Monthly Archives: January 2016

Sankhara

Sankhara parola composta da due parti: sam + kr. sam = visione generale di un insieme di elementi che formano una determinata ‘cosa’. Kr = apparente.Sankhara, quindi, esprime una situazione coinvolgente che crea uno stato magico condizionante tutti gli esseri, e che sta alla radice della loro specifica situazione esistenziale. Assieme al termine asava =scaturire formano una coppia di vocaboli senza la cui compenetrazione del profondo significato è impossibile afferrare l’essenza del Dhamma.
Tradurre sankhara con ‘predisposizioni’ significa limitarli alla constatazione dei loro effetti senza risalire al loro meccanismo, meccanismo attraverso il quale qualsiasi ordine di esseri scaturisce e si manifesta. Ben più appropriato è processo di costituzione degli esseri. Si percepisce (sankhara) ciò che si è (asava), e reciprocamente si è (asava) ciò che si percepisce (sankhara). Il binomio asava-sankhara è sinonimo di ‘esseri’.

Il primo dei dodici anelli della originazione interdipendente è l’ignoranza. In questo ambito possiamo affermare cioè ignoranza, non conoscenza. Questa non conoscenza sta nel processo ordinario delle idee e dei concetti che sorgono dalla rilevazione, attraverso i sei sensi, dei sankhara. I sensi fanno il loro mestiere, e così anche la mente che percepisce e coordina i dati dei cinque sensi. La mente e i cinque sensi sono un artifizio. ‘Dietro’ a un particolare essere non vi è assolutamente nulla. Solo quando questo artifizio si estrinseca emerge, per quel determinato essere, il suo mondo specifico. 
Non esiste un sè, solo i cinque aggregati. (Nome-forma, sensazione, percezione, formazioni mentali, coscienza). Non esiste il carro, solo le parti da cui è fatto. Non esiste un carro, ma solo le parti di cui è formato. Il ‘carro’ è solo una designazione discorsiva, un’attribuzione.

 La ‘via del risveglio’ è quindi l’operazione a ritroso: ri-assumere la luce esterna (i sankhara) in luce interna (la consapevolezza dell’immaterialità, dell’incorporeità inversa). La ‘via del ritorno’ non sta nella acquisizione di una nuova conoscenza, ma nel riconoscimento-consapevolezza che non vi è nulla da conoscere; in altre parole, la dimenticanza psicologica di ogni nozione acquisita.
Qualsiasi organo sensoriale può funzionare unicamente per ‘visione in assemblaggio di elementi costitutivi’. Per poter considerare p. es. una ruota occorre astrarla dal complesso ‘carro’. Allora emerge l’insieme ruota, mozzo, raggi, cerchione, eccetera. Ma né l’ambiente in cui è collocato il carro, né il carro, né la ruota, né il mozzo, né i raggi esistono. Infatti qualsiasi cosa è scomponibile in ulteriori elementi semplici, e così all’infinito. 
Ecco la grande scoperta fatta dal Buddha sotto l’albero della bodhi: “Questo è un composto, un aggregato (khandha). Non vi è nulla che non sia un composto e che possa essere percepibile se non come composto. È il potere di ogni manifestazione: il potere aggregante insito in tutti gli esseri. tale potere di aggregazione non è insito nella materia ma solo nell’essere che, per via di semplice ribaltamento, trasferisce nella ‘materia’ ciò che è in realtà la sua predisposizione a vedere per aggregazioni, per composti. Scomponendo qualsiasi melodia nei suoi elementi (le note musicali), la melodia sparisce. “L’intero è maggiore della somma delle sue parti”. L’intero (la melodia) sborda dalla sommatoria di ciò che la compone (le note musicali). La melodia è ciò che sborda dalla realtà semplice, l’anomalia percettiva che caratterizza gli esseri.
Sariputto dice: “Perché, o Sakko, mi vuoi ammannire questa pietanza con l’aggiunta di questo intingolo in più? Io la rifiuto”. Dire sankhara e dire esseri, è dire la stessa cosa. Gli esseri non sono che asava-sankhara svolgentisi per automatismi. Quando cessano i sankhara cessano gli esseri, e viceversa. In ogni caso, non accade assolutamente mai nulla. Ciò che appare all’esterno (sankhara) appare solo in forza di ciò che si presuppone, ed è perciò accolto, all’interno. Tutto appare solo in forza delle dualità, delle contrapposizioni su cui si basa il linguaggio umano.
Il samsara, o ‘processo ordinario degli eventi’, accade solo per questo processo di accostamento di elementi, operato dai sensi, a formare un insieme, un sankhara. In ciò unicamente consiste la prigionia in cui si imprigionano gli esseri: vedere le cose come ‘cose’ e non come sankhara. Ciò si ripercuote istantaneamente nel riconoscerci quali ‘esseri’, e non altrimenti. La ‘cosa’ creata dall’organo preposto (le forme dalla vista, i suoni dall’udito, ecc.) costituiscono il ‘di più’, il ‘non dato’, il ‘non pertinente’, l”abnorme’, l”aggiunta impropria’. È la drammatizzazione in cui si risolve ogni essere e ogni supposta esperienza in quanto essere. L’illuminazione è il potere dirompente che spezza il legame tra i due (l’essere e l’esperienza), è la rilevazione di come le cose, i sankhara, si formino, durino e tramontino. Nel potere di scorgere l’origine delle cose-sankhara sta anche il potere di farle sparire, di esautorarle. Solo dopo aver sciolto il veleno asavico che universalmente coagula in sankhara si rende possibile ricomporre con virtus, per moto interiore, le cose. “Vi è l’albero” è l’originaria, primaria posizione costrittiva. “Non vi è più l’albero” è la posizione conoscitiva, la scoperta. “Vi è di nuovo l’albero” è l’illuminazione, la stabilità conquistata, la sovranità universale. In sintesi, la sublimità sta tutta nel vedere i composti (sankhara).

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Il Karma

Da: Sua Santità Dalai Lama, La via della liberazione, pp. 55/62

Il karma deve essere inteso un po’ allo stesso modo in cui i fisici intendono che per ogni azione c’è una reazione uguale e opposta. Come nella fisica, quale forma assumerà quella reazione non è sempre predicibile, ma talvolta possiamo predire la reazione e possiamo fare qualcosa per mitigarne i risultati. Le nostre vite future sono determinate dalle nostre azioni presenti oltre che da quelle del nostro passato immediato e delle nostre vite passate. La pratica del Dharma mira a mitigare i risultati delle nostre azioni karmiche e a prevenire ogni ulteriore inquinamento da parte di pensieri e azioni negativi. Tali pensieri e azioni negativi ci condurrebbero altrimenti a una rinascita di tremenda sofferenza. Prima o poi moriremo, e quindi prima o poi dovremo rinascere. I regni dell’esistenza in cui possiamo rinascere sono limitati a due, i favorevoli e gli sfavorevoli. Dove rinasceremo dipende dal karma.

Il karma è creato da un agente, una persona, un essere vivente. Gli esseri viventi non sono nient’altro che il sé, attribuito tramite la continuità della coscienza. La natura della coscienza è luminosità e chiarità. Essa è un’agente del sapere, il quale è preceduto da un primitivo momento di coscienza, che ne è la causa. Se arriviamo a capire che la continuità della coscienza non può esaurirsi nello spazio di una sola vita, ci accorgeremo che la possibilità della vita dopo la morte ha una base logica. Se non siamo convinti della continuità della coscienza, sappiamo almeno che non esistono prove sperimentali che possano confutare la teoria della vita dopo la morte. 

Ci sono molti casi di genitori che hanno due figli, cresciuti allo stesso modo, nella stessa società, nello stesso ambiente culturale,eppure uno ha più successo dell’altro. Comprendiamo allora che tali differenze sono conseguenza di differenze nelle nostre azioni karmíche passate.

La morte non è nient’altro che la separazione della coscienza dal corpo fisico. Se non si accetta questo fenomeno chiamato coscienza, credo che sia anche molto difficile spiegare esattamente che cosa sia la vita. Quando la coscienza è connessa al corpo e il loro rapporto continua, noi chiamiamo ciò vita, e quando la coscienza termina il proprio rapporto con un particolare corpo, chiamiamo ciò morte. Sebbene i nostri corpi siano un aggregato di componenti chimici e fisici, una forma di agente sottile di pura luminosità costituisce la vita degli esseri viventi. Poiché esso non è fisico, non possiamo misurarlo, ma ciò non significa che non esista. 

Secondo la spiegazione buddhista, si dice che la coscienza è non ostacolante e non fisica, ed è dalle azioni di tale coscienza che tutte le emozioni, le illusioni e gli errori umani hanno origine. Tuttavia, è anche grazie alla natura inerente di tale coscienza che si possono eliminare tutti questi errori e illusioni e produrre pace e felicità durevoli. 

Sappiamo dalla nostra stessa esperienza che la coscienza o mente è soggetta a cambiamento, e ciò implica che essa è dipendente da cause e condizioni che la cambiano, la trasformano e l’influenzano: le condizioni e le circostanze delle nostre vite. La coscienza, per potersi produrre, deve avere una causa sostanziale simile alla natura della coscienza stessa. Senza un momento antecedente di coscienza non ci può essere alcuna coscienza. Dovremmo quindi essere in grado di tracciare a ritroso nel tempo la sequenza causale dei momenti di coscienza. Le scritture buddhiste parlano di centinaia di miliardi di sistemi di mondi, numeri infiniti di sistemi di mondi, e della coscienza che esiste per tutto il tempo interminato. Io credo che esistano altri mondi. Anche la moderna cosmologia dice che ci sono molti tipi diversi di sistemi di mondi. Anche se la vita non è stata osservata su altri pianeti, sarebbe illogico concludere che la vita è possibile soltanto su questo pianeta, che dipende da questo sistema solare, e non su altri tipi di pianeti. Le scritture buddhiste menzionano la presenza di vita in altri sistemi di mondi oltre che in differenti tipi di sistemi solari e in un numero infinito di universi.

Ora, se si chiede agli scienziati come ha avuto origine l’uníverso, essi hanno molte risposte diverse da dare. Ma se si chiede loro perché l’evoluzione ha avuto luogo, allora non hanno alcuna risposta. In genere non la spiegano come creazione di Dio poiché sono osservatori oggettivi che tendono a credere soltanto all’universo materiale. Alcuni dicono che è accaduta per caso. Questa posizione è in sé illogica, poiché se c’è qualcosa che esiste per caso, tanto vale dire che le cose non hanno alcuna causa. Ma vediamo dalla vita quotidiana che ogni cosa ha una causa: le nuvole causano la pioggia, il vento sparge attorno i semi e ne nascono nuove piante. Niente esiste senza ragione. Se l’evoluzione ha una causa, allora ci sono due spiegazioni possibili. Potete accettare che l’universo sia stato creato da Dio, nel qual caso si pongono molte contraddizioni, come per esempio la necessità che la sofferenza e il male siano stati anch’essi creati da Dio. L’altra opzione è invece spiegare che ci sono numeri infiniti di esseri senzienti i cui potenziali karmici hanno creato collettivamente questo universo come proprio ambiente. L’universo che abitiamo è creato dai nostri propri desideri e azioni. Ecco perché siamo qui. E questo, almeno, è logico.

Identificazione, fuga e condizionamento

Fonte originale: NEL VORTICE DEL CONDIZIONAMENTO

di Giuliano Giustarini          

Immagine in evidenza da it.paperblog.com                                     

Le parti in corsivo sono commenti personali che mi sono permesso di aggiungere – Davide

Ignoranza del non comprendere i fenomeni come impermanenti porta all’identificarsi nei fenomeni stessi e questo causa la sofferenza. Si soffre perché si attribuisce ai fenomeni una esistenza solida, indipendente, magari anche duratura. L’origine di tutta la sofferenza è proprio l’ignoranza che porta alla identificazione della personalità nel nostro corpo fisico e mente e che ci porta a vivere le nostre esperienze secondo la visione dualistica del ‘io-mio, io e gli altri (fenomeni, persone), a giudicare (mi piace non mi piace). In conseguenza di tutto questo tendiamo a desiderare ciò che ci piace e allontanare ciò che non ci piace, a sviluppare attaccamento a una sensazione, oggetto o persona che consideriamo piacevole e da cui noi non vorremo mai separarci e repulsione (attaccamento negativo) all’altro. In realtà non c’è un individuo separato dalla propria esperienza, le due cose sono interdipendenti, connesse (non è possibile provare una sensazione senza un persona, ma la sensazione non può esistere se non c’è un corpo che la prova). Allo stesso modo in cui immaginiamo noi stessi tentare di rimanere a galla in preda allo sballottamento continuo delle onde di un mare tempestoso mentre tentiamo di aggrapparci qua e là ad una troppo piccola ed esile tavolozza di legno che occasionalmente ci capita a tiro ma che subito affonda e non ci aiuta a sopravvivere, vedere noi stessi in preda a comportamenti compulsivi nel cercare ogni volta che siamo insoddisfatti qualcosa di nuovo e ogni volta che stiamo vivendo un bel momento a desiderare che non finisca mai, può rendere l’idea di come siamo abituati a vivere.

Dimenticarsi della natura transitoria dei fenomeni porta noi stessi a cercare sempre una via di fuga, ad afferrare qualcosa d’altro, a identificarci in un nuovo stato di essere e cercando in una cosa nuova una nuova ragione di vivere. Dobbiamo riuscire a comprendere che a qualsiasi cosa, persona, stato d’animo noi ci attacchiamo, prima o poi cessa di esistere. La nostra reazione più comune in preda a questa ignoranza è quindi una sorta di fuga dalla vera realtà (fatta di fenomeni non duraturi) che però non è altro che il ricadere nel ciclo condizionato di sofferenza che è causato dalla ignoranza e nella conseguente identificazione. 

Per uscirne dobbiamo sviluppare fiducia. Fiducia intesa come contrario di ignoranza, fiducia nella cessazione della credenza errata di una esistenza indipendente, fiducia nel fatto che la produzione della sofferenza non è l’inesorabile svolgimento dei fenomeni, ma è creata da noi stessi (dalla nostra fuga) e quindi possiamo scegliere di non crearla imparando a non fuggire, ad accettare la sofferenza, a vivere le cose così come sono e a stare momento per momento con quello che c’è. 

Spezzare la catena dell’ignoranza e quindi della sofferenza è possibile: Basta continuare a fuggire! Accettiamo quello che c’è, in questo modo riusciremo a vivere più sereni e con piena consapevolezza i momenti della vita fino a quando essa cesserà, perché non si può morire senza prima essere nati, ma non necessariamente si deve vivere nella sofferenza.

La Via Facile 

   Ho letto questo bellissimo testo disponibile solo in lingua inglese (almeno fino al tempo in cui lo ho cercato) che ho voluto tradurre per una rilettura più agevole. 

Ho riportato il testo dell’opera in blu, le visualizzazioni in verde, il riassunto del commentario (da me rielaborato) in nero e mi sono permesso di aggiungere anche alcuni appunti personali (nelle parentesi quadre). Con la speranza che lo troviate utile, ve lo lascio. 
Davide

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Tich Nath Hanh – Esercizio di respirazione 

Immagine da  grassilia11.wordpress.com  

  

“Inspirando, so che sto inspirando.Espirando, so che sto espirando.

Inspirando noto che l’inspirazione si è fatta più profonda. Espirando noto che l’espirazione si è fatta più lenta.

Inspirando, mi calmo; espirando, mi sento a mio agio.

Inspirando, sorrido; espirando, lascio andare.

Inspirando, dimoro nel momento presente. Espirando, so che è un momento meraviglioso”.

Questi versi possono essere riassunti nel modo seguente:

Dentro, fuori; profondo, lento; calma, agio; sorrido, lascio andare; momento presente, momento meraviglioso.

Ogni parola è una guida che ci aiuta a tornare al respiro nel momento presente. Possiamo ripetere ”inspiro ed espiro” finché non sentiamo che la nostra concentrazione è solida e piena di pace.

“profondo, lento” continuiamo a respirare senza alterare il ritmo del respiro finché non vogliamo passare alla frase successiva. 

“calma, agio” calmiamo il corpo, portiamo pace al nostro corpo. Se abbiamo una sensazione o un’emozione che non ci fa sentire meno tranquilli, calmare vuol dire placare quella sensazione o emozione. Inspirando, calmo le mie emozioni. Espirando, calmo le mie sensazioni. “agio” significa essere leggeri, rilassati, sentire che nulla è importante quanto il nostro benessere.

“sorrido, lascio andare” anche se in quel momento non sentiamo molta gioia, possiamo comunque sorridere. Quando sorridiamo, la gioia e la pace in noi si fanno più salde e la tensione svanisce. Quando diciamo “lascio andare” non tratteniamo con noi ciò che ci fa soffrire: un’idea, una paura, una preoccupazione, la rabbia. Potreste chiedervi: perché dovrei sorridere se in me non c’è gioia? La risposta è: sorridere è una pratica. Il vostro viso ha più di trecento muscoli: se siete arrabbiati o impauriti si tendono, e la loro tensione genera una sensazione di durezza. Se invece sapete come inspirare e fare un sorriso, la tensione scomparirà: è lo “yoga della bocca”. Fate del sorriso un esercizio: basta inspirare e sorridere per far scomparire la tensione e farvi sentire molto meglio. Essere compassionevoli nei confronti di se stessi è una pratica molto importante. Quando per esempuo sei stanco, arrabbiato o disperato, dovresti sapere come tornare a te stesso e prenderti cura della tua stanchezza, della tua rabbia e della tua disperazione: dolcemente e con un sorriso.

“momento presente, momento meraviglioso”. Ricordate, il Buddha ha detto che il momento presente è il solo momento in cui la vita ci è disponibile. Quindi, per poter entrare in contatto profondo con la vita dobbiamo tornare al momento presente. Il respiro è come un ponte che collega il corpo e la mente. Nella vita quotidiana il nostro corpo può stare in un luogo e la nostra mente altrove, nel passato o nel futuro: è uno “stato di distrazione”. Quando iniziate a inspirare e a espirare con consapevolezza, il vostro corpo tornerà alla vostra mente in un istante; e la mente tornerà al corpo. Sarete in grado di realizzare l’unità di corpo e mente e diverrete pienamente presenti e pienamente vivi nel qui e ora. In quel momento avrete la possibilità di entrare in contatto profondo con la vita. Non è difficile. Tutti possono farlo.

Desiderio e azione 

Sunto della lezione del Lama Palin al Centro studi tibetani Mandala di Milano

Immagine da www.dreamstime.com

  

Il desiderio in sé non genera le tendenze karmiche, ciò che crea Karma è l’attaccamento.

Il Buddismo è basato sul modo di compiere azioni di corpo, parola e mente. La vita è fatta di esperienze che si susseguono una dopo l’altra. Il “sommovimento” è quella agitazione la cui forza spinge l’esecuzione di una azione che noi compiamo nell’atto di vivere una esperienza. Quando l’esperienza è unica si può dire che effettivamente è una esperienza quando si ripete una seconda volta può essere considerata un verifica, quando si ripete continuamente diventa tendenza, che è indisgiungibile dalla agitazione, sommovimento. 

Questa agitazione/sommovimento è quello che si prova appena prima di prendere una scelta che comporta o meno l’esecuzione di un determinato comportamento (azione). Si chiama attaccamento.

Attaccamento è la forza che spinge alla ripetizione di una azione che quindi crea una tendenza. La tendenza è ciò che definiamo Karma.

Le quattro nobili verità vengono così rilette in base a quanto appena detto:

1-nel cuore degli uomini c’è sofferenza

2-la sofferenza è causata dall’attaccamento

3-l’attaccamento può essere eliminato eliminando di conseguenza anche la sofferenza. In questo modo cessa il nostro atteggiamento mentale verso l’esperienza che perde quindi il suo peso determinante.

4-il modo di eliminare l’attaccamento è un comportamento equilibrato (ottuplice sentiero: Retta visione, intenzione (pensiero), parola, azione, sussistenza, sforzo, presenza mentale e concentrazione), una via di mezzo, vivere le esperienze senza attaccamento. E’ vero che ogni azione inizia da un desiderio ma una volta fatta esperienza, se vediamo che essa genera confusione a causa dell’attaccamento causando quindi negatività e sofferenza dovremo essere in grado di eliminarlo. E’ il modo con cui viviamo le esperienze che deve cambiare, non farsi prendere troppo, non fasi influenzare dal giudizio, dalla discriminazione, dall’attaccamento. L’atteggiamento corretto è l’imperturbabilità nei confronti delle cose, stare con le cose senza farsi catturare, senza attaccamento.

Senza equilibrio (mentale) in preda all’agitazione andiamo in confusione e diventiamo preda dell’ignoranza. Ignoranza intesa come non capire la vera natura delle cose e soprattutto di non capire quale azione è dannosa, sia per noi che per gli altri.
Se siamo attaccati agli obbiettivi sperimenteremo sofferenza. Inoltre questa confusione ci porta alla incapacità di affrontare un cambiamento, non siamo in grado di reagire o decidere perché siamo in confusione, non siamo sereni, non abbiamo chiarezza delle idee.
Per liberarsi dall’attaccamento pensiamo all’impermanenza : tutto ciò che nasce muore, niente dura tutto cambia. Liberiamoci dalla tendenza a vedere le cose in termini di orgoglio “IO” o di possesso “MIO”, fattori questi che creano complicazioni. Sviluppare altruismo (amore), compassione, equanimità, gioire per la altrui felicità (sono i quattro pilastri): in queste condizioni l’ego non ha spazio per crescere.
Come abbiamo detto all’inizio la vita è fatta di esperienze che si susseguono una dopo l’altra, senza esperienza non c’è vita, quindi non dobbiamo pensare che per evitare l’attaccamento non dobbiamo fare esperienza; l’importante è viverle senza attaccamento, con atteggiamento equilibrato (giusta misura, moderazione, (in una parola vivere saggiamente). La saggezza la acquisiamo con la esperienza, esperienze cha vanno vissute nella maniera corretta, così come indicato nelle quattro nobili verità.

Segnalazione pagina Canonepali.net

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