.
A quel punto con l’eliminazione di tutte le afflizioni e della loro causa, abbiamo raggiunto la completa pacificazione. Si dice letteralmente: “il superamento del dolore è la vera pace”. Significato vero è “la completa pacificazione delle afflizioni mentali e della loro causa (la concezione errata dell’aggrapparsi al sé) è la vera pace.

Riassumendo quello che abbiamo detto rispetto ai quatto sigilli, i fenomeni prodotti dipendono dalle loro cause. La causa non è costituita da un singolo elemento, ma è composta da tanti elementi. La causa a sua volta è karma e il karma è conseguente alle afflizioni mentali. Le afflizioni sorgono perché di base abbiamo la concezione errata dell’a aggrapparsi al sé.
La concezione errata per fortuna sorge solo temporaneamente, in più abbiamo un forte antidoto opponente. Possiamo applicare l’antidoto opponente, rafforzandolo e familiarizzando con esso fino alla completa eliminazione delle afflizioni e della loro causa di base. Quando avremo completato la pacificazione delle afflizioni e della causa, finalmente ci troveremo nella condizione di pace vera e duratura.
Nel mondo nella nostra esperienza ordinaria ripetiamo gli stessi errori, principalmente quello di identificare la causa della nostra sofferenza con un unico elemento, spesso una persona. Pensiamo che eliminando il singolo elemento saremo felici, quindi, ci impegniamo a fondo per eliminare quel singolo elemento. Ma anche eliminandolo non saremo felici perché abbiamoNsbagliato a identificare la causa dell’infelicità: abbiamo preso in considerazione solo una millesima parte della causa. Certo riusciamo ad essere felici immediatamente, dopo aver eliminato la singola causa, ma è solo un’illusione. In realtà non abbiamo realizzato una pace duratura, ma solo una pace immediata. Non abbiamo eliminato la causa complessivamente, ecco perché non riusciamo ad essere completamente felici nella nostra esistenza ordinaria. Quando nel quarto sigillo si parla del superamento del dolore, si intende il superamento delle afflizioni e della loro causa, quindi il superamento del dolore è la vera pace. In altri testi si trova scritto: “il parinirvana è la vera pace.”
In ogni modo se il superamento del dolore è la vera pace, è questo quello che tutti vorrebbero realizzare.
Per realizzare questo scopo occorre seguire un sentiero, ma tutti gli individui non sono uguali. Sakyamuni è stato intelligente nel presentare modi di percorso diverso, valido per diverse persone con i tre differenti livelli dei sentieri interiore: due sentieri base di Buddhismo Hinayana, un sentiero avanzato del Buddhismo Mahayana.
Ciò che Buddha vuole è che tutti realizzino, indipendentemente dal sentiero scelto, la completa illuminazione. Per arrivarci i modi devono essere differenti.
Ad esempio, dovessimo andare da qui in piazza Duomo, alcuni pigri potrebbero pensare che sia troppo lontano e faticoso. Si può convincere questi pigri a raggiungere Piazza Loreto, che non è così lontano, descrivendo tutte le cose belle di quel luogo.
Una volta in piazza Loreto il pigro si accorge di aver fatto tanta strada e che per arrivare in Duomo non ne manca ancora molta. Poiché è un essere pensante, si guarda indietro e si accorge di aver fatto tanta strada e guardando avanti vede che non manca molto quindi si motiva e arriva in Duomo.
Dunque occorre trovare un metodo per quegli esseri che all’inizio non hanno il coraggio sufficiente per impegnarsi a raggiungere il traguardo dell’illuminazione, per stimolarli occorre portarli a metà strada e, quando sono arrivati a metà strada, si motiveranno ad arrivare fino infondo.
Così oggi abbiamo analizzato i quattro sigilli; il risultato finale è raggiungere lo stato di pace, completa pacificazione del dolore, cioè le afflizioni mentali e la causa.
Tutti questi concetti sono inclusi nelle spiegazioni di ieri. Abbiamo parlato della visione del sorgere interdipendente. La realtà è interdipendente, la nostra visione deve coincidere con la realtà di fatto quindi con la visione è la visione del sorgere interdipendente e questa diventa importante per assumere un comportamento non violento. Il risultato finale della pratica di questi due punti, visione di interdipendenza e comportamento non violento, è la pacificazione delle afflizioni mentali e della visione errata dell’aggrapparsi al sé.
Rispetto al sorgere interdipendente ho accennato a due livelli. Il primo é dipendere da cause e condizioni. Tutti i praticanti di qualsiasi scuola buddhista comprendono e dovrebbero realizzare questo livello senza eccezione. Tra praticanti c’è chi realizza il secondo livello, dipendere dalle parti; poi chi realizza anche il terzo livello, più sottile, dipendere soltanto dal nominare. Non tutti i buddhisti accettino questo punto.
In conclusione, noi dovremo comprendere correttamente la nostra realtà. Dobbiamo familiarizzare con la visione di interdipendenza col mondo esteriore e di interdipendenza tra gli esseri. In seguito a questa visione, sviluppare la grande compassione e dalla forza della compassione assumere un comportamento non violento.
La successione del percorso è la seguente: comprendere la realtà, quindi l’interdipendenza, coltivare la grande compassione poi assumere un atteggiamento non violento.
Chiariamo il concetto di non violenza.
Violenza vuol dire danneggiare, disturbare ferire. Non violenza vuol dire non compiere quelle azioni. La vera non violenza però non si limita solo al concetto di evitare di danneggiare.
Il vero significato del concetto di non violenza è il desiderio di aiutare gli altri esseri senzienti a realizzare le loro aspirazioni, questo sorge dalla comprensione dell’interdipendenza e dalla compassione. Se non si è capaci di aiutare gli altri esseri, bisogna almeno evitare di disturbarli. Quest’ultimo è un livello inferiore.
Con questo ho concluso l’introduzione al Buddhismo. Ricordate i due elementi fondamentali: la visione dell’interdipendenza dei fenomeni e il comportamento non violento.

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Om Mani Padme Hum

Om Mani Padme Hum è uno dei più diffusi mantra ed è proprio per la sua cortezza che lo rende di facile utilizzo nella vita quotidiana.

Il significiato:Letteralmente può essere tradotto con Salve O gioiello nel fiore di loto ma il suo vero significato è molto più profondo. Ogni sillaba ha un proprio significato:
Om: purifica dall’orgoglio ed ha come colore associato il bianco
Ma: purifica dalla gelosia ed ha come colore associato il verde
Ni: purifica dall’ignoranza ed ha come colore associato il giallo
Pad: purifica dall’ottusità e dell’oscurità che sarebbe il destino degli animali ed ha come colore associato il blu
Me: purifica dall’avidità ed ha come colore associato il rosso
Hum: purifica dall’ira e dall’odio che sono i peggiori stati mentali ed ha come colore associato il nero

Lo scopo:

Questo mantra è molto utile ma vediamo insieme quanto sia utile e perché.
Penso principalmente che la prima cosa da fare è comprendere a fondo il significato di queste sei sillabe: dalla traduzione letterale fino al significato delle singole sillabe. Per fare questo basta meditare.
Il gioiello nel loto ha un significato molto bello e si riconduce alla natura del fiore di loto. Il fiore di loto nasce in ambienti umidi e generalmente molto sporchi e fangosi e questo può essere ricondotto alla natura di una mente calma e amorevole che può nascere anch’essa negli ambienti e nelle società con maggiori problemi. Il fiore di loto ha anche la straordinaria capacità di pulirsi da solo in quanto non trattiene l’acqua ma scivola via in tante goccioline che si formano per via dell’alta tensione superficiale presente sulla foglia, portando con sé la fanghiglia e i piccoli insetti che in essa si trovano. Così come un fiore di loto si pulisce da solo e splende nella totalità della sua bellezza, così una mente saggia riesce a purificarsi da sola, allontanando i pensieri negativi. Dentro questo fiore del mantra possiamo trovare un gioiello: anche qui si fa riferimento ai tre gioielli o rifugi del buddhismo. I tre gioielli sono: il Buddha, il Dharma (o Dhamma) e il Sangha (comunità dei monaci).
Dopo averne compreso a fondo il significato possiamo ricorrere a questo mantra nei momenti della giornata in cui siamo maggiormente affetti da problemi, agitazione mentale, ansia, ira, ecc. Semplicemente recitando mentalmente possiamo subito vedere gli effetti che ha sulla mente. Il motivo è semplice: conduciamo la mente su pensieri pacificatori e ci rifugiamo in questo mantra fino a quando la mente si sarà calmata. Noterete come la mente tenterà da sola a creare e alimentare pensieri negativi mentre ci concentriamo.
E’ stato dimostrato che i pensieri non possono essere fermati. E’ nella loro natura attivarsi da soli e l’unica cosa che possiamo fare è dirigere la concentrazione su qualcosa di neutro o ancora meglio, su qualcosa di positivo come questo mantra.

Libero Ovunque tu Sia

Thich Nhat Hanh
Libero ovunque tu sia
discorso tenuto al Penitenziario di Stato del Maryland, U.S.A.

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L’energia che libera

La rabbia è un tipo di energia che fa soffrire noi e le persone intorno a noi. Sono un monaco e quando mi arrabbio pra- tico il prendermi cura della mia rabbia: non le consento di causare sofferenza o di distruggermi. Se vi prendete cura della vostra rabbia e siete capaci di trovare sollievo da essa sarete in grado di vivere in mo- do felice e gioioso.
L’energia che libera
Per prendermi cura della mia rabbia innanzitutto torno al respiro e guardo profondamente dentro di me. Mi rendo immediatamente conto che in me c’è un’energia chiamata rabbia; poi riconosco di ave- re bisogno di un altro tipo di energia che si prenda cura della rabbia e la invito a sorgere e a svolgere questo compito. Questa seconda energia è chiamata presenza mentale. Ognuno di noi ha in sé il seme della presenza mentale. Se sappiamo entrare in contatto con quel se- me possiamo iniziare a generare l’energia della presenza mentale; con la sua energia ci possiamo prendere cura dell’energia della rabbia.
Può esserci presenza mentale in tutto ciò che si fa. Se bevendo un bicchiere d’acqua sai che in quel momento stai bevendo dell’acqua e non pensi ad altro, allora stai bevendo in presenza mentale, in consapevolezza. Se concentri sull’acqua tutto il tuo essere, corpo e mente, in te c’è consapevolezza e concentrazione e l’azione del bere può essere descritta come un “bere consapevole”. Bevi non soltanto con la bocca ma con tutto il corpo e in piena consapevolezza. Siamo tutti capaci di bere dell’acqua in consapevolezza.

Coltivare la libertà

Per libertà intendo la libertà dalle afflizioni, dalla rabbia e dalla di- sperazione. Se in te c’è rabbia, la devi trasformare per poter ottenere di nuovo la tua libertà. Se in te c’è disperazione devi riconoscere que- sta energia e non permetterle di sopraffarti. Devi praticare in modo da trasformare l’energia della disperazione e raggiungere la libertà che meriti: la libertà dalla disperazione.
Puoi praticare la libertà ogni momento della vita quotidiana: ogni passo che fai può aiutarti a recuperarla, ogni respiro ti può aiutare a svilupparla e coltivarla. Quando mangi, mangia da persona libera. Quando cammini, cammina da persona libera. Quando respiri, respira da persona libera. Lo si può fare dovunque.
Essere capaci di inspirare ed espirare è un miracolo. Una persona sul letto di morte non riesce a respirare liberamente e presto smetterà di farlo. Io invece sono vivo: posso inspirare e rendermi consapevo- le dell’inspirazione; posso espirare e rendermi consapevole dell’espi- razione. Sorrido all’espirazione e sono consapevole di essere vivo. Quindi, quando inspirate siate consapevoli della vostra inspirazione. “Inspirando so che questa è la mia inspirazione”. Nessuno può im- pedirvi di godere della vostra inspirazione. Quando espirate, siate consapevoli che questa è la vostra espirazione. Respirate da persone libere.
Il miracolo non è camminare sull’acqua, è camminare sulla terra.
Tutti camminiamo sulla terra, ma alcuni camminano come schia- vi, del tutto privi di libertà. Sono assorbiti dal futuro o dal passato e non sono capaci di stare nel qui e ora, dove è disponibile la vita. Se nella vita di tutti i giorni siamo preda delle nostre preoccupazioni, della nostra disperazione, dei nostri progetti, del rimpianto per il passato e della paura del futuro, non siamo persone libere. Non siamo capaci di stabilirci nel qui e ora.

In contatto con i miracoli
Secondo il Buddha, mio maestro, la vita è disponibile qui e ora. Il passato non c’è più e il futuro deve ancora venire; c’è un solo mo- mento in cui posso vivere: il momento presente. Quindi, la prima co- sa che faccio è tornare al momento presente. Così facendo entro in contatto profondo con la vita. La mia inspirazione è vita, la mia espi- razione è vita; ogni passo che faccio è vita. L’aria che respiro è vita. Posso entrare in contatto con il cielo blu e con la vegetazione. Posso sentire il canto degli uccelli e la voce di un altro essere umano. Se sia- mo capaci di tornare al qui e ora siamo in grado di toccare le tante meraviglie della vita che sono a nostra disposizione.
Molti di noi pensano che la felicità non sia possibile nel momento presente. La maggior parte di noi crede che ci siano altre condizioni da realizzare prima di poter essere felici. È per questo che siamo assorbiti dal futuro e non siamo capaci di essere presenti nel qui e ora. È per questo che non ci accorgiamo di tante meraviglie della vita. Se continuiamo a fuggire nel futuro, non possiamo essere in contatto con le molte meraviglie della vita, non possiamo essere nel momento presente, là dove c’è guarigione, trasformazione e gioia.

Tu sei un miracolo

Cari amici, non siete altro che un miracolo. Può essere che delle volte vi sentiate privi di valore ma siete un vero e proprio miracolo. Un fagiolino contiene in sé tutto il cosmo: il sole, la pioggia, la terra intera, il tempo, lo spazio e la coscienza. Anche voi contenete l’inte- ro cosmo.
In ogni cellula del corpo noi conteniamo il Regno di Dio, la Ter- ra Pura del Buddha. Se sappiamo come vivere, il Regno di Dio si ma- nifesterà per noi qui e ora. Con un solo passo possiamo entrare nel Regno di Dio. Non occorre che moriamo per entrare nel Regno di Dio, anzi dobbiamo essere assolutamente vivi. Anche l’inferno è in ogni cellula del nostro corpo. Sta a noi scegliere: se continuiamo a in- naffiare ogni giorno il seme dell’inferno dentro di noi, l’inferno sarà la realtà in cui viviamo ventiquattro ore al giorno; se invece sappiamo come innaffiare ogni giorno il seme del Regno di Dio in noi, il Re- gno di Dio diventerà la realtà in cui viviamo ogni attimo della nostra vita quotidiana.
Che io sia qui o in qualunque altro luogo, sono sempre capace di cammina- re con consapevolezza e la terra sotto ai miei piedi è sempre la Terra Pura del Buddha o il Regno di Dio. Dovete camminare in mo- do consapevole e toccare la terra come se fosse un miracolo. Se sape- te tornare al qui e ora, se sapete come toccare il Regno di Dio in ogni cellula del vostro corpo, esso si manifesterà per voi immediatamente qui e ora.

La libertà è possibile ora

Cammina da persona libera. Cammina in modo che ogni passo ti dia più dignità, più libertà e stabilità, e nel tuo cuore nasceranno gioia e compassione 3. Ti renderai conto che le altre persone non cammi- nano in questo modo, che sono preda della rabbia, della paura e del- la disperazione. Questo può motivarti ad aiutarle a imparare come vi- vere nel momento presente, come sedersi e camminare da persona li- bera. Una sola persona che si sieda, cammini, mangi e respiri da per- sona libera può avere un impatto su tutto il suo ambiente.

Cammina da persona libera

Se la nostra vita quotidiana è priva di consapevolezza, tendiamo a lasciare che vi entrino molti elementi che sono dannosi per il corpo e per la coscienza. Il Buddha disse che nulla può sopravvivere senza cibo. La nostra gioia non può sopravvivere senza essere alimentata, né possono sopravvivere il dolore e la disperazione.
Se siamo disperati è perché abbiamo nutrito la nostra disperazione con il genere di cibo che la fa aumentare. Se siamo depressi, il Buddha ci consiglia di osservare in profondità la natura della nostra depressione per individuare l’origine del cibo di cui la nutriamo. Una volta individuata la fonte del nutrimento eliminatela, e la depressione svanirà dopo una o due settimane.
Senza consapevolezza nella nostra vita quotidiana, noi nutriamo la nostra rabbia e la nostra disperazione guardando o ascoltando cose intorno a noi che sono altamente tossiche. Ogni giorno consumiamo molte tossine; ciò che vediamo in televisione o che leggiamo nelle riviste può nutrire la nostra rabbia e disperazione. Se inspiriamo ed espiriamo consapevolmente, però, e ci rendiamo conto che quel genere di cose non sono quelle che vogliamo consumare, smetteremo di assumerle. Vivere in modo consapevole significa smettere di ingerire questo tipo di veleni e scegliere invece di essere in contatto con ciò che è meraviglioso, che rigenera e che guarisce, dentro di noi e intorno a noi.

Momento meraviglioso

Ho un esercizio di respirazione che vorrei offrirvi. Sono sicuro che se seguirete questo esercizio nei momenti difficili, ne trarrete sollievo.
Inspirando, so che sto inspirando.
Espirando, so che sto espirando.
Inspirando noto che l’inspirazione si è fatta più profonda. Espirando noto che l’espirazione si è fatta più lenta. Inspirando, mi calmo; espirando, mi sento a mio agio. Inspirando, sorrido; espirando, lascio andare.
Inspirando, dimoro nel momento presente.
Espirando, so che è un momento meraviglioso.
Questi versi possono essere riassunti nel modo seguente:
Dentro, fuori;
profondo, lento;
calma, agio;
sorrido, lascio andare;
momento presente, momento meraviglioso.

Ogni parola è una guida che ci aiuta a tornare al respiro nel momento presente. Possiamo ripetere ”inspiro”, “espiro” finché non sentiamo che la nostra concentrazione è solida e piena di pace.
Continuiamo a respirare, “profondo, lento, profondo, lento” finché non vogliamo passare alla frase successiva, che è “calma, agio”.
Calma significa che calmiamo il nostro corpo, che portiamo pace al nostro corpo. Inspirando, porto l’elemento della calma nel mio corpo. Se abbiamo una sensazione o un’emozione che ci fa sentire meno tranquilli, calmare vuol dire calmare quella sensazione o emo- zione. Inspirando, calmo le mie emozioni. Espirando, calmo le mie sensazioni. Quando espiriamo, diciamo “agio”, che significa essere leggeri, rilassati, sentire che nulla è importante quanto il nostro benessere.
Quando abbiamo dimestichezza con “calma, agio” passiamo a “sorrido, lascio andare”. Quando inspiriamo, anche se in quel momento non sentiamo molta gioia, possiamo comunque sorridere. Quando sorridiamo, la gioia e la pace in noi si fanno più salde e la tensione svanisce. Quando espiriamo, diciamo “lascio andare”. Lasciamo andare ciò che ci fa soffrire: un’idea, una paura, una preoccupazione, la rabbia.
E alla fine torniamo a “momento presente, momento meraviglioso”. “Inspirando, dimoro nel momento presente. Espirando sento che è un momento meraviglioso”. Ricordate, il Buddha ha detto che il momento presente è il solo momento in cui la vita ci è disponibi- le. Quindi, per poter entrare in contatto profondo con la vita dobbiamo tornare al momento presente. Il respiro è come un ponte che collega il corpo e la mente. Nella vita quotidiana il nostro corpo può stare in un luogo e la nostra mente altrove, nel passato o nel futuro: è detto uno “stato di distrazione”.
Il respiro è un collegamento fra il corpo e la mente. Quando iniziate a inspirare e a espirare con consapevolezza, il vostro corpo tornerà alla vostra mente in un istante; e quando iniziate a inspirare ed espirare con consapevolezza, la mente tornerà al corpo. Sarete in grado di realizzare l’unità di corpo e mente e diverrete pienamente presenti e pienamente vivi nel qui e ora. In quel momento avrete la possibilità di entrare in contatto profondo con la vita. Non è difficile. Tutti possono farlo.

Il sorriso come pratica
Nell’esercizio “inspirando, sorrido” potreste chiedervi: perché dovrei sorridere se in me non c’è gioia? La risposta a questa domanda è: sorridere è una pratica. Il vostro viso ha più di trecento muscoli: se siete arrabbiati o impauriti si tendono, e la loro tensione genera una sensazione di durezza. Se invece sapete come inspirare e fare un sorriso, la tensione scomparirà: è quello che io definisco “yoga della bocca”. Fate del sorridere un esercizio: basta inspirare e sorridere per far scomparire la tensione e farvi sentire molto meglio.
Essere compassionevoli nei confronti di se stessi è una pratica molto importante. Quando sei stanco, arrabbiato o disperato, dovresti sapere come tornare a te stesso e prenderti cura della tua stanchezza, della tua rabbia e della tua disperazione.
È per questo che pratichiamo il sorridere, il camminare, il respirare, il mangiare in consapevolezza.

Quando si prova gratitudine non si soffre

Quando prendo il cibo, che sia con i bastoncini o con la forchetta, sto un momento a guardarlo. Mi basta una frazione di secondo per identificare il cibo; se sono veramente presente qui e ora lo riconosco immediatamente, che si tratti di una carota, di un fagiolino o di un pezzo di pane. Gli sorrido, lo metto in bocca e lo mastico con la totale consapevolezza di ciò che sto mangiando. La consapevolezza è sempre consapevolezza di qualcosa: io mastico il cibo in modo tale che la vita, la gioia, la solidità e la non paura divengano realtà pos- sibili. Dopo aver mangiato per una ventina di minuti mi sento nutrito, non solo fisicamente ma anche mentalmente e spiritualmente. Questa è una pratica molto, molto profonda. All’inizio di ogni pasto pratichiamo le Cinque Contemplazioni del cibo.
Le Cinque Contemplazioni
Questo cibo è il dono dell’intero universo: terra, cielo, e molto duro lavoro.
Che noi possiamo mangiare in modo da essere degni di riceverlo.
Che noi possiamo trasformare gli stati mentali non salutari e imparare a mangiare con moderazione.
Che noi possiamo mangiare solo cibo che ci nutre e che previene le malattie.
Accettiamo questo cibo per poter realizzare la via della comprensione e dell’amore.

La prima contemplazione è essere consapevoli che il nostro cibo viene direttamente dalla terra e dal cielo, che è un dono che ricevia- mo dalla terra e dal cielo e anche dalle persone che lo preparano.
La seconda contemplazione riguarda l’essere degni del cibo che mangiamo. Il modo per essere degni del nostro cibo è mangiare in presenza mentale – essere consapevoli della sua presenza ed essere grati di averlo. L’energia della presenza mentale può aiutarci a vedere quanto sia meraviglioso il cibo che stiamo mangiando. Non possiamo permetterci di perderci nelle nostre preoccupazioni, paure o arrabbiature riguardanti il passato o il futuro. Siamo lì per il cibo perché il cibo è lì per noi: è giusto così. Mangiate in modo consapevole e sarete degni della Terra e del cielo.
La terza contemplazione mira a renderci consapevoli delle nostre tendenze negative e a permetterci di evitare che ci travolgano. Occorre che impariamo a mangiare con moderazione, a mangiare la giusta quantità di cibo. È molto importante non mangiare troppo. Se mangiate lentamente e masti- cate con molta cura ne riceverete un grande nutrimento: la giusta quantità di cibo è quella che ci aiuta a essere sani.
La quarta contemplazione è relativa alla qualità del cibo che mangiamo. Siamo determinati a ingerire soltanto cibo che non contenga tossine per il corpo e per la coscienza.
La quinta contemplazione è essere consapevoli che riceviamo cibo al fine di realizzare qualcosa. La nostra vita dovrebbe avere un signi- ficato, e questo significato è aiutare gli altri a soffrire meno – aiutare gli altri a entrare in contatto con le gioie della vita. Quando abbiamo nel cuore la compassione, quando sappiamo di essere capaci di aiuta- re una persona a soffrire meno, la vita inizia ad avere più significato. Questo è un nutrimento molto importante, per noi.
Dire poche parole che facciano soffrire di meno una persona può bastare a dare significato alla nostra vita; lo si può fare dovunque.
Quando la tua vita ha significato la felicità diviene realtà e tu ti trasformi in un bodhisattva proprio qui e ora. Un bodhisattva è una persona dotata di compassione e capace di far sorridere un’altra per- sona o di farla soffrire meno. Ognuno di noi ne è capace.

La compassione come fattore di liberazione
Ogni momento della nostra vita quotidiana può essere un momento di pratica. Se stai aspettando il cibo o se sei in fila per essere contato puoi sempre praticare “inspiro ed espiro”, con consapevolezza e sorridendo. Non sprecare alcun momento della tua vita quotidiana: ogni momento è un’opportunità per coltivare solidità, pace e gioia. Dopo alcuni giorni vedrai che altre persone inizieranno a trarre beneficio dalla tua presenza. La tua può diventare la presenza di un bodhisattva, di un santo. È davvero possibile.
Molti di noi hanno paura di essere attaccati e a volte, pur avendo in sé compassione e comprensione, fingono di es- sere duri e crudeli per proteggersi. Senza la compassione soffriamo molto e facciamo soffrire le persone intorno a noi. Con la compas- sione possiamo entrare in contatto con gli altri esseri viventi e possiamo aiutarli a soffrire meno.
Se in te c’è l’energia della compassione, vivi nel più sicuro degli ambienti. La compassione può esprimersi nei tuoi occhi, nel modo in cui agisci o reagisci, nel modo in cui cammini, ti siedi o mangi, nel modo in cui tratti gli altri. È il miglior mezzo di autoprotezione. Può anche essere contagiosa. È davvero meraviglioso stare seduti accanto a qualcuno che ha nel cuore la compassione. Con la compassione nel cuore conquisterai il sostegno di uno o due amici: tutti noi abbiamo bisogno di compassione e amore. Due persone insieme si possono proteggere a vicenda e possono proteggere anche le persone che hanno intorno.
La nostra pratica è coltivare la compassione nella vita quotidiana. Con la pratica della compassione ci apriamo a una persona e poi a un’altra; alla fin fine, quando c’è la compassione, qualunque posto può essere un luogo in cui è piacevole vivere. Quando l’elemento del- la gioia entra nei nostri corpi e nelle nostre coscienze, troviamo in- sieme pace e gioia proprio qui, proprio ora.

La comprensione rende possibile la compassione

La comprensione è la sostanza con cui costruiamo la compassione. Di che tipo di comprensione sto parlando? La comprensione del fatto che anche l’altra persona soffre. Quando soffriamo abbiamo la tendenza a credere di essere vittime degli altri, di essere gli unici a stare male. Ma non è vero, anche l’altro soffre; anche l’altro ha le sue difficoltà, le sue paure, le sue preoccupazioni. Se solo potessimo vedere il dolore che c’è in lui, inizieremmo a comprenderlo. Una volta che c’è la comprensione, la compassione diventa possibile.
Abbiamo abbastanza tempo per osservare a fondo la condizione dell’altro? Se lo osserviamo possiamo vedere che in lui c’è molta sofferenza. Forse non sa come gestire la sua sofferenza. Forse la lascia crescere perché non sa come gestirla, e questo fa soffrire lui e le persone che ha intorno. Quindi, con questo tipo di consapevolezza, di presenza mentale, inizierai a comprendere e la comprensione farà sorgere dentro di te la compassione. Con la compassione in te soffrirai molto meno e sarai spinto dal desiderio di fare una certa cosa, o di non fare un’altra cosa, perché quella persona soffra meno. Il tuo modo di guardarla o di sorriderle può aiutarla a soffrire meno e può darle fiducia nella compassione.
La compassione non è possibile senza la comprensione, e la comprensione è possibile soltanto se hai il tempo di guardare in profondità. Meditazione significa guardare in profondità per comprendere.
Quando hai la compassione nel cuore, ti basta inspirare ed espirare profon- damente per far arrivare la comprensione. Comprenderai te stesso e diverrai compassionevole verso te stesso. Saprai come gestire la tua sofferenza e come prenderti cura di te stesso. Sarai quindi in grado di aiutare un’altra persona a fare lo stesso, e tra voi crescerà la compassione. In questo modo diventi un Buddha.

L’arte di gestire una tempesta

Una tempesta, quando arriva, rimane per un po’ di tempo e poi se ne va. È così anche per le emozioni: vengono, restano per un po’, poi vanno via. Un’emozione è solo un’emozione. Non si muore per un’emozione. Noi siamo molto, molto più di un’emozione. Quando ti accorgi che sta per sorgere un’emozione, dunque, è molto importante che ti sieda in posizione stabile, oppure che ti metta sdraiato – anche questa è una posizione molto stabile. Concentra poi l’attenzione sulla pancia. La tua testa è come la cima di un albero durante una tempesta: io non ci resterei. Porta la tua attenzione in basso, al tronco dell’albero, dove c’è stabilità.
Dopo esserti concentrato sulla pancia, sposta in giù l’attenzione, appena sotto l’ombelico, e inizia a praticare il respiro consapevole. Inspirando ed espirando profondamente, sii consapevole del sollevarsi e dell’abbassarsi dell’addome. Dopo aver praticato in questo modo per dieci, quindici o venti minuti, ti accorgerai di essere forte, abbastanza forte da resistere alla tempesta. In questa posizione seduta o sdraiata, limitati a rimanere agganciato al respiro, proprio come un naufrago resta aggrappato a un salvagente: dopo un po’ di tempo l’emozione andrà via.
Questa è una pratica molto efficace, ma per favore ricorda una cosa: non aspettare di avere un’emozione forte per praticare, in quel caso non ricorderai come si fa. Devi praticare ora, oggi che ti senti b ne, che non hai a che fare con emozioni forti. Questo è il momento per iniziare a imparare la pratica. Puoi praticare ogni giorno per dieci minuti. Siedi e pratica l’inspirazione e l’espirazione, concentrando l’attenzione sulla pancia. Se fai così per tre settimane, ventuno gior- ni, diventerà un’abitudine; allora, quando monterà la rabbia o sarai sopraffatto dalla disperazione, ti verrà naturale ricordare la pratica; se ci riuscirai avrai fede nella pratica e sarai in grado di dire alle tue emozioni: “Bene, se ritorni farò esattamente la stessa cosa”. Non avrai più paura perché saprai che cosa fare.
Pratica regolarmente. Quando la pratica diventa un’abitudine, se non la fai ti sembra che ti manchi qualcosa. Praticare ti porterà be- nessere e stabilità; e avrà anche un buon effetto sulla tua salute. Questa è la miglior protezione che puoi offrire a te stesso.

Sorridi alla tua energia dell’abitudine
In ognuno di noi c’è una forte energia chiamata energia dell’abitudi- ne, vasana in sanscrito. Tutti noi abbiamo energie abituali che ci spingono a dire o a fare cose che non vorremmo. Le abitudini danneggiano noi e i nostri rapporti con gli altri. Razionalmente sai che dire o fare una certa cosa causerà molta sofferenza, eppure la dici o la fai; a quel punto, il danno è fatto. Poi ti dispiace, ti batti il petto e ti strappi i capelli dicendo: “Non dirò, non farò mai più una cosa simile”. Ma anche se sei sincero, la prossima volta che si presenterà una situazione simile dirai o farai la stessa cosa.
Il respiro consapevole può aiutarti a riconoscere l’energia dell’abitudine quando si presenta. Non devi combatterla, devi solo riconoscere che è tua e sorriderle. Tanto basta. Questa è una protezione meravigliosa. Per questo ho detto che la presenza mentale è l’energia che ci protegge.
Perché l’energia della presenza mentale possa operare per te, è molto importante che tu pratichi ogni giorno il camminare e il respirare in consapevolezza. Quando l’energia dell’abitudine inizia a manifestarsi continua a respirare, riconoscila e dille: “Ciao, energia dell’abitudine. So che ci sei, ma io sono libero. Non mi spingerai più a dire o a fare quelle cose”. In questo modo acquisisci una maniera diversa di reagire, crei una buona energia dell’abitudine che sostituisce quella cattiva.
La relazione che abbiamo con gli altri è fondamentale per la nostra felicità. A volte trattiamo male gli altri o noi stessi a causa dell’e- nergia dell’abitudine. Dovremmo trattare noi stessi con rispetto, tenerezza e compassione. È molto importante: se sappiamo trattare con rispetto il nostro corpo e le nostre sensazioni, saremo capaci di trattare gli altri con lo stesso rispetto. È così che creiamo pace, libertà e felicità nel mondo. Ognuno di noi è in grado di farlo. Abbiamo solo bisogno di un po’ di allenamento. Noi dobbiamo coltivare quell’energia chiamata consapevolezza – consapevolezza del camminare, consapevolezza del respiro, consapevolezza del mangiare.
Ogni momento della nostra vita quotidiana può essere usato per coltivare la presenza mentale, l’energia del Buddha, dello Spirito Santo. Ovunque c’è lo Spirito Santo c’è comprensione, perdono e com- passione. L’energia della presenza mentale, della consapevolezza, ha la stessa natura. Se sapete generare questa energia diverrete veramente presenti, davvero vivi e capaci di comprendere. Con la comprensione diverrete compassionevoli e questo cambierà ogni cosa.

D: Quanto tempo ci vuole per avere dei risultati nella pratica?
R: Non è una questione di tempo. Se la fai in modo corretto e con piacere puoi avere risultati rapidamente; se invece dedichi molto tempo alla pratica ma non la fai correttamente, potresti non realizzare nulla. È come il respiro consapevole: se lo fai nel modo giusto, già la prima inspirazione può darti un po’ di sollievo e di gioia. Ma se non lo fai nel modo giusto, neanche tre o quattro ore ti daranno l’effetto che desideri.
Quando inspiri, consenti a te stesso di inspirare in modo naturale. Concentra tutta la tua attenzione sull’inspirazione. Quando espiri, consenti a te stesso di espirare in modo normale: limitati a renderti consapevole dell’espirazione, senza interferire. Non forzarla. Se ti consenti di inspirare ed espirare in modo naturale e prendi consapevolezza del tuo respiro, ti sentirai meglio dopo appena quindici o venti secondi; comincerai a provare piacere nell’inspirare e nell’espirare.
La a pratica non si può misurare in termini di tempo: sia che respiri in consapevolezza, che cammini in consapevolezza o che lavori in consapevolezza, se lo fai con piacere e ne senti subito l’effetto la tua pratica è corretta.

D: Quanto tempo devo dedicare alla pratica?
R: La meditazione che propongo può essere fatta in qualunque mo- mento. Mentre cammini da un posto a un altro puoi applicare le tecniche della meditazione camminata; quando lavori puoi praticare il lavoro in consapevolezza. A pranzo puoi praticare il mangiare in consapevolezza. Non occorre che tu preveda un tempo specifico per la pratica: la puoi fare in qualunque momento del giorno.
Tuttavia, se la situazione lo consente, puoi prenderti del tempo per fare qualcosa di specifico, per esempio potresti svegliarti un quarto d’ora prima per goderti un quarto d’ora di meditazione seduta. Oppure prima di andare a dormire, anche dopo che le luci sono state spente, puoi sederti sul letto per fare un quarto d’ora di respirazione consapevole.
Puoi strofinare un pavimento da persona libera o da schiavo. Dipende da te. Qui ognuno ha delle cose precise da fare, ma tu puoi farle da persona libera. Puoi coltivare la tua libertà. Questo dà molta dignità e tutti se ne accorgeranno. Con la pratica sei veramente libero, qualunque sia la situazione in cui ti trovi. Ti propongo, ogni volta che vai al gabinetto, ogni volta che defechi, urini e ti lavi le mani, di in- vestire il cento per cento di te stesso nell’azione che stai facendo. Smetti di pensare, semplicemente goditi ciò che stai facendo. Può essere molto piacevole. In poche settimane vedrai l’effetto meraviglioso di questa pratica.

D: Può dare una definizione di presenza mentale? Come possiamo praticare con così tante distrazioni?
R: Significa essere veramente presenti in questo momento. Quando mangi, sai che stai mangiando; quando cammini, sai che stai camminando. Il contrario di presenza mentale è distrazione: mangi ma non sai che stai mangiando perché la tua mente è altrove. Presenza mentale, consapevolezza, è riportare la tua mente su ciò che avviene qui e ora; ti può dare molta vitalità, piacere e gioia. Per esempio, la semplice azione di mangiare un’arancia può essere mille volte più piacevole se mangi in consapevolezza invece che tutto preso nelle preoccupazioni, nella rabbia o nella disperazione. La consapevolezza, quindi, è l’energia che ti aiuta a essere pienamente presente con quello che c’è.
Supponi che ci siano dei rumori intorno a te: li puoi utilizzare come oggetto della presenza mentale. “Inspirando, sento molto rumore. Espirando, sorrido a questo rumore. So che le persone che fanno rumore non sempre sono serene e sento compassione per loro”. Quindi, praticare il respiro consapevole e usare la sofferenza che c’è intorno a te come oggetto della tua consapevolezza aiuterà a far nascere in te le energie della comprensione e della compassione.

D: Può dire qualcosa sul perdono?
R: Il perdono è il frutto della comprensione. A volte, non riusciamo a perdonare una persona anche se lo vorremmo. Può essere che abbiamo la disponibilità a perdonare, ma abbiamo anche l’amarezza e la sofferenza. Il perdono, per me, è il risultato del guardare in profondità e della comprensione.
Tramite la meditazione, l’energia chiamata rabbia si trasforma nell’energia della compassione. Non si può ottenere il perdono senza questo tipo di comprensione e la comprensione è il frutto dell’osservazione profonda. Io chiamo questo “meditazione”.

D: Qualè l’essenza del Buddhismo? È una religione?nE il Buddha era un Dio?
R: Il Buddha ci ricorda sempre che è un essere umano, non un dio. È un maestro. Ha lasciato molti discorsi fatti ai suoi discepoli; sono detti “sutra”.
Nella tradizione buddhista si onorano i Tre Gioielli. Il primo è il Buddha, colui che ha trovato la via della comprensione, dell’amore, della trasformazione e della guarigione. Il secondo gioiello è il Dharma, il sentiero della trasformazione e della guarigione che è stato offerto dal Buddha sotto forma di discorsi, insegnamenti e pratiche. Il terzo gioiello è la comunità di pratica, il Sangha: gli uomini e le donne che hanno formato una comunità e hanno intrapreso il sentiero della meditazione e della pratica della presenza mentale. Un vero Sangha ha in sé il vero Dharma e il vero Buddha. Quando entri in contatto con un vero Sangha, dunque, entri in contatto anche con il Buddha e con il Dharma.
Con un Sangha hai la possibilità di praticare con successo, perché il Sangha ti è di valido aiuto, ti protegge e ti sostiene nella pratica. Senza un Sangha potresti abbandonare la pratica dopo pochi mesi. Da noi si dice che se una tigre lascia la montagna per recarsi in pia- nura sarà catturata dagli uomini e uccisa. Un praticante deve restare con il proprio Sangha, altrimenti potrebbe abbandonare la pratica dopo pochi mesi. Il sostegno e i consigli dati dal Sangha sono molto importanti.
Può essere composto da laici o da monaci, ovunque ci siano quattro o cinque persone che praticano insieme la presenza mentale, c’è un Sangha. Prendere rifugio nel Sangha è molto importante: se il Sangha pratica veramente, racchiude in sé il Buddha e il Dharma.
D: Cosa è la presenza mentale e che effetti può avere?
R: Come detto la presenza mentale, o consapevolezza, è la capacità di essere presenti qui e ora. Concentra l’attenzione su ciò che sta avve- nendo; se c’è consapevolezza, ci sarà anche concentrazione. Se conti- nui ad avere consapevolezza di qualcosa ti concentrerai su quella cosa che diventerà l’oggetto della tua concentrazione. Quando la tua pre- senza mentale e la tua concentrazione sono buone, sei in grado di ave- re intuizioni profonde e sarai capace di comprendere a fondo ciò che realmente accade, qui e ora. Il processo dunque è: presenza mentale, concentrazione e visione profonda. Quest’ultima ti aiuta a compren- dere e ti libera dalle tue percezioni erronee; ti fa smettere di soffrire.

D: Si può pensare al passato e fare progetti per il futuro?
R: Presenza mentale significa stabilirti nel momento presente. Ma non vuol dire che tu non abbia il diritto di esaminare attentamente il tuo passato e trarne degli insegnamenti oppure di fare progetti per il futuro. Se sei veramente radicato nel momento presente e il futuro di- venta l’oggetto della tua presenza mentale, puoi guardare il futuro in profondità per vedere che cosa ti è possibile fare nel presente per ren- dere possibile quel futuro.
Noi diciamo che il modo migliore per prendersi cura del futuro è prendersi cura del presente, perché il futuro è fatto del presente. Pren- derti cura del momento presente è la sola cosa che puoi fare per assi- curarti un buon futuro.
Se riportiamo al momento presente eventi del passato e ne faccia- mo oggetto di meditazione, ne riceviamo un grande insegnamento. Quando prendevamo parte a quegli eventi non potevamo vederli con la chiarezza con cui li vediamo ora. Con la pratica della presenza mentale acquisiamo occhi nuovi e possiamo imparare molte cose dal passato.

D: Penso che in occidente si dà grande importanza al successo. Nel Buddhismo c’è un concetto simile?
R: Prendiamo come esempio la meditazione camminata. Mentre ti stai godendo l’inspirazione e l’espirazione, all’improvviso può venirti un’idea; sei libero di scegliere se continuare la tua pratica del respiro consapevole oppure restare con quell’idea. Puoi decidere di dire all’idea: “Vorrei continuare a respirare in consapevolezza prima di dedicarti un po’ di tempo”. Se l’idea accetta la tua decisione, si ritirerà nell’ombra in modo che tu possa continuare la tua meditazione. È come esaminare una pila di lettere sulla scrivania e metterne da parte una particolare, da leggere più tardi.
La consapevolezza può essere consapevolezza di tutto quello che vuoi, nel momento presente. Cosa succede se l’idea è molto forte e vuole la tua attenzione immediata? In questo caso puoi dire: “OK, ora smetto di concentrarmi sul mio respiro e mi occupo di te”. Puoi decidere di focalizzare tutta la tua attenzione su questo nuovo oggetto di meditazione. Non c’è nulla di male in questo.
Se durante la meditazione seduta inizi a sentire dolore alle gambe già dopo dieci minuti, forse penserai di dover sopportare il dolore e di dover restare seduto per l’intero quarto d’ora, altrimenti avrai fallito il tuo compito. Non devi sentire questo; puoi praticare, invece, il massaggio consapevole: “Inspirando so che sto iniziando a cambiare la mia posizione seduta. Espirando, sorrido al mio dolore muscolare”. Sei libero di scegliere l’oggetto della tua presenza mentale. Non hai abbandonato la meditazione, neanche un istante della tua meditazione è andato perduto, non hai fallito.

D: Sono di famiglia cristiana. Va bene se pratico la presenza mentale?
R: Ho studiato la religione cristiana e vi ho trovato molti insegna- menti sulla presenza mentale. E ne ho trovato anche nell’ebraismo e nell’Islam. Penso che la presenza mentale sia di natura universale. Penso che sia possibile trarre beneficio da molte tradizioni contemporaneamente. Se ti piacciono le arance le mangerai, va bene, ma nulla ti impedisce di gustare anche un kiwi o un mango. Perché scegliere per te soltanto un tipo di frutta quando tutta l’eredità spirituale del genere umano è a tua disposizione?

D: C’è un tipo di forza che indirizza la sua esistenza? C’è una forza più elevata che le indica il percorso?
R: Ho detto che in ogni cellula del tuo corpo puoi trovare sia l’inferno che il paradiso, il Regno di Dio. La forza spirituale, elevata o meno che sia, è proprio dentro di te. Se hai compassione, puoi entrare in contatto con la compassione in ogni luogo. Se hai violenza e odio, ti collegherai a quelle energie intorno a te. Per questo è molto importante scegliere su quale canale ti vuoi sintonizzare.
Se decidi di nutrire te stesso solo con energie positive, l’energia della presenza mentale ti aiuterà a fare una distinzione tra le energie che sono giuste per te e quelle che non lo sono: quali persone dovresti frequentare, quale tipo di cibo non dovresti mangiare, che tipo di programmi televisivi dovresti vedere e così via. La presenza mentale è capace di dirti quali cose ti sono necessarie e quali ti sono nocive.

La misura di avere sviluppato la Vera Rinuncia

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Per avre un idea di come essere coscienti di avere dato origine alla vera rinuncia provate a mettervi nei panni di un condannato a morte la cui esecuzione avverrà tra un anno. Egli ha sempre dentro di se il desiderio che gli venga sospesa la pena o che sia addirittura liberato. Fino a che si trova nella sua cella, anche quando mangia, dorme o svolge qualsiasi attività che possa anche un minimo distrarlo dalla sua condizione, il suo pensiero è sempre costantemente rivolto alla libertà. In modo analogo, quando si ha veramente sviluppato la rinuncia, il desiderio di liberazione dal Samsara è sempre presente e forte all’interno dell’essere. Se al condannato venisse offerta l’opportunità di scappare o di salvarsi dalla pena, egli subito ne approffitterebbe lasciandosi tutto alle spalle e correndo forte verso la libertà. Allo stesso modo amche tu quando hai generato la rinuncia sarai felice di poterti lasciare dietro la tua esistenza samsarica.

Ignoranza – etica, esterno – interno. La natura del sentiero

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L’ignoranza fa sorgere la manifestazione delle emozioni afflittive tipo il desiderio e la rabbia, e sulla base di queste emozioni commettiamo ogni sorta di azioni negative. Con l’addestramento all’etica impariamo a trattenerci dal manifestare esternamente i cattivi comportamenti. Questo tipo di disciplina ‘esterna’ ti tiene lontano dal commettere le dieci azioni negative (uccidere, rubare, condotta sessuale scorretta, mentire, duro discorso, pettegolezzi, parole usate per dividere, cupidigia, visioni errate e cattiva volontà). Bisogna addestrarsi all’etica mettendo in relazione empaticamente il dolore causato agli altri quando si commettono queste azioni negative. Comprendere come vi sentireste queando siete voi a subire le dieci azioni negative ( cosa che capita ogni giorno) vi aiuterà a capire che il dolore conseguente a quei comportamenti è del intollerabile. Il pensare e ripensare a questo vi aiuterà  naturalmente al volervi astenere dal non compiere più tali azioni negative e non sarete più nemmeno distratti dal pensare a compierli, vi terrete lontani dai desideri, dalle paure, dalla cupidigia … ecc. ecc. Si crea quindi uno stile di vita basato sull’etica che ti permette di sviluppare la meditazione concentrata, la quale aiuta appunto a sottomettere la manifestazione ‘interna’ delle emozioni negative quali rabbia e desiderio così come anche il torpore e l’eccitazione mentale. Questo tipo di mente concentrata crea il fondamento per essere abili a usare la saggezza per distruggere la vera radice del samsara: l’ignoranza stessa.

Il Seme di Mais

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Buon giorno caro Shanga, ogni volta che andiamo in ritiro in Italia offriamo un ritiro per adulti e bambini. Si svolge a Castelfusano, è un posto dove ci sono molti alberi di pino e un bel parco. C’è anche un bufalo che vive nel parco. Nel ritiro ci sono sempre molti bambini e ai bambini piace la pratica. Un giorno ho dato loro un compito a casa da fare ai bambini, non il solito compito che sono abituati a fare ma un compito piacevole. Quella mattina sono andato in un negozio di alimenti a comprare semini di granoturco, tipo quelli che si usano per fare il Popcorn e ho distribuito a ciascun bambino un semino. Il compito era di portarlo a casa e piantarlo in un vaso. Anche gli adulti erano interessati al compito a casa e volevano anche loro i semi. Per fortuna ne avevo a sufficienza per tutti. Quello che dovevano fare era piantare il seme nel vaso ed innaffiarlo ogni giorno. Se fuori faceva freddo dovevano tenere il vaso dentro casa. Innaffiatelo ogni giorno e quando il seme di granoturco germoglia e quindi spunta una foglia, due foglie o tre foglie allora voi andate a parlare con la pianta di granoturco e ditele qualcosa di simile: “Cara piantina di granoturco ti ricordi quando eri un minuscolo seme? E dopo avere fatto la domanda ascoltate. La pianta di granoturco non parla né inglese né italiano, ma comunque ha un suo modo di comunicare, e se siete abbastanza attenti potete sentire la risposta della pianta di granoturco. E la risposta è: “Io un seme di granoturco? Non credo proprio!”. Voi sapete che la pianta non vi crede ma è un dato di fatto che qualche settimana era un piccolo seme e adesso è diventata una pianta di granoturco, voi sapete che è la verità, ma la pianta non lo sa e non vuole ammettere che una volta era un minuscolo semino. Quindi fate del vostro meglio per farglielo capire, con parole amorevoli dite: “Mia piccola piantina di granoturco, sono io che ti ho piantato, tu eri un piccolo seme e sono io che ogni giorno ti ho innaffiato e a un certo punto tu hai germogliato ed è spuntata la prima foglia”. Cercate di aiutare la piantina a ricordare. E potreste dirle che quando crescerà potrà fare un fiore, potrà fare una o due pannocchie di granoturco e da un seme di granoturco potrà diventare molti grani di granoturco.
(Devo bere una tazza di tè prima di continuare. Il monaco beve.)
Se io chiedo al Tè se si ricorda se è stato una nuvola nel cielo potrebbe averlo dimenticato, ma il fatto è che forse diversi anni fa il tè era una nuvola in cielo. È diventata pioggia, acqua che è stata usata per fare il tè ed ora effettivamente è proprio tè.
Quando tu mediti puoi vedere le cose in questo modo e puoi aiutare le persone a capire, perché potrebbero avere dimenticato. Il fatto è che tu sei una ragazzina o un ragazzino, tu anche hai avuto un inizio come la piantina di granoturco, eri un minuscolo seme, anzi molto più piccolo di un semino. Tuo padre e tua madre ti hanno piantato come un seme nel grembo di tua madre, tu eri un seme molto piccolo ma sei cresciuto molto in fretta, da una cellula sei diventato molte cellule e hai moltiplicato le tue cellule per formare il tuo corpo, ma tu non ti ricordi di tutto questo, hai bisogno di un biologo o uno scienziato che ti dica che tu all’inizio eri un piccolo seme di uomo. Tu non lo sai ma il fatto è che tu sei una continuazione di tuo padre come il tè nel bicchiere è una continuazione della nuvola del cielo.
Siete d’accordo con me che il tè nel bicchiere è la continuazione della nuvola nel cielo? Si, c’è un legame molto stretto tra il tè e la nuvola nel cielo: la nuvola di ieri può diventare il tè di oggi e quando io sto bevendo il tè e sto bevendo la nuvola e anche a voi potrebbe piacere bere la nuvola. Così la prossima volta che bevete il tè guardate nel bicchiere e vedrete che il tè è la continuazione della nuvola. La nuvola è nel tè. E con la meditazione possiamo vedere cose come questa.
Quindi quando voi contemplate la bellezza di uno stelo di granoturco o la giovane pianta di granoturco non vedete più il seme, vedete solo la pianta. Non vedete più il seme ma questo non vuol dire che il seme è morto, no! Il seme non è morto, è diventato una pianta e la la pianta è la continuazione del seme. E se tu sei un buon praticante di meditazione non vedi solo la pianta, puoi ancora vedere il seme. Il seme di granoturco non ha lo stesso aspetto, lo stesso tipo di forma, ma ha acquisito una nuova forma, è come il tè: il tè è la nuvola: la nuvola non è morta, è diventata tè, ha solo acquisito una nuova forma. Quindi a meditazione è così.
Molti bambini hanno praticato, hanno portato a casa il seme e lo hanno piantato nel vaso, l’hanno innaffiato, hanno aspettato e quando ha sviluppato le foglie sono andati a parlare con la piantina di granoturco e gli hanno posto quella domanda, hanno provato a spiegare alla pianta di granoturco che cosa era successo, alcuni hanno fatto anche la foto della piantina e le hanno inviate a me, al monastero. Hanno fatto davvero bene il loro compito e si sono divertiti.
Quindi il fatto è che noi vediamo le cose morire ma esse non muoiono propriamente, continuano in qualche modo, con altre forme. Sapete bene che è impossibile che una nuvola muoia, morire vuol dire che qualcosa diventa niente, ma è impossibile per una nuvola diventare niente, una nuvola può diventare pioggia, neve o acqua, ma non può morire, mai. Può diventare qualcosa come il tè, come il gelato, ma non il nulla. Quindi se voi avete qualcuno che pensate che ormai è morto, guardate bene, guardate ancora, quella persona non è morta. Non dovete piangere troppo. È impossibile per lui o lei morire, esso o essa sono ancora lì, da qualche parte e sei voi siete attenti potete riconoscerla in una nuova forma, forse ancora più bella di prima, e questo è ciò che la meditazione può aiutare a vedere. E così voi siete liberi dal dolore, afflizione o tristezza. Questo è l’insegnamento del Buddha: niente muore. Il seme di granoturco, la nuvola nel cielo, gli esseri umani, essi continuano sempre in altre forme.
Adesso quando sentite la piccola campana potete alzarvi e continuare la pratica. Buona giornata, praticate bene.

Ancora sulla Vacuità

Tratto da: Freeweb.net

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Elemento centrale della dottrina Buddista è il concetto di vacuità, concetto che non di rado è soggetto ad interpretazioni errate e che portano di conseguenza a considerazioni di natura nichilista nei confronti della dottrina stessa. La vacuità al contrario è fonte di liberazione per il praticante, perché attraverso la meditazione sulla stessa, l’individuo realizza un graduale distacco dal proprio egocentrismo. E’ importante però non limitarsi ad una mera comprensione intellettuale, ma cercare invece di farne viva esperienza nell’osservazione della realtà. Per definizione, la vacuità è l’assenza di esistenza intrinseca o a se stante di tutti i fenomeni, intendendo qui per fenomeni sia la realtà sensibile sia i diversi aspetti dell’Io umano.
Quando parliamo di esistenza intrinseca o più genericamente del Sé, immaginiamo un qualcosa che abbia un carattere proprio, a se stante e indipendente dal tutto, ma se noi scendiamo più in profondità nell’analisi di un determinato fenomeno senza limitarci ad una grossolana visione dello stesso, possiamo osservare che questo assume svariate caratteristiche a seconda del rapporto che esso instaura con gli altri fenomeni circostanti o con l’uomo stesso. Dovendo quindi stabilire un carattere univoco, quale è richiesto dalla definizione di esistenza intrinseca del fenomeno analizzato, scopriamo che in realtà esso ne è privo, perché come abbiamo constatato il suo esistere dipende da cause e condizioni esterne. Non si vuole affatto affermare la totale inesistenza di un fenomeno, ma si vuole solo evidenziare il suo carattere dipendente.
Dei due tipi di vacuità, una in relazione alle cause del divenire (impermanenza), e l’altra come risultato del rapporto instaurato con l’uomo, la seconda è senza dubbio la più importante. Questo perché attraverso la sua completa comprensione, non si osservano più i fenomeni solo in relazione a noi stessi, ma anche in relazione ad altri fenomeni circostanti. Tutti i fenomeni quindi hanno due modi di esistere; il primo è un modo di esistere convenzionale, così come è percepito dai nostri sensi ordinari, mentre il secondo è la vacuità di esistenza intrinseca.
Similmente, ogni essere umano ha istintivamente una certa percezione di se stesso ovvero del suo “Io”, che condiziona tutta la sua esistenza. Questo Io che l’uomo avverte non sempre viene percepito con la stessa intensità, ma la percezione varia a seconda delle situazioni. Ciò che però a noi interessa analizzare, è quell’Io percepito come una presenza intrinseca all’interno di noi stessi che si ha quando per esempio viene toccato il nostro orgoglio, oppure quando veniamo accusati di cose che non abbiamo fatto. In queste situazioni si avverte come un affronto alla stabilità del nostro Io e di conseguenza reagiamo con sentimenti di paura o aggressività. Questo succede proprio perché avvertiamo questo Io come un qualcosa che ha una propria natura intrinseca e che è completamente indipendente da tutto il resto.
Ma se qualcosa esiste veramente, attraverso un’analisi logica dovremmo trovarlo alla fine però non riusciamo a trovarlo. Un Io intrinseco ed indipendente, allora potrebbe essere o la stessa cosa con i nostri aggregati psico-fisici, oppure qualcosa di completamente differente. Nel caso dell’identificazione con gli aggregati,se l’Io fosse il corpo fisico con i suoi sensi, allora dovrebbe essere esteso su tutta la superficie del corpo e all’interno di ogni senso, cosicché se venisse tagliata una mano e messa su un tavolo, allora anche una parte dell’Io rimarrebbe sul tavolo.
Se invece si pensa che l’Io risieda in un ben preciso punto del corpo o dei sensi allora dovremmo domandarci dove, ma anche in questo caso non lo troveremo in nessun punto del nostro corpo. Se invece si pensa che l’Io risieda nella mente o nella coscienza, cosí come a volte lo si identifica con il carattere o la personalità, anche qui non riusciamo a tdefinirlo entro limiti ben precisi. Tutti possiamo constatare come nel corso della nostra vita cambiamo frequentemente idee, interessi e pensieri e non solo da un anno all’altro ma addirittura dalla mattina alla sera. Questa è la chiara dimostrazione di come l’Io sia condizionato da varie cause. Viene quindi spontaneo sospettare che questo Io non abbia poi una natura così intrinseca come si crede.
Non riuscendo quindi a trovare questo Io intrinseco, dobbiamo forse riconoscere che esso abbia invece un carattere dipendente e cioè che esiste come una pura proiezione mentale che nasce sulla base dell’insieme corpo-mente. Non si nega quindi l’esistenza di una qualche forma di Io, ma si nega invece che esso abbia una propria natura intrinseca e indipendente da tutto. Tutto questo discorso sulla vacuità come abbiamo detto non deve essere fine a se stesso, perché altrimenti sarebbe una mera speculazione intellettuale, ma deve avere come scopo ultimo il distacco dal proprio egocentrismo, che è in ultima analisi la causa primaria di tutta la nostra sofferenza esistenziale.

Intenzione e motivazione

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Credo nell’amore e nella compassione,
nell’atteggiamento pacifico, calma e pazienza,
nella gentilezza e nella generosità,
nella attenzione e concentrazione,
nell’equanimità e in un giusto comportamento etico.

La pratica quotidiana di queste virtù,
la rinuncia agli eccessi della vita mondana
e lo sviluppo della saggezza attraverso la meditazione,
sono le mie intenzioni.

Questa è la strada per liberare me stesso dalla sofferenza, aiutare gli altri a fare altrettanto e la maniera di rendere il mondo un posto migliore per il bene di tutti gli esseri, e queste sono le mie motivazioni.

Davide

Sangye Khadro: Affrontare le Emozioni Negative

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Tratto da Free Dharma Teaching Project.

Tutti noi sappiamo di provare sia emozioni positive che emozioni negative. Non appena sentiamo le parole amore, gentilezza, generosità, le riconosciamo subito come emozioni positive, mentre quando sentiamo parlare di odio, collera, gelosia, depressione, le riconosciamo subito come emozioni sgradevoli. Dal punto di vista del Buddha è possibile trasformare le nostre menti. Il motivo di ordine sostanzialmente pratico che ci spinge a intraprendere questo genere di impresa è che, innanzitutto, ci renderà più felici e semplificherà le nostre relazioni con gli altri.
Il metodo buddhista di affrontare le emozioni implica il riconoscere di provarle e, quindi, lavorarci sopra. non è semplice capire veramente cosa bolle in pentola. Con consapevolezza, onestà e intelligenza selettiva, possiamo cominciare a identificare cosa è cosa: “Quella è collera; quello è desiderio; quella è paura” e così via.

Dobbiamo smetterla di identificarci con l’emozione, per esempio: “Io sono la mia rabbia”, perché questo ci porta ad esserne ossessionati e a recitare questa parte. Possiamo evitare tutto ciò grazie alla consapevolezza che le afflizioni mentali sono impermanenti, vanno e vengono nella nostra mente come nuvole nel cielo.

Se nella nostra mente si trovano contemporaneamente molte emozioni distruttive diverse, la cosa migliore è iniziare da quella più potente e più molesta: non cercate di affrontarle tutte in blocco!
Antidoti generali per le emozioni

1. Presenza mentale o consapevolezza di sé

Quando riusciamo ad essere coscienti del sorgere di un’emozione nella nostra mente, per esempio la collera, allora possiamo averne controllo e affrontarla in maniera più efficace. A volte potremmo riuscire semplicemente a lasciarla andare. Inoltre, grazie ad una pratica costante della meditazione, la nostra mente sarà più calma e sarà meno propensa a reagire alle situazioni in maniera emotiva.

2. La natura della mente
La mente è chiara, non è materiale: è un flusso di eventi mentali che sono impermanenti: appaiono e scompaiono, vanno e vengono, non sono entità fisse. Può risultare efficace immaginare che siano nuvole che vanno e vengono nel cielo, paragonabili al flusso e riflusso delle onde nel mare. Inoltre, è di grande aiuto imparare a non identificarsi con le emozioni: per esempio, invece di pensare “Sono arrabbiato”, pensate “La rabbia è nella mia mente”.

3. Sospendere il giudizio
Certi pensieri e certe emozioni ci piacciono mentre altri non ci piacciono. Questo conduce rispettivamente all’attaccamento / adesione e all’avversione / rifiuto. La nostra mente, quando è in preda all’attaccamento e all’avversione, non è pacifica. La cosa migliore da fare è coltivare equanimità: consapevolezza non-giudicante e amorevole che accetta tutto ciò che sorge nella mente.

4. Fare un’analisi della realtà

Esplorate il concetto di “IO” che si nasconde dietro l’emozione: è qualcosa di concreto, che esiste indipendentemente? esaminare l’oggetto per il quale stiamo provando quella particolare emozione: esiste proprio nel modo in cui ci appare oppure ne stiamo avendo una percezione distorta ed erronea?

5. Pensare che i problemi degli altri sono simili ai nostri
utile ricordare a noi stessi che ci sono molte altre persone che hanno un problema uguale o simile al nostro e che hanno problemi di gran lunga peggiori dei nostri. Questo riduce il problema dalle dimensioni di una montagna a quelle di un sassolino, così è più facile da sopportare e ci aiuta anche ad essere più compassionevoli nei confronti degli altri.

Antidoti alla collera

La collera è l’esatto opposto della pazienza, della tolleranza, della compassione e dell’amore. E’ una concezione distorta, una maniera sbagliata di reagire alle situazioni, un’afflizione mentale: ci causa solo problemi e infelicità, disturba la mente e ci porta a fare del male agli altri, sia con le azioni che con le parole.

Bisogna imparare ad avere pazienza e per svilupparla è necessario applicare gli antidoti per la collera. L’approccio più efficace è riconoscere la collera o l’irritazione nel momento in cui sorge e affrontarla mentre si trova ancora all’interno della mente. Coglierla immediatamente non appena sorge è già di per sé sufficiente per far sbollire una buona parte dell’energia di collera.

Nel momento in cui ci rendiamo conto di quanto sia insensata, abbiamo meno probabilità di restarne coinvolti.

Durante la meditazione, lavorando con le esperienze di collera realmente vissute o con situazioni immaginate; in seguito, quando la collera si presenta nelle nostre relazioni quotidiane, possiamo riportare alla mente qualsiasi intuizione maturata durante le sessioni di pratica.

A volte, passano addirittura minuti, ore o giorni, prima che ci rendiamo conto di esserci arrabbiati e di aver fatto del male a qualcuno! Sedetevi, richiamate alla mente la situazione, individuate che cosa è andato storto e cercate di farvi un’idea di come evitare di commettere nuovamente lo stesso errore. Non è il caso di demoralizzarsi se la collera continua a sorgere con violenza: ci vuole tempo per troncare le abitudini incallite.

1. Contemplate i limiti o svantaggi della collera, in tal modo vi convincerete di quanto è nociva e, di conseguenza, non vorrete assecondarla. considerate gli effetti immediati della collera sulla mente e sul corpo. Come vi sentite quando siete arrabbiati? La vostra mente è pacifica e felice, oppure disturbata e insoddisfatta? Riuscite a pensare con chiarezza, a prendere decisioni sensate, oppure i pensieri si fanno confusi e sconnessi? E quali sono gli effetti sul vostro corpo? Vi sentite calmi e rilassati, oppure agitati e tesi? Quali sono gli effetti della vostra collera sulle persone che vi circondano? Se manifestate la collera con parole e azioni, cosa ne risulta? Potrebbe portarvi a fare del male alle persone che amate e a compromettere le relazioni affettive. Ma anche la collera diretta verso i vostri “nemici” – quelli che, secondo voi, il male se lo meritano – potrebbe ricadervi addosso in un secondo momento. E allora vi sembra questo il modo più saggio di affrontare i “nemici”?La collera produce effetti più sottili, meno evidenti, sulla nostra psiche. In termini di karma, ogni istante di collera lascia nella mente impronte che produrranno esperienze dolorose in futuro: ulteriore sofferenza. Inoltre, distrugge gran parte del karma virtuoso accumulato a costo di un duro lavoro. La collera è uno degli ostacoli maggiori per coltivare le qualità positive come amore, compassione e saggezza, e per fare progressi lungo il sentiero spirituale.

2. Coltivate la gentilezza amorevole. E’ possibile svilupparla attraverso la contemplazione di pensieri quali: “Possano tutti gli esseri stare bene ed essere felici.”

3. Ricordate il karma, causa ed effetto. Se qualcuno vi fa del male comportandosi in maniera prepotente oppure ostile, ingannandovi o derubandovi, oppure danneggiando cose che vi appartengono – e, secondo voi, non avevate fatto niente per meritarlo, riconsiderate la situazione. Dal punto di vista del Buddhismo, qualsiasi disgrazia ci capiti è il risultato di azioni nocive che abbiamo compiuto nel passato, in questa vita oppure in vite precedenti. Raccogliamo quel che abbiamo seminato. Quando riusciremo a vedere i nostri problemi sotto questa luce, la nostra capacità di accettarli aumenterà e ce ne assumeremo la responsabilità, invece di scaricare la colpa sugli altri. Non appena comprendiamo che, infuriandoci e vendicandoci, non facciamo altro che porre le cause per sperimentare ulteriori problemi in futuro, saremo determinati a essere più pazienti e a stare più attenti al karma che creiamo. Inoltre considerare anche che ” come gli altri vi trattano è un problema loro, non vostro”.

4. Mettetevi al posto degli altri: Ripensate alle vostre stesse esperienze, alle vostre manifestazioni di collera e di villania, così avrete un’idea più precisa di come se la stanno passando gli altri. Inoltre, considerate: che tipo di risultato ci sarà se continueranno ad agire seguendo criteri ingannevoli? Saranno felici e soddisfatti, oppure stanno solo creando le condizioni per ulteriori guai e sofferenza? Se comprendiamo a fondo la confusione e il dolore degli altri, saremo meno propensi a reagire rabbiosamente – cosa che non farebbe altro che accrescere la loro sofferenza – e saremo più propensi a guardarli con compassione.

5. Considerate la persona oggetto della vostra collera come se fosse uno specchio. Qui si considera l’ipotesi che ciò che non ci piace degli altri è qualcosa che non ci piace di noi stessi: la soluzione è quella di sviluppare una maggiore accettazione dei nostri stessi difetti e di diventare meno giudicanti.

6. E’ più probabile che la collera sorga nella nostra mente quando siamo infelici o insoddisfatti. Se vi accorgete di irritarvi e di infuriarvi anche per un nonnulla, sedetevi e verificate che cosa sta succedendo negli strati più profondi della vostra mente. Vi si annidano pensieri tristi e ipercritici relativi a voi stessi o ad aspetti della vostra vita? Vi state concentrando maggiormente sul lato negativo delle cose piuttosto che su quello positivo? Se è così, allora la meditazione sulla preziosità della vita umana costituisce un ottimo rimedio.

7. Le situazioni difficili sono in genere le più proficue in termini di crescita spirituale. ne consegue che quando gli altri ci fanno infuriare, ci stanno offrendo l’occasione di servirci della nostra conoscenza e di far crescere la nostra pazienza.

8. Riflettete sulla morte. Dal momento che la morte potrebbe arrivare in qualsiasi momento, è illogico rimanere aggrappati alle differenze con gli altri. Morire con strascichi di collera non risolta crea il caos nella mente e rende impossibile una morte serena. Anche l’altra persona potrebbe morire in qualsiasi momento. Come vi sentireste se ciò accadesse prima che siate riusciti a chiarire i problemi tra voi?
9. Tutti i metodi fin qui presentati implicano la meditazione volta ad affrontare la collera per conto nostro; ma è anche possibile risolvere un conflitto dialogando con l’altra persona. valutare la disponibilità dell’altra persona al dialogo. vogliamo davvero appianare le nostre differenze con questa persona oppure vogliamo soltanto esprimere la nostra irritazione o magari vincere la battaglia?
A volte siete talmente infuriati che l’ultima cosa che desiderate fare è sedervi a meditare! Come minimo, allora, dovreste cercare di evitare di rimanerne completamente coinvolti e di parlare aspramente o diventare violenti. Potreste escogitare qualche metodo per dar sfogo alla vostra energia senza fare del male all’altra persona, o potreste provare a diventare assolutamente insensibili, come foste fatti di pietra o di legno, finché la collera non sbollisce. In un secondo momento, quando la mente si sarà calmata, potrete meditare sul problema e applicare uno degli antidoti.
Un problema che si ripresenta con una certa frequenza, per esempio vi arrabbiate spesso con le persone con le quali vivete o lavorate, può essere affrontato con maggiore efficacia se riconsiderate la situazione nel corso della meditazione e programmate cosa dire e fare la prossima volta che capita. In questo modo, sarete più preparati e sarà meno probabile che siate colti alla sprovvista.

La natura del samsara e la possibilità della liberazione

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Alcuni pensano che il samsara sia un posto, ma il samsara non è un luogo. Il samsara si riferisce a una persona che ha la mente e il corpo intrappolati e sottoposti alla sofferenza causate dalle emozioni afflittive e dal karma. Dunque la liberazione dal samsara comprende l’essere liberi dalle emozioni afflittive e dal karma (negativo). Il samsara è il nostro stesso stato psicofisico degli aggregati controllati dalle emozioni afflittive e dal karma. Tutte le emozioni afflittive e il karma negativo sono causate dall’ignoranza radice che è l’attaccamento al sè (repulsione da ciò che non ci piace attrazione da ciò che ci piace – visione dualistica). La saggezza che realizza la vacuità è l’antidoto all’ignoranza dell’attaccamento al sè, e siccome questo è la radice del samsara, la stessa saggezza porta alla liberazione dalla sofferenza.

Esempio 1)
Realtà: c’è un incendio sulla montagna

Ragionamento inferenziale: un uomo vede del fumo su una montagna e arguisce che c’è un incendio.

Percezione diretta della realtà: un uomo prende l’elicottero e vede le fiamme sulla montagna.

Esempio 2)

Realtà: é possibile la liberazione dalla sofferenza

Ragionamento inferenziale: il sé è vuoto di esistenza intrinseca (o meglio è vuoto di esistenza indipendente dalle cause e condizioni che lo hanno creato, è una mera imputazione, una etichetta), quindi l’attaccamento al sé non ha ragione di esistere, e visto che é l’attaccamento che porta alla sofferenza abbiamo dimostrato inferenzialmente il succo del discorso

Ragionamento più diretto: la saggezza che distrugge l’ignoranza dell’attaccamento al sé porta alla cessazione della sofferenza. Questo tipo di saggezza che comprende la vacuità è l’antidoto al samsara.