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I quattro sigilli della filosofia Buddhista

I 4 sigilli del Buddhismo

Di Lama Michel

Tutto quello che leggete è quello che penso di avere capito dall’ascolto dell’insegnamento, messo nero su bianco per tornare a riflettere su alcuni punti senza avere il bisogno di ri-ascoltare l’intero video.

Davide


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Per iniziare diamo tre difinizioni

Sentiero spirituale: percorso interiore di sviluppo delle nostre qualità interiori, che va oltre al contesto in cui ci troviamo e al fatto di appartenere ad un gruppo. Coltivare le buone abitudini, eliminare condizionamenti negativi, seguire quello che ci da beneficio.

Religione:  è uno strumento, è al servizio del percorso spirituale. Come in tutte le discipline (e lavori) c’è anche una tecnica di sviluppo per qualità interiori che si deve adattare alla realtà del momento, e questa è la religione. Paragonandola ad una automobile: la macchina serve per muoversi, non solo per averla.

Istituzione religiosa : organizzazione della società religiosa, l’istituzione, le regole che permettono alla religione di essere accessibile. L’istituzione è al servizio della religione.

Ricordarsi che l’istituzione è al servizio della religione e la religione è al servizio del sentiero spirituale (che quindi è il più importante) è fondamentale. Tornando all’esempio della automobile: non importa se uno prende una macchina e un altro una bicicletta l’importante è la direzione in cui si va, ci si riconosce lungo il percorso spirituale con reciproco rispetto.

Abbiamo detto che c’è un percorso ed esistono dei metodi che vanno applicati. Nel buddhismo il percorso è diviso in due punti: chi segue la filosofia di vita buddhista e chi la religione buddhista. Può esserci una persona che segue la filosofa e non la religione, viceversa o tutti e due (che è l’optimum). Oggi parliamo della filosofia.

Ognuno di noi ha una propria filosofia di vita, a volte senza la consapevolezza di averla. Avere una filosofia di vita vuol dire avere dei principi che vengono applicati al modo di vedere la realtà e di viverla, non basta dire di appartenere o appartenere di fatto ad un gruppo (per esempio buddhista) e dire che la nostra filosofia di vita è buddhista.

Ognuno di noi ha una propria visione del mondo. La visione non è un concetto, qualcosa di cognitivo, ma è qualcosa di profondo ed è influenzata dal nostro vissuto, da dove siamo cresciuti, come siamo stati cresciuti, ecc, ecc … In occidente ad esempio subiamo l’influenza della religione monoteistica, della scienza  e cioè la visone della realtà meccanicista che vede il mondo come una realtà fisica in cui l’osservatore non ha influenza e l’influenza della visione capitalista. Andando più sulla persona, in occidente quando c’è un problema cerchiamo una singola causa o  molteplici cause che possono averlo hanno creato? Allo stesso modo cerchiamo una soluzione o più soluzioni? Ad esempio se tu hai un problema di relazione con una persona c’è una singola causa o sono molteplici i fattori che sono intervenuti a determinarlo? La soluzione è unica o dobbiamo lavorare su più fronti per risolverlo? Ne concludiamo che la nostra visione del mondo è determinante a riguardo del modo in cui ci comportiamo o relazioniamo nel mondo stesso.

Nel Buddhismo i quattro sigilli detti anche i quattro sigilli della visione sono:

  1. tutti i fenomeni composti sono impermanenti,
  2. tutto ciò che è impuro è nella natura della sofferenza,
  3. tutti i fenomeni mancano di una identità propria,
  4. aldilà della sofferenza c’è la pace.

Chi segue la filosofia buddhista deve rispettare e condividere questi quattro sigilli, quindi ora cerchiamo il modo di vedere il mondo attraverso questi 4 cardini, piuttosto che di concentrarsi solo sul loro significato. Studiamo la visione del mondo, non il concetto.

1) impermanenza: tutto ciò che percepiamo con i nostri sensi è in continua trasformazione.

Come è la normalità quindi? Che tutto cambia. Come è la visione della realtà attraverso questo punto: tutto continuamente cambia, quindi non devo rimanere male quando qualcosa cambia. Ma perché le cose cambiano? Perché interagiscono tra di loro! E maggiore è l’interazione maggiore è la trasformazione. Cosa vuol dire questo allora? Vuol dire che la trasformazione è interazione dipendente e quindi non può avvenire indipendentemente da tutto il resto. E’ l’interdipendenza! Ogni esperienza vissuta è una interazione e la più forte interazione che abbiamo è quella con i nostri pensieri. La mente influisce molto sul modo di percepire il modo (effetto placebo, effetto nocibo). Di tutte le interazioni la più forte è quella con la propria mente. Se io voglio un cambiamento devo interagire in un determinato modo (parole, azioni, pensieri) affinché tutto vada nella direzione che voglio dare consapevole che il risultato che ottengo è dipendente dalla causa che creo. Quindi il primo principio dell’impermanenza non è solo che  tutto cambia e tutto quello che inizia finisce, si, ok questo è vero, ma più in profondità è vedere l’interazione tra tutto e tutti, sapere che se io faccio una azione in quella direzione questa azione avrà dei risultati e i risultati saranno coerenti con la causa. E’ la legge del Karma. Quindi accettare le trasformazioni e non vederle come una sconfitta, ricordare che ogni cosa vive all’interno di un ciclo nascita, crescita, apice, degenerazione, morte e rinascita. E ricordare che le cose interagiscono tra di loro, che il modo in cui si vive in un momento va a determinare il momento successivo. La prima visione quindi è vedere che ogni cosa in un determinato momento si trova in una delle fasi del suo ciclo di esistenza ed allo stesso momento interagisce costantemente con quello che c’è intorno; questa interazione porta i risultati, a quello che viene dopo. Se riusciamo ad avere questa visione evitiamo di soffrire, perché cosa accade quando soffriamo? Accade che quando vivo qualcosa di spiacevole non vorrei che fosse mai accaduto o vorrei allontanarmene il prima possibile e quando vivo qualcosa di piacevole vorrei che non finisse mai. Se invece io sono consapevole del concetto di impermanenza non provo queste due afflizioni che portano a sofferenza. Invece il nostro modo naturale di vedere le cose  è permanente. La cosa folle a volte è che noi sotto-sotto sappiamo che se vado in un luogo e poi ci torno dopo un po’ di tempo so che un po’ è cambiato, ma ci rimango male lo stesso! Noi viviamo in una illusione e preferiamo vivere nell’illusione che accettare la realtà. Vivi in una realtà impermanente? Allora accettalo! Cambia la visione! Impermanente non è nemmeno la paura di perdere qualcosa, perché la paura di perdere origina dal principio che una cosa debba essere permanente.

  • Visione permanente: una cosa c’è , poi quando cambia non c’è più. E’ una altra cosa.
  • Visione impermanente: una cosa c’è sempre continuità in un processo di continua trasformazione.

Le foglie su un albero spoglio in pieno inverno ci sono sempre, sono in uno stato di inizio germinazione (dopo la caduta) che però bloccata dal freddo e dalla poca disponibilità di luce. Quando poi le condizioni cambiano anche il risultato cambia e l’interazione del caldo e luce col germoglio porta alla crescita ed apice della foglia.

2) tutto ciò che è impuro è nella natura della sofferenza.

Qualunque cosa che venga inquinata da rabbia, gelosia, invidia, attaccamento, prima o poi porta a sofferenza. Possiamo fare tutto quello che si vuole esteriormente, ma fino a che avremo questi veleni mentali prima o poi soffriremo. Non esiste il mondo perfetto, cerchiamo comunque di crearlo, quindi anche se noi abbiamo il compagno perfetto, il lavoro perfetto, la casa perfetta, ecc, ecc… se noi siamo contaminati dai veleni mentali (basta anche un po’ di insoddisfazione o la paura di perdere quello che si ha) prima o poi soffriremo. Ecco perché si dice che la soluzione non è fuori (compagno, casa, lavoro) ma è dentro! Cosa fare dunque? Cambiare dentro. Certo che dobbiamo anche divertirci, uscire con gli amici, fare qualcosa che ci piace, anche di mondano, ma questo non può essere l’obbiettivo di una vita, da solo non da la felicità. Di fronte alla scelta di perseguire un obbiettivo mondano o materiale oppure un obbiettivo di crescita interiore, la maggior parte delle persone, di getto sceglierebbe il primo obbiettivo, mentre la risposta giusta se si capisce il significato del secondo sigillo sarebbe la seconda.

3) Tutti i fenomeni sono vuoti di esistenza intrinseca, sono vacui e mancano di identità propria.

Viviamo in una realtà soggettiva o oggettiva, siamo forse capaci di vivere una esperienza in modo indipendente da noi stessi oppure no? Tutto quello che io vedo è un riflesso di chi sono io, io sono incapace di percepire alcunché in modo indipendente da me stesso. Viviamo in una realtà soggettiva. E non è una realtà oggettiva che viene vissuta in modo oggettivo da ciascuno di noi, ma sono infinite realtà soggettive che creano la realtà vera.

Quanto forte è l’influenza della mia mente nel percepire una situazione piacevole, spiacevole o neutra? È fortissima, è determinante. Il modo in cui vedo la realtà va a determinare la realtà che vedo, quindi tutti i fenomeni sono privi di una realtà intrinseca. L’obbiettivo, il percorso è cambiare come noi ci relazioniamo col mondo, non cambiare direttamente il mondo. Però è anche vero che se io cambio il modo di relazionarmi alla fine cambierò anche il mondo. La realtà esterna esiste quindi, ma non in maniera indipendente dalla realtà interna di ciascuno di noi.

In ogni istante, in ogni fenomeno (anche oggetto) esistono infinite possibilità e sono tutte presenti allo stesso istante. Noi come osservatore scegliamo una possibilità ma non vuol dire che le altre non ci siano. Noi crediamo solo che la possibilità che scegliamo inconsapevolmente sia la unica realtà. Non ci rendiamo mai conto che quello che crediamo sia la realtà è frutto della interazione con noi stessi (una campana tibetana può essere allo stesso tempo una ciotola per cani, un oggetto di meditazione, un piatto dove mangiare, un cappello).

Quando viviamo una esperienza piacevole la colleghiamo a qualcosa oppure no? La colleghiamo. Quando viviamo una esperienza spiacevole la colleghiamo a qualcosa/qualcuno o viene da sola oppure no? La colleghiamo. Quell’oggetto di piacere o sofferenza lo viviamo come oggetto di piacere/sofferenza indipendente da noi o siamo consapevoli che è il risultato della interazione con la nostra mente?

Naturalmente se io provo piacere è perché quell’oggetto esiste, e lo stesso vale per una situazione spiacevole. La nostra reazione allora sarà quella di allontanare l’oggetto se è spiacevole o non separarcene mai se è piacevole e questo avviene perché io attribuisco all’oggetto una connotazione di esistenza indipendente. Devo riuscire a capire che devo cambiare la maniera con cui io mi relazione con l’oggetto, non devo cambiare l’oggetto stesso.

Perciò la radice della sofferenza è l’ignoranza di vedere la realtà soggettiva come se fosse oggettiva.

4) E’ possibile essere felici. Eliminando le cause della sofferenza c’è la pace. L’illuminazione è un processo graduale. E’ possibile diminuire la rabbia, amare una persona in più, essere più generosi, paziente, meno gelosi, meno paurosi, più compassionevole, non è facile ma è possibile. Se è possibile diminuire quale è il limite? Che sparisca del tutto. Se amo una persona in più quale è il limite? Quando amo tutti incondizionatamente. Se è possibile tutto questo è possibile raggiungere l’illuminazione. Ed è possibile perché la nostra mente è malleabile, può cambiare. E’ già tanto morire come una persona migliore di quella che è nata. Dobbiamo avere fiducia in noi stessi, della nostra capacità di cambiare la mente. Credere nel nostro potenziale è profondamente importante e la fiducia si acquista notando dei piccoli cambiamenti, delle trasformazioni, che sappiamo avvenire per mezzo di interazioni costanti e graduali. Ricordiamo il primo sigillo: interazione = trasformazione. Noi funzioniamo e viviamo sulla base di abitudini, quindi si tratta di creare abitudini positive e diminuire quelle negative.

Riassumendo la visione della filosofia buddhista è:

  • Relazionarsi col mondo con la consapevolezza della impermanenza
  • La consapevolezza che è la realtà interiore quella che definisce il modo in cui viviamo la realtà esterna
  • La consapevolezza dell’interdipendenza che esiste tra la realtà interna ed esterna
  • La consapevolezza che noi abbiamo il potenziale per riuscire vivere in uno stato di pace (attraverso la coltivazione delle nostre qualità).

Non dobbiamo aspettare qualcosa che viene da fuori, dobbiamo coltivare le nostre qualità interne, vincendo le resistenze delle nostre abitudini, l’attaccamento alle sofferenze, permettere a se stessi di essere felici, imparare a mollare certe cose, a mollare il colpo.

A volte noi sappiamo che una cosa ci fa male, che ci porterà uno stato di sofferenza, ma alla fine dopo avere resistito per un pò la facciamo lo stesso. Ecco il senso della frase “permettiamo a noi stessi di essere felici”. Non bisogna resistere perchè resistendo dò una maggiore forza all’oggetto di desiderio ma accettare che ci sia un desiderio, una certa forma di attaccamento e lasciarla andare. Ecco il senso del “mollare il colpo”. Se si inizia a mollare una prima volta, una seconda, poi il resto viene da se, è più sciolto, più naturale perchè diventa una nuova abitudine. Ecco l’interazione che porta alla trasformazione ed il senso del “coltivare le abitudini positive”.

 

 

 

 

 

 

 

 

Unione di metodo e saggezza – Lama Zopa Rinpoce, Lama Thubten Yeshe

Tutto quello che leggete è quello che penso di avere capito dall’ascolto dell’insegnamento, messo nero su bianco per tornare a riflettere su alcuni punti senza avere il bisogno di ri-ascoltare l’intero video.

Davide

https://drive.google.com/file/d/0B61bEm5yeAISdlVaaEpZT1dGbzA/view?usp=drivesdk

I 5 fattori mentali onnipresenti

di Lama Michel Rinpoce

https://www.youtube.com/watch?v=s2DotsyxpMg&t=16s

Tutto quello che leggete è quello che penso di avere capito dall’ascolto dell’insegnamento, messo nero su bianco per tornare a riflettere su alcuni punti senza avere il bisogno di ri-ascoltare l’intero video.

Davide

La mente non si spegne mai, ha sempre un oggetto di percezione. La mente collega il mondo esterno con quello interno, percepisce quello che arriva dai 6 sensi: i 5 sensi più la mente (mente di tipo cognitivo: ad esempio un ricordo è un oggetto di percezione cognitivo, non ne entro in contatto ma esiste nella mente).

La percezione diretta riguarda i 5 sensi, è ciò con cui entro in contatto. La cognizione inferenziale è quando credo di percepire l’oggetto ma quello che io percepisco in realtà è l’immagine mentale che io mi sono creato dentro di me. E’ una percezione mentale basata sul ragionamento inferenziale  in cui si arriva a una conclusione sulla base di altri oggetti (se vedo il fumo dietro la montagna so che a valle c’è anche un fuoco. Non vedo il fuoco, ma so che c’è ). Questo va così perché questo è così. Noi normalmente non siamo in grado di discriminare l’immagine mentale dall’oggetto stesso, crediamo che l’oggetto a cui penso sia così ma se poi la mia aspettativa non viene soddisfatta posso rimanerci male oppure piacevolmente sorpreso ( es: se io penso al letto mi immagino il letto ma se quando torno a casa il letto è andato a fuoco e mi si propone un altro letto l’immagine mentale che io mi sono fatto viene a mancare, anche se io comunque sempre in un letto andrò a dormire).

La natura della mente:

Mente primaria è quella parte di mente che percepisce i sensi e che a sua volta è costituita dai fattori mentali; essi sono aspetti della mente che hanno delle particolarità e che tutti insieme vanno a costituire la mente primaria. Un pensiero è sempre suddivisibile in vari aspetti che formano la mente. (per approfondire: insegnamento Buddha abidharma sui 51 fattori mentali).

I fattori mentali sono 51 divisi in 5 fattori mentali onnipresenti, 5 fattori mentali determinanti, 11 fattori mentali positivi,6 fattori mentali negativi radice, 20 fattori mentali negativi secondari e 4 fattori mentali variabili.

Non esiste nessun pensiero che non sia composto almeno dai 5 fattori mentali onnipresenti, poi possono essercene di più ma questi 5 ci sono sempre. I 5 fattori mentali sono: sensazione, discernimento, intenzione, attenzione e contatto. Essi sono sempre simultanei ma tra un pensiero e l’altro si relazionano.

Adesso li presentiamo come se ci fosse una relazione di causa ed effetto temporale tra l’uno e l’altro:

Contatto: è la base di tutto insieme di oggetto di percezione sensoriale + potere sensoriale + coscienza sensoriale. Ad esempio, forma (vista), occhi e parte della mente che li gestisce. Dal contatto nasce la

Sensazione: piacevole, spiacevole, neutra. E’ la base attraverso la quale sperimentiamo il mondo, è la base di giudizio (ad esempio una vacanza è andata bene se ci è piaciuta e non avremo mai voluto che finisse).

Discernimento: quando entro in contatto con qualcosa gli diamo un nome.

Intenzione: cosa voglio fare davanti a quell’oggetto di percezione? È la reazione: attrazione, avversione, indifferenza. È la base di tutte le azioni, è il karma, è il mio direzionarsi davanti ad una percezione, quello che mi spinge verso l’oggetto.

Attenzione: come fare per ottenere quello che voglio. L’intenzione è generica, la attenzione è specifica: dopo che sono entrato in contatto, che ho una sensazione, gli ho dato un nome e ho sviluppato una intenzione la attenzione è trovare il modo con il quale interagire in base ai 4 fattori precedenti.

Tutti i momenti abbiamo questi 5 fattori mentali. I pensieri sono tutti collegati, il pensiero di adesso si collega con quello dopo perciò ad esempio l’intenzione che ho adesso influenzerà la mia intenzione di dopo.

Noi spesso viviamo come se fossimo il risultato del mondo che ci circonda, ad esempio quando sono felice c’è qualcosa intorno a noi che ci fa sentire felice e lo stesso quando qualcuno sta male. Vogliamo sapere perché qualcuno sta male e quello che poi facciamo è cercare la soluzione mettendo a posto il mondo attorno a noi. Cercare di eliminare la sofferenza mettendo a posto il mondo attorno a noi è come tentare di svuotare l’oceano con un bicchiere versandone il contenuto dietro di noi. La realtà non esiste solo fuori, è direttamente collegata alla nostra mente, non possiamo percepire nulla indipendentemente dalla nostra mente. La percezione della realtà è diversa in ogni individuo (o in ogni mente). Un suono percepito non è uguale per tutti, perché sono diversi i fattori mentali. Allora bisogna chiedersi: siamo il risultato del mondo che ci circonda o siamo interdipendenti da quello che ci circonda? Siamo interdipendenti! La realtà esterna non esiste indipendentemente dalla realtà interna in ciascuno di noi. Ognuno di noi percepisce la realtà in modo diverso, ci sono delle minime differenze ma le realtà sono diverse per ciascuno di noi.

La libertà di scegliere la nostra vita:

Dove abbiamo la libertà all’interno dei 5 fattori mentali? Nel reagire, quindi nell’intenzione: anche se qualcosa magari mi piace, posso sempre scegliere se farmi attrarre oppure no. Possiamo direzionare la nostra intenzione, la nostra mente: dopo la direzione che voglio prendere c’è la azione, la parola. Quando siamo davanti ad un oggetto la nostra attitudine è quella di agire in base a come siamo abituati: davanti ad una cosa piacevole il comportamento naturale è sviluppare attaccamento: siccome mi piace ne voglio di più. Se qualcosa per esempio mi piace.Invece potrei provare gratitudine, ri-gioire per le cose belle. Abbiamo la possibilità di direzionare la mente! All’inizio è una cosa che può sembrare molto artificiale ma poi pian piano viene naturale. Quando siamo davanti a una situazione ho un primo impulso ma devo chiedermi se posso agire in modo diverso. Il modo con cui vedo può non essere sbagliato, comunque non è l’unico modo. La domanda non è qual è il modo giusto di vedere ma vedere cosa mi conviene di più. Se vedo una persona violenta posso generare nell’immediato avversione e rabbia, ma se ci penso bene è meglio provare compassione. Dobbiamo creare interdipendenza positiva. Il potere della mia azione dipende dalla mia intenzione, motivazione.

Dove abbiamo la libertà all’interno dei 5 fattori mentali?  Anche nel discernimento! Il potere mentale del discernimento è potere scegliere, quando vediamo che stiamo dando un nome e che ci stiamo relazionando con qualcosa chiediamoci sempre se abbiamo diverse possibilità. Esempio della campana usata come bicchiere: io ho una immagine mentale della campana e vediamo qualcuno che la usa per bere dell’acqua. Noi la vediamo come bicchiere o come campana usata come bicchiere? Pensiamo:  va quello che pirla, usa la campana per bere! Noi la vediamo come campana, perché per noi il nome campana è relativo ad un oggetto con determinate caratteristiche. Ma che cosa fa la differenza tra campana o bicchiere? E’ il nome che io attribuisco! E’ il valore che noi diamo all’oggetto, per esempio potrei benissimo usare la campana come bicchiere, in base al valore che io attribuisco. E’ difficile perchè normalmente non siamo consapevoli di tutto questo.  Dipende tutto dal modo con cui io vado a relazionarmi, interdipendente con la nostra mente. La realtà esiste ma non esiste in maniera indipendente dal modo con cui io stesso la vedo. Che non vuol dire che il modo in cui la vedo sia sbagliato, ma non è l’unico modo giusto, devo vedere quello che mi fa più bene, a me e a chi mi sta intorno. Ecco perché il potere del discernimento è importante: così pian piano vediamo che noi non siamo il risultato del mondo che ci circonda, ma siamo anche noi che interagiamo per creare questo mondo.

Spesso siamo abituati a vivere come le foglie al vento, sono così perché è successo questo, o mi comporto così perché è successo quell’altro, ma in realtà noi possiamo scegliere la nostra vita! Non abbiamo la possibilità di scegliere quello che accade ma abbiamo la libertà del modo in cui vivere quello che accade, la reazione, la direzione da prendere, in questo modo dopo l’intenzione segue la azione e poi sorgeranno i risultati: ecco il senso dello scegliere la nostra vita: se scelgo quello che fa bene a me e agli altri cambio anche la mia vita. Il risultato è una vita migliore. Imparare gradualmente ad agire invece di reagire.

I tempi della comprensione sono diversi dai tempi della realizzazione interiore:  non basta comprendere, bisogna agire: la nostra mente agisce in base all’esperienza, non alla comprensione. Capire che arrabbiarsi fa male non basta: cosa fare dunque? Davanti all’oggetto di rabbia fare lo sforzo di agire in modo diverso. All’inizio farò uno sforzo enorme, ma poi più mi comporto in una maniera che fa bene  a me e agli altri più verrà naturale comportarmi così.

Cercare di capire come quando qualcosa ci appare come permanente e noi ci aggrappiamo ad essa questo ci causi sofferenza. La realtà e gli oggetti sono impermanenti, se mi sforzo di capirlo allora smetto di soffrire e accetto quella cosa. Devo generare la non avversione davanti all’oggetto di rabbia, e non basta capirlo bisogna sentirlo nella esperienza che facciamo. All’inizio la persona violenta mi fa arrabbiare, poi mi diventa indifferente, poi sviluppo compassione e alla fine genero amore.  Il concetto, la comprensione aiuta a indurre un sentimento, ma ciò con cui devo familiarizzare non è il concetto, ma l’esperienza del sentimento, perché la mente agisce in base all’esperienza.

Meditazione dell’albero

Fonte originale :

http://zeninthecity.org/meditazione-dellalbero

Il metodo è abbastanza simile a quello della meditazione della montagna: ci identifichiamo con l’oggetto della meditazione, traendone insegnamenti per la nostra vita. Solo che qui l’albero non ce lo immaginiamo, ce l’abbiamo di fronte.1) Ecco come fare. Scegli un bell’albero, un albero che ti piace e col quale ti trovi bene e ti senti affine. Anche come età, che ti possa somigliare. Mettiti lì di fronte, in posizione seduta, da meditazione. E stattene lì a contemplarlo, per tutto il tempo che hai a disposizione. Magari puoi usare il telefonino come sveglia; così avrai ancora maggiore tranquillità, se il tuo tempo è limitato.
2) Dopo aver conquistato uno stato di sufficiente calma, grazie ad un’attenta concentrazione sulla tua respirazione, per qualche minuto, sarai in grado di osservare le qualità di questo essere vivente che ti fronteggia.
L’albero, innanzi tutto, è molto stabile. Grazie alle sue radici, invisibili ma molto estese, è saldamente ancorato alla terra. Ci sono ben poche cose che possono scuoterlo. E di muoverlo neanche se ne parla!
È legato alla terra da un intimo legame di reciproco scambio. L’albero, per mezzo di queste radici, accoglie tutto quello che la terra gli dà. Compresi gli scarti e il letame. Al tempo stesso, è continuamente in grado di restituirle ciò di cui la terra ha bisogno, per mezzo delle sue foglie che cadono.

Perciò, pur essendo intimamente connesso alla terra, l’albero è anche in grado di lasciare andare pienamente. Lo fa ogni autunno, perdendo tutte le sue foglie.

Con la sua imperturbabile calma, l’albero accoglie tutto, come si accolgono i doni. Il sole, la pioggia, il vento. Uccelli di tutti i tipi vi transitano sopra, senza alcun problema. Qualcuno, a volte, lo sceglie come nido.

L’albero si trasforma continuamente, secondo le stagioni, ma anche col tempo che passa. Cambia anche di parecchio il suo aspetto. Quello che vedi ora, è solo uno dei tanti suoi possibili aspetti. Irripetibile. E l’albero accetta pure le trasformazioni che avvengono attorno a lui. Si adatta alle circostanze.

3) D’ora in poi, continua ad osservarlo, senza pensare, ma cercando di eliminare ogni barriera tra te e l’albero. Dopotutto, mentre lo guardi, l’albero è nella tua mente e perciò non siete più due cose separate. Non desideri essere un po’ come lui, stabile e capace di accogliere, così come di lasciare andare?

4) Se ogni tanto tornerai a trovare questo stesso albero, avrà sempre cose nuove da insegnarti, nelle sue diverse vesti stagionali.

Portare l’attenzione sul respiro

Di Tich Nath Han
La presenza mentale è al tempo stesso un mezzo e un fine, il seme e il frutto. Quando la pratichiamo per sviluppare la concentrazione, la presenza mentale è un seme. Ma la presenza mentale è di per sé la consapevolezza della vita: se c’è presenza mentale c’è vita, e quindi in questo senso è anche il frutto. La presenza mentale ci libera dalla distrazione e dalla dispersione e ci consente di vivere pienamente ogni istante. È importante saper respirare in modo da mantenere la presenza mentale, dal momento che il respiro è uno strumento naturale ed estremamente efficace per prevenire la dispersione. Il respiro è il ponte che connette la vita alla coscienza, che unisce il corpo ai pensieri. Ogni volta che la mente si perde, il respiro è il mezzo che vi consente di riportarla indietro. 

Inspirate delicatamente e a lungo, coscienti del fatto che state facendo una profonda inspirazione. Ora fate uscire tutta l’ aria dai polmoni, restando coscienti dell’espirazione in tutta la sua estensione. Il Sutra della presenza mentale insegna il metodo per mantenere il controllo del respiro in questi termini: “Essendo mentalmente presente egli inspira ed essendo mentalmente presente egli espira. Inspirando un lungo respiro, egli sa ‘lo inspiro un lungo respiro’ ; espirando un lungo respiro, egli sa ‘Io espiro un lungo respiro’ . Inspirando un breve respiro, egli sa ‘Io inspiro un breve respiro’; espirando un breve respiro, egli sa ‘Io espiro un breve respiro”
” ‘Sperimentando l’intera estensione del respiro, io inspirerò’, così egli si esercita; ‘sperimentando l’intera estensione del respiro, io espirerò’ , così egli si esercita. ‘Calmando la funzione corporea della respirazione, io inspirerò’, così egli si esercita; ‘calmando la funzione corporea della respirazione,io espirerò’ , così egli si esercita” .
Nei monasteri buddhisti, si insegna a servirsi del respiro per arrestare la dispersione mentale e sviluppare il potere della concentrazione. Il potere della concentrazione è la forza che scaturisce dalla pratica della presenza mentale. Con l’aiuto della concentrazione si può raggiungere il Grande Risveglio.
Quando un praticante resta sul respiro, ha già raggiunto il risveglio. Per conservare a lungo la presenza mentale dobbiamo osservare ininterrottamente il nostro respiro.

I tre aspetti principali del sentiero

http://www.lotsawahouse.org

I tre aspetti principali del sentiero
di Je Tsongkhapa Lobzang Drakpa

Lode ai venerabili e virtuosi maestri
Illustrerò, secondo le mie capacità,
il significato essenziale di tutti gli insegnamenti di Buddha
il sentiero trasmesso dai Bodhisattva
e la via d’accesso per i privilegiati;
coloro che desiderano la liberazione.

Tu che respingi le gioie dell’esistenza
E ti sforzi per rendere efficaci le condizioni favorevoli e le libertà
Tu che segui il sentiero che ha esaudito tutti i Buddha,
Ascolta bene, Fortunato, e con mente pura.

Senza una vera intenzione di rinuncia all’esistenza ciclica,
non v’è modo di porre fine alla continua ricerca degli effetti del piacere
nell’oceano dell’esistenza,
e poiché gli esseri senzienti sono vincolati dall’attaccamento ad essa
Tu devi cercare sin da subito di allontanarti dall’esistenza ciclica.

La liberazione e le condizioni favorevoli sono difficili da ottenere e la vita è breve.
Consapevole di ciò, stravolgi l’immagine che hai di questa esistenza.
Pensa ininterrottamente agli effetti inevitabili del karma e alla sofferenza del samsara,
stravolgi, così, la percezione delle vite future.

Meditando in questo modo
spera che i desideri per piaceri del samsara non si manifestino neanche per un istante,
e quando avrai coltivato giorno e notte l’inclinazione alla liberazione,
allora in quel momento sorgerà la vera rinuncia.

La vera rinuncia, inoltre,
non può esistere senza l’unione con una mente pura che desidera l’illuminazione (Bodhicitta)
diversamente non sarebbe la causa che genera
il piacere perfetto della suprema illuminazione.

Così il saggio dovrebbe generare la suprema aspirazione altruistica dell’illuminazione (Bodhicitta)
Gli esseri senzienti sono continuamente trasportati dalle poderose quattro correnti[1]
Legati dalle strette e indistruttibili catene del karma,
intrappolati nella fitta rete di ferro dell’egoismo,
sono completamente offuscati dalle profonde tenebre dell’ignoranza.

Nati innumerevoli volte nel samsara,
le tre sofferenze[2] li tormentano incessantemente.
Questa è la condizione di tutte le tue madri nelle vite precedenti
contempla questo stato e genera bodhicitta.

Privo della saggezza che riconosce la natura intrinseca di tutte le cose,
pur avendo coltivato la vera rinuncia e il bodhicitta,
non potrai tagliare la radice dell’esistenza,
sforzati a riconoscere la legge di interdipendenza.

Colui che riconosce l’affidabilità della causa e dell’effetto di tutti i fenomeni
del samsara e del nirvana, distrugge così ogni percezione errata
ed entra nel sentiero che esaudisce il Buddha.

Affinché tu consideri distinte le due conoscenze:
l’apparenza , ossia l’inevitabilità dell’interdipendenza
e la vacuità, priva di ogni argomentazione,
la saggezza di Buddha non potrà realizzarsi.

Quando queste saranno simultanee e non si alterneranno,
la conoscenza perfetta oblierà il modo errato di percepire le cose
attraverso l’infallibile legge dell’interdipendenza,
e così in quel momento il discernimento della via sarà completo.

Quando sarai consapevole che l’apparenza elimina l’estremo dell’esistenza
mentre la vacuità rimuove l’estremo della non esistenza,[3]
e quando comprenderai che la vacuità appare come causa ed effetto
non sarai più sopraffatto da visioni scorrette.

Nel momento in cui avrai realizzato i punti essenziali dei tre aspetti fondamentali del sentiero,
dimora in solitudine, genera il potere dell’entusiasmo
e raggiungi la tua meta, figliuolo!
Questo testo fu insegnato dall’erudito monaco Lobzang Drakpé Pal, al suo discepolo Tsakho Önpo Ngawang Drakpa.

| Giulia Castello, Vice-President of Vidyā – Arti e Culture dell’Asia

[1] Secondo Ngulchu Dharmabhadra i quattro fiumi del samsara si riferiscono sia alle sofferenze dell’esistenza: nascita, vecchiaia, malattia e morte sia ai “quattro fiumi del samsara” come definito nella letteratura dell’Abhidharma: ignoranza, punto di vista, divenire e brama. 
[2] Sofferenza della sofferenza, sofferenza del cambiamento e sofferenza onnipresente. 

[3] E’ comunemente riconosciuto nella filosofia buddhista che le cose sorgono, appaiano. Questa concezione elimina sia l’estremo del nichilismo sia un credo sulla completa non esistenza di tutte le cose, mentre dall’altra parte il concetto di vacuità elimina l’estremo dell’eternalismo e la credenza che tutte le cose abbiano una realtà intrinseca. Tsonkhapa in questo testo va oltre e afferma che il fatto che le cose appaiono elimina l’estremo di considerare le cose come veramente esistenti, perché per apparire non possono avere un’esistenza inerente. Inoltre, il fatto che le cose siano vuote elimina la concezione della non esistenza, poiché è solo perché le cose sono vuote che possono apparire. 

Preghiera dei 7 rami

preghiera sette rami sangye

(1) Mi prostro ai Buddha che hanno adornato i tre tempi,
Al Dharma e alla Somma Assemblea,
Inchinandomi con corpi tanto numerosi
Quanto gli atomi di tutto il mondo.

(2) Come Manjushri ed altri
Hanno fatto offerte a te, il Vittorioso,
Così anch’io faccio offerte a voi, i miei Protettori Così Andati,
E ai vostri discendenti spirituali.

(3) In tutta la mia esistenza samsarica senza inizio,
In questa e in altre vite,
Ho commesso azioni negative senza intelligenza,
Oppure ho fatto sì che altri le commettessero e, inoltre,

Oppresso dalla confusione dell’ingenuità,
Ho gioito per queste azioni. Tutto quello che ho fatto,
Lo riconosco come un errore e lo dichiaro apertamente
A voi, i miei Protettori, dal profondo del mio cuore.

(4) Con piacere, gioisco dell’oceano di forza positiva
Che deriva dal vostro avere sviluppato
l´intenzione della bodhicitta,
Dal portare gioia ad ogni essere limitato
E dalle vostre azioni che hanno aiutato gli esseri limitati.

(5) Con i palmi delle mani giunte vi richiedo
Buddha di tutte le direzioni:
Per favore illuminate il faro del Dharma per gli esseri limitati
Che soffrono e vagano nell´oscurità.

(6) Con le mani giunte vi richiedo
Vittoriosi che potreste andare oltre alla tristezza:
Vi imploro, rimanete per incalcolabili eoni,
Per non lasciare questi esseri migratori nella loro cecità.

(7) Grazie a qualunque forza positiva che ho accumulato
Facendo tutto in questo modo,
Possa io eliminare ogni sofferenza
Di tutti gli esseri limitati.

http://www.lotsawahouse.org

The Buddha, Dharma and the noble assembly,
Supreme among refuges, you fully embrace the two truths
And thereby perfectly unite wisdom and compassion,
To you, in devotion, I pay homage.
This is the first branch, that of prostration.

To the precious, unsurpassed threefold refuge,
I present, through the rite of perfect offering,
Vast cloud-like gifts beyond imagining
Outer, inner and of reality itself.
This is the second branch, that of offering.

With the wish to liberate all beings,
And with constant devotion, I take refuge,
In the Buddha, Dharma and Saṅgha,
Until I reach the essence of enlightenment.
This is the third branch, that of taking refuge.

Whatever unbearable wrongs I have committed,
With my body, my speech or my mind,
And those I have requested or rejoiced in,
All of them, I individually confess.
This is the fourth branch, that of confession.

In the acts of the perfect buddhas, bodhisattvas,
Pratyekabuddhas and buddhas’ disciples,
And in all worldly forms of merit,
Gladly I rejoice!
This is the fifth branch, that of rejoicing.

With wisdom and compassion,
Diligently, for sentient beings’ sake,
I take my place before all the buddhas,
And set my mind on perfect awakening.
This is the sixth branch, that of generating bodhicitta.

May these practices for accumulating merit,
Become a cause of threefold enlightenment.
Relying on the path of the two selflessnesses,
May I attain the higher realms and liberation.

Through whatever merits I have gathered,
May living beings becoming victorious ones.
Respectfully, for the sake of all beings,
May I act genuinely and on a vast scale.

In the course of all my future lives,
May I behold the Buddhas,
May I listen to the Dharma,
And may I serve the Saṅgha.

May I have skilled, authentic teachers,
And offer spiritual and material gifts.
May beings gain ordinary possessions
And master all transcendent perfections.

Through the merits of giving wealth,
Maintaining perfect discipline,
And studying the sacred Dharma,
May I gain supreme awakening.

When I die and pass on from this world,
May I take birth in Tuṣita, and through my merit,
Swiftly approach the protector Maitreya,
To receive a prophecy of enlightenment!
This is the seventh branch, that of making prayers of aspiration.

La preghiera dei 7 rami comprende l’essenza della pratica Fonte: kaguyoffice.org

Le Otto Strofe della Trasformazione del Pensiero

Composto da Ghesce Langri Tangpa Dorje Senghe

Fonte originale buddhismo.forumfree.it

1) Poiché sono determinato a ottenere
il massimo benessere per tutti gli esseri,
che sono superiori alla gemma che esaudisce i desideri,
avrò costantemente cura più di loro che di me stesso.

2) Quando sono in compagnia di altre persone,
considererò me stesso come il meno importante,
e nel profondo del cuore mi prenderò cura di loro,
come se fossero gli esseri più elevati.

3) Esaminando con attenzione la mia mente,
in tutte le azioni che compio
affronterò ed eliminerò al suo primo apparire ogni difetto mentale,
prima che possa nuocere a me stesso e agli altri.

4) Quando devo affrontare un essere malvagio
preda di intense sofferenze e gravi mancanze,
mi terrò caro un simile individuo, così raro a trovarsi,
come se avessi scoperto un prezioso tesoro.

5) Quando altri, dominati dalla gelosia,
mi maltrattano, mi insultano e così via,
accetterò le loro dure parole
e offrirò loro la vittoria.

6) Quando qualcuno che ho aiutato
e in cui ho riposto grandi speranze
mi infligge un danno estremamente grave,
considererò costui il mio supremo maestro spirituale.

7) In breve, offrirò benefici e felicità
a tutte le madri esseri senzienti,
sia in questa vita sia nelle future,
e in segreto prenderò su di me
ogni male e ogni sofferenza delle mie madri.

8) Inoltre, non avendo contaminato tutto ciò
con le impurità degli otto sentimenti (mondani),
e percependo ogni fenomeno come illusorio,
privo di attaccamenti mi libererò
della schiavitù (dell’esistenza condizionata).

Versione in inglese

1.By thinking of all sentient beings
As more precious than a wish-fulfilling jewel
For accomplishing the highest aim,
I will always hold them dear.

2. Whenever I’m in the company of others,
I will regard myself as the lowest among all,
And from the depths of my heart
Cherish others as supreme.

3. In my every action, I will watch my mind,
And the moment destructive emotions arise,
I will confront them strongly and avert them,
Since they will hurt both me and others.

4. Whenever I see ill-natured beings,

Or those overwhelmed by heavy misdeeds or suffering,
I will cherish them as something rare,
As though I’d found a priceless treasure.

5. Whenever someone out of envy
Does me wrong by attacking or belittling me,
I will take defeat upon myself,
And give the victory to others.

6. Even when someone I have helped,
Or in whom I have placed great hopes
Mistreats me very unjustly,
I will view that person as a true spiritual teacher.

7. In brief, directly or indirectly,
I will offer help and happiness to all my mothers,
And secretly take upon myself
All their hurt and suffering.

8. I will learn to keep all these practices
Untainted by thoughts of
the eight worldly concerns.
May I recognize all things as like illusions,
And, without attachment,
gain freedom from bondage.

Meditazione della montagna

Fonte originale: http://zeninthecity.org/meditazione-della-montagna/


Foto tratta da: https://blog.apnic.net/2014/09/10/peering-sahou-in-japan-sahou-the-way-to-do-things/

…   come funziona, in sintesi. Seduti in meditazione, si visualizza una montagna, nel suo insieme e nei dettagli, apprezzandone il carattere solido e imperturbabile, nonostante le molte cose che accadono in lei e attorno a lei. E si prova a sentirsi come lei. È possibile. “Trasformandoci in una montagna, nella nostra meditazione, possiamo penetrare nella sua forza e stabilità e farle nostre, usando le sue energie a sostegno dei nostri sforzi, intesi ad affrontare ogni momento con consapevolezza, equanimità e chiarezza“…

Tratto da: Jon Kabat Zinn, Dovunque tu vada ci sei già, Tea, 1999

Rispetto alla meditazione, le montagne hanno molto da insegnare, quale archetipi significativi in tutte le culture. Le montagne sono luoghi sacri e l’umanità vi ha sempre cercato guida spirituale e rinnovamento. La montagna è il simbolo dell”asse originario della Terra (Monte Meru), la sede degli dèi (Monte Olimpo), il luogo in cui il capo spirituale incontra Dio e ne riceve i Comandamenti (Monte Sinai). Le montagne comunicano un senso di sacralità e personificano timore e armonia, asprezza e maestà. Elevate sopra il resto del mondo, la loro stessa presenza attira e incombe. La loro natura è primigenia. Dura come la roccia, solida come la roccia. Le montagne sono luoghi di visioni, dove è possibile commisurare la scala panoramica del mondo naturale e la sua commistione con le fragili ma tenaci radici della vita. Nella storia e preistoria dell’umanità hanno svolto funzioni chiave. Fra i popoli tradizionali erano e sono ancora madre, padre, guardiano, protettore, alleato.
Nella pratica meditativa, talvolta può risultare utile « prendere a prestito ›› queste meravigliose qualità esemplari delle montagne e utilizzarle per spronare i nostri propositi e la decisione di compenetrarsi nel momento con semplicità e purezza primordiali. L’immagine della montagna fissata nell”occhio della mente_e nel corpo può ricordare innanzitutto perché si è in seduta meditativa e cosa significa, volta che prendiamo posto, immergersi nel regno del nonagire. Le montagne sono l’emblematica quintessenza di presenza e imperturbabilità costanti.
La meditazione della montagna può essere effettuata nel modo che segue e modificata in conformità alla vostra immagine personale della montagna e del suo significato. La posizione non è importante, ma la trovo più che mai efficace quando sono seduto a gambe incrociate in modo che il mio corpo assomiglia e si sente maggiormente simile a una montagna, interiormente ed esternamente. Trovarsi sopra o in vista di una montagna aiuta ma non è necessario. La fonte dell’energia è l’immagine interiore.
Immaginate la più bella montagna che conoscete o vi è nota, la cui forma vi ispiri personalmente. Mentre vi concentrate per vederla o sentirla con l’occhio della mente, considerate la sua forma, la vetta elevata, la base radicata nella crosta terrestre, i versanti ripidi o dolcemente digradanti. Notate anche quanto è massiccia, immobile, bella sia vista da lontano che in prossimità di una bellezza contraddistinta dal profilo della sua forma e contemporaneamente impersonante qualità universali «montane» che trascendono la particolarità di costituzione e forma.
Forse la vostra montagna ha la cima innevata e boschi alle quote più basse; forse presenta una cima svettante o una serie di crinali oppure un ampio altopiano. Quale che sia la sua apparenza, sedete e respirate con l’immagine della montagna, osservandola, notando le sue caratteristiche. Quando vi sentite pronti, provate ad assimilarla dentro di voi, in modo che il vostro corpo e il monte fisso nell’occhio della mente siano una cosa sola. Il vostro capo diventa la vetta, le braccia e le spalle i versanti, le natiche e le gambe che poggiano sul cuscino collocato sul pavimento o sulla sedia sono la base della montagna. Percepite nel corpo il senso di elevazione della montagna, e nel profondo della colonna vertebrale l”asse su cui si erge. Trasformatevi in una montagna che respira, incontrollabili nella vostra immobilità, nella pienezza dell’essere al di là di parole e pensieri, una presenza incentrata, radicata, impassibile.
Ora, come sapete perfettamente, per tutta la giornata, mentre il sole compie il suo percorso nel cielo, il monte semplicemente resta fermo, ma luce, ombra e colori mutano virtualmente ogni momento nella sua adamantina immobilità. Persino l’occhio non esercitato può notare cambiamenti avvenuti di ora in ora. Questo ricorda i capolavori di Claude Monet, che ebbe l’idea geniale di disporre una serie di cavalletti e dipingere alcuni soggetti come si presentavano ogni ora, passando da una tela all’altra mentre il gioco di luci, ombre e colori trasformava una cattedrale, un fiume o una montagna attirando così l°occhio dell’osservatore. Mentre la luce cambia, la notte segue il giorno e viceversa, la montagna resta immota, limitandosi a essere se stessa. Cosi rimane mentre ciascuna stagione sfocia nella successiva e il tempo meteorologico varia da un momento all’altro, da un giorno all’altro. Un’immobilità che contiene tutti cambiamenti.
In estate non vi è più neve sui monti, eccetto forse alle quote più alte o negli anfratti protetti dal calore del sole. In autunno la montagna può dispiegare una copertura di brillanti e fiammeggianti cromatismi e in inverno una coltre di neve e ghiaccio. In qualsiasi stagione può trovarsi avvolta da nubi o nebbia o frustata da pioggia gelida. I turisti venuti per visitarla rimangono delusi se non è possibile vederla chiaramente, ma essa rimane indifferente visibile o meno, con il sole o le nuvole, arsa o ghiacciata, semplicemente siede, fedele a se stessa. Talvolta tormente o bufere imperversano attorno alle sue cime, oppure è sferzata da venti di forza inimmaginabile, ma è sempre la stessa. Arriva la primavera, gli uccelli tornano a cantare fra gli alberi, le foglie rispuntano sui rami che le avevano lasciate cadere, i fiori sbocciano negli alpeggi e sui versanti, i torrenti ribollono d’acqua mentre le nevi si sciolgono. E intanto la montagna continua a rimanere seduta, impassibile alle offese del clima, a ciò che accade sulla superficie, al mondo delle apparenze.
Mentre sediamo con questa immagine nella nostra mente, possiamo incorporare le stesse incrollabili caratteristiche di immobilità e radicamento di fronte a qualsiasi cambiamento che avviene nella nostra vita ogni secondo, ogni ora, ogni anno. Nella vita e nella pratica meditativa sperimentiamo costantemente la natura mutevole della mente, del corpo e del mondo esterno. Siamo soggetti a periodi di luce e oscurità, di colori vivaci e di scialba monotonia, a bufere di violenza e intensità variabili provenienti sia dal mondo esterno sia dal nostro essere più riposto. Flagellati da forti venti, dal freddo e dalla pioggia, sopportiamo periodi di oscurità e sofferenze e godiamo momenti di gioia ed entusiasmo. Persino il nostro aspetto varia costantemente, come quello della montagna, subendo propri mutamenti climatici e intemperie.
Trasformandoci in una montagna nella nostra meditazione possiamo penetrare nella sua forza e stabilità e farle nostre, usando le sue energie a sostegno dei nostri sforzi intesi ad affrontare ogni momento con consapevolezza, equanimità e chiarezza. Questo potrebbe aiutarci a comprendere che i pensieri, i sentimenti le preoccupazioni, le bufere emotive e le crisi, qualsiasi cosa ci accada, hanno molta somiglianza con le intemperie che la montagna stessa deve subire. Noi siamo portati a considerarle come accidentalità personali, ma le loro caratteristiche più salienti sono impersonali. Le intemperie della nostra vita non possono essere ignorate o negate, bensì affrontate, accolte, sentite, comprese per quello che sono e tenute sotto attenta osservazione, dato che potrebbero esserci fatali. Considerandole in questo modo, prenderemo coscienza di un silenzio, di una tranquillità e una saggezza più profondi e incrollabili di quanto avremmo mai creduto possibile, tali da non lasciarsi sopraffare neppure dalle tempeste. Se saremo capaci di ascoltarle, le montagne ci insegneranno tutto questo.
Comunque, la meditazione sotto forma di montagna è solamente un espediente, un dito puntato in una direzione non meglio precisata. Dovremo ancora osservare prima di muoverci. Se l’immagine della montagna può aiutarci ad acquisire stabilità, l’essere umano è molto più interessante e complicato; noi siamo montagne che respirano, si muovono, danzano; possiamo essere solidi come rocce, fermi e incrollabili e nel contempo malleabili, teneri e volubili. Disponiamo di un ampio arco di potenzialità, possiamo vedere e sentire, sapere e capire. Possiamo imparare, crescere, guarirci, soprattutto se sapremo imparare ad ascoltare l’armonia interiore delle cose e a mantenere la perpendicolarità della montagna nel bene e nel male.

Meditazione del lago


Fonte originale: http://zeninthecity.org/meditazione-del-laghetto/

Foto: archivio personale

“Possa la mia mente riflettere la realtà per quello che è veramente, come fa questa superfice tranquilla”

“Possa io lasciare andare ogni cosa, senza voler trattenere nulla, come fa questo laghetto nel momento in cui riflette il passaggio delle nuvole, il volo di un uccello o la traiettoria di un aereo”.