I quattro sigilli della filosofia Buddhista

I 4 sigilli del Buddhismo

Di Lama Michel

Tutto quello che leggete è quello che penso di avere capito dall’ascolto dell’insegnamento, messo nero su bianco per tornare a riflettere su alcuni punti senza avere il bisogno di ri-ascoltare l’intero video.

Davide


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Per iniziare diamo tre difinizioni

Sentiero spirituale: percorso interiore di sviluppo delle nostre qualità interiori, che va oltre al contesto in cui ci troviamo e al fatto di appartenere ad un gruppo. Coltivare le buone abitudini, eliminare condizionamenti negativi, seguire quello che ci da beneficio.

Religione:  è uno strumento, è al servizio del percorso spirituale. Come in tutte le discipline (e lavori) c’è anche una tecnica di sviluppo per qualità interiori che si deve adattare alla realtà del momento, e questa è la religione. Paragonandola ad una automobile: la macchina serve per muoversi, non solo per averla.

Istituzione religiosa : organizzazione della società religiosa, l’istituzione, le regole che permettono alla religione di essere accessibile. L’istituzione è al servizio della religione.

Ricordarsi che l’istituzione è al servizio della religione e la religione è al servizio del sentiero spirituale (che quindi è il più importante) è fondamentale. Tornando all’esempio della automobile: non importa se uno prende una macchina e un altro una bicicletta l’importante è la direzione in cui si va, ci si riconosce lungo il percorso spirituale con reciproco rispetto.

Abbiamo detto che c’è un percorso ed esistono dei metodi che vanno applicati. Nel buddhismo il percorso è diviso in due punti: chi segue la filosofia di vita buddhista e chi la religione buddhista. Può esserci una persona che segue la filosofa e non la religione, viceversa o tutti e due (che è l’optimum). Oggi parliamo della filosofia.

Ognuno di noi ha una propria filosofia di vita, a volte senza la consapevolezza di averla. Avere una filosofia di vita vuol dire avere dei principi che vengono applicati al modo di vedere la realtà e di viverla, non basta dire di appartenere o appartenere di fatto ad un gruppo (per esempio buddhista) e dire che la nostra filosofia di vita è buddhista.

Ognuno di noi ha una propria visione del mondo. La visione non è un concetto, qualcosa di cognitivo, ma è qualcosa di profondo ed è influenzata dal nostro vissuto, da dove siamo cresciuti, come siamo stati cresciuti, ecc, ecc … In occidente ad esempio subiamo l’influenza della religione monoteistica, della scienza  e cioè la visone della realtà meccanicista che vede il mondo come una realtà fisica in cui l’osservatore non ha influenza e l’influenza della visione capitalista. Andando più sulla persona, in occidente quando c’è un problema cerchiamo una singola causa o  molteplici cause che possono averlo hanno creato? Allo stesso modo cerchiamo una soluzione o più soluzioni? Ad esempio se tu hai un problema di relazione con una persona c’è una singola causa o sono molteplici i fattori che sono intervenuti a determinarlo? La soluzione è unica o dobbiamo lavorare su più fronti per risolverlo? Ne concludiamo che la nostra visione del mondo è determinante a riguardo del modo in cui ci comportiamo o relazioniamo nel mondo stesso.

Nel Buddhismo i quattro sigilli detti anche i quattro sigilli della visione sono:

  1. tutti i fenomeni composti sono impermanenti,
  2. tutto ciò che è impuro è nella natura della sofferenza,
  3. tutti i fenomeni mancano di una identità propria,
  4. aldilà della sofferenza c’è la pace.

Chi segue la filosofia buddhista deve rispettare e condividere questi quattro sigilli, quindi ora cerchiamo il modo di vedere il mondo attraverso questi 4 cardini, piuttosto che di concentrarsi solo sul loro significato. Studiamo la visione del mondo, non il concetto.

1) impermanenza: tutto ciò che percepiamo con i nostri sensi è in continua trasformazione.

Come è la normalità quindi? Che tutto cambia. Come è la visione della realtà attraverso questo punto: tutto continuamente cambia, quindi non devo rimanere male quando qualcosa cambia. Ma perché le cose cambiano? Perché interagiscono tra di loro! E maggiore è l’interazione maggiore è la trasformazione. Cosa vuol dire questo allora? Vuol dire che la trasformazione è interazione dipendente e quindi non può avvenire indipendentemente da tutto il resto. E’ l’interdipendenza! Ogni esperienza vissuta è una interazione e la più forte interazione che abbiamo è quella con i nostri pensieri. La mente influisce molto sul modo di percepire il modo (effetto placebo, effetto nocibo). Di tutte le interazioni la più forte è quella con la propria mente. Se io voglio un cambiamento devo interagire in un determinato modo (parole, azioni, pensieri) affinché tutto vada nella direzione che voglio dare consapevole che il risultato che ottengo è dipendente dalla causa che creo. Quindi il primo principio dell’impermanenza non è solo che  tutto cambia e tutto quello che inizia finisce, si, ok questo è vero, ma più in profondità è vedere l’interazione tra tutto e tutti, sapere che se io faccio una azione in quella direzione questa azione avrà dei risultati e i risultati saranno coerenti con la causa. E’ la legge del Karma. Quindi accettare le trasformazioni e non vederle come una sconfitta, ricordare che ogni cosa vive all’interno di un ciclo nascita, crescita, apice, degenerazione, morte e rinascita. E ricordare che le cose interagiscono tra di loro, che il modo in cui si vive in un momento va a determinare il momento successivo. La prima visione quindi è vedere che ogni cosa in un determinato momento si trova in una delle fasi del suo ciclo di esistenza ed allo stesso momento interagisce costantemente con quello che c’è intorno; questa interazione porta i risultati, a quello che viene dopo. Se riusciamo ad avere questa visione evitiamo di soffrire, perché cosa accade quando soffriamo? Accade che quando vivo qualcosa di spiacevole non vorrei che fosse mai accaduto o vorrei allontanarmene il prima possibile e quando vivo qualcosa di piacevole vorrei che non finisse mai. Se invece io sono consapevole del concetto di impermanenza non provo queste due afflizioni che portano a sofferenza. Invece il nostro modo naturale di vedere le cose  è permanente. La cosa folle a volte è che noi sotto-sotto sappiamo che se vado in un luogo e poi ci torno dopo un po’ di tempo so che un po’ è cambiato, ma ci rimango male lo stesso! Noi viviamo in una illusione e preferiamo vivere nell’illusione che accettare la realtà. Vivi in una realtà impermanente? Allora accettalo! Cambia la visione! Impermanente non è nemmeno la paura di perdere qualcosa, perché la paura di perdere origina dal principio che una cosa debba essere permanente.

  • Visione permanente: una cosa c’è , poi quando cambia non c’è più. E’ una altra cosa.
  • Visione impermanente: una cosa c’è sempre continuità in un processo di continua trasformazione.

Le foglie su un albero spoglio in pieno inverno ci sono sempre, sono in uno stato di inizio germinazione (dopo la caduta) che però bloccata dal freddo e dalla poca disponibilità di luce. Quando poi le condizioni cambiano anche il risultato cambia e l’interazione del caldo e luce col germoglio porta alla crescita ed apice della foglia.

2) tutto ciò che è impuro è nella natura della sofferenza.

Qualunque cosa che venga inquinata da rabbia, gelosia, invidia, attaccamento, prima o poi porta a sofferenza. Possiamo fare tutto quello che si vuole esteriormente, ma fino a che avremo questi veleni mentali prima o poi soffriremo. Non esiste il mondo perfetto, cerchiamo comunque di crearlo, quindi anche se noi abbiamo il compagno perfetto, il lavoro perfetto, la casa perfetta, ecc, ecc… se noi siamo contaminati dai veleni mentali (basta anche un po’ di insoddisfazione o la paura di perdere quello che si ha) prima o poi soffriremo. Ecco perché si dice che la soluzione non è fuori (compagno, casa, lavoro) ma è dentro! Cosa fare dunque? Cambiare dentro. Certo che dobbiamo anche divertirci, uscire con gli amici, fare qualcosa che ci piace, anche di mondano, ma questo non può essere l’obbiettivo di una vita, da solo non da la felicità. Di fronte alla scelta di perseguire un obbiettivo mondano o materiale oppure un obbiettivo di crescita interiore, la maggior parte delle persone, di getto sceglierebbe il primo obbiettivo, mentre la risposta giusta se si capisce il significato del secondo sigillo sarebbe la seconda.

3) Tutti i fenomeni sono vuoti di esistenza intrinseca, sono vacui e mancano di identità propria.

Viviamo in una realtà soggettiva o oggettiva, siamo forse capaci di vivere una esperienza in modo indipendente da noi stessi oppure no? Tutto quello che io vedo è un riflesso di chi sono io, io sono incapace di percepire alcunché in modo indipendente da me stesso. Viviamo in una realtà soggettiva. E non è una realtà oggettiva che viene vissuta in modo oggettivo da ciascuno di noi, ma sono infinite realtà soggettive che creano la realtà vera.

Quanto forte è l’influenza della mia mente nel percepire una situazione piacevole, spiacevole o neutra? È fortissima, è determinante. Il modo in cui vedo la realtà va a determinare la realtà che vedo, quindi tutti i fenomeni sono privi di una realtà intrinseca. L’obbiettivo, il percorso è cambiare come noi ci relazioniamo col mondo, non cambiare direttamente il mondo. Però è anche vero che se io cambio il modo di relazionarmi alla fine cambierò anche il mondo. La realtà esterna esiste quindi, ma non in maniera indipendente dalla realtà interna di ciascuno di noi.

In ogni istante, in ogni fenomeno (anche oggetto) esistono infinite possibilità e sono tutte presenti allo stesso istante. Noi come osservatore scegliamo una possibilità ma non vuol dire che le altre non ci siano. Noi crediamo solo che la possibilità che scegliamo inconsapevolmente sia la unica realtà. Non ci rendiamo mai conto che quello che crediamo sia la realtà è frutto della interazione con noi stessi (una campana tibetana può essere allo stesso tempo una ciotola per cani, un oggetto di meditazione, un piatto dove mangiare, un cappello).

Quando viviamo una esperienza piacevole la colleghiamo a qualcosa oppure no? La colleghiamo. Quando viviamo una esperienza spiacevole la colleghiamo a qualcosa/qualcuno o viene da sola oppure no? La colleghiamo. Quell’oggetto di piacere o sofferenza lo viviamo come oggetto di piacere/sofferenza indipendente da noi o siamo consapevoli che è il risultato della interazione con la nostra mente?

Naturalmente se io provo piacere è perché quell’oggetto esiste, e lo stesso vale per una situazione spiacevole. La nostra reazione allora sarà quella di allontanare l’oggetto se è spiacevole o non separarcene mai se è piacevole e questo avviene perché io attribuisco all’oggetto una connotazione di esistenza indipendente. Devo riuscire a capire che devo cambiare la maniera con cui io mi relazione con l’oggetto, non devo cambiare l’oggetto stesso.

Perciò la radice della sofferenza è l’ignoranza di vedere la realtà soggettiva come se fosse oggettiva.

4) E’ possibile essere felici. Eliminando le cause della sofferenza c’è la pace. L’illuminazione è un processo graduale. E’ possibile diminuire la rabbia, amare una persona in più, essere più generosi, paziente, meno gelosi, meno paurosi, più compassionevole, non è facile ma è possibile. Se è possibile diminuire quale è il limite? Che sparisca del tutto. Se amo una persona in più quale è il limite? Quando amo tutti incondizionatamente. Se è possibile tutto questo è possibile raggiungere l’illuminazione. Ed è possibile perché la nostra mente è malleabile, può cambiare. E’ già tanto morire come una persona migliore di quella che è nata. Dobbiamo avere fiducia in noi stessi, della nostra capacità di cambiare la mente. Credere nel nostro potenziale è profondamente importante e la fiducia si acquista notando dei piccoli cambiamenti, delle trasformazioni, che sappiamo avvenire per mezzo di interazioni costanti e graduali. Ricordiamo il primo sigillo: interazione = trasformazione. Noi funzioniamo e viviamo sulla base di abitudini, quindi si tratta di creare abitudini positive e diminuire quelle negative.

Riassumendo la visione della filosofia buddhista è:

  • Relazionarsi col mondo con la consapevolezza della impermanenza
  • La consapevolezza che è la realtà interiore quella che definisce il modo in cui viviamo la realtà esterna
  • La consapevolezza dell’interdipendenza che esiste tra la realtà interna ed esterna
  • La consapevolezza che noi abbiamo il potenziale per riuscire vivere in uno stato di pace (attraverso la coltivazione delle nostre qualità).

Non dobbiamo aspettare qualcosa che viene da fuori, dobbiamo coltivare le nostre qualità interne, vincendo le resistenze delle nostre abitudini, l’attaccamento alle sofferenze, permettere a se stessi di essere felici, imparare a mollare certe cose, a mollare il colpo.

A volte noi sappiamo che una cosa ci fa male, che ci porterà uno stato di sofferenza, ma alla fine dopo avere resistito per un pò la facciamo lo stesso. Ecco il senso della frase “permettiamo a noi stessi di essere felici”. Non bisogna resistere perchè resistendo dò una maggiore forza all’oggetto di desiderio ma accettare che ci sia un desiderio, una certa forma di attaccamento e lasciarla andare. Ecco il senso del “mollare il colpo”. Se si inizia a mollare una prima volta, una seconda, poi il resto viene da se, è più sciolto, più naturale perchè diventa una nuova abitudine. Ecco l’interazione che porta alla trasformazione ed il senso del “coltivare le abitudini positive”.

 

 

 

 

 

 

 

 

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About Davide

age 45, buddhist philosphy.

Posted on 09/03/2017, in Buddism and tagged , , , . Bookmark the permalink. Leave a comment.

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