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Le Perfezioni – Capitolo 4 – La Saggezza – Ajahn Sucitto

La chiarezza innata

Il quarto veicolo che guada il flutto del mondo è la saggezza, paññā. Questa è la facoltà discriminativa che opera attraverso il discernimento o chiarezza, piuttosto che una conoscenza accumulata con lo studio. Si tratta di una facoltà che ognuno di noi già possiede infatti la saggezza è la facoltà che fa distinzioni (tra il dolore e il piacere,tra la sicurezza e l’intimidazione, tra il bianco e il nero). La mente umana è una benedizione dai molti aspetti; possiamo essere presenti ai nostri istinti e alle nostre reazioni, e discernere ciò che è buono, appropriato e salutare da quanto non lo è; ma possiamo anche essere così persi in ciò che pensiamo dovremmo essere, in ciò che temiamo potremmo essere, e nei pensieri di come vorremmo fossero gli altri, da smarrire l’equilibrio della chiarezza. Perciò con una mente umana è imprescindibile sviluppare la facoltà della saggezza in modo corretto: senza un contrappeso diventiamo troppo sbilanciati. E’ essenziale sviluppare la saggezza che sovrintende alla coscienza mentale o la trascende, con i suoi valori e pregiudizi dogmatici, con la compassione e la depressione, con l’amore e la concupiscenza. Questa saggezza trascendente, o profonda chiarezza, è la perfezione che accompagna tutte le altre pāramī, e da esse è condotta al suo pieno sviluppo, utilizzo ed efficacia. Senza di essa, la vita può essere un vero caos.

Tre aspetti della saggezza

La saggezza è sviluppata su tre fronti. Il primo è l’aspetto della saggezza concettuale o teoria, che noi possiamo acquisire da un libro o ascoltando un discorso. Il secondo è la saggezza della pratica, l’applicare direttamente la teoria nella propria vita e praticare allo scopo di dissolvere le cause dello stress, della confusione e della sofferenza. In terzo luogo c’è la saggezza della realizzazione, che è una conoscenza fiduciosa, chiara e serena non inclusa in opinioni, reazioni e pregiudizi. È il tipo di sapere che semplicemente “sa” che qualcosa è così o non è così. È questa purezza della conoscenza che determina la liberazione dalla confusione e dallo stress. Questi tre aspetti della saggezza nel buddhismo sono simboleggiati da
statue che portano un libro, una spada e un loto. Il libro è la saggezza della teoria, la spada è la saggezza dell’applicazione e il loto è la saggezza della realizzazione.

Il processo con il quale i tre tipi di saggezza si susseguono non prevede che avvengano sempre secondo una sequenza precisa, dipende dal contesto e in genere si riavvolge su se stesso. Comincia tracciando una base per indagare la causa e l’effetto. Ci chiediamo: che cosa ci dà un beneficio a lungo termine, piuttosto che un guadagno a breve termine? Che cosa fa bene a noi e agli altri e conduce alla pace? Che tipo di felicità immediata di fatto ci procura alla luce di una futura infelicità – e quali sono le cause o i fattori scatenanti di queste traiettorie? Non sempre applichiamo la saggezza ai nostri impulsi, come la voglia di spendere troppo, l’inclinazione per relazioni incompatibili o per un abuso di sostanze, perché, quando essi si manifestano come idee e tendenze, in quel particolare momento ne percepiamo solo gli aspetti positivi! Questa è la saggezza teorica (primo tipo).

Poi possiamo indagare che cosa “cucina” la mente e chiarire qual è il combustibile che alimenta il fuoco. Forse stiamo cercando di controllare una situazione che non possiamo gestire, o di far sì che un partner sia qualcosa che non è. Oppure resistiamo a una sensazione spiacevole, tenendoci sulla difensiva e fingendo che non ci sia (mentre neghiamo di stare sulla difensiva). Quando ce ne rendiamo conto (ricordandoci che possiamo liberarci dallo stress) smettiamo di sprecare tempo ed energia nel trattenere, spingere o resistere inutilmente. Allora si libera l’energia che è intrappolata che si integra nell’energia della mente e c’è una sensazione di completezza, pace e libertà. L’energia si districa e si acquieta, facendo in modo che la mente si senta un poco più luminosa. E’ un percorso fuori dallo stress di una mente ottusa e frenetica, che grazie alla calma ora riesce ad accedere a questa consapevolezza riflessiva. E questa è la saggezza della pratica (secondo tipo).

La saggezza della pratica deve essere sviluppata con esercizi di meditazione, perché i presupposti, le convinzioni, le passioni e le preoccupazioni parlano a voce più alta. Bisogna concedere a se stessi del tempo per creare le occasioni che portano alla luce la nostra saggezza. La pratica della meditazione porta porta alla saggezza della realizzazione (terzo tipo).

Da qui in poi l’agire con più coscienza è un risultato naturale. Così, quando la saggezza emerge in primo piano, si accrescono le altre virtù. La saggezza mostra capacità di valutare gli stati mentali così come vengono direttamente sperimentati nel presente. Una regola semplice è la seguente: “Se non sostiene le altre pāramī, non è vera saggezza; è solo un’opinione”. La vera saggezza percepisce l’equilibrio e l’integrità, discerne la causa e l’effetto e realizza la chiarezza e della felicità.

La saggezza sviluppa un sentiero che fa uscire dalla
sofferenza

La saggezza come pratica cresce particolarmente bene tramite la meditazione. Nel Buddismo la meditazione indica la coltivazione della calma e dell’intuizione, lo sviluppo della consapevolezza (sati) e della concentrazione (samādhi) che ne sono le cause (della calma e dell’intuizione). La consapevolezza è la facoltà che porta nella mente un’emozione, un’idea, un processo o una sensazione. Quando è sostenuta, essa contrasta la dispersione dell’attenzione e l’impulsività. La concentrazione è l’approfondimento dalla consapevolezza che così diventa piacevole. Consapevolezza e concentrazione mantengono la calma. E, quando la mente è calma con più naturalezza riusciremo ad usare la saggezza che andrà a condizionare le nostre azioni mentali.

Il compimento di un’azione dipende dalla mole di attività che la nostra mente svolge. La saggezza si manifesta nella meditazione attraverso la valutazione della nostra esperienza e di come essa influenza la nostra coscienza mentale. L’intuizione verifica se gli oggetti visivi, i suoni, i pensieri o gli atteggiamenti provocano un modo d’essere stressante oppure uno stato aperto e liberato. Quando cogliamo i segni di ciò che è salutare o non salutare nel modo d’essere della nostra mente l’intuizione si sviluppa ulteriormente permettendo alla nostra saggezza di incontrare una
conoscenza calata nel corpo, nel cuore e nei visceri, che è chiara e arriva
al punto. Per esempio: “Pare che il problema non sia il fatto che la gente vuole molto da me, ma piuttosto che io sia un soggetto compulsivo. Chiedo troppo a me stesso”. Per questo “conoscere sentito” (conoscenza calata nel corpo) dobbiamo calmare la mente e indagare con la consapevolezza riflessiva e non pensare più a noi stessi. Poi possiamo vedere: “Questa è la sofferenza; la causa è il desiderio di essere in un certo modo piuttosto che in un altro; si può lasciare andare quel desiderio; ecco come riuscirci”. Otteniamo così una sintesi personale delle Quattro Nobili Verità – la sofferenza, l’origine, la cessazione e il Sentiero.

Il Sentiero operativo fondamentalmente è questo: conoscere il bene e viverlo, conoscere il male e allontanarsene (essendo consapevoli dei risultati). Poi, con l’acquisizione dei risultati e della loro bontà, si comincia sempre più a sentirsi chiari e vedere quando c’è qualcosa di dissonante. Forse vediamo un rancore, una pretesa nei nostri confronti o come ci identifichiamo con un ruolo arrivando a pronunciare un verdetto interiore di successo o fallimento. Tuttavia, quando la nostra mente allenata sempre più ad essere chiara si discerne chiaramente che “Tutto questo è qualcosa che passa attraverso la consapevolezza. Sono stati da cui posso fare un passo indietro”, vediamo lo stress e la possibilità di esserne liberi. Poi, con quella libertà, sentiamo la tranquilla felicità della fiducia; e con ciò la pressione si allenta.

Se lasciamo che questo processo si dispieghi, scopriremo di fare del bene non per identificarci con l’essere buoni, ma solo perché ciò è sentito come positivo. Ciò che è rilevante è arrivare a capire se la nostra mente si trovi in un stato salutare o non salutare. La saggezza, il discernimento a sentire che cosa è giusto e che cosa è sbagliato, in maniera intrinseca piuttosto che attraverso un pregiudizio competitivo: “Io sono migliore di quello che sei tu / questa è l’unica via”. E il risultato è che a governare il cuore è l’intelligenza consapevole, piuttosto che l’immagine di sé.

La saggezza ha bisogno della meditazione

La saggezza si costruisce sulla base della rinuncia. La rinuncia è parte della meditazione: accantoniamo deliberatamente l’uscita dalle porte dei sensi. Questo è il contenimento: è la prima cosa che facciamo perché la nostra saggezza ci dice che il protenderci verso l’esterno ci fa perdere l’equilibrio. Perciò smettiamo di andare all’esterno e ci rivolgiamo verso l’interno, stabilizzando l’attenzione con una pausa, e poi rendiamo salda la consapevolezza su un tema di meditazione adeguato. Questo è il modo di cominciare. La rinuncia sembra implicare l’accantonamento dell’attività
sensoriale ma è solo un principio approssimativo, in effetti la rinuncia saggia consiste nel lavorare con l’impatto dei sensi, in modo da non reagire precipitandoci fuori dai sensi o contraendoci in una ferrea difesa. Abbiamo bisogno di mantenere l’equilibrio perché il discernimento può essere spinto da parte dall’energia cieca degli impulsi ad agire, o al contrario dalla soppressione dell’input sensoriale (sforzarsi a non agire) o anche dalla negazione di uno stato di fatto. La pratica de contenimento consiste quindi nel fare una pausa e tirarsi un po’ indietro dal contatto sensoriale, poi da quella prospettiva più ampia riflettere su ciò che si sente come salutare o non salutare. Allora possiamo impegnarci da una posizione chiara, etica e compassionevole. Senza l’equilibrio offerto dal contenimento, la facoltà della saggezza non ha uno stato quieto da cui dare una lettura degli eventi. Pertanto la consapevolezza, che mantiene nella mente una posizione o un tema, è un elemento fondamentale nello sviluppo della saggezza. Ci dà accesso al “senso” del conoscere, una sensazione di tranquilla sicurezza e di equilibrio.

Nella meditazione questa saggezza del riconoscimento è chiamata “piena comprensione”. Questa facoltà riconosce ciò che succede ogni istante nella mente. All’inizio la nostra attenzione rimane quieta per circa un secondo prima di scattare verso l’elemento successivo, ma la piena comprensione riconosce che “La consapevolezza in questo momento può essere stabilita” ed incoraggia: “cara consapevolezza, cerca di non andare subito via, rimani solo per un altro istante; cerca soltanto di cominciare ad osservare la tua esperienza”. Non esercita la pressione “Devi sempre continuare a farlo”. La consapevolezza potrebbe cadere dalla sua posizione o tema, ma poi la piena comprensione dice: “Fermati. Riprendila solo per questo istante”. La saggezza può operare solo nel momento presente. Non appena ci allontaniamo da questo momento, non siamo più nel dominio della saggezza che sboccia nella realizzazione. La consapevolezza del respiro è un ottimo metodo per stare con il momento presente.

Questo riferirsi a un istante per volta ci dà anche l’opportunità di uscire fuori dagli schemi temporali che il flutto del divenire (bhava) ci rifila con l’inganno. Per esempio la voce che dice: “Devo calmarmi; quando viene la chiara luce?”. Con la saggezza penetrante, nutrita mediante la consapevolezza e la piena comprensione, questi pensieri possono essere trasformati in “Ecco l’impazienza… be’, prendiamoci un secondo e restiamo con un’espirazione”. Poi c’è l’urgenza tenace del fuggire da tutto questo
(vibhava), che dice: “Non voglio mai più occuparmene. Desidero lasciarmi
alle spalle tutti i miei problemi !”. Ma con la saggezza accantoniamo sia l’urgenza di accumulare l’esperienza, sia quella di sbarazzarcene Pratichiamo invece la saggezza, controlliamo la mente e freniamo quei riflessi un momento dopo l’altro. Poi ecco una realizzazione: cominciamo a conoscere la mente e a guardare sotto il miraggio della sua attività.

La consapevolezza che conosce si perde quando ci aggrappiamo agli stati mentali, perché questi sono in movimento e ci chiedono di seguirli, di trovargli una sistemazione, di eliminarli o di preoccuparci. Dobbiamo imparare a demolire questa abitudine di rincorrere, aderire o aggrapparci, il che implica la rinuncia a un’immagine di sé, per lasciar andare la fatica di essere ciò che le nostre menti assillanti pretendono da noi. Perciò la persona saggia è chi può rinunciare allo sbraitare del sé per scoprire una melodia più naturale.

Ogni attaccamento a dati sensoriali o a impulsi psicologici è legato all’ignoranza, Questa perdita di consapevolezza equilibrata incrementa vari tipi di sete (taṇhā): per il contatto sensoriale (kāma-taṇhā), per l’essere qualcosa (bhava-taṇhā) o per il non essere assolutamente nulla (vibhava-taṇhā). Sentire il bisogno di oggetti visivi, suoni e sensazioni non è una buona notizia, perché non tutto ciò che vediamo, udiamo, assapo-
riamo, odoriamo o tocchiamo è piacevole oltre ad essere costantemente soggetto a cambiamento.

Lo stesso si può dire per (bhava-taṇhā) la sete di uno stato mentale, o di una condizione sociale. Essa mira a farci sentire forti e sicuri, ma quante persone “di successo” sono veramente tranquille e serene? Vibhava-taṇhā l’impulso ad allontanarsi da qualcosa che provoca imbarazzo, ansia o per-
dita dell’immagine di sé.

Se incontrollati, questi impulsi ci portano a contrarre abitudini che alla fine ci limitano: il mio attaccamento ad averla vinta in una discussione, la mia necessità di approvazione, la mia auto-denigrazione abituale che cerca di depurarmi da quelli che io penso siano i miei peccati e le mie debolezze, ecc. Questi impulsi sono resi tenaci perché ogni cosa nel mondo tende a nutrirli: la fama, la lode, il guadagno, la condizione sociale, il potere e l’eccitazione condizionano la personalità. La personalità è l’interfaccia psicologica tra il regno della sensazione e degli stati mentali. Quando il punto di vista del sé assume il controllo si arriva a un punto di confusione estrema; la gente diventa attaccata a come appare, a com’è cortese, imperturbabile o potente. La personalità ignora la realtà della morte, non si rende conto di essere solo una costruzione e trascura la saggezza. Così le persone che non riescono a gestire la spinta e l’attrazione delle sensazioni si gettano in un abisso quando perdono il lavoro, o ancora si infuriano per il desiderio di vendetta quando si sentono insultate, ignorate o mortificate. Si lasciano andare perché si sentono falliti come persone o si infuriano perché il loro riflesso sarebbe di reagire vendicandosi o insultando e se non seguono l’istinto soffrono perché pensano di tradire un sé che invece non esiste. Con il punto di vista del sé, la saggezza non è sviluppata e la nostra personalità non è in grado di gestire in modo equilibrato e pacifico quello che la vita offre.

Incontrare le onde

La sete psicologica può essere affrontata saggiamente con la pratica della meditazione. Allorché meditiamo, spegniamo il riflettore del contatto sensoriale e ci sediamo quietamente per creare un ambiente calmo e introspettivo. A causa di questa calma di fondo (samatha), l’impulso che sorge con il contatto sensoriale è tenuto sotto controllo e l’urgenza di scappare via è controllata richiamando l’attenzione a sentire la presenza del corpo, qui e ora. Con la quiete avviamo un processo di valutazione degli impulsi che è l’inizio dello sviluppo dell’intuizione (vipassanā). Mentre meditiamo con l’intuizione, notiamo la caratteristica soggiacente di tutto ciò che cattura la nostra attenzione e che fa sentire irrequieti o intrappolati. Che si tratti di un pensiero preoccupato o di un progetto entusiasmante, è accompagnato da una pressione senza riposo, da un’incapacità di rimanere quieti o stare bene con se stessi. C’è sempre da qualche parte un afferrare, uno spingere, un richiamare o un lusingare. È un’esistenza inquieta e superarla significa incontrare queste onde con le pāramī. Al riguardo, l’intuizione-investigazione si focalizza sulla qualità soggiacente dell’onda, piuttosto che sul contenuto che agita la mente. La saggezza dell’intuizione accantona i tribunali del passato e la prognosi del futuro, non fa alcuna richiesta e non sa come le cose dovrebbero essere. L’intuizione incoraggia invece le capacità a collegarsi con queste correnti sotterranee. Non cerca di appiattire le onde o di spianare il mare; non costruisce muri o si ritira; semplicemente resta sull’autentico terreno della consapevolezza e lascia che le onde passino momento per momento. Ecco perché una persona saggia si diletta nell’incontrare le onde: è in questo modo che la vera forza e la bellezza della mente si manifestano.

La pratica della meditazione camminata

Per illustrare le mie parole farò riferimento alla meditazione camminata in cui il processo che si svolge in ogni istante è molto evidente. C’è la realtà di fare fisicamente un passo alla volta, qualcosa di molto utile per rallentare solo un passo alla volta. Sentiamo il sottile cambiamento delle pressioni e lo sforzo nel muovere il corpo, e impariamo a camminare senza tensione. Facciamo un percorso tra i venti e i trenta passi (non troppo corto né troppo lungo) e ci fermiamo deliberatamente alla fine di ogni tratto. Tuttavia, badiamo a non fermarci solo fisicamente ma anche psicologicamente – per sospendere il flusso della mente ed essere semplicemente presenti. All’interno di questa pratica continuiamo a tornare al punto di riferimento di essere presenti al corpo, e allo spegnersi delle risonanze e degli echi di ciò che si è manifestato per noi in quella ventina di passi. Ci fermiamo e badiamo attentamente a stare in piedi fermi. Questo spostamento dal moto allo stare in piedi fermi è piuttosto significativo e utile, dal momento che in questo tipo di meditazione si è continuamente riportati indietro alla pienezza del corpo senza scopo, e c’è un senso di presenza aperta. Proponiamoci poi deliberatamente di camminare, scegliendolo con un senso di buona volontà e andando fino in fondo.

In ogni processo meditativo uno degli obiettivi è quello di ripulire la mente dagli stati non salutari. È un po’ come lavare una camicia. Si suppone che noi applichiamo un po’ di energia e la strofiniamo in modo che lo sporco venga via – ma senza lacerare il tessuto. Perciò, con la meditazione camminata, il passo è deciso, definito chiaramente, ma un passo alla volta; è uno sforzo delicato ma persistente. Include i momenti di riposo. Quando ci esercitiamo così, abbiamo il tempo di fermarci e riesaminarci, e questo coinvolge la mente pensante, calmandola. Connettere la nostra mente al camminare ci aiuta a vedere, e a sentire, dove cominciamo a farci prendere dal panico o ci indigniamo per un particolare ricordo, persona o attività. Poi possiamo mettere a fuoco questo contenuto con il seguente atteggiamento: “Va bene, ora guardiamo. Cos’è questa animosità, gelosia o desiderio? Su che cosa si fonda?”. Osserviamo quello stato. Possiamo trovarci a percorrere su e giù il sentiero della camminata, pensando: “Ora glielo dirò, lo sistemerò io!”. Ma, stabilizzando l’energia di quell’impulso con la camminata, usciamo dalla sua presa. Non possiamo arrabbiarci con qualcuno con calma e gentilezza: se manteniamo la mente sullo sfondo della camminata (o del respiro), essa non può sostenere uno stato teso e irritato.

La pratica della camminata fornisce un continuum di sforzo ed energia, insieme al continuum di una calma e saldezza. Noi impariamo a lasciare che il pensiero vada e venga, senza infondere in esso energia, e senza combattere con noi stessi. Grazie a questo possiamo cominciare a calmare la mente pensante. Avvalendoci di questo possiamo applicare la saggezza riflessiva all’osservazione della nostra mente o cuore. Abbiamo uno sfondo calmo rispetto al quale possiamo guardare dov’è il ribollire. Allora possiamo vedere dove sono gli impedimenti e gli attaccamenti e trovare il modo di lasciarli andare. Cominciamo a scorgere i ritmi e gli spazi tra i pensieri, dove questi possono essere fermati e dissolti. E vediamo: “Ah, questo è il punto del lasciar andare”; oppure: “Ecco dove mi aggrappo”. Poi c’è un lampo di realizzazione delle Quattro Nobili Verità. Questo è il modo in cui la calma e l’intuizione lavorano insieme.

Realizzazione: il fiorire della saggezza

Ciò che vediamo con l’intuizione è che tutta la nostra avversione, avidità,
preoccupazione si raccoglie intorno alle percezioni o alle impressioni
. Non sono innate, e non sono il sé. Per esempio, quando non ci piace una persona, la persona nella nostra mente è in realtà un accumulo di varie impressioni che ci irritano. Non ci ricordiamo le sofferenze, la virtù o la nobiltà di quella persona; ricordiamo invece la sua mancanza di puntualità, l’avidità o l’atteggiamento non collaborativo. In questo modo costruiamo un’immagine di una persona sulla base di alcune percezioni. Ci chiediamo: “In che modo la mia mente ha tracciato questa particolare immagine?”. Poi cominciamo a capire che quelle percezioni sono impressioni selettive fondate sulla sofferenza e sul non essere in contatto con l’onda del dolore, o non essere in grado di gestirla. Perciò essa resta bloccata dentro di noi e non può defluire. Non ci piacciono le cose irritanti; ma se non siamo abbastanza saggi da riconoscerlo e lasciare andare, se per l’ignoranza cerchiamo di proteggerci da quella irritazione, questi fastidi si incastrano nell’ansia e nell’avversione. Possiamo superarli solo se li guardiamo all’interno, nel modo in cui sono causati, e li lasciamo passare dentro di noi.

Qui può essere utile narrare un aneddoto. Riguarda l’uomo che, con un enorme atto di generosità, donò al Saṅgha un terreno boschivo e aveva alcune idee su come ciò dovesse avvenire. Ma nessuno ritenne le sue idee fossero utili, e poiché era una persona che teneva molto alle proprie idee, rimase così deluso che non riuscì a venire al monastero per diciotto anni. anni. Trascorse invece quel periodo a starsene seduto in casa, arrovellandosi. Alla fine riuscì a superare la situazione di stallo e venne al monastero. Qualcuno lo portò a fare una passeggiata nel bosco – il vero bosco, non quello immaginato con le sue “idee” – ed egli vide quanto era bello. Disse: “Mi sono arrovellato per diciotto anni, pensando che fosse tutto rovinato – ed è tutto perfetto!”. Non era il metodo voluto da lui, ma egli riuscì a capire che le cose non dovevano andare secondo le sue idee. E sul suo viso spuntò un grande sorriso pieno di gioia. Si poteva vedere un’enorme massa di ansietà e amarezza cadere come un’orribile crosta dalla ferita che gli aveva inflitto l’attaccamento alle sue idee. E al di sotto era fresco e gioioso. Ecco cosa significa la realizzazione.

La mente ignorante affonda i suoi denti in qualcosa e ne è presa all’amo. Poi costruisce una percezione che non vogliamo sia messa in dubbio. Ci aggrappiamo alle nostre impressioni e pensiamo: ‘Non parlerò con loro. A ogni modo non capiscono’. Siamo infatuati del nostro punto di vista perché ci fa sentire forti, anche se induce in noi un senso di infelicità. Ecco quanto è contorta la taṇhā. Ma per sbloccare l’avversione, non dobbiamo avere ragione o torto. Tutto ciò che ci serve è semplicemente stare con l’altra persona o con l’oggetto irritante e riconoscere che hanno anche caratteristiche diverse da quelle che la nostra struttura mentale ci ha mostrato.

Possiamo avviare questo processo nei nostri stessi confronti! Cominciamo così a liberarci dalle nostre percezioni e nozioni, riconoscendo con saggezza che gli schemi e i comportamenti della mente sono selettivi, incompleti e da non afferrare. Essi sono molto utili, perché ci mostrano dove ci aggrappiamo ciecamente a “il mio punto di vista”, “il mio modo di agire”. Questo punto di vista del sé è di sicuro un’abitudine di cui liberarsi. È inevitabile che la vita porti cose non particolarmente desiderate. Io mi manifesto in un modo diverso da come sarebbe quello ideale.

Ma posso lavorarci. Non c’è bisogno che mi aggrovigli in un ammasso contratto di odio verso cose che non sono come io desidero siano.

Con questo approccio, il taglio della spada della saggezza può essere leggero e pulito, una massa di sofferenza si stacca e noi ci sentiamo pervadere dal sollievo. È allora che sperimentiamo la realizzazione della saggezza, la sua fioritura, anche se solo per alcuni momenti. Ci rendiamo conto che, piuttosto di rimanere attaccati al fine di possedere, oppure avere ragione o torto o qualsiasi altra cosa, la nostra mente può dispiegarsi nella chiarezza profonda.

Così, con la saggezza, non è necessario stare fuori dall’esperienza; ne
sosteniamo la consapevolezza e sbocciamo naturalmente attraverso e al di fuori di essa, come il loto spunta fuori dal fango
. Per noi, che siamo i soggetti agenti, riconoscere la capacità di godere della realizzazione, di essere aperti e di riceverla richiede anche saggezza. Perciò prendiamoci il tempo di assaporare e godere della realizzazione; allora essa fornirà un riscontro alla fiducia in una saggezza innata. Questo è un cambiamento di lignaggio: anziché appartenere a un corpo, a una famiglia, a un lavoro, al kamma o a una struttura mentale, apparteniamo alla saggezza.

Suggerimenti sulla saggezza

La saggezza nel buddhismo è più un’esperienza di relazione che una
fonte o un corpus di conoscenza. Si è saggi per quanto riguarda la causa e
l’effetto, e quindi si è attenti a ciò che succede e a come ci tocca. Per questo
motivo, il termine “discernimento” può in molti casi essere estremamente
calzante. In altre parole, la saggezza è più che altro qualcosa che facciamo,
in modo che si possa verificare un’apertura alla chiarezza trascendente. Lo sviluppo più elevato della facoltà della saggezza è la chiarezza riguardo alle Quattro Nobili Verità e verso la natura impersonale e mutevole di quello che presupponiamo sia la nostra realtà.

Riflessione

Quando riconoscete i vostri pensieri/emozioni e vi focalizzate su essi, notate come la mente fa il suo ingresso nell’esperienza di esserne consapevole piuttosto che di identificarsi con essi. Valorizzate questa consapevolezza mettendola in primo piano e svincolandovi dalle attività della mente e del cuore senza negare, censurare o proliferare (attività mentali) sul vostro comportamento mentale. Notate che un insieme di chiara attenzione e di spaziosità emotiva sostiene questo tipo di consapevolezza e che l’effetto che ne deriva è una maggiore calma e saggezza nei confronti della mente. Una volta stabilito questo distacco o non coinvolgimento, si può lavorare sull’applicazione della benevolenza a stati d’animo/pensieri di avversione, oppure a rinunciare a stati d’animo/pensieri di desiderio.

Azione

Impiegate la chiara consapevolezza (piuttosto che un giudizio acquisito)
per seguire le tracce della sensazione, dell’energia e dei conseguenti effetti
secondari di impulsi mentali salutari e non salutari. Potete anche fare una breve pausa e notare la qualità della mente che accompagna piccole rea-
zioni abituali: è offuscata, furtiva o chiara?

Notate la fine di un’esperienza – come per esempio una conversazione
o un compito; o quando finite di leggere un libro, o anche il momento in
cui vi sedete dopo una camminata. Aggiungete una pausa di cinque secondi (o più) prima di passare alla cosa successiva. In quei pochi momenti rivolgete l’investigazione verso l’interno: ‘Cosa è successo? Che effetto ha avuto? Come influenza quello che faccio ora?’. Quando leggete testi spirituali, fatelo lentamente. Siate pronti a fermarvi dopo un paragrafo o due e lasciate che gli effetti e i significati di quella lettura scendano dentro di voi. Quando è saggio fermarsi e prestare attenzione alla propria mente?

Se parlate o ascoltate gli altri, ampliate l’estensione della vostra attenzione per includere la consapevolezza del vostro corpo; notate qualsiasi effetto. Cercate periodicamente di essere consapevoli del vostro respiro e usatelo per calmare o ancorare le vostre emozioni. In alternativa, ampliate la vostra attenzione per includere la consapevolezza dei suoni nel sottofondo.

Meditazione

Notate il vostro atteggiamento quando cominciate la meditazione. Fate una pausa per alcuni minuti e permettete al flusso della mente di manifestarsi, accantonando ogni reazione immediata. Siete in grado di cogliere nell’insieme il movimento di tutte queste onde? E se sono correnti di preoccupazione, di frustrazione o di ambizione, quale atteggiamento antagonistico dovreste sostenere nella mente mentre meditate? Quale sarebbe di fatto un tema meditativo appropriato? Può cambiare ogni giorno, ma potreste trovare utile cominciare la sessione di meditazione riflettendo sui seguenti quattro temi: la benevolenza; la mortalità; il bene che avete fatto o quello che avete ricevuto; essi contribuiranno a condurre la vostra mente a un equilibrio fra la testa e il cuore. Quando sentite questo effetto, scegliete un tema meditativo dal quale ora la vostra mente desidera essere guidata.

Notate il flusso dei pensieri e delle impressioni mentali. Cercate di notare il punto in cui termina un pensiero. Prendete nota anche del momento in cui il pensiero è nella sua piena intensità; sintonizzatevi quindi sul processo cangiante del vostro flusso di pensieri, ritraendovi dall’impegno sui contenuti. La sintonia con la natura mutevole dei fenomeni è una via diretta alla liberazione.

Le Perfezioni – Capitolo 3 – Lasciare andare – Ajahn Sucitto

Lasciare andare

Esaminare bisogni e desideri

Nel capitolo precedente ho parlato della rinuncia. Ora aggiungerò qualcos’altro perché ciò che comporta può essere frainteso e il suo valore sottovalutato. Lungi dall’essere un percorso che conduce alla penuria, la rinuncia è la via che porta alla realizzazione dell’appagamento. Porta la mente in un luogo più stabile, dove può accedere a grande agio e chiarezza. Così come ogni altra perfezione, la rinuncia sostiene la saggezza (e ne dipende). La rinuncia saggia va contro va contro la corrente del ingannevole presupposto secondo cui la felicità si ottiene con l’accumulazione di qualcosa di materiale o perfino di spirituale. E’ proprio questo presupposto che da un lato ci promette una via per l’uscita dall’insoddisfazione e dall’altro alimenta il concetto secondo cui noi ci sentiamo carenti e quindi abbiamo bisogno di sostenerci a qualcosa (incredibile alimenta se stesso!). Fino a che questo presupposto ci tiene in suo potere non potremo mai trovare l’equilibrio indipendente del Dhamma. Per cui, se si vuole veramente la libertà dalla sofferenza creata dalla mente, bisogna essere pronti a sfidare il presupposto, altrimenti si inseguiranno per sempre i propri miraggi e proiezioni.

Conoscete qualcuno che, ingozzandosi di oggetti visibili, suoni, sapori e così via, abbia realizzato il potenziale umano o sia in pace? Di sicuro non è affatto facile abbandonare tale dipendenza. Ingozzarsi con i sensi sarà per noi un’inclinazione naturale fino a quando non avremo realizzato qualcosa di più soddisfacente e meno soggetto a perdita, a gelosia o dipendenza. È per questo che la vera rinuncia, al contrario della repressione, può svilupparsi solo se si trova un soddisfacimento mediante la coltivazione della mente.

Con questo non si vuole negare il sostegno materiale adeguato in termini di cibo adeguato, abbigliamento, riparo e medicine ma piuttosto riconoscere che il termine “adeguato” può significare una certa quantità per una persona ed una diversa per un’altra. E così, il senso di “adeguato” continua a scivolare via dalla portata della mano che si protende ad afferrare. La ragione di ciò è nello stesso riflesso di afferrare: quando stringiamo la presa ci irrigidiamo, perdiamo la visuale prospettica e limitiamo il potenziale della mente. In questo stato, perdiamo l’equilibrio così ci protendiamo per afferrare qualcos’altro, e poi roviniamo in basso.

Coltivare gradualmente il nostro potenziale spirituale elimina il senso della mancanza e di conseguenza concede soddisfazione e forza interiore a noi stessi. Attenersi se non altro allo spirito di questa coltivazione controlla la marea dell’ignoranza: smettiamo di ignorare l’evidenza della sofferenza nella mano che afferra. Una volta che abbiamo sperimentato la chiarezza, la determinazione e le capacità di gestire il richiamo dei sensi, la rinuncia può andare oltre: possiamo lasciar andare gli attaccamenti alla posizione sociale, alle nostre opinioni e anche a chi e come presupponiamo di essere.

La rinuncia è in due fasi: lasciare andare e abbandonare completamente. Il lasciare andare è la rinuncia a cercare di essere qualcosa, all’attaccamento al divenire e ai punti di vista (questi sono due flutti). Il completo abbandono è il distacco dal senso del sé, dall’essere qualsiasi cosa compiuta e coerente, sottile o grossolana, in termini di stati mentali o di consapevolezza. Questo è l’abbandono dell’ignoranza (altro flutto). Pertanto lo sviluppo di questa perfezione funziona in tandem con lo sviluppo della saggezza. Quando la mente è salda, composta e chiara, può mantenersi libera dai sostegni abituali.

La rinuncia comporta un’indagine introspettiva: esaminare i propri desideri e tradurre saggiamente l’avidità individuando solo bisogni rilevanti. Continuate quindi a chiedervi: “Ho davvero bisogno di questa cosa?”. Quando indaghiamo i bisogni al posto dei desideri, scopriamo che le necessità tendono a semplificare e a portarci attraverso la giungla della fantasia fino a un luogo di valore. Però, se io presto attenzione ai desideri, dopo che si è presentato un desiderio, in breve tempo se ne aggiunge un altro… e poi un altro… finché mi sento inadeguato e deprivato. Ma forse la smania di uscire dalla noia o da un senso di vuoto potrebbe essere placata – invece che da un altro spuntino – da un atto di generosità o di gentilezza verso qualcun altro. E forse il gran bisogno di divertimento potrebbe essere affrontato rendendo salde e brillanti le energie della mente attraverso la meditazione.

Le necessità possono variare a seconda del momento della vita o di una particolare situazione; per cui, al fine di valutare i bisogni del momento occorre una continua coltivazione della saggezza. Perciò, se osserviamo le impressioni e gli obiettivi che si presentano nella vita, è bene ricordare: ‘Sembra che ora le cose siano in questo modo, e questa sembra la direzione da prendere. Che cosa mi serve e quanto vorrei  mpegnarmi?’. Allora si ha realmente l’opportunità di mettere in pratica la saggezza nella propria vita. Questo processo per cui i bisogni relativi sono esaminati a fondo, piuttosto che negati, è una delle caratteristiche dell’approccio del Buddha alla rinuncia. È una pratica delicata e riflessiva, non un ideale ascetico.

Restare fermi di fronte ai flutti

Questi flutti – il divenire, i punti di vista e l’ignoranza – diventano più evidenti mano a mano che coltiviamo la meditazione introspettiva. Il divenire è l’avidità che riunisce la condizione sociale, il ruolo della personalità e i nostri successi, perché questi ci esaltano e ci valorizzano.

Quando la mente prende posizione sul divenire, abbiamo la tendenza a farci trascinare via dal desiderio di essere qualcosa (bhava) che sentiamo di non essere. Essere in pace con il modo in cui siamo proprio nel momento presente richiede chiarezza nei confronti della mente, delle sue energie e dei suoi stati d’animo. Perciò essere in pace non significa che manchi spazio per la crescita, ma che l’interesse per la coltivazione può venire da un desiderio salutare per la verità e l’accettazione di sé piuttosto che da una necessità impossibile da soddisfare – la gratificazione di essere qualcosa.

Il divenire opera anche controcorrente in quanto urgenza di essere nulla, di separarsi da ciò che presumiamo di essere (vibhava). Così, se pensiamo di non essere diventati importanti, possiamo sentirci dei falliti. A causa di questa urgenza di spingere via ciò che pensa di essere, la gente cerca l’oblio nel bere e nelle droghe. Questo flutto del divenire è quindi una causa che fa perdere autostima, soddisfazione e saggezza. Quando si è dentro questo flutto, si fugge da una presupposizione falsa e si va verso un miraggio.

Quando questo flutto ci rende insensibili al nostro potenziale, una delle certezze illusorie che offre è quella di diventare devoti, costruendosi un’identità con punti di vista religiosi, credenze o inclinazioni politiche. Questa lente identitaria è chiamata “punto di vista del sé”. “Questo è vero, questo è giusto, tutti coloro che non condividono i miei punti di vista sono degli illusi, dei maledetti” e si diventa fondamentalisti. Il fondamentalismo dà alle persone un forte senso di appartenenza alla tribù del giusto e del vero, il che deriva dall’incapacità di gestire la fluidità dell’essere aperti. Di solita capita che possiamo sentire l’energia salirci alla testa e uno scudo formarsi sopra il cuore per tenerci chiusi; possiamo indurirci per difenderci da chi ha un punto di vista diverso. Perciò quanto dobbiamo notare non è il punto di vista o l’altra persona, ma lo spostamento di energia che ci fa pulsare forte il cuore e ronzare i pensieri trasformandoli in postazioni di combattimento. Questo è il fuoco dell’ignoranza. Per placarlo occorre ritornare al corpo e rendere il cuore saldo per mezzo del respiro. Per spegnere le fiamme bisogna interrogarsi: “L’attaccamento a tutto questo provoca sofferenza a me stesso e agli altri? Da quale urgenza, flutto o riflesso inconscio proviene? Può essere lasciato andare? E come?”. Questa è l’indagine all’interno delle Quattro Nobili Verità, il cuore dell’insegnamento del Buddha.

Incontare i flutti

L’uscita dalla situazione di stallo dei flutti comincia con l’abilità di riconoscerli piuttosto che reprimerli: con l’essere testimoni di quello che ci fanno. Notiamo per esempio il richiamo dei sensi o l’attrazione del successo in termini di tensioni e di spinta che ci possono dare, come pure lo sbandamento che si verifica con la perdita e il fallimento. Poi c’è il “Io non sono così, dovrei essere un altra cosa” del dubbio assillante e della presunzione. Riconoscerli per ciò che sono, piuttosto che seguirli o far finta che non stiano accadendo, è l’inizio della rinuncia.

Così la rinuncia è la via d’accesso alla meditazione, non è negazione o repressione. Reprimere l’istinto sensuale semplicemente condannandolo non porta molto lontano. Piuttosto che focalizzarci sugli oggetti proposti dal desiderio, possiamo sviluppare l’abilità di guardare direttamente dentro l’energia del desiderio e attraverso di esso. Possiamo accedere all’energia che conduce i pensieri e le immagini, e notare  quell’energia nell’irrequietezza, nel blocco e nella passione della mente. Tramite la coltivazione della mente, possiamo dirigere quell’energia lungo canali di benevolenza o di calma corporea che ci danno un benessere più duraturo rispetto alla rapida soluzione della sensualità.

Una mente sintonizzata sulla rinuncia conosce l’atteggiamento della “non-opzione”: “Ecco com’è ora”. Il chiaro riconoscimento e l’accettazione emotiva contribuiscono inoltre a spostare l’attenzione verso un luogo più profondo sotto i flutti. Dato che questi flutti si manifestano in termini di pensieri, emozioni ed energie, il modo di capovolgerli è triplice: intellettuale, emotivo e energetico. Avere una comprensione intellettuale della natura illusoria dell’attaccamento e dei benefici del lasciar andare è un buon inizio, ma abbiamo bisogno di accettare emotivamente la loro presenza. Questa sincerità raccoglie e focalizza la mente, rendendola capace di invertire l’energia dei flutti. Non possiamo attraversarli solo con le buone idee.

Quando incontriamo un flutto sentiamo direttamente le onde dell’esperienza, sentiamo la loro energia. Questo primo contatto si manifesta come un disturbo, un’increspatura nel flusso di momenti consci. Qualcosa si sente toccato, e rabbrividisce. Poi giunge il secondo contatto, che noi interpretiamo come “Sto per essere colpito/toccato”, “Quello mi ha colpito/toccato”. Questa seconda impressione, prodotta dal cuore, è ciò che creiamo sulla base del contatto. È dove le nostre psicologie di essere offesi, richiesti o apprezzati si manifestano. E, nel bene o nel male, ci caschiamo completamente; è dove l’“io” sorge come soggetto attivo. La sensazione è quella di essere spostati o addirittura scagliati attorno in una serie di reazioni abitudinarie e da lì sorgeranno tutte le voci del dubbio, e le storie di “cosa io sono”, dove si possono sentire tutte le voci assillanti che sorgono. Probabilmente le abbiamo sentite. Una sussurra: “Ma chi me lo fa fare?”; un’altra: Perché non dovrei avere quello che ha lei? È un mio diritto!”; un’altra ancora: “Non riuscirò mai a farlo, mi manca la forza di volontà”. “ma si, domani smetto”. Qui è dove il Buddha ha vinto Māra. Dobbiamo riconoscere tutto ciò come una semplice attività che può essere abbandonata. Abbiamo la possibilità di non agire come il sé creato da questa attività e sommerso dal flutto. Non è forse un’opportunità? Possiamo smettere di creare qualcosa dalle increspature e dalle onde del contatto. Così l’agitazione e il movimento si attenuano, finché, anche quando le orecchie, gli occhi ecc. ricevono impressioni, il cuore rimane saldo.

Accettare il flusso dell’esperienza

Al fine della purezza dobbiamo trascendere il flutto piuttosto che reprimerlo; dobbiamo conoscere il richiamo del piacere, sentirlo e rilassarlo. Ci occorre acquisire una sensibilità per come funziona l’attrazione e per come si libera quell’energia affidandola alla consapevolezza. Questa è un’inclinazione del cuore piuttosto che una tecnica, e la consapevolezza viene portata in primo piano attraverso la pazienza e la gentilezza. Rinunciamo quindi alle idee su chi siamo e su come le cose dovrebbero essere, e  respiriamo invece pazienza e gentilezza nell’attaccamento e nell’agitazione. Allora possiamo stare con l’attaccamento in un modo chiaro ma non giudicante.

Quando l’energia sembra cercare di gettarci all’esterno, limitiamoci ad aprire la consapevolezza, ampliamo e ammorbidiamo. Questo può richiedere di manifestare tutte le nostre pāramī; può esigere di essere più completi e reali che nelle nostre attività quotidiane. A volte sembra di trovare solo un punto di appoggio momentaneo. Ma un momento per volta è tutto ciò che ci serve, e in realtà è tutto ciò che abbiamo. Abbandoniamo quindi la personalità storica legata al tempo e lasciamo che l’onda ci passi attraverso. È come stare nel mare e lasciare che le onde sorgano, si infrangano su di noi e poi si abbassino. Se continuiamo a ritrarci dall’onda, quella ci insegue. Se restiamo fermi e lasciamo che l’onda scorra su di noi, manteniamo la nostra postazione nei confronti del dukkha. Vediamo che la sua natura è sorgere e cessare. Sappiamo che noi non siamo quell’onda, né siamo qualcuno che ha esperienza delle onde, oppure chi non dovrebbe averne alcuna esperienza. Non siamo presi all’amo dai suoni, dagli oggetti visivi, dai punti di vista o dalla loro assenza, o dall’essere o non essere qualcuno che li sperimenta. Se facciamo di questo processo una persona, siamo travolti dal flutto. Ecco il fine ultimo della rinuncia: abbandonare questi attaccamenti, la sensazione del bisogno inconscio di essere qualcosa e della propria insufficienza nel momento presente. Noi rinunciamo e abbandoniamo l’attaccamento a tutto questo, in modo che, invece di perderci e logorarci, ci riempiamo con la ricca essenza della consapevolezza.

L’illuminazione giunge attraverso la rinuncia

L’Illuminazione implica il far deragliare il senso di mancanza e decostruirlo. È lo sbarazzarsi di quella parte psicologica che in ogni momento dice: “C’è qualcos’altro che dovrei avere in questo momento. C’è qualcos’altro che adesso dovrei essere. C’è un altro luogo dove ora potrei andare. C’è qualcun altro che al momento sta meglio di me. Adesso non sono completo. Ora devo essere qualcosa”. Inseguendo tutto questo, la fame non se ne va. Può assumere forme più interessanti, può diventare più mirata, ma non se ne va con il riempirsi. Si dissolve attraverso la rinuncia. Dobbiamo lasciar andare il buco nero del “non basta”.

Anche se sembra un buco o la mancanza di qualcosa, è in realtà un blocco. È la pressione accumulata dei flutti. Ciò che è necessario allora non è riempire, ma liberare. A livello psicologico questo significa lavorare contro le correnti del bhava-vibhava. Cos’è che sembra sbagliato in questo momento? Cos’è che ora non dovrebbe essere qui?  Qualunque cosa sia, accettiamola. Più la rifiutiamo, più cresce. Come vogliamo che siano le cose in questo preciso istante? Abbandoniamole. Più le vogliamo, più lontano le cacciamo. La pratica della vita quotidiana consiste nel continuare a lavorare contro il bhava-vibhava, specialmente il vibhava che dice: “Sono stufo. Ne ho abbastanza. Non voglio essere in questa situazione. Non riesco a sopportarla neppure per un altro minuto!”. Accettiamolo; schiviamo il contenuto e diamo il benvenuto all’energia che sta sorgendo. Io lo trovo molto utile quando la mente si fa prendere dal panico.

La liberazione richiede una realizzazione relativa. In termini di Dhamma, questa realizzazione è la fioritura dei sette fattori di Illuminazione: 1) consapevolezza, 2) indagine introspettiva, 3) energia, 4) gioia, 5) felicità, 6) concentrazione 7) equanimità. Questi sono i fattori che cominciano a formarsi quando incontriamo il nostro mondo personale. Perciò, quando vogliamo conoscere noi stessi, piuttosto che affermarci, negarci, compiacerci o annullarci, quell’interesse sostiene la consapevolezza e l’indagine introspettiva.

Siamo saldamente i testimoni del nostro contenuto mentale, lo teniamo a mente e lo esaminiamo: “È utile? Conduce al mio bene o a quello di qualcun altro? Quanto è stabile e affidabile questo pensiero o questa emozione?”. Ciò sostiene le pāramī: vediamo come certe intenzioni, quali la generosità e la chiarezza etica, siano benefiche, e così via. Le pāramī allora sostengono i fattori di Illuminazione, perché ci danno intenzioni meritevoli che continuano a infonderci energia, mentre ci ritiriamo da quelle non salutari. E ciò dà alla mente chiarezza e contentezza. Nella meditazione, quando ci focalizziamo su questa contentezza, essa diviene gioia – un’energia elevata, pervasiva – e felicità, una sensazione di appagamento. Il focalizzarsi su di esse dà origine alla concentrazione, e questa sostiene l’equanimità – un equilibrio dell’energia con un senso di spaziosità.

il Sentiero richiede l’integrazione di tutti i livelli e in ciò le pāramī svolgono un ruolo importante. L’aspetto della rinuncia in questo veicolo è qui per addestrarci: non ci si deve attaccare a qualsiasi cosa si manifesti a qualsivoglia livello né a se stessi né a un sé cosmico. Quando questa lezione è appresa fino alle ultime propaggini del proprio sistema nervoso e psicologico, allora si può andare Oltre.

Suggerimenti sulla rinuncia / lasciare andare

La rinuncia porta chiarezza nei confronti dei bisogni e dei desideri. Ha un effetto corroborante in quanto ci offre la possibilità di dimorare liberi dalla pressione del consumismo e della posizione sociale. È anche un tonico per il cuore e un requisito per la meditazione, perché rivolge la nostra attenzione al confortevole qui e ora – non ci richiede di avere qualcosa o di essere qualcuno di speciale. Il presente sorge senza il nostro consenso. Lasciare che le idee e gli stati d’animo sorgano e passino nel presente, nello spirito di una gentile accettazione, porta all’insight e a una stabilità serena.

Riflessione

Immaginate di portare con voi, sulla schiena, ciò di cui avete veramente bisogno. Che cosa prendereste? Fra tutto quello che è rimasto, per che cosa fareste un secondo viaggio? Pensate che tra pochi anni saranno venduti articoli che sembreranno irresistibili – eppure oggi viviamo benissimo senza di essi. Dov’è la pressione consumistica? Ogni volta che avete la sensazione di “Non basta”, chiedetevi: “Quand’è che «bastava»? E quando «basterà»?”. “Tutto ciò che è mio, che io amo e considero gradevole, cambierà, si separerà da me”. Vero o falso? Considerate che quando moriamo non c’è niente che possiamo portare con noi – tranne la nostra struttura mentale. A cosa volete attaccarvi? Come sarà quando non ci sarà più? Potete adoperarvi fin d’ora per diminuire il vostro attaccamento?

Azione

Notate un oggetto che avete tenuto per anni su una mensola, o un libro su uno scaffale che avete letto molto tempo fa. Portatelo in un’altra stanza o mettetelo in un cassetto. Cosa manca? Come vi sentite? Interrompete un lavoro prima che l’energia si esaurisca, o quando si è esaurita. Considerate il senso di “non finito”. Quando mai sarà finito? Allenatevi a lavorare nell’ambito di queste linee guida; preparatevi fin d’ora a lasciare progetti incompiuti e, piuttosto che cercare di completarli, trascorrete qualche minuto a riordinare e a rendere più facile la ripresa del lavoro il giorno dopo o in un periodo successivo.

Meditazione

State in piedi con le gambe dritte. Rilassate la zona intorno alle ginocchia
in modo che le gambe non siano bloccate e il peso del corpo sia distribuito uniformemente sulle suole dei piedi. Lasciate pendere le braccia leggermente discostate dai fianchi e rilassate le spalle e il viso. State in piedi per cinque minuti, riconoscendo la spinta a fare, a sapere o a sentire qualcosa, ma rilassandola. Accettatevi così come siete adesso. Se avete più tempo, potete portare questo rilassamento nella posizione seduta. Un modo di coltivare la concentrazione e l’assorbimento meditativo è continuare semplicemente a rivedere ciò che fate mentalmente senza averne bisogno – preoccuparvi, pianificare, ambire a risultati – e smetterla. Nel contempo, riguardo alle vostre azioni salutari – sedere eretti, contemplare l’inspirazione e l’espirazione – “fatelo” accuratamente (si tratta di ritornarvi e rimanervi più che in ogni altra attività) e traetene diletto.

Le Perfezioni – Capitolo 2 – Generosità, Moralità ed introduzione alla rinuncia -Ajahn Sucitto

Salpare per la liberazione: generosità, moralità e rinuncia

Buddha spesso incominciava mettendo in evidenza tre inclinazioni mentali potenti e trascendenti: la generosità (dāna), la virtù, moralità o sensibilità etica (sīla) e la rinuncia o capacità di lasciare andare l’attrazione verso un oggetto sensoriale (nekkhamma), ma anche che poteva “addestrare solo coloro che aspirano a essere addestrati” perché se la mente non è pronta non può assimilare gli insegnamenti. Ciò che rende pronti non è il credere, ma la capacità di aver accesso alla generosità, alla virtù e alla rinuncia e il sentirne la validità.

Se quando qualcuno chiede: “La generosità è positiva?” – probabilmente diremo che lo è. Anche la moralità, il senso di “agire verso gli altri come si vorrebbe che gli altri agissero verso di noi”, è qualcosa su cui probabilmente saremmo d’accordo, invece la rinuncia comincia ad avere senso in quanto una delle cause principali della sofferenza è la spinta dei sensi a possedere di più, che conduce all’avarizia e alla manipolazione, alla gelosia e all’aggressione, all’egoismo e all’avidità. Di qui il valore della rinuncia. Quando noi usiamo queste tre principali facoltà e mettiamo da parte i guadagni superficiali a breve termine e sviluppiamo risultati profondi e a lungo termine, ci avviamo sulla retta via per la liberazione.

Potenziali come la generosità, la virtù e la rinuncia sono facoltà che ci sostengono in profondità. Qualunque sia il nostro punto di vista o scopo, se li elaboriamo alla luce di queste tre qualità, le nostre azioni ne saranno il frutto si diffonderanno sotto forma di benedizioni per gli altri. All’esterno di questo tempio di pratica, di fronte a certe situazioni in cui inevitabilmente rimaniamo coinvolti dobbiamo pensare di non avere scelta se non quella di farci coinvolgere e utilizzare al massimo gli impulsi del nostro “tempio”, del nostro stato d’animo interiore. Se non riconosciamo il nostro tempio interiore e se non lo visitiamo spesso, perdiamo la fede in noi stessi e indeboliamo il nostro potenziale per liberarci completamente dalla sofferenza e dallo stress.

Talvolta questo interiore soffermarsi viene aiutato da un contesto come un
luogo sacro, in modo che l’attività mentale/emozionale si calmi e sia più propensa a coltivare buoni propositi. Questo avviene perché la mente assume le caratteristiche e le preoccupazioni di ciò cui è associata o del luogo ove la collochiamo. Poniamo la nostra attenzione per tutto il tempo all’interno di un certo sistema di riferimento. Ad esempio se usciamo per la serata, la nostra attenzione sarà rivolta all’intento di essere eleganti e alla cura del nostro aspetto esteriore, se invece lavoriamo in giardino per togliere le erbacce senza preoccuparci se i nostri vestiti non hanno colori intonati o se abbiamo i capelli in disordine.

Il nostro obbiettivo o intenzione stabilisce un limite all’attenzione; e questo ha un effetto su quanto sperimentiamo. Viceversa, ciò a cui prestiamo attenzione influisce sulla natura delle nostre intenzioni. Oggigiorno la televisione, il computer o i telefonini sempre in mano (anche quando si cammina) sono i templi più popolari: quando la nostra mente è dentro di essi, ci si confonde, ma siccome non ci viene chiesto niente e non abbiamo alcuna responsabilità la nostra mente è in una posizione passiva e non evoca nulla dalle sue profondità. L’attenzione è in uno stato di trance. Inoltre dal punto di vista delle relazioni sociali più isolati: e allora come potremo coltivare generosità, pazienza e rinuncia senza essere in contatto con gli altri? Inclinazioni come la pazienza e la sincerità verso noi stessi e gli altri ci traggono fuori dal vortice dell’isolamento e della sofferenza che ne deriva. È sufficiente tale visione per poter realizzare semplici verità, come per esempio che tutti soffrono, desiderano essere felici e commettono errori e che quanto aiuta davvero è rimanere in contatto.

La generosità

Con la generosità e la moralità la nostra mente compie un movimento verso una modalità più altruista e meno egocentrica. Questo non esclude il nostro bene: vivere con un cuore gentile e coscienzioso è benefico e significa stringere buone relazioni con gli altri; non è auto-centrarsi o negare se stessi; e porta a mitigare l’abuso, l’avidità e la sfiducia che comporta una netta diminuzione della sofferenza e delle sue cause.

La prima perfezione, la generosità, è facilmente accessibile. Sappiamo come può essere confortante essere benvoluti da altre persone e ci sentiamo bene nel dare qualcosa a qualcuno. In questi frangenti si stabilisce una connessione basata sulla benevolenza, gli oggetti sono offerti come gesto di connessione ma spesso lo facciamo solo occasionalmente, nei giorni dei compleanni o a Natale. Tuttavia il Buddha incoraggia a sviluppare questa pratica nella quotidianità: libera la mente dal suo isolamento e rende stabile la gentilezza.
Con la generosità, non è così rilevante ciò che si dà, piuttosto è l’atto
del dare che ha valore così il compiere un gesto amichevole o dare una mano, offrire un servizio o semplicemente prestare attenzione (sopratutto quando qualcuno si rivolge a noi) sono offerte che in alcune situazioni possono essere più importanti del dare oggetti materiali.

In occidente abbiamo sviluppato il punto di vista del sé: “Sei da solo, competi e tienilo per te” ed abbiamo perso quasi completamente
il senso di essere parte di qualcosa di significativo e sacro. Di conseguenza, ciò che il Buddha chiamò la retta visione – il fondamento del percorso per uscire dalla sofferenza e dallo stress – dà valore alle relazioni.

Coltivare la gentilezza è un’intenzione che va contro l’atteggiamento di
“ottengo qualcosa per me stesso”, oppure di “quella persona ha avuto più di me, non è giusto”, lamentela del mondo materialista competitivo. Di contro esiste anche un modello sociale utilizzato in alcune isole dell’arcipelago indonesiano, dove l’obiettivo è accumulare il maggior debito possibile. Ecco come funziona: sali sulla canoa con il tuo maiale e, remando, approdi a un’altra isola dove dai a qualcuno il maiale, ricevendo in cambio una noce di cocco. Gli altri sono quindi indebitati verso di te, perché il tuo maiale vale più della loro noce di cocco. Ora hanno un legame con te perché ti sono debitori. Poi prendono il maiale e lo barattano con l’ananas di un’altra persona, in modo che quella sia ora debitrice verso di loro. In questo modo creano gradualmente un’intera rete di connessioni, di appartenenze e di debiti verso tutti. Questo movimento di energia messo in atto tra la gente, e spesso tra una persona e la terra, è ciò che costituisce un senso fisico di “essere nel mondo”, piuttosto che cercare di trovare un proprio posto nel mondo (il che conduce regolarmente allo stress).

In una normale società capitalista chi è in debito prova paura e vergogna, in quanto non c’è nessun senso di interazione diretta e quindi di appartenenza. Il denaro è una fonte di potere sugli altri, piuttosto che un segno di appartenenza. Una banca potrebbe chiedere la restituzione del denaro e togliere al debitore la sua casa, il che non accadrebbe mai nel modello tribale che ho appena descritto. Quando esiste il senso della connessione, esso sostiene la sensibilità etica. Il senso di sviluppare una connessione attraverso i valori conduce a un’apertura del cuore. Allora le cose non devono essere eque e giuste, perché condividiamo con gli altri e ci sosteniamo a vicenda.

Quando si va in giro per la questua in Inghilterra alcuni si sentono istintivamente attratti a fare un’offerta giungendo al punto di ringraziarci per permettere loro di praticare la generosità. Questo sembra indicare che è possibile intuire la bellezza di fare un’offerta spontaneamente, senza manipolazione, senza calcoli, senza sperare di ricavarne qualcosa. Ciò manda all’aria la mente giudicante dell’“uguale”, “giusto”, “meritevole”. La verità pura e semplice è che la gente si sente toccata e ispirata quando ha la possibilità di essere generosa, e incomincia ad apprezzarne la sensazione.

Il tipo più elevato di generosità si ha quando una persona degna dà qualcosa a un’altra persona degna. Un senzatetto è altrettanto degno di un saggio perché sostenendo il saggio si sostengono anche quelli che lui aiuta. Doniamo mille euro a un rifugio per i senzatetto che può aver maggiormente bisogno di generosità in termini economici, mentre gli altri traggono più beneficio da azioni generose. La generosità del servizio è più frequente nella vita dei rinuncianti, dove ci sono poche risorse materiali da condividere. Il servizio mantiene le persone collegate fra loro e con la retta visione; non si tratta di “eseguire un lavoro”.

Durante la meditazione, la coltivazione della generosità comporta il rivolgere la mente alle persone e condividere con loro la bontà della propria vita. Questo vuol dire sviluppare un’intenzione di condivisione, e da qui imparare a vedere la propria vita come parte di un intero sistema, piuttosto che come un frammento individuale.

Vedere l’“intero sistema” contribuisce sicuramente ad avere una visuale del proprio carattere e permette al cuore di sentirsi pieno e a proprio agio con gli altri. Con una visione corretta siamo in una barca che può attraversare i flutti dell’insicurezza e della solitudine.

La moralità

La moralità come la gentilezza si basa su un senso di empatia però qui la questione è quella di fare del non-abuso uno stile di vita. Il principio fondamentale che sta dietro alla moralità è il seguente: non faccio a te ciò che io non vorrei tu facessi a me. Nel buddhismo ci sono cinque precetti per i laici: l’impegno personale di astenersi dall’uccidere intenzionalmente, dal furto, dall’abuso sessuale, dalla parola nociva e dall’uso di sostanze inebrianti. Dire la verità ed evitare pettegolezzi sottrae la mente a molte abitudini meschine,Evitare l’alcol mantiene la mente chiara e fa
guadagnare tempo nella nostra vita: non violentiamo la nostra mente.

E’ il valore che hanno gli effetti a lungo termine rispetto ad attrattive superficiali che rende questi precetti speciali e preziosi. La moralità coinvolge anche la saggezza. La sua sensibilità etica ci chiede di considerare con più attenzione ciò che è dannoso e di esercitare il discernimento. Quando guardiamo più a fondo nella mente e ci imbattiamo nei flutti, si possono riconoscere le forze e le energie negative che si muovono nella
mente; ed evitando di incoraggiarle o di costruirci sopra, si può ritirare
l’energia emotiva da quei canali. Questo ritrarsi non è una negazione, ma uno sdrammatizzare. È qualcosa che accade, ma semplicemente non suscita più il nostro interesse. Non ne siamo ossessionati. È proprio quel ritrarsi dell’eccitazione emotiva e del coinvolgimento che calma le energie della mente e le rende disponibili a essere spostate in canali più utili. Possiamo notare gli impulsi passionali a breve termine e prenderne in considerazione gli effetti a lungo termine. Chiediamoci cos’è più benefico: l’euforia del vendicarsi per mezzo di abusi verbali o pettegolezzi, oppure la sensazione di essere padroni del nostro cuore e di vivere nella verità? Bere un bicchierino può sembrare senza inconvenienti, ma quando conduce a berne un altro e poi un altro ancora, qual è il risultato della perdita di chiarezza mentale? È chiaro che, considerando gli incidenti, gli abusi sessuali e i crimini connessi al bere e alle droghe, dovremmo sapere che è meglio evitarli.

La rinuncia

Questa pratica è una questione di saggio discernimento piuttosto che di ascetismo o di essere puritani. Significa discernere ciò di cui si ha veramente bisogno in un dato momento all’interno della gamma dei bisogni e degli oggetti richiesti, e proseguire in tale direzione. La potremmo chiamare“semplificazione”. La mente può concepire molti oggetti desiderabili, in questo modo possiamo affondare nel flutto della sensualità.

Per ciò che concerne il desiderio di oggetti materiali l’attraversare un centro commerciale tenendo a mente ciò di cui abbiamo veramente bisogno è una pratica di rinuncia estremamente utile! E quando siamo in uno di questi centri commerciali possiamo sentire quanto tutto questo sia veramente vischioso, pretenzioso e superficiale.

Per quanto riguarda le relazioni umane è veramente necessario che io veda la gente attraverso la lente del desiderio? Il nostro desiderio è infatti rivolto verso qualcosa che non abbiamo. Non possiamo desiderare qualcosa che abbiamo già, per cui il fatto stesso del “non possedere” stabilisce un obiettivo per la passione irrisolta. Pertanto non è l’oggetto agognato a generare il desiderio, ma il senso di “non avere”. Non c’è niente di sbagliato nella vista, nell’udito, nel gusto, nell’olfatto e nel tatto; è il mondo immaginario che il desiderio ne deriva a dare origine al pericolo.

Calmare il desiderio non è per esempio limitarsi a rimuovere gli oggetti dei sensi, ma bisogna esaminare la mente e sciogliere la passione. La sessualità e il cibo non sono in realtà la fonte del desiderio. Il vero motore che spinge il desiderio è il “non possedere”. Quindi se non possiamo avere un tè, dovrà essere il “non avere” il tè a diventare la fonte del nostro desiderio.

Se rinunciare a qualcosa incoraggia il desiderio, perché farlo? Ebbene,
a parte il godere della semplicità, un importante motivo di rinuncia è la
comprensione
che ciò a cui essenzialmente dobbiamo imparare a rinunciare è il senso di assenza, la sensazione di “aver bisogno, volere, essere incompleti senza”. È questo al quale rinunciamo. In che modo l’assenza può diventare una presenza solida e impellente? Il punto è
che, quando si guarda al desiderio, ci si rende conto che il buco non è un buco; si tratta di un vortice di energia aggrovigliata e sovra-stimolata. È una passione irrisolta che forma un blocco nell’energia e nella consapevolezza. Questa energia ha bisogno di essere reindirizzata, e può esserlo. Ecco perché bisogna non soltanto frenare e reprimere, ma esaminare a fondo il desiderio e vedere su che cosa si basa. L’intero blocco è fondato sull’effimera fantasia di appagamento, cioè si arriva a capire che il desiderio ha quindi le sue radici nell’ignoranza: immaginiamo che la soddisfazione provenga dalla passione (la gente continua a tentare questo approccio finché non crolla), e anche quando cominciamo a capire che questo non funziona, non vediamo alcun altro modo per soddisfarci;
perciò, ci sembra che anche qualche breve eccitamento sia meglio di niente.

Ecco perché ci occorre meditare. Quando possiamo volgere via la mente dai suoi sogni e farla tornare alla sua fonte, rimuoviamo il blocco e ci sentiamo più pieni e vitali che mai. Allorché si riesce in questa impresa, si capisce il significato più profondo della rinuncia. Si arriva alla comprensione che coltivare la rinuncia ci dà la lente per mettere a fuoco il desiderio e vederlo così com’è; se essa è coltivata, ci concede la saggezza di non partecipare al tentativo di riempire il suo buco senza fondo.

La cosa più preziosa che ci offre il vedere il desiderio dal punto di vista della rinuncia è il realizzare che proprio questo abbandono del desiderio è quanto il Buddha intendeva per Illuminazione. Ciò che abbandoniamo è una mera assenza. Questa è l’essenza delle Quattro Nobili Verità la completa cessazione del dolore, della mancanza, della confusione e della disperazione. E per sperimentarlo vale la pena di rinunciare a tante cose!

Ma per guadare il flutto e raggiungere l’altra Sponda, occorre costruire una barca, familiarizzarsi con le correnti da attraversare tramite la coltivazione delle tre perfezioni che inoltre ci offrono un assaggio della pace, della saggezza e della compassione che il viaggio ci porterà.

Questo in essenza è il processo di sviluppo delle pāramī – è come pilotare una barca: si controlla il flusso dell’acqua increspata e si regola il timone di pochi gradi. Il grado può non sembrare gran che rispetto alla marea, ma con il tempo effettua un cambiamento nel corso nella nostra vita interiore ed esteriore.

Suggerimenti sulla generosità

Nel processo della mente che coltiva le pāramī ci sono tre sviluppi significativi: quello dell’empatia o “solidarietà”, quello della forza interiore e quello della chiarezza. Naturalmente qualsiasi pāramī richiede la chiarezza di vedere ciò che è necessario e la forza per adeguare la mente al suo tema. Così, in una certa misura, in ogni perfezione sono sempre presenti la saggezza e la sincerità nel caso della chiarezza, e l’impegno e l’energia nel caso della forza interiore. Poi ovviamente si ha bisogno della pazienza per mantenere un impegno, della gentilezza per fortificare il cuore e dell’equanimità per rendersi conto del livello di progresso o di difficoltà che si sperimenta. Pertanto non si coltiva prima una certa pāramī e poi un’altra, ma nello stesso tempo si sviluppano parecchie pāramī che si uniscono a sostenere quella principale. Cominceremo comunque con le due pāramī in cima all’elenco, che lavorano per aprire il cuore e coltivare l’empatia. È un inizio adeguato alla coltivazione dell’essere umano.

Riflessione

Riguarda l’attivare il gene dell’empatia – quello che è associato alla connessione, alla cura e alla sollecitudine per gli altri. L’amicizia, la condivisione e il rispetto per gli altri producono l’ambiente ottimale per il nostro stesso bene. Fate una pausa per riflettere su come vi sentireste se vi poteste fidare di tutti. Oppure se, in caso di penuria delle vostre risorse, per gli altri fosse normale e naturale condividere con voi ciò che hanno. Concentratevi sopratutto su come vi fanno sentire queste riflessioni: non dovete precipitarvi ad agire o reagire (“Io sono una persona totalmente egoista!”), ma solo sintonizzarvi con quella sensazione. Forse darà al vostro timone una virata in una direzione felice e positiva. Come ci si sente quando si è generosi? Notate cosa succede al vostro stato d’animo quando portate alla mente l’idea della generosità. Come ci si sente nel ricevere? Considerate che ogni giorno ci sono dati l’aria, la luce e in genere un livello di temperatura vivibile, senza i quali non potremmo sopravvivere. Ricordatevi di un aiuto ricevuto in un vostro lavoro; l’offerta di una tazza di tè da parte di qualcuno. Riflettete che questo non doveva accadere per forza ed è stato fatto nei vostri confronti senza alcuna pressione da parte vostra.

Azione

Il dono di liberare gli altri dall’ansietà attraverso una azione generosa significa anzitutto compiere ogni possibile azione per proteggere o sostenere la salute e la sicurezza degli altri. Un esempio potrebbe essere donare il sangue o gli organi, donare il proprio tempo per badare ai malati o a chi è privo di aiuto, oppure lasciare a un ente benefico una donazione nel proprio testamento. Nella vita quotidiana la generosità può anche essere coltivata attraverso la parola, dando rilievo alle buone azioni degli altri, oppure concedendo il proprio tempo come buoni ascoltatori. Anche offrire dei servizi è una azione che rientra nell’ambito della generosità.

Meditazione

Prendetevi cinque minuti in cui non farete nulla di particolare. Consideratelo come un dono, un’offerta di tempo libero durante il quale non dovrete ottenere o risolvere alcunché. Sedetevi comodamente in un modo che favorisca la vigilanza. Fate sorgere l’idea di avere tutto il tempo del mondo solo per stare qui e sentirvi rilassati. Rilassate i muscoli del viso e delle spalle. Poi lasciate che le vostre braccia si discostino un po’ dai lati del corpo con l’intenzione di dare al petto tutto lo spazio di cui ha bisogno per lasciare entrare un respiro ed espanderlo lentamente. Lasciate che il respiro apra il torace e la gola; dategli il tempo per completare l’inspirazione, fare una pausa ed espirare.

Ogni volta che si presenta un pensiero agitato o un impulso a fare qualcosa immediatamente, oppure vi ricordate qualcosa, richiamate alla mente il vostro impegno dei “cinque minuti” e pensate: ‘Sì, tra qualche minuto sarebbe bene occuparsene’. Sentite nel corpo l’impulso di “Fallo subito!” e rilassate il punto in cui lo sentite. Considerate questa pratica come un regalo a voi stessi – un regalo che vi farà essere una persona più composta e tranquilla, e perciò un regalo alle persone che voi frequentate.

Suggerimenti sulla moralità

La moralità nel buddhismo può essere vista in due modi: come intenzione e come convenzione. L’intenzione si riferisce all’impulso che sorge nella mente nel presente, (sia esso malevolo o gentile) che è la base per il kamma (l’azione) di cui raccogliamo i risultati. La convenzione si riferisce alle regole che frenano o incoraggiano determinate azioni. Le convenzioni non bastano da sole a eliminare gli impulsi o le intenzioni non salutari; per esempio, è possibile parlare cortesemente con una mente malevola. Se le convenzioni non sono correlate alle intenzioni diventano soggette a diventare fonti di punti di vista, conformismo o pregiudizio e di conseguenza condannare coloro che sono fuori dal mio gruppo. Tuttavia, le convenzioni (come i Cinque Precetti) creano confini comportamentali, permettendoci di controllare le nostre azioni, di applicare l’attenzione saggia, di percepire la nostra intenzione e di abbandonarla. Essere in contatto con l’intenzione del momento presente è pertanto cruciale. Assumendola come base, utilizziamo le convenzioni saggiamente al fine di sviluppare un comportamento abile.

La moralità riguarda l’astenersi dall’abusare di se stessi o degli altri tramite il corpo, la parola e la mente. Pertanto è utile farla intervenire quando si manifestano pensieri negativi su se stessi o sugli altri. La moralità porta con sé la forza del contenimento, l’empatia dell’interessarsi a come le proprie azioni incidono su di sé e sugli altri, Aiuta a discernere la differenza tra i sentimenti di felicità a breve termine e il bene a lungo termine. Il bere alcol e l’assunzione di droghe possono procurare un benessere o un’eccitazione di breve durata, ma possono avere effetti rovinosi su se stessi e sugli altri. Per evitare il moralismo e il perbenismo, bisogna praticare la moralità come se si stesse sorvegliando giudiziosamente qualcuno che si ama e si rispetta.

Riflessione

Notate una mosca che ronza contro la finestra, un ragno fermo sulla parete o che corre sul pavimento. Avvertite l’effetto che ciò ha su di voi. Soffermatevi e chiedetevi se l’insetto vuole morire, o se la sua morte è necessaria affinché voi viviate bene. Notate come ci si sente nel provare un impulso violento – verso la gente rumorosa, verso gli automobilisti sulla strada, verso le persone di cui avete paura. Cosa fa alla vostra mente? Come ci si sente nel lasciar passare l’impulso?

Riflettete nello stesso modo sugli altri precetti (si veda sotto): come ci si sentirebbe a essere ingannati, a subire abusi o a essere raggirati da altri? E viceversa, come ci si sentirebbe a essere sostenuti e rispettati dagli altri

Azione

Esaminate il vostro modo abituale di parlare e quello di coloro che frequentate. Se scegliete di mangiare carne per motivi di salute o per altre ragioni, cercate di trovare un rifornitore locale dove gli animali siano allevati e trattati umanamente. Fate qualche ricerca ed evitate di acquistare forme di vita marina in pericolo di estinzione tramite una pesca intensiva. Rifiutate di accettare favori, tangenti o speciali privilegi per il vostro lavoro. Quando vi viene richiesto, incoraggiate con attenzione e ponderazione gli altri a seguire princìpi morali.

Affermare i Cinque Precetti Etici è qualcosa che la gente ritiene utile. È l’enunciazione di cinque principi per il contenimento: 1) l’impulso di danneggiare la vita senziente, 2) l’impulso di prendere ciò che non è stato dato, 3) l’impulso di usare la sessualità in modi scorretti, 4) l’impulso verso la parola dannosa e 5) l’impulso verso gli intossicanti.

Meditazione

Notate l’emergere di qualsiasi pensiero negativo nei confronti degli altri. Notate come ci si sente, come ciò influisce sul cuore e sul corpo. Pensate di mettere tali pensieri da parte come un modo per proteggervi dal male. Esaminate le cause dell’avversione; se vi sentite feriti o trascurati, dedicate del tempo semplicemente a sentire questa sensazione e a riferirla alle sensazioni e alle impressioni di una piena e rilassata respirazione dell’inspirare ed espirare.

La rinuncia

la rinuncia dei beni di S.Francesco, Giotto

Questa pratica è una questione di saggio discernimento piuttosto che di ascetismo o di essere puritani. Significa discernere ciò di cui si ha veramente bisogno in un dato momento all’interno della gamma dei bisogni e degli oggetti richiesti, e proseguire in tale direzione. La potremmo chiamare“semplificazione”. La mente può concepire molti oggetti desiderabili, in questo modo possiamo affondare nel flutto della sensualità.

Per ciò che concerne il desiderio di oggetti materiali l’attraversare un centro commerciale tenendo a mente ciò di cui abbiamo veramente bisogno è una pratica di rinuncia estremamente utile! E quando siamo in uno di questi centri commerciali possiamo sentire quanto tutto questo sia veramente vischioso, pretenzioso e superficiale.

Per quanto riguarda le relazioni umane è veramente necessario che io veda la gente attraverso la lente del desiderio? Il nostro desiderio è infatti rivolto verso qualcosa che non abbiamo. Non possiamo desiderare qualcosa che abbiamo già, per cui il fatto stesso del “non possedere” stabilisce un obiettivo per la passione irrisolta. Pertanto non è l’oggetto agognato a generare il desiderio, ma il senso di “non avere”. Non c’è niente di sbagliato nella vista, nell’udito, nel gusto, nell’olfatto e nel tatto; è il mondo immaginario che il desiderio ne deriva a dare origine al pericolo.

Calmare il desiderio non è per esempio limitarsi a rimuovere gli oggetti dei sensi, ma bisogna esaminare la mente e sciogliere la passione. La sessualità e il cibo non sono in realtà la fonte del desiderio. Il vero motore che spinge il desiderio è il “non possedere”. Quindi se non possiamo avere un tè, dovrà essere il “non avere” il tè a diventare la fonte del nostro desiderio.

Se rinunciare a qualcosa incoraggia il desiderio, perché farlo? Ebbene,
a parte il godere della semplicità, un importante motivo di rinuncia è la
comprensione
che ciò a cui essenzialmente dobbiamo imparare a rinunciare è il senso di assenza, la sensazione di “aver bisogno, volere, essere incompleti senza”. È questo al quale rinunciamo. In che modo l’assenza può diventare una presenza solida e impellente? Il punto è
che, quando si guarda al desiderio, ci si rende conto che il buco non è un buco; si tratta di un vortice di energia aggrovigliata e sovra-stimolata. È una passione irrisolta che forma un blocco nell’energia e nella consapevolezza. Questa energia ha bisogno di essere reindirizzata, e può esserlo. Ecco perché bisogna non soltanto frenare e reprimere, ma esaminare a fondo il desiderio e vedere su che cosa si basa. L’intero blocco è fondato sull’effimera fantasia di appagamento, cioè si arriva a capire che il desiderio ha quindi le sue radici nell’ignoranza: immaginiamo che la soddisfazione provenga dalla passione (la gente continua a tentare questo approccio finché non crolla), e anche quando cominciamo a capire che questo non funziona, non vediamo alcun altro modo per soddisfarci;
perciò, ci sembra che anche qualche breve eccitamento sia meglio di niente.

Ecco perché ci occorre meditare. Quando possiamo volgere via la mente dai suoi sogni e farla tornare alla sua fonte, rimuoviamo il blocco e ci sentiamo più pieni e vitali che mai. Allorché si riesce in questa impresa, si capisce il significato più profondo della rinuncia. Si arriva alla comprensione che coltivare la rinuncia ci dà la lente per mettere a fuoco il desiderio e vederlo così com’è; se essa è coltivata, ci concede la saggezza di non partecipare al tentativo di riempire il suo buco senza fondo.

La cosa più preziosa che ci offre il vedere il desiderio dal punto di vista della rinuncia è il realizzare che proprio questo abbandono del desiderio è quanto il Buddha intendeva per Illuminazione. Ciò che abbandoniamo è una mera assenza. Questa è l’essenza delle Quattro Nobili Verità la completa cessazione del dolore, della mancanza, della confusione e della disperazione. E per sperimentarlo vale la pena di rinunciare a tante cose!

Storia di Billy.

Storia di Billy.

Storia di Billy.
— Leggi su buddhistapercaso.com/2018/07/26/storia-di-billy/

Molto intrigante, da seguire. Complimenti all’autore.

Segnalazione pagina Canonepali.net

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Sorgere dipendente (aspetto filosofico), non violenza (aspetto pratico) e I Quattro Sigilli del Buddismo

link:Fonte originale: CentroNirvana Corso tenuto dal Ven. Khenrab
Rinpoche Il 27 – 28 febbraio 2010 al Centro Ghe Pel Ling Traduttore: Norbu Lamsang pubblicata da Eli Parisio

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Questo è il primo incontro del 2010 e, per motivi di buon auspicio, il tema sarà l’introduzione al Buddhismo. Parlerò di due aspetti del Buddismo: aspetto filosofico e pratico e i quattro pilastri del Buddhismo.
Sappiamo che nel mondo esistono differenti insegnamenti spirituali e religiosi, che dipendono dalle diverse aspirazioni della gente.
Non tutti hanno le stesse visioni e opinioni, c’è chi riceve benefici dal Cristianesimo, chi dall’Induismo, chi dall’Islam e chi dal sentiero interiore buddhista. Ognuno riesce a calmare la propria mente seguendo diverse religioni.
Certo, lo scopo finale, essenziale, da parte di tutte le religioni è quello di realizzare la pace mentale, ma ogni religione propone un suo metodo; le tecniche possono essere diverse, ma lo scopo da realizzare è unico ed è la pace della mente.
Non solo nel mondo esistono differenti sentieri spirituali, ma nel Buddismo stesso esistono diverse scuole filosofiche e tradizioni differenti. Tutte fanno riferimento a Buddha Sakyamuni. Abbiamo le scuole Vaibashika, Sautantrika, Cittamatra e Madyamika.
Le ragioni per cui ci sono diverse scuole dipende dalle predisposizioni e dalle capacità differenti dei praticanti; ognuno troverà quella più adattaper lui.
Così, benché nel mondo esistano diverse scuole filosofiche e diverse scuole e così all’interno del Buddhismo, sappiamo che lo scopo finale, per tutte, è realizzare la pace nella mente. Queste diverse scuole devono esistere perché non tutti i praticanti
sono uguali e ognuno deve avere la possibilità di scegliere il sentiero più adatto per lui. Benché si sia avuto un grande sviluppo materiale, che favorisce il benessere fisico, gli esseri non sono soddisfatti e sono alla ricerca di una felicità interiore, mentale.

Il problema è la sofferenza, che è di due livelli: esteriore, fisico; interiore, mentale.
Molti problemi fisici (malattie ecc..) possono essere risolti da uno sviluppo esteriore, ma molti problemi mentali purtroppo non vengono eliminati da questo sviluppo. Da qui la necessità di ricercare un metodo interiore per eliminare la sofferenza della mente.
Ad esempio, quando ci ammaliamo andiamo in ospedale, facciamo le analisi, ci viene data una cura e noi la seguiamo. Questo richiede tempo, sforzo e impegno.
Per quanto riguarda le difficoltà mentali, non abbiamo cure esteriori; per potere curare le malattie mentali bisogna conoscere un metodo interiore, di tipo mentale, perché il problema è la diretta conseguenza di un modo di pensare e, quindi, la soluzione deve venire dalla mente stessa, attraverso un cambiamento del modo di pensare.
La cura non è semplice, è ancora più difficile che curare i problemi fisici. Prima bisogna imparare, poi praticare e ci vorrà tempo per avere un cambiamento. Se lo sviluppo materiale non viene accompagnato da una preparazione mentale, fatta tramite l’insegnamento, mancando lo sviluppo virtuoso mentale, lo sviluppo materiale diventerà solo causa di ulteriore Insoddisfazione, dovuta all’incremento dell’attaccamento e del desiderio. C’è quindi la necessità di essere supportati da uno sviluppo mentale.
Il problema principale nella nostra vita è sempre la sofferenza e, quindi, bisogna conoscere la sofferenza e la sua origine. Per parlare dell’origine bisogna parlare della coscienza, argomento fondamentale nel Buddhismo.
Ci sono le coscienza sensoriali e la coscienza mentale che funzionano in stretta collaborazione. Ad esempio, la coscienza visiva percepisce una forma e causa una reazione nella coscienza mentale (che ne viene quindi condizionata). La reazione potrà essere di due tipi: se quella forma percepita è bella, può sorgere una sensazione piacevole, ma mista di desiderio, di attaccamento. Se la mente, Invece, percepisce la forma come brutta, questo produce una sensazione sgradevole, di sofferenza.
Tutti gli esseri senzienti vogliono essere felici e liberi dalla sofferenza, tutti gli esseri sono alla ricerca della felicità.
Ma ci sono diversi modi di farlo. Sarà molto difficile pensare di potere raggiungere la felicità solo con i mezzi materiali.
Tra le religioni, che propongono un metodo per aiutare gli esseri a raggiungere la felicità senza mezzi materiali, c’è il Buddhismo. L’insegnamento di Buddha viene definito interiorista e tutti gli altri, esterioristi.
Il concetto interiorista significa che è un metodo interiore, mentale, per raggiungere la felicità. Chi propone un metodo materiale viene definito esteriorista. Come potremo discriminare correttamente se una persona è buddhista o no? È buddhista se pratica il rifugio nel Buddha, nel Dharma e nel Sangha. Ma di questo e del concetto del karma parleremo nei prossimi incontri.
Due sono i concetti fondamentali da comprendere: l’aspetto filosofico e l’aspetto pratico (comportamento e azione  concreta).
La profondità dell’insegnamento, ciò che rende straordinario l’insegnamento di Sakyamuni Buddha, è la spiegazione dall’aspetto filosofico del sorgere interdipendente. L’altro aspetto è relativo al comportamento pratico: la non violenza che dipende dalla motivazione e la motivazione è la grande compassione. Se sorge la grande compassione, conseguentemente anche le azioni del corpo e della mente sono non violente. Ci sono due tipi di compassione: la compassione in generale e la grande compassione.
La compassione in generale viene insegnata da tutte le religioni, la grande compassione è più particolare. Nel Buddhismo viene insegnata la grande compassione perché la realtà della nostra esistenza avviene sulla base del sorgere interdipendente e la non violenza ha, come ragione di base, la visione del sorgere interdipendente. La realtà stessa diventa la ragione del perché il nostro comportamento sia non violento. Significa che tra sé e gli altri c’è una relazione.
Questo tipo di interdipendenza fa riferimento alla causa-effetto. E questo è intrinseco nella nostra realtà: la mia azione produce effetto sugli altri, le azioni degli altri producono effetto su di me e per questo diventa importante assumere un
comportamento non violento.
Se guardiamo alle religioni, dal passato più remoto ad oggi, possiamo distinguere essenzialmente due tipologie: religioni prive di una interpretazione, visione filosofica, e religioni con una propria spiegazione filosofica. All’interno delle religioni che hanno una spiegazione filosofica si possono riconoscere due ulteriori tipologie: chi contempla la presenza di un creatore (che è un fenomeno permanente) e chi non la contempla.
Chi nega un creatore, a sua volta si distingue tra chi crede che esista un sé (un io) come permanente, singolo e chi nega la sua esistenza come permanente e singolo. Nel Buddhismo ci sono queste due visioni.
Nel Buddhismo esiste una visione che non sostiene l’esistenza di un creatore, né di un sé permanente, autosufficiente, singolo. La ragione per cui sostiene la non esistenza di entrambi sta nella realtà del sorgere interdipendente.
Nel mondo reale c’è l’interdipendenza relativa al rapporto causa-effetto, come c’è anche l’interdipendenza relativa al rapporto del dipendere dalle parti (dai componenti, dagli elementi). Questa interdipendenza è superiore a quella della causa-effetto.
L’interdipendenza della causa-effetto elimina l’esistenza di un sé permanente. L’interdipendenza del dipendere dalle parti elimina la possibilità che un sé esista come singolo e autosufficiente.
Il Buddhismo non accetta l’esistenza di un creatore perché questo andrebbe contro il principio del sorgere interdipendente della relazione causa-effetto.
Se il Buddhismo accettasse l’esistenza di un creatore dovrebbe accettare Buddha come creatore, e come conseguenza, iMbuddhisti dovrebbero sostenere che Buddha può decidere tutto, chi creare, chi non creare, come deve vivere una persona ecc..
Questo non è possibile perché va contro un principio reale evidente: la realtà del sorgere interdipendente.
Gli esseri sono interessati al non soffrire, di conseguenza, occorre trovare il rimedio alla sofferenza. Buddha non decide chi deve soffrire e chi no, ma nella sua vita ha individuato che la causa della sofferenza sta nella mente La sofferenza principale sta nella mente dell’individuo stesso ed è riconducibile all’ignoranza. A causa dell’ignoranza si produce il karma e afflizioni mentali più karma portano a sperimentare la sofferenza.
Visto che la causa principale è l’ignoranza dell’essere senziente, è l’essere stesso che deve rimuovere, purificare la propria Ignoranza. Ma come può farlo? Deve praticare, ma per praticare bisogna prima conoscere e per conoscere bisogna ascoltare gli insegnamenti. Buddha ha mostrato il sentiero, questo è quello che Buddha può fare, non può decidere chi deve soffrire e chi deve essere felice. La soluzione per la nostra sofferenza sta a noi e sta nel purificare l’ignoranza.
Nagarjuna ha composto una lode a Buddha: “Tu stesso, spinto dalla forza della compassione, ti sei liberato completamente dalla tua ignoranza per cui hai mostrato il sentiero profondo affinché anche gli altri possano riuscire a liberarsi dalla propria ignoranza”.
Questo è il modo di praticare da chi ha a predisposizione a seguire il sentiero buddista, ma non tutti sono così, non tutti sono uguali e, quindi, non possiamo pretendere che tutti seguano questo sentiero. Molti hanno la predisposizione al sostenere la presenza di un creatore, come i cristiani, e per loro quello è il sentiero adatto perché, seguendo quel tipo di insegnamento, traggono beneficio.
Quel tipo di praticante praticherà in accordo con quanto gli è stato insegnato, deve avere una fede molto forte e più forte sarà la fede verso Dio, più seguirà i suoi insegnamenti. La sua predisposizione mentale è che esista un essere onnipotente che, se pregato con fede, esaudisce i suoi desideri. A questi viene insegnato ad avere fede in Dio, se ha fede in Dio deve fare quello che Lui dice di fare: amare gli altri, rispettarli, essere compassionevole. Più forte sarà la sua fede più amerà gli altri e più aumeterà la sua compassione. Questo avrà effetti positivi su di lui, anche se lui penserà che questi effetti siano stati opera di Dio (gli siano stati regalati da Dio).
Ma va bene così, il risultato l’ottiene. Così è il metodo. Ci sono persone che credono nell’esistenza di Dio ed è inutile dire loro che Dio non esiste, anche se si riuscisse a convincerli, avendo perso il proprio sentiero e non essendo interessati ad altri sentieri, sarebbero disorientati. In molti casi è dannoso indicare altri sentieri alle persone che hanno un’altra predisposizione, un’altra impronta.
La realtà però non è così statica: gli esseri cambiano e molti cristiani, che inizialmente accettavano l’esistenza di un Dio creatore, nel tempo sviluppano una intelligenza discriminativa, iniziano a porsi delle domande, a riflettere, non sono più soddisfatti di quel tipo di insegnamento, vanno alla ricerca e piano, piano arrivano a scoprire il sentiero interiore. Dunque, ognuno segue l’insegnamento che gli sembra più giusto; ciò non significa che gli altri vadano eliminati. Per te è utile quell’insegnamento, per un altro è utile un altro insegnamento per cui non dobbiamo dare giudizi negativi verso gli altri insegnamenti, ma dobbiamo rispettarli in quanto utili per altri esseri.
Se Buddha fosse qui li rispetterebbe, perché sono utili ad altri. Noi siamo interessati al Buddhismo, altri ad altri insegnamenti; vivendo in uno stesso mondo per forza dovremo mantenere un atteggiamento di rispetto e tolleranza verso altre religioni. Per potere convivere insieme non possiamo pretendere che tutti pratichino il Buddhismo; realisticamente non è possibile.
Costringere tutti a praticare il Buddhismo non sarebbe corretto.
Il Buddhismo si interessa di come eliminare la sofferenza e scopre che la causa principale è l’ignoranza. L’ignoranza è di due tipi: il non conoscere e l’ignoranza della visione errata. Il primo tipo di ignoranza è molto diffuso, sia tra gli umani che gli animali.
Molti esseri soffrono semplicemente per il fatto di non conoscere; la soluzione è il conoscere, tutto viene risolto dalla  conoscenza.
Il problema più grave non è questo tipo di ignoranza, ma il secondo tipo: l’ignoranza della visione errata. È una conoscenza errata, creata personalmente essenzialmente sulla base di pregiudizi e altri fattori. Noi presumiamo una realtà che non coincide perfettamente con il suo stato vero. Da questa visione errata della realtà deriva un prodotto sbagliato. Tutti siamo continuamente alla ricerca della felicità, ma non la raggiungiamo e continuiamo a incontrare sofferenze e difficoltà, la causa principale di questo sta proprio nella visione errata della realtà. Ognuno pensa di fare una cosa.

La ruota del Dharma indica che avendo ottenuto queste due qualità non comuni di un Buddha, siamo in grado di condurre tutti gli esseri viventi alla permanente liberazione dalla sofferenza, principalmente attraverso il girare la ruota del Dharma, che è il donare gli insegnamenti del Dharma. Questa è la nostra mèta finale.
Ognuno crede di fare la cosa giusta, ma giudichiamo come giusto ciò che, invece, è errato perché non coincide con la realtà; il modo con cui operiamo riteniamo ci porti alla felicità, invece, ci procura sofferenza. Proiettiamo come virtuose cose non virtuose, agiamo sulla base di questo nostro proiettare e nella realtà, essendo cose non virtuose, non realizziamo la felicità ricercata attraverso quel modo di agire, quello che realizziamo è la sofferenza.
Dobbiamo correggere questa visione errata e per farlo dovremo meditare sempre sul sorgere interdipendente. Abbiamo detto che ci sono diversi livelli del sorgere interdipendente. Il primo livello dell’interdipendenza è relativo al rapporto causa-effetto, il che significa che una causa virtuosa dà come risultato un risultato virtuoso, un causa non virtuosa dà un risultato non virtuoso. E non dobbiamo considerare solo il rapporto causa-effetto ma anche la natura, se è virtuosa o meno. Sempre sullabase della visione errata sorge la visione distorta: visione di sopravalutazione e sottovalutazione, denigrazione. Entrambe hanno una radice comune.
Il primo tipo incrementa due afflizioni mentali: odio e attaccamento.
Incontriamo un oggetto: la nostra mente percepisce questa forma e le attribuisce ulteriori qualità (sopravalutazione o esagerazione) o difetti (denigrazione o deprecazione) che l’oggetto non possiede. Così si produce attaccamento o odio. Se l’oggetto viene considerato bello (sopravvalutandolo esageratamente), sorge il desiderio, se l’oggetto viene considerato brutto (sottovalutandolo esageratamente), sorge l’odio.
Ma ci sono anche altri tipi di visioni distorte: se qualcuno parla bene di noi, ci sentiamo gratificati e consideriamo quella persona un amico, se parlano male di noi, siamo dispiaciuti e la consideriamo un nemico; entrambe sono visioni distorte. I tre problemi principali, semplificando, sono: ignoranza, attaccamento, odio.
Visioni distorte sono quindi la sopravalutazione, esagerazione, la sottovalutazione, denigrazione e il giudicare alcuni come amici, altri come nemici, altri come indifferenti. Tutte hanno una radice comune: la visione transitoria.
Realmente una persona è convinta che il proprio sé esista come sostanza (come fosse materia) e che sia autosufficiente (che non dipende da niente). Questa è un’altra visione distorta definita come visione transitoria. Aggrapparsi al sé come se esistesse in modo autonomo e autosufficiente: sulla base di questa convinzione, se il mio sé viene lodato da qualcuno, considero questo qualcuno un amico, se ne parla male lo considero mio nemico. Se parla bene del mio io è mio amico, se ne parla male è mio nemico.
Quotidianamente incontriamo innumerevoli esperienze durante le quali nessuno riflette su come considera il proprio io.
Nel momento dell’esperienza continuiamo a mantenere quella visione transitoria che considera l’io come sostanza autosufficiente che non dipende né dal corpo, né dalle parti, che sono alla base dell’esistenza dell’io.
Se ci tagliamo un braccio o una mano diciamo: “io mi sono ferito”, ma è il braccio o la mano che è stata ferita. Nel dire questo non riflettiamo, non abbiamo dubbi quando diciamo: “io sono stato ferito”.
Un altre esempio: stiamo precipitando da un grattacielo, in quel preciso momento nessuno ha la minima consapevolezza del fatto che è il nostro corpo che sta cadendo, siamo convinti che “sono io che sto cadendo”.
Le esperienze vissute con questa visione transitoria diventano sofferenza. Come possiamo superare questa visione transitoria?
Il metodo è quello di meditare sul secondo livello di interdipendenza: l’interdipendenza dell’esistere dipendendo dalle parti.
Grazie a questa meditazione riusciamo a capire che anche l’io esiste dipendendo dalle parti; così si supera l’aggrapparsi all’esistenza dell’io come autosufficiente. Riassumendo, sono due le cause fondamentali per cui soffriamo: la visione distorta che non conosce il rapporto causa-effetto.
Questa visione non permette di conoscere la natura delle azioni, non conoscendola, si sbaglia e si commettono azioni errate, che hanno conseguenze negative. La soluzione sta nel coltivare la visione corretta del sorgere interdipendente della causa effetto, nel conoscere la natura delle azioni e il loro rapporto: una causa negativa produce un effetto negativo, una causa positiva produce un effetto positivo.
1.visione transitoria dell’aggrapparsi all’io come sostanza e autosufficiente. L’antidoto è il meditare sul sorgere interdipendente dipendendo dalle parti.
Innumerevoli esseri continueranno a farsi male da soli, mentre alcuni, grazie all’insegnamento, arrivano a conoscere le cause, ma non praticano i rimedi. Nel primo caso, non conoscendo le cause, possono essere giustificati; nel secondo caso non sono giustificabili. Perché, se conoscono i rimedi, non li applicano? Perché continuano a mantenere un altro tipo di visione distorta definita visione estrema. La visione estrema all’apparenza è grave, è molto sottile, costoro continuano ad avere una visione del sé come duratura, come vivessero in eterno, è la visione definita: aggrapparsi alla permanenza.
Questa visione è grave perché porta a mantenere una visione del sé come duraturo nel tempo, che porta al dire: “vivrò molto a lungo, posso praticare dopo”. Questo porta a rimandare, a posticipare sempre la pratica.
Sakyamuni Buddha, nel suo primo discorso sulle Quattro Nobili Verità, spiegò il sorgere interdipendente della realtà. E parlando di questo parlò del rapporto causa effetto e del rapporto del dipendere dalle parti.
Spiegando il primo tipo di rapporto (causa-effetto) parlò dei Dodici Anelli dell’origine interdipendente, quindi dell’esistenza ciclica (samsara) e di altri argomenti relativi al rapporto del dipendere dalle parti.
Per questa ragione nel Buddhismo ci sono due aspetti fondamentali: l’interpretazione della realtà e la comprensione della realtà nella sua natura di interdipendenza.
Tutte le esperienze negative, sia a livello individuale che collettivo sono frutto dell’ignoranza del non conoscere il sorgere Interdipendente. Per questo, ognuno di noi continua ad accumulare tante sofferenze così come nel mondo continuano a persistere sofferenze dovute a conflitti, violenze. Chi mette in atto la violenza, chi provoca guerre pensa sia un modo per raggiungere la felicità. Questo è perché sono esseri ignoranti, che non hanno la comprensione dell’interdipendenza della realtà.
Come ho già detto, non si può pretendere che tutti pratichino il Buddhismo, ma se questa filosofia si diffondesse, ci potrebbero essere molti benefici.

Ieri ho parlato in generale dei due aspetti principali del Buddhismo: l’aspetto filosofico del sorgere interdipendente, l’aspetto pratico del comportamento non violento. L’argomento di oggi è un concetto specifico relativo al sorgere interdipendente. Si tratta dei quattro pilastri (o sigilli) del Buddhismo.
Sigillo, chiak ghia in tibetano, indica qualcosa di stabilito definitivamente, fissato, come un documento sigillato.
Tutti i praticanti buddhisti accettano i quattro sigilli, essendo questo argomento una spiegazione profonda del sorgere interdipendente, attraverso cui si comprende quanto sia importante il concetto di interdipendenza.
Il primo dei quattro sigilli recita: tutti i fenomeni prodotti sono di natura impermanente.
Du in tibetano vuol dire comporre, raccogliere, produrre.
Col termine fenomeno prodotto si intende qualsiasi cosa sorta dipendendo da cause e condizioni.
Questi fenomeni prodotti dipendendo da cause e condizioni cambiano perché la loro causa è già di natura cambiamento. La natura dell’effetto deve coincidere con la natura della causa quindi i fenomeni prodotti sono per natura in cambiamento.
Il concetto di impermanenza è di due livelli: grossolano e sottile.
L’impermanenza grossolana è una cosa così evidente che anche gli animali la percepiscono.
Ad esempio, ho visto in un documentario un gruppo di scimmie che dovevano rompere una noce di cocco. Hanno raccolto il cocco fresco, difficile da rompere, lo hanno messo a seccare al sole, poi hanno preso delle pietre grandi per rompere il cocco secco. Il documentarista spiegava che anche le piccole scimmie imparano dagli adulti a fare così. La scimmia comprende l’impermanenza grossolana del cocco: sa che lasciandolo al sole cambia passando dallo stato fresco allo stato secco. Le scimmie ovviamente non parlano, non usano il termine impermanenza o cambiamento, ma a livello mentale comprendono il concetto.
Percepire l’impermanenza grossolana quindi non è una cosa straordinaria, ciò che è straordinario è realizzare l’impermanenza sottile, perché per realizzarla occorre ragionare, meditare.
Il cambiamento a livello grossolano avviene perché c’è cambiamento anche a livello sottile; se non ci fosse il secondo non potrebbe verificarsi nemmeno il primo.
Ad esempio, se piantiamo un seme e aspettiamo un anno possiamo vedere un cambiamento grossolano; la pianta è cresciuta. Questo è un cambiamento grossolano rispetto al seme piantato un anno prima.
Il cambiamento avvenuto in un anno è stato possibile perché in ciascuno dei dodici mesi di cui è composto un anno c’è stato un cambiamento. Ciascun mese è composto da quattro settimane e, in ciascuna settimana, c’è stato cambiamento; inoltre ciascuna settimana è composta da sette giorni. Il seme, quindi, cambia giorno dopo giorno, altrimenti non avremmo visto alcun cambiamento dopo una settimana. Il giorno è composto da ventiquattro ore, per cui possiamo dire che il seme cambia ora dopo ora. L’ora è composta da sessanta minuti, quindi deduciamo che c’è stato cambiamento in ogni minuto. Ogni minuto è composto da sessanta secondi, quindi c’è stato cambiamento in ogni secondo. Anche i secondi sono divisibili in un tempo così breve da non poter essere più divisibile. In tibetano si usa il termine “fine del tempo” per indicare l’istante indivisibile.
Quel seme cambia nel brevissimo istante, nei secondi, nei minuti, nelle ore, nei mesi ed è per questo che abbiamo potuto osservare il cambiamento dopo un anno. Non succede che il seme resta uguale per undici mesi e ventinove giorni poi, di colpo, c’è la pianta.
Perché le cose cambiano? Facciamo riferimento al cambiamento grossolano. Le cose cambiano perché soggetti a condizioni favorevoli e sfavorevoli. A seconda di quale condizione si verifica avviene un cambiamento.

Ad esempio una candela può incontrare due condizioni: una favorevole che mantiene intatta la candela, facendosi che si conservi nel suo stato attuale, e una sfavorevole, ad esempio il fuoco che, bruciando, la consuma.
Possiamo osservare il cambiamento stesso: se accendiamo la candela e aumentiamo il fuoco, se quindi rafforziamo la condizione contro, la candela si consumerà più velocemente; se riduciamo la condizione contro, ad esempio soffiando e agitando la fiamma o smorzandola, la candela brucerà più lentamente.
Questo esempio, riguardante l’impermanenza grossolana, ci fa capire che una cosa cambia a seconda della condizione che incontra, ma ciò non implica che senza condizione contro non ci sia comunque cambiamento. C’è, infatti, un cambiamento chenon ha bisogno di alcuna condizione: è quello dovuto all’impermanenza sottile. Se lasciamo la candela sul tavolo, non percepiamo alcun cambiamento nella candela, ma la candela sta cambiando. Essa è, infatti, composta da atomi in moto, che sono nella natura di cambiamento quindi lei stessa è in cambiamento.
Gli atomi cambiano per loro natura indipendentemente da una condizione sfavorevole. Se così non fosse, in assenza di condizione sfavorevole ci troveremmo con degli atomi permanenti, ma dopo tempo osserviamo un cambiamento grossolano nella candela e questo cambiamento, abbiamo dimostrato, è possibile solo se c’è un cambiamento sottile.
Nel primo sigillo si parla di fenomeni prodotti cioè di fenomeni che sono risultato di cause e condizioni. La natura del risultato deve coincidere con la natura della causa.
Se si pianta un seme di grano la pianta che crescerà sarà grano e non un’altra pianta. Quindi se il risultato è nella natura di cambiamento lo sarà anche la causa, con ciò escludiamo che un risultato permanente possa avere una causa permanente.
Nel pensare a causa e risultato, non dovremmo però pensare che la causa sia costituita da un singolo elemento. La causa è un insieme di elementi. Questo errore che commettiamo porta molti problemi sia a livello personale che a livello mondiale. Molti, pur conoscendo l’insegnamento commettono questo errore! Ad esempio, se una persona ci disturba, ci danneggia, noi ne soffriamo. Pensiamo che stiamo soffrendo soltanto a causa di quella singola persona e, quindi, eliminandola saremo liberi dalla sofferenza. In realtà chi ci danneggia è solo una delle tante cause della nostra sofferenza.
Ci sono molte cause della sofferenza, ma noi commettiamo l’errore di identificare tutte le cause della sofferenza con un unico elemento. Un risultato cambia perché la sua causa è già nella natura di cambiamento.
Perché la causa cambia? Ci sono diverse spiegazioni. Prima di tutto la causa è composta da tanti atomi. Se analizziamo ogni atomo vediamo che ciascuno di essi è instabile, in cambiamento. Mille di questi atomi. L’atomo è in movimento non è statico, se mettete insieme mille di questi oggetti che si muovono, cambiano non potrete ottenere una cosa ferma, permanente! La causa essendo composta da atomi è già nella natura di cambiamento.
Questo mondo, iniziato con il Big Bang, finirà con un altro Big Bang. Il Big Bang iniziale è un’esplosione da cui sono stati prodotti atomi che si sono combinati formando il nostro mondo. Alla fine questo nostro mondo esploderà frantumandosi in atomi, che si aggregheranno di nuovo in un altro mondo. Il mondo è un insieme di atomi in cambiamento, non è quindi una cosa stabile e duratura, così pure il nostro corpo! Sia al suo interno che all’esterno, il corpo è fatto di atomi, quindi, è instabile, in cambiamento
Il corpo non solo esiste dipendendo dagli innumerevoli atomi, ma anche dagli arti e dagli organi, dipende quindi anche dalle sue parti. Questo vale anche la mente, che è un fenomeno interiore. La mente esiste dipendendo dalle sue parti.
Il primo sigillo dice che tutti i fenomeni sono nella natura di cambiamento, e cambiano per due ragioni.
I fenomeni cambiano a seconda delle condizioni favorevoli o sfavorevoli cui vanno incontro, e cambiano perché composti da atomi che sono nella natura di cambiamento.

Il secondo sigillo afferma che gli aggregati e il corpo contaminati, soggetti a cause e condizioni, sono nella natura di sofferenza.
Questo è un concetto più complicato rispetto quello del primo sigillo. La parola Sag pa in tibetano indica afflizione mentale.
Tutti i fenomeni dipendenti dalla forza del karma e delle afflizioni mentali insieme, sono fenomeni contaminati, e quei fenomeni maturati dal karma e dalle afflizioni mentali insieme, sono di natura sofferenza. Dobbiamo comprendere perché questi fenomeni sono della natura sofferenza, e lo facciamo analizzando la natura delle loro cause. Sappiamo che la natura del risultato coincide con la natura della sua causa.
Analizziamo, quindi, la natura delle afflizioni mentali.
Le afflizioni mentali sono concetti, pensieri, fattori mentali che rendono l’individuo infelice e agitato. Queste, poi, influenzano anche gli altri; fanno percepire sofferenza e disagio.
Le afflizioni sono causa di sofferenza per l’individuo e gli altri, per questo quei fattori sono detti afflizioni mentali.
Questo succede perché le afflizioni sono nella natura di sofferenza. Applichiamo la stessa logica che abbiamo usato nel dire che i fenomeni prodotti sono nella natura di cambiamento perché composti da atomi che sono nella natura di cambiamento.
Con lo stesso ragionamento possiamo dire che le afflizioni causano sofferenza perché sono nella natura di sofferenza.

Quando sorgono le afflizioni mentali condizionano l’individuo ad accumulare karma. Da queste due forze, karma e afflizioni, matura un risultato: il nostro corpo e gli aggregati. Possiamo affermare che il nostro corpo e gli aggregati sono contaminati e, quindi, nella natura di sofferenza perché causati da karma e afflizioni mentali, che sono già nella natura di sofferenza.
Dentro la persona sorgono fattori mentali afflitti, se l’individuo non facesse nulla non accumulerebbe karma, ma l’individuo pensa poi agisce. Quando sorge l’afflizione l’individuo agisce perché la funzione dell’afflizione è proprio quella di spingere l’individuo ad agire. Quando l’individuo compie un’azione, questa lascia un’impronta potenziale che si chiama karma.
Sorge l’afflizione che è di natura sofferenza. Spinto dalla forza dell’afflizione l’individuo agisce, l’azione lascia impronta potenziale karma. Abbiamo quindi accumulato due cose: afflizioni e karma. Dall’afflizione e dal karma maturerà un risultato detto fenomeno contaminato. Quel fenomeno contaminato è nella natura di sofferenza. Abbiamo questo nostro corpo contaminato, sulla base di questo corpo sperimentiamo tutti i tipi di sofferenza. Ci sono tre tipi di sofferenza.
I primi due tipi, la sofferenza della sofferenza e la sofferenza del cambiamento, vengono sperimentati da tutti gli esseri senzienti.
Il terzo tipo di sofferenza è quello di cui ha parlato Sakyamuni nel discorso sulla della nobile verità della sofferenza. È la sofferenza pervasiva. Questa sofferenza non è qualcosa che riguarda solo gli esseri dotati di coscienza, ma tutti i fenomeni, anche il mondo esteriore, poiché frutto delle afflizioni e del karma, è nella natura della sofferenza.
Come può il mondo esteriore essere nella natura di sofferenza pervasiva se non ha una coscienza?
Facciamo un esempio. Il pesce vive nell’acqua. L’acqua nella quale un vive è la condizione immediatamente precedente per la nascita del pesce perché senza il pesce non può nascere. Il pesce deve nascere nell’acqua a causa del suo karma, il karma proiettante impone al pesce di dover nascere nell’acqua.
Il pesce deve nascere e vivere nell’acqua a causa del karma. Quell’acqua è in qualche modo frutto del karma del pesce che vi deve nascere e vivere dentro.
L’acqua per il pesce è condizione immediatamente precedente al pesce perché senza non potrebbe nascere.
Analizziamo l’acqua, in particolare la sua continuità a livello di sostanza. La sostanza dell’acqua ha un legame con il suo stato del passato, possiamo andare indietro nel tempo senza riuscire a individuare il primo istante della continuità della sostanza dell’acqua.
Consideriamo i computer; non esistono da tempo senza inizio perché esistono da un tempo relativamente breve, ma se analizziamo la continuità della sostanza materiale che compone un computer possiamo andare indietro nel tempo senza trovare un inizio.
Tornando all’esempio del pesce. L’acqua è condizione immediatamente precedente per la nascita ed è condizione necessaria per la vita del pesce, ma non è causa sostanziale del pesce, non è la causa principale; è una causa secondaria detta condizione. Quell’acqua condizione per la vita del pesce è connessa al karma del pesce, ma non possiamo dire che sia la causa primaria. La causa primaria per la nascita di pesce è il karma, l’acqua è una condizione per la nascita del pesce.
Come secondo esempio analizziamo il tavolo. Prima che fosse fatto il tavolo c’erano vari pezzi di legno, che a loro volta prima erano tronchi di alberi. Possiamo rintracciare la continuità della sostanza molto indietro nel passato. Noi progettiamo il tavolo e abbiamo questi pezzi di legno, che assembliamo per costruire il tavolo, ma servono anche altri attrezzi quali chiodi e martello. Grazie a questi attrezzi possiamo assemblare il tavolo.
Dobbiamo riconoscere due cose: una causa sostanziale e le condizioni per il tavolo.
Il legno è la causa sostanziale del tavolo, tutto il resto, il martello, i chiodi, la mano del carpentiere, sono tutte condizioni secondarie. Così la mano del carpentiere, i chiodi e martello non fanno parte della continuità del legno, sono fenomeni completamente diversi, ma messi insieme favoriscono la creazione del tavolo. Allo stesso modo l’acqua ha una sua sostanza, la cui origine risale molto indietro nel tempo, ma non è la causa sostanziale del pesce, favorisce solo la nascita del pesce.
Così tutto ciò che le afflizioni mentali, essendo già nella natura di sofferenza, producono sarà nella natura di sofferenza, quindi tutti i fenomeni contaminati sono nella natura di sofferenza.
Se questa è la realtà, le afflizioni mentali (sag pa) producono risultati che sono nella natura di sofferenza, dovremo, quindi, chiederci come è possibile liberarsi dalla sofferenza.
La risposta dell’insegnamento è che le afflizioni mentali sono esauribili, di conseguenza eliminabili. Questa possibilità si scopre analizzando la causa delle afflizioni. La loro causa è la visione dell’aggrapparsi al sé. Il nostro compito è analizzare questa nostra concezione perché finché esisterà continueranno ad esserci le afflizioni. Chiedendoci se questa concezione dell’aggrapparsi al sé sia eliminabile si introduce il terzo sigillo che afferma l’esistenza dell’antidoto opponente a questa visione.

Il terzo sigillo afferma che tutti i fenomeni sono vuoti e privi di un sé, questo è proprio l’antidoto alla visione errata.
Dobbiamo applicare questo antidoto per eliminare la concezione errata.
Prima di applicare l’antidoto occorre riconoscere correttamente la propria visione errata dell’aggrapparsi al sé. Senza questo riconoscimento, pur applicando l’antidoto, non si elimina la propria concezione errata.

Facciamo qualche esempio riguardo al suo riconoscimento. Nella vita ordinaria diciamo: “il mio amico, il mio corpo, il mio braccio”. Parliamo così nell’esperienza ordinaria. Analizziamo meglio questo modo di pensare. Mettiamo in rapporto l’io e il corpo. Quando diciamo: “il mio corpo”, nel profondo stiamo identificando l’esistenza del proprio io a parte perché possiede il corpo. Vediamo l’io come re padrone e il corpo come materiale posseduto dal re io. Il re comanda e il corpo esegue, come un servitore, l’ordine del re io.
Pensiamo a cosa succede quando una persona si ammala gravemente. Chi si ammala vuole guarire perché soffre. Tutti vogliono liberarsi dalle sofferenze. Immaginiamo che una persona venga colpita da una malattia al braccio e supponiamo che la cura consista nell’amputazione del braccio. Questa persona pur di smettere di soffrire accetta di perdere il braccio.Immaginiamo che venga colpito da una malattia analoga anche all’altro braccio, poi alle gambe…certo non la testa perché senza non vivrebbe, ma se andiamo avanti a tagliare tutte le parti del corpo, proviamo poi a cercare quell’io che diceva: “io sto soffrendo”.
Se alla fine non troviamo l’io, vuol dire che l’io esiste solo a livello nominale. Esiste un io nominale, ma non esiste un io che esista di per sé, da parte propria, senza dipendere dai cinque aggregati, visione che avevamo prima delle cure e dell’amputazione degli arti.
All’inizio ci aggrappavamo a quel tipo di io che ora abbiamo verificato non esistere da nessuna parte. L’io nominale dipende da una base, che sono i cinque aggregati. Esiste quindi un io convenzionale, non un io padrone che comanda i suoi servitori.
Potremmo chiederci quale problema ci sia a mantenere la nostra concezione dell’aggrapparsi alla vera esistenza del sé.
Il problema è che si sta male, perché a causa di quella concezione si coltivano afflizioni mentali, che condizionano a soffrire e nessuno vuole soffrire. Il vero problema è proprio la concezione dell’aggrapparsi al sé, e chi vuole avere problemi?
Dovendo eliminare il problema, bisogna applicare l’antidoto opponente che è la visione di tutti i fenomeni come vuoti.
Conoscendo l’antidoto non resta che applicarlo. L’antidoto opponente è un antidoto forte, perché sostenuto da ragioni valide.
Il concetto di “forte” va inteso come un qualcosa sostenuto da ragioni valide. Ciò che è sostenuto da ragioni valide più viene analizzato più diviene solido, stabile. Tutte le cose che non sono sostenute da una ragione valida, se vengono analizzate alla fine crollano, non permangono, alla fine si svela la loro falsità.
Nell’analisi precedente abbiamo considerato la concezione dell’aggrapparsi al sé. Abbiamo visto che essa non è valida, perché non è sostenuta da ragioni valide per cui, analizzandola sveleremo la sua falsità, non regge l’analisi. L’antidoto opponente, invece, la visione di tutti i fenomeni come vuoti, privi di un sé, è valido ed è sostenuto da ragioni valide, per cui più lo analizziamo più si stabilizza.
Abbiamo scoperto che abbiamo una concezione dell’aggrapparsi al sé che è errata, che non è valida, che ha un suo antidoto opponente forte. L’ultimo problema che dovremo analizzare è questa nostra concezione dell’aggrapparsi al sé.
Essendo una concezione è un fenomeno mentale. La nostra mente e la concezione dell’aggrapparsi al sé sono un tutt’uno oppure no? Se sono un’unica cosa, la natura della mente stessa è concezione dell’aggrapparsi al sé, allora è inutile tentare di eliminarla perché la mente è così per natura. Sarebbe come tentare di cancellare la mente stessa. Anche se errata, anche se c’è l’antidoto, tutto è inutile perché la mente è così e la mente non può essere eliminata.
La natura della mente è in realtà chiara e luminosa, per questo la concezione dell’aggrapparsi al se è presente solo temporaneamente.
Ad esempio l’acqua agitata è torbida, ma l’acqua e il fango non sono un tutt’uno indivisibile quindi col tempo, calmandosi  l’acqua, il fango si deposita e l’acqua torna chiara e trasparente. Un secondo esempio, è il cielo coperto dalle nubi. La sua natura non è nuvola, altrimenti il cielo rimarrebbe annuvolato in eterno. Infatti, col tempo le nubi passano e il cielo torna sereno. Un terzo esempio: se ci rovesciamo addosso il te il vestito viene macchiato. La macchia del te non entra nella natura del vestito, non diventano un tutt’uno, se diventassero un tutt’uno, potremmo lavare il vestito ma la macchia non andrebbe via perché macchia e vestito sono diventati della stessa natura. In realtà se si lava il vestito la macchia se ne va, proprio perché non è entrata nella natura del vestito, non sono un tutt’uno.
Allo stesso modo la concezione errata dell’aggrapparsi al sé, non entra nella natura della mente, mente e concezione errata non sono un tutt’uno. La concezione errata sorge temporaneamente, ma non entra nella natura della mente. Se sorge temporaneamente, gli antidoti possono funzionare, quindi, più applichiamo l’antidoto della visione di vacuità più ne aumentiamo la forza, più familiarizziamo con la visione di vacuità più diminuiamo la forza del suo avversario diretto, la concezione dell’aggrapparsi al se. A un certo punto la concezione errata viene eliminata perché quando perfezioniamo l’antidoto, arriviamo all’eliminazione della concezione errata.

A questo punto introduciamo il quarto sigillo che afferma che, perfezionando la visione di vacuità e l’eliminazione della concezione dell’aggrapparsi al sé, automaticamente cessano tutte le altre afflizioni.
A quel punto con l’eliminazione di tutte le afflizioni e della loro causa, abbiamo raggiunto la completa pacificazione. Si dice letteralmente: “il superamento del dolore è la vera pace”. Significato vero è “la completa pacificazione delle afflizioni mentali e della loro causa (la concezione errata dell’aggrapparsi al sé) è la vera pace.

Riassumendo quello che abbiamo detto rispetto ai quatto sigilli, i fenomeni prodotti dipendono dalle loro cause. La causa non è costituita da un singolo elemento, ma è composta da tanti elementi. La causa a sua volta è karma e il karma è conseguente alle afflizioni mentali. Le afflizioni sorgono perché di base abbiamo la concezione errata dell’a aggrapparsi al sé.
La concezione errata per fortuna sorge solo temporaneamente, in più abbiamo un forte antidoto opponente. Possiamo applicare l’antidoto opponente, rafforzandolo e familiarizzando con esso fino alla completa eliminazione delle afflizioni e della loro causa di base. Quando avremo completato la pacificazione delle afflizioni e della causa, finalmente ci troveremo nella condizione di pace vera e duratura.
Nel mondo nella nostra esperienza ordinaria ripetiamo gli stessi errori, principalmente quello di identificare la causa della nostra sofferenza con un unico elemento, spesso una persona. Pensiamo che eliminando il singolo elemento saremo felici, quindi, ci impegniamo a fondo per eliminare quel singolo elemento. Ma anche eliminandolo non saremo felici perché abbiamoNsbagliato a identificare la causa dell’infelicità: abbiamo preso in considerazione solo una millesima parte della causa. Certo riusciamo ad essere felici immediatamente, dopo aver eliminato la singola causa, ma è solo un’illusione. In realtà non abbiamo realizzato una pace duratura, ma solo una pace immediata. Non abbiamo eliminato la causa complessivamente, ecco perché non riusciamo ad essere completamente felici nella nostra esistenza ordinaria. Quando nel quarto sigillo si parla del superamento del dolore, si intende il superamento delle afflizioni e della loro causa, quindi il superamento del dolore è la vera pace. In altri testi si trova scritto: “il parinirvana è la vera pace.”
In ogni modo se il superamento del dolore è la vera pace, è questo quello che tutti vorrebbero realizzare.
Per realizzare questo scopo occorre seguire un sentiero, ma tutti gli individui non sono uguali. Sakyamuni è stato intelligente nel presentare modi di percorso diverso, valido per diverse persone con i tre differenti livelli dei sentieri interiore: due sentieri base di Buddhismo Hinayana, un sentiero avanzato del Buddhismo Mahayana.
Ciò che Buddha vuole è che tutti realizzino, indipendentemente dal sentiero scelto, la completa illuminazione. Per arrivarci i modi devono essere differenti.
Ad esempio, dovessimo andare da qui in piazza Duomo, alcuni pigri potrebbero pensare che sia troppo lontano e faticoso. Si può convincere questi pigri a raggiungere Piazza Loreto, che non è così lontano, descrivendo tutte le cose belle di quel luogo.
Una volta in piazza Loreto il pigro si accorge di aver fatto tanta strada e che per arrivare in Duomo non ne manca ancora molta. Poiché è un essere pensante, si guarda indietro e si accorge di aver fatto tanta strada e guardando avanti vede che non manca molto quindi si motiva e arriva in Duomo.
Dunque occorre trovare un metodo per quegli esseri che all’inizio non hanno il coraggio sufficiente per impegnarsi a raggiungere il traguardo dell’illuminazione, per stimolarli occorre portarli a metà strada e, quando sono arrivati a metà strada, si motiveranno ad arrivare fino infondo.
Così oggi abbiamo analizzato i quattro sigilli; il risultato finale è raggiungere lo stato di pace, completa pacificazione del dolore, cioè le afflizioni mentali e la causa.
Tutti questi concetti sono inclusi nelle spiegazioni di ieri. Abbiamo parlato della visione del sorgere interdipendente. La realtà è interdipendente, la nostra visione deve coincidere con la realtà di fatto quindi con la visione è la visione del sorgere interdipendente e questa diventa importante per assumere un comportamento non violento. Il risultato finale della pratica di questi due punti, visione di interdipendenza e comportamento non violento, è la pacificazione delle afflizioni mentali e della visione errata dell’aggrapparsi al sé.
Rispetto al sorgere interdipendente ho accennato a due livelli. Il primo é dipendere da cause e condizioni. Tutti i praticanti di qualsiasi scuola buddhista comprendono e dovrebbero realizzare questo livello senza eccezione. Tra praticanti c’è chi realizza il secondo livello, dipendere dalle parti; poi chi realizza anche il terzo livello, più sottile, dipendere soltanto dal nominare. Non tutti i buddhisti accettino questo punto.
In conclusione, noi dovremo comprendere correttamente la nostra realtà. Dobbiamo familiarizzare con la visione di interdipendenza col mondo esteriore e di interdipendenza tra gli esseri. In seguito a questa visione, sviluppare la grande compassione e dalla forza della compassione assumere un comportamento non violento.
La successione del percorso è la seguente: comprendere la realtà, quindi l’interdipendenza, coltivare la grande compassione poi assumere un atteggiamento non violento.
Chiariamo il concetto di non violenza.
Violenza vuol dire danneggiare, disturbare ferire. Non violenza vuol dire non compiere quelle azioni. La vera non violenza però non si limita solo al concetto di evitare di danneggiare.
Il vero significato del concetto di non violenza è il desiderio di aiutare gli altri esseri senzienti a realizzare le loro aspirazioni, questo sorge dalla comprensione dell’interdipendenza e dalla compassione. Se non si è capaci di aiutare gli altri esseri, bisogna almeno evitare di disturbarli. Quest’ultimo è un livello inferiore.
Con questo ho concluso l’introduzione al Buddhismo. Ricordate i due elementi fondamentali: la visione dell’interdipendenza dei fenomeni e il comportamento non violento.

Ancora sulla Vacuità

Tratto da: Freeweb.net

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Elemento centrale della dottrina Buddista è il concetto di vacuità, concetto che non di rado è soggetto ad interpretazioni errate e che portano di conseguenza a considerazioni di natura nichilista nei confronti della dottrina stessa. La vacuità al contrario è fonte di liberazione per il praticante, perché attraverso la meditazione sulla stessa, l’individuo realizza un graduale distacco dal proprio egocentrismo. E’ importante però non limitarsi ad una mera comprensione intellettuale, ma cercare invece di farne viva esperienza nell’osservazione della realtà. Per definizione, la vacuità è l’assenza di esistenza intrinseca o a se stante di tutti i fenomeni, intendendo qui per fenomeni sia la realtà sensibile sia i diversi aspetti dell’Io umano.
Quando parliamo di esistenza intrinseca o più genericamente del Sé, immaginiamo un qualcosa che abbia un carattere proprio, a se stante e indipendente dal tutto, ma se noi scendiamo più in profondità nell’analisi di un determinato fenomeno senza limitarci ad una grossolana visione dello stesso, possiamo osservare che questo assume svariate caratteristiche a seconda del rapporto che esso instaura con gli altri fenomeni circostanti o con l’uomo stesso. Dovendo quindi stabilire un carattere univoco, quale è richiesto dalla definizione di esistenza intrinseca del fenomeno analizzato, scopriamo che in realtà esso ne è privo, perché come abbiamo constatato il suo esistere dipende da cause e condizioni esterne. Non si vuole affatto affermare la totale inesistenza di un fenomeno, ma si vuole solo evidenziare il suo carattere dipendente.
Dei due tipi di vacuità, una in relazione alle cause del divenire (impermanenza), e l’altra come risultato del rapporto instaurato con l’uomo, la seconda è senza dubbio la più importante. Questo perché attraverso la sua completa comprensione, non si osservano più i fenomeni solo in relazione a noi stessi, ma anche in relazione ad altri fenomeni circostanti. Tutti i fenomeni quindi hanno due modi di esistere; il primo è un modo di esistere convenzionale, così come è percepito dai nostri sensi ordinari, mentre il secondo è la vacuità di esistenza intrinseca.
Similmente, ogni essere umano ha istintivamente una certa percezione di se stesso ovvero del suo “Io”, che condiziona tutta la sua esistenza. Questo Io che l’uomo avverte non sempre viene percepito con la stessa intensità, ma la percezione varia a seconda delle situazioni. Ciò che però a noi interessa analizzare, è quell’Io percepito come una presenza intrinseca all’interno di noi stessi che si ha quando per esempio viene toccato il nostro orgoglio, oppure quando veniamo accusati di cose che non abbiamo fatto. In queste situazioni si avverte come un affronto alla stabilità del nostro Io e di conseguenza reagiamo con sentimenti di paura o aggressività. Questo succede proprio perché avvertiamo questo Io come un qualcosa che ha una propria natura intrinseca e che è completamente indipendente da tutto il resto.
Ma se qualcosa esiste veramente, attraverso un’analisi logica dovremmo trovarlo alla fine però non riusciamo a trovarlo. Un Io intrinseco ed indipendente, allora potrebbe essere o la stessa cosa con i nostri aggregati psico-fisici, oppure qualcosa di completamente differente. Nel caso dell’identificazione con gli aggregati,se l’Io fosse il corpo fisico con i suoi sensi, allora dovrebbe essere esteso su tutta la superficie del corpo e all’interno di ogni senso, cosicché se venisse tagliata una mano e messa su un tavolo, allora anche una parte dell’Io rimarrebbe sul tavolo.
Se invece si pensa che l’Io risieda in un ben preciso punto del corpo o dei sensi allora dovremmo domandarci dove, ma anche in questo caso non lo troveremo in nessun punto del nostro corpo. Se invece si pensa che l’Io risieda nella mente o nella coscienza, cosí come a volte lo si identifica con il carattere o la personalità, anche qui non riusciamo a tdefinirlo entro limiti ben precisi. Tutti possiamo constatare come nel corso della nostra vita cambiamo frequentemente idee, interessi e pensieri e non solo da un anno all’altro ma addirittura dalla mattina alla sera. Questa è la chiara dimostrazione di come l’Io sia condizionato da varie cause. Viene quindi spontaneo sospettare che questo Io non abbia poi una natura così intrinseca come si crede.
Non riuscendo quindi a trovare questo Io intrinseco, dobbiamo forse riconoscere che esso abbia invece un carattere dipendente e cioè che esiste come una pura proiezione mentale che nasce sulla base dell’insieme corpo-mente. Non si nega quindi l’esistenza di una qualche forma di Io, ma si nega invece che esso abbia una propria natura intrinseca e indipendente da tutto. Tutto questo discorso sulla vacuità come abbiamo detto non deve essere fine a se stesso, perché altrimenti sarebbe una mera speculazione intellettuale, ma deve avere come scopo ultimo il distacco dal proprio egocentrismo, che è in ultima analisi la causa primaria di tutta la nostra sofferenza esistenziale.

La natura del samsara e la possibilità della liberazione

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Alcuni pensano che il samsara sia un posto, ma il samsara non è un luogo. Il samsara si riferisce a una persona che ha la mente e il corpo intrappolati e sottoposti alla sofferenza causate dalle emozioni afflittive e dal karma. Dunque la liberazione dal samsara comprende l’essere liberi dalle emozioni afflittive e dal karma (negativo). Il samsara è il nostro stesso stato psicofisico degli aggregati controllati dalle emozioni afflittive e dal karma. Tutte le emozioni afflittive e il karma negativo sono causate dall’ignoranza radice che è l’attaccamento al sè (repulsione da ciò che non ci piace attrazione da ciò che ci piace – visione dualistica). La saggezza che realizza la vacuità è l’antidoto all’ignoranza dell’attaccamento al sè, e siccome questo è la radice del samsara, la stessa saggezza porta alla liberazione dalla sofferenza.

Esempio 1)
Realtà: c’è un incendio sulla montagna

Ragionamento inferenziale: un uomo vede del fumo su una montagna e arguisce che c’è un incendio.

Percezione diretta della realtà: un uomo prende l’elicottero e vede le fiamme sulla montagna.

Esempio 2)

Realtà: é possibile la liberazione dalla sofferenza

Ragionamento inferenziale: il sé è vuoto di esistenza intrinseca (o meglio è vuoto di esistenza indipendente dalle cause e condizioni che lo hanno creato, è una mera imputazione, una etichetta), quindi l’attaccamento al sé non ha ragione di esistere, e visto che é l’attaccamento che porta alla sofferenza abbiamo dimostrato inferenzialmente il succo del discorso

Ragionamento più diretto: la saggezza che distrugge l’ignoranza dell’attaccamento al sé porta alla cessazione della sofferenza. Questo tipo di saggezza che comprende la vacuità è l’antidoto al samsara.

La pace in Azione – di Tich Nhat Han

Iimagenspirando mi calmo, espirando sorrido.Inspirare e comunicare all’altro essere induce in se stessi e nell’altro immediata felicità.

– inspirare consapevolmente e dire: “cara/caro sono qui per te” (significa che per amare dovete essere presenti).

– inspirare consapevolmente e dire: “cara/caro so che sei qui e sono felice (amare significa riconoscere la presenza dell’altra persona).

Retta visione

Verità convenzionale e verità ultima sono diverse ma non contraddittorie.

La prima è utile da un punto di vista pratico (nome delle cose, il padre è il padre e il sole è il sole, A può essere solo A e non può essere B), ma non è abbastanza e a volte occorre andare a fondo per arrivare alla verità ultima: si pensi al sotto e sopra, se c’è un sotto deve esserci anche un sopra, non si può tenere solo il sotto e buttare via il sopra. Per altri ciò che alcuni intendono come sopra è il sotto, ciò che per me è vicino per altri è lontano, la mia sinistra è la destra di altri, ecc. ecc., insomma è il principio di identità delle cose, di utilità pratica ma comunque non abbastanza.

Ora prendiamo per esempio un fiore: un fiore è un fiore, non è la terra, la pioggia o il sole, ma se si osserva in profondità il fiore si vede che esso esiste ed è fatto da tutti elementi che non sono fiore. Se noi togliamo la terra, il sole o la pioggia, il fiore non esiste. La A è fatta solo di elementi non A (quindi A = B+C+D…).

La prima nobile verità è che c’è la sofferenza (la sofferenza è solo sofferenza non è felicità e viceversa) e la terza nobile verità dice che c’è la cessazione della sofferenza. La seconda nobile verità dice che ci sono le cause della sofferenza e la quarta dice che ci sono le cause della felicità (cammino per). Questa è la maniera convenzionale per la realtà che dice che la sofferenza è diversa dalla felicità e il cammino che porta alla sofferenza è diverso dal cammino che porta alla felicità. Quando osserviamo in profondità vediamo che c’è una connessione in tutto questo e allora le differenze cominciano ad assottigliarsi. La realtà convenzionale è diversa dalla realtà ultima, ma se volete toccare la realtà ultima dovete conoscere la convenzionale. Quando arrivate alla realtà ultima allora vedete come non ci sia più discriminazione tra le quattro nobili verità (se gettate il convenzionale non avete modo di toccare l’ultimo).

Nel suo primo insegnamento il Budda ha illustrato le quattro nobili verità mentre nel sutra del cuore vediamo che egli dice che non c’è sofferenza, non c’è il cammino che porta alla cessazione; c’è contraddizione? Il fatto è le quattro nobili verità sono convenzionali, pratiche ed utili, ma non sono abbastanza. Per le persone abituate alla visione dualistica questa può essere l’unica verità possibile, ma sono come in trappola della loro mente dualistica, dogmatica e non possono arrivare alla verità ultima (felicità/sofferenza, bello/brutto, ecc. ecc.). Ad una tale persona con una mente dualistica può sembrare strano sentirsi dire che non c’è felicità, non c’è sofferenza, non c’è loto, non c’è il fango, ma la verità è che se non c’è il fango non c’è nemmeno il loto, se non c’è sofferenza non può esserci felicità.

Supponiamo che qualcuno con una visione integralista cristiana dica che l’uomo è solo un peccatore, che egli non può salvare se stesso, non importa quello che fa nella sua vita, egli ha bisogno che qualcun’altro lo salvi (Gesù). Se sei intrappolato nella visione dualistica tu vedi te stesso solo come te stesso e gesù solo come gesù. Il mio maestro mi insegnò anni fa come ci si inchina davanti ad un buddha. Mi disse: “Quando vedi un buddha non dovresti immediatamente chinarti ma fare prima una breve meditazione per far si che il tuo inchino abbia effetto per entrare in comunicazione con lui” e mi insegnò alcuni versi per aiutarmi a fare questa meditazione. I versi sono: “Colui che si inchina e colui che riceve l’inchino sono per natura vuoti di esistenza intrinseca. Il buddha è fatto solo di elementi non buddha ed io sono fatto di elementi non me. Caro buddha io so che tu sei fatto di tanti elementi non buddha ed uno di questi elementi sono io e so che quando vedo te io vedo anche me e so anche che quando vedo me stesso vedo anche te”.

Se rimani intrappolato nella visione dualistica e non vedi che il buddha è anche te e tu sei anche il buddha, allora non è possibile alcuna sorta di comunicazione e l’inchino non è significativo. Se non vedi la natura di interessere tra te e il buddha non c’è comunicazione, e allo stesso modo vale con gesù, la distinzione tra peccatore e salvatore va vista secondo la natura dell’interessere. Senza questa visione di comprensione speciale, di comunione, di comunicazione non è possibile non solo comunicare tra te e il buddha o tra te e gesù ma anche tra te e il fiore, le nuvole o l’intero cosmo.

Questo è il motivo per cui i 5 addestramenti alla consapevolezza (*1) che abbiamo presentato ieri è un tipo di etica basato sulla comprensione dell’interessere. Bisogna praticare i 5 addestramenti in un modo non dogmatico. Toccando la natura dei 5 addestramenti tocchiamo la natura dell’interessere e superiamo ogni tipo di discriminazione. La retta visione è la base degli altri insegnamenti del cammino.

Ottuplice sentiero
Prima di tutto abbiamo la retta visione che è la comprensione dell’interessere. La retta visione si ottiene attraverso la pratica di retta consapevolezza e retta concentrazione. Con la comprensione della retta visione otteniamo la compassione che è la capacità di produrre retti pensieri che hanno il potere di guarire così come potremo produrre anche retta azione e retta parola. Dobbiamo addestrare a vedere noi stessi come i pensieri e le azioni che compiamo ogni giorno quindi se per esempio produciamo pensieri di compassione avremo una buona qualità di vita. Questo è possibile solo quando avremo ottenuto una retta visione che è libera da ogni separazione o discriminazione.

Così la comprensione dell’interessere ci aiuta a rimuovere tutti i pensieri di separazione e discriminazione che sono il fondamento della rabbia, gelosia, paura. Tutte i pensieri dovrebbero essere basate sulla retta visione, sulla non discriminazione e sulla non dualità, e lo stesso vale per la retta parola e retta azione perché anche tutto quello che noi facciamo e diciamo ha il potere di guarire noi stessi e la società.

I due elementi mancanti sono il retto sostentamento e retta diligenza. La nostra coscienza è fatta di molti strati, almeno due strati. Sotto c’è la coscienza deposito che è la memoria di tutta la nostra esperienza di vita. Sopra c’è la coscienza mentale. Nella coscienza deposito c’è molta energia, sono presenti tutti i semi dei vari stati d’animo (formazioni mentali) (paura, rabbia, desiderio, illusione, concentrazione, consapevolezza, compassione, ecc). Questi semi possono essere più o meno potenti a seconda del nostro modo di vivere. Ad esempio quando il seme della rabbia dorme noi abbiamo una buona vita, ma quando qualcuno arriva e dicendo o facendo qualcosa tocca questo seme questo può salire di livello, manifestarsi nella coscienza mentale e diventando una formazione mentale, ci sono 51 categorie di formazioni mentali. Ogni volta che una formazione mentale sorge dovremo essere in grado di riconoscerla e dire: ”Buon giorno formazione mentale, mi prenderò cura di te!”. Non dobbiamo sopprimerla se è spiacevole e non dobbiamo attaccarci se è piacevole. Questa è la pratica del riconoscimento e la pratica della diligenza è possibile quando siamo in grado di riconoscere la natura delle numerose formazioni mentali che si manifestano.

Il primo aspetto della pratica della diligenza e di non dare opportunità ai semi negativi dentro di noi di sorgere. Se permettete che vengano innaffiati e arrivino in superficie voi soffrirete, se soffrirete voi farete soffrire anche i vostri vicini, dobbiamo astenerci dal consumare le cose (riviste, film programmi TV, comportamenti) che toccano e annaffiano questi semi negativi. Non dobbiamo vietare ai figli di non fare quello o questo, ma dovremmo spiegare loro che la diligenza è la pratica della felicità. Dobbiamo praticare anche insieme agli altri, alla propria compagna/o. Non annaffiamo i semi negativi, ne quelli nostri ne quelli della altra persona.

Il secondo aspetto è che quando si manifesta un seme negativo bisogna fare del nostro meglio per chiedergli di tornare indietro, non tentare di sopprimere, ma salutarlo e invitarlo a tornare indietro. Se esso rimane in voi a lungo farà molto danno. Se stai con il seme in superficie non sarai una persona piacevole con la quale stare. Più il seme sta in superficie più esso fa le radici anche in profondità. Se hai un partner arrabbiata che magari 10 anni fa non lo era è perché in tutti questi anni sono stati annaffiati i semi negativi, e dovresti comprendere che in qualche modo anche tu hai contribuito a questo. Ecco perché dobbiamo imparare a non annaffiare i semi e invitare il seme a tornare da dove è venuto il più presto possibile. Il Buddha propose di invitare un seme positivo per rimpiazzare quello negativo. Inspirando lasciare il seme della gentilezza amorevole venire in superficie e il seme della rabbia di conseguenza tornerà giù. Fate qualcosa per aiutare l’altro a cambiare il seme quando vedete che è sotto l’effetto di un seme negativo.

Il terzo aspetto è quello di dare le opportunità ai buoni semi di venire in superficie. Non è difficile invitare il seme della consapevolezza, di gioia, di concentrazione di pace a venire in superficie. Invitate le energie positive a sorgere e così potrete guarire voi stessi e il mondo. Invitate anche quello degli altri così se loro sono felici lo sarete anche voi.

Il quarto aspetto è quello di mantenere più a lungo possibile una buona formazione mentale in superficie quando essa si manifesta. Aiutate il partner a fare altrettanto, di qualcosa, fai qualcosa quando vedi che è in difficoltà. Con la pratica della retta diligenza potete trasformare la vostra relazione in brevissimo tempo. E’ facile, è piacevole e ha un grande effetto.

La parola amorevole e l’ascolto profondo

La pratica della retta parola è anche il quarto addestramento alla consapevolezza e va di pari passo alla pratica dell’ascolto profondo. La pratica della parola amorevole aiuta a riconciliare un rapporto in brevissimo tempo (anche 1 ora).

Durante i ritiri all’inizio impariamo a lasciare le tensioni ed entriamo in contatto con gli elementi rinfrescanti e di guarigione in noi e attorno a noi, poi impariamo a guardare la sofferenza dentro di noi e una volta compresa la sofferenza sviluppiamo la compassione verso di noi e cominciamo a soffrire un poco di meno. In questo modo anche quando guarderemo l’altra persona facilmente comprenderemo la sofferenza in essa e potremo provare compassione, e questa è la pratica della prima e seconda nobile verità. Quando vedete la sofferenza dell’altro voi iniziate a non soffrire più perché avendo sviluppato la compassione amorevole, non lo criticate più, non lo giudicate, non lo odiate più, non avete desiderio di punirlo ma solo di fare qualcosa o dire qualcosa per aiutarla a soffrire di meno e questo significa appunto che la compassione è nata nel vostro cuore. A qual punto potete praticare l’ascolto profondo e la parola amorevole. Poi, sempre durante il ritiro dopo avere praticato un po’ si inizia la riconciliazione e si applica la parola amorevole di cui questo è un esempio “Caro/a so che hai sofferto molto negli ultimi tempi, non sono stato in grado di aiutarti a soffrire di meno, al contrario ho agito e reagito in modo tale da fari soffrire di più. Non avevo mai avuto intenzione di farti soffrire, è solo che non ho capito la tua sofferenza per cui se tu non mi aiuti a comprendere e a condividere con me la tua sofferenza, chi mi aiuta?”. A questo punto praticate l’ascolto amorevole (compassionevole) è la pratica che da a chi parla l’opportunità di svuotare il cuore. Mentre ascoltate inspirate ed espirate consapevolmente e ascoltate la persona mantenendo ferma la compassione, con l’unico scopo di farla soffrire di meno. Se avete ferma la compassione qualsiasi cosa che l’altro potrebbe dire non vi ferirà e non vi toccherà perché appunto sarete protetti dalla compassione. Mentre la persona si svuota ci sarà rabbia, irritazione critica verso di voi, ma anche errate visione. Non dovete interrompere mai la persona altrimenti irritate di più l’altra persona, ricordare che voi avete il solo scopo di ascoltare per farla soffrire di meno. Magari qualche giorno dopo potete tentare di correggere qualche sua percezione, ma non in quel momento! Questa è una pratica benefica e porta guarigione.

Il miracolo della riconciliazione accade sempre nei nostri ritiri e voi avete la compassione allo stesso modo di Avalokitesvara, voi siete Avalokitesvara, il Buddha della compassione. E non hai bisogno di essere buddhista per fare questo. Nei nostri ritiri la maggior parte delle persone non sono buddiste.
Note: 

(*1) La base degli addestramenti è la presenza mentale. Essi proteggono la nostra libertà e rendono bella la vita. Usati come linee guida per la nostra vita quotidiana sono la base per la felicità di individui, coppie, famiglie e società.
Il Primo Addestramento alla Consapevolezza: Rispetto per la Vita
Consapevole della sofferenza causata dalla distruzione della vita, mi impegno a coltivare la visione profonda dell’interessere e la compassione e a imparare modi di proteggere la vita di persone, animali, piante e minerali. Sono determinato(a) a non uccidere, a non lasciare che altri uccidano e a non dare il mio sostegno ad alcun atto di uccisione nel mondo, nei miei pensieri o nel mio modo di vivere. Riconoscendo che le azioni dannose nascono dalla rabbia, dalla paura, dall’avidità e dall’intolleranza, le quali a loro volta derivano da un modo di pensare dualistico e discriminante, coltiverò l’apertura, la non discriminazione e il non attaccamento alle opinioni per trasformare la violenza, il fanatismo e il dogmatismo in me stesso(a) e nel mondo.

Il Secondo Addestramento alla Consapevolezza: Vera Felicità
Consapevole della sofferenza causata dallo sfruttamento, dall’ingiustizia sociale, dal furto e dall’oppressione, mi impegno a praticare la generosità nel mio modo di pensare, di parlare e di agire. Sono determinato(a) a non rubare e a non appropriarmi di nulla che possa appartenere ad altri; condividerò tempo, energia e risorse materiali con chi è in stato di bisogno. Praticherò l’osservazione profonda per riconoscere che la felicità e la sofferenza degli altri non sono separate dalla mia stessa felicità e sofferenza; che è impossibile essere davvero felici senza comprensione e compassione e che rincorrere ricchezza, fama, potere e piaceri dei sensi può portare molta sofferenza e disperazione. Sono consapevole che la felicità dipende dal mio atteggiamento mentale e non da condizioni esterne; so che per vivere felicemente nel momento presente mi basta ricordare di avere già condizioni più che sufficienti per essere felice. Mi impegno a praticare il Retto Sostentamento per contribuire a ridurre la sofferenza degli esseri viventi sulla Terra e a invertire il processo di riscaldamento globale del pianeta.

Il Terzo Addestramento alla Consapevolezza: Vero Amore
Consapevole della sofferenza causata da una condotta sessuale scorretta, mi impegno a coltivare in me il senso di responsabilità e a imparare modi di proteggere la sicurezza e l’integrità di individui, coppie, famiglie e società. Sapendo che il desiderio sessuale non è amore e che l’attività sessuale motivata dalla brama è sempre dannosa per me stesso(a) e per gli altri, sono determinato(a) a non intraprendere relazioni sessuali prive di vero amore e di un impegno profondo e duraturo di cui renderò partecipi la mia famiglia e gli amici. Farò tutto ciò che è in mio potere per proteggere i bambini dagli abusi sessuali e per prevenire la rottura di coppie e famiglie a seguito di un comportamento sessuale scorretto. 
Riconoscendo che corpo e mente sono una cosa sola, mi impegno a imparare modi appropriati di prendermi cura della mia energia sessuale e a coltivare la gentilezza amorevole, la compassione, la gioia e l’inclusività – i quattro elementi fondamentali del vero amore – per la maggiore felicità mia e degli altri. Sappiamo che se pratichiamo il vero amore la nostra esistenza avrà una meravigliosa continuazione nel futuro.

Il Quarto Addestramento alla Consapevolezza: Parola amorevole e ascolto profondo
Consapevole della sofferenza causata dal parlare senza attenzione e dall’incapacità di ascoltare gli altri, mi impegno a coltivare la parola amorevole e l’ascolto compassionevole allo scopo di alleviare la sofferenza e promuovere la riconciliazione e la pace in me stesso(a) e fra gli altri – persone, gruppi etnici e religiosi e nazioni. Sapendo che le parole possono essere fonte di felicità o sofferenza, mi impegno a parlare in modo veritiero, usando parole che ispirino fiducia, gioia e speranza. Quando in me si manifesta la rabbia, sono determinato(a) a non parlare. Praticherò la respirazione consapevole e la meditazione camminata per riconoscere la mia rabbia e osservarla in profondità. So che le radici della rabbia possono essere trovate nelle mie percezioni erronee e nella mancata comprensione della sofferenza in me stesso(a) e nell’altra persona. Parlerò e ascolterò in un modo che possa aiutare me stesso(a) e l’altra persona a trasformare la sofferenza e a trovare una via d’uscita dalle situazioni difficili.
Sono determinato(a) a non diffondere notizie di cui non sono sicuro(a) e a non pronunciare parole che possano causare divisione o discordia. Praticherò la Retta Diligenza per alimentare la mia capacità di comprensione, amore, gioia e inclusività, e trasformare gradualmente la rabbia, la violenza e la paura che giacciono nel profondo della mia coscienza.

Il Quinto Addestramento alla Consapevolezza: Nutrimento e guarigione 
Consapevole della sofferenza causata da un consumo disattento mi impegno a coltivare una buona salute sia fisica che mentale per me stesso(a), la mia famiglia e la società, praticando la consapevolezza nel mangiare, nel bere e nei consumi in genere. Praticherò l’osservazione profonda del mio modo di assumere i Quattro Tipi di Nutrimento, ossia cibo commestibile, impressioni dei sensi, volizione e coscienza. Sono determinato(a) a non giocare d’azzardo, a non assumere alcolici, droghe o altre sostanze o stimoli che contengano tossine, come certi siti internet, videogiochi, programmi televisivi, film, riviste, libri e conversazioni. Coltiverò la pratica di tornare al momento presente per stare in contatto con gli elementi rasserenanti, risananti e nutrienti che si trovano in me stesso(a) e intorno a me, senza lasciare che rimpianti o dispiaceri mi trascinino di nuovo nel passato né che ansie, paure o avidità mi distolgano dal momento presente. 
Sono determinato(a) a non cercare di coprire la solitudine, l’ansia o altra sofferenza con acquisti e consumi compulsivi. Alla luce della contemplazione dell’interessere, orienterò le mie scelte di consumatore in modo da proteggere la pace, la gioia e il benessere nel mio corpo e nella mia coscienza, come nel corpo e nella coscienza collettivi della mia famiglia, della società e della Terra.

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