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Sorgere dipendente (aspetto filosofico), non violenza (aspetto pratico) e I Quattro Sigilli del Buddismo

link:Fonte originale: CentroNirvana Corso tenuto dal Ven. Khenrab
Rinpoche Il 27 – 28 febbraio 2010 al Centro Ghe Pel Ling Traduttore: Norbu Lamsang pubblicata da Eli Parisio

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Questo è il primo incontro del 2010 e, per motivi di buon auspicio, il tema sarà l’introduzione al Buddhismo. Parlerò di due aspetti del Buddismo: aspetto filosofico e pratico e i quattro pilastri del Buddhismo.
Sappiamo che nel mondo esistono differenti insegnamenti spirituali e religiosi, che dipendono dalle diverse aspirazioni della gente.
Non tutti hanno le stesse visioni e opinioni, c’è chi riceve benefici dal Cristianesimo, chi dall’Induismo, chi dall’Islam e chi dal sentiero interiore buddhista. Ognuno riesce a calmare la propria mente seguendo diverse religioni.
Certo, lo scopo finale, essenziale, da parte di tutte le religioni è quello di realizzare la pace mentale, ma ogni religione propone un suo metodo; le tecniche possono essere diverse, ma lo scopo da realizzare è unico ed è la pace della mente.
Non solo nel mondo esistono differenti sentieri spirituali, ma nel Buddismo stesso esistono diverse scuole filosofiche e tradizioni differenti. Tutte fanno riferimento a Buddha Sakyamuni. Abbiamo le scuole Vaibashika, Sautantrika, Cittamatra e Madyamika.
Le ragioni per cui ci sono diverse scuole dipende dalle predisposizioni e dalle capacità differenti dei praticanti; ognuno troverà quella più adattaper lui.
Così, benché nel mondo esistano diverse scuole filosofiche e diverse scuole e così all’interno del Buddhismo, sappiamo che lo scopo finale, per tutte, è realizzare la pace nella mente. Queste diverse scuole devono esistere perché non tutti i praticanti
sono uguali e ognuno deve avere la possibilità di scegliere il sentiero più adatto per lui. Benché si sia avuto un grande sviluppo materiale, che favorisce il benessere fisico, gli esseri non sono soddisfatti e sono alla ricerca di una felicità interiore, mentale.

Il problema è la sofferenza, che è di due livelli: esteriore, fisico; interiore, mentale.
Molti problemi fisici (malattie ecc..) possono essere risolti da uno sviluppo esteriore, ma molti problemi mentali purtroppo non vengono eliminati da questo sviluppo. Da qui la necessità di ricercare un metodo interiore per eliminare la sofferenza della mente.
Ad esempio, quando ci ammaliamo andiamo in ospedale, facciamo le analisi, ci viene data una cura e noi la seguiamo. Questo richiede tempo, sforzo e impegno.
Per quanto riguarda le difficoltà mentali, non abbiamo cure esteriori; per potere curare le malattie mentali bisogna conoscere un metodo interiore, di tipo mentale, perché il problema è la diretta conseguenza di un modo di pensare e, quindi, la soluzione deve venire dalla mente stessa, attraverso un cambiamento del modo di pensare.
La cura non è semplice, è ancora più difficile che curare i problemi fisici. Prima bisogna imparare, poi praticare e ci vorrà tempo per avere un cambiamento. Se lo sviluppo materiale non viene accompagnato da una preparazione mentale, fatta tramite l’insegnamento, mancando lo sviluppo virtuoso mentale, lo sviluppo materiale diventerà solo causa di ulteriore Insoddisfazione, dovuta all’incremento dell’attaccamento e del desiderio. C’è quindi la necessità di essere supportati da uno sviluppo mentale.
Il problema principale nella nostra vita è sempre la sofferenza e, quindi, bisogna conoscere la sofferenza e la sua origine. Per parlare dell’origine bisogna parlare della coscienza, argomento fondamentale nel Buddhismo.
Ci sono le coscienza sensoriali e la coscienza mentale che funzionano in stretta collaborazione. Ad esempio, la coscienza visiva percepisce una forma e causa una reazione nella coscienza mentale (che ne viene quindi condizionata). La reazione potrà essere di due tipi: se quella forma percepita è bella, può sorgere una sensazione piacevole, ma mista di desiderio, di attaccamento. Se la mente, Invece, percepisce la forma come brutta, questo produce una sensazione sgradevole, di sofferenza.
Tutti gli esseri senzienti vogliono essere felici e liberi dalla sofferenza, tutti gli esseri sono alla ricerca della felicità.
Ma ci sono diversi modi di farlo. Sarà molto difficile pensare di potere raggiungere la felicità solo con i mezzi materiali.
Tra le religioni, che propongono un metodo per aiutare gli esseri a raggiungere la felicità senza mezzi materiali, c’è il Buddhismo. L’insegnamento di Buddha viene definito interiorista e tutti gli altri, esterioristi.
Il concetto interiorista significa che è un metodo interiore, mentale, per raggiungere la felicità. Chi propone un metodo materiale viene definito esteriorista. Come potremo discriminare correttamente se una persona è buddhista o no? È buddhista se pratica il rifugio nel Buddha, nel Dharma e nel Sangha. Ma di questo e del concetto del karma parleremo nei prossimi incontri.
Due sono i concetti fondamentali da comprendere: l’aspetto filosofico e l’aspetto pratico (comportamento e azione  concreta).
La profondità dell’insegnamento, ciò che rende straordinario l’insegnamento di Sakyamuni Buddha, è la spiegazione dall’aspetto filosofico del sorgere interdipendente. L’altro aspetto è relativo al comportamento pratico: la non violenza che dipende dalla motivazione e la motivazione è la grande compassione. Se sorge la grande compassione, conseguentemente anche le azioni del corpo e della mente sono non violente. Ci sono due tipi di compassione: la compassione in generale e la grande compassione.
La compassione in generale viene insegnata da tutte le religioni, la grande compassione è più particolare. Nel Buddhismo viene insegnata la grande compassione perché la realtà della nostra esistenza avviene sulla base del sorgere interdipendente e la non violenza ha, come ragione di base, la visione del sorgere interdipendente. La realtà stessa diventa la ragione del perché il nostro comportamento sia non violento. Significa che tra sé e gli altri c’è una relazione.
Questo tipo di interdipendenza fa riferimento alla causa-effetto. E questo è intrinseco nella nostra realtà: la mia azione produce effetto sugli altri, le azioni degli altri producono effetto su di me e per questo diventa importante assumere un
comportamento non violento.
Se guardiamo alle religioni, dal passato più remoto ad oggi, possiamo distinguere essenzialmente due tipologie: religioni prive di una interpretazione, visione filosofica, e religioni con una propria spiegazione filosofica. All’interno delle religioni che hanno una spiegazione filosofica si possono riconoscere due ulteriori tipologie: chi contempla la presenza di un creatore (che è un fenomeno permanente) e chi non la contempla.
Chi nega un creatore, a sua volta si distingue tra chi crede che esista un sé (un io) come permanente, singolo e chi nega la sua esistenza come permanente e singolo. Nel Buddhismo ci sono queste due visioni.
Nel Buddhismo esiste una visione che non sostiene l’esistenza di un creatore, né di un sé permanente, autosufficiente, singolo. La ragione per cui sostiene la non esistenza di entrambi sta nella realtà del sorgere interdipendente.
Nel mondo reale c’è l’interdipendenza relativa al rapporto causa-effetto, come c’è anche l’interdipendenza relativa al rapporto del dipendere dalle parti (dai componenti, dagli elementi). Questa interdipendenza è superiore a quella della causa-effetto.
L’interdipendenza della causa-effetto elimina l’esistenza di un sé permanente. L’interdipendenza del dipendere dalle parti elimina la possibilità che un sé esista come singolo e autosufficiente.
Il Buddhismo non accetta l’esistenza di un creatore perché questo andrebbe contro il principio del sorgere interdipendente della relazione causa-effetto.
Se il Buddhismo accettasse l’esistenza di un creatore dovrebbe accettare Buddha come creatore, e come conseguenza, iMbuddhisti dovrebbero sostenere che Buddha può decidere tutto, chi creare, chi non creare, come deve vivere una persona ecc..
Questo non è possibile perché va contro un principio reale evidente: la realtà del sorgere interdipendente.
Gli esseri sono interessati al non soffrire, di conseguenza, occorre trovare il rimedio alla sofferenza. Buddha non decide chi deve soffrire e chi no, ma nella sua vita ha individuato che la causa della sofferenza sta nella mente La sofferenza principale sta nella mente dell’individuo stesso ed è riconducibile all’ignoranza. A causa dell’ignoranza si produce il karma e afflizioni mentali più karma portano a sperimentare la sofferenza.
Visto che la causa principale è l’ignoranza dell’essere senziente, è l’essere stesso che deve rimuovere, purificare la propria Ignoranza. Ma come può farlo? Deve praticare, ma per praticare bisogna prima conoscere e per conoscere bisogna ascoltare gli insegnamenti. Buddha ha mostrato il sentiero, questo è quello che Buddha può fare, non può decidere chi deve soffrire e chi deve essere felice. La soluzione per la nostra sofferenza sta a noi e sta nel purificare l’ignoranza.
Nagarjuna ha composto una lode a Buddha: “Tu stesso, spinto dalla forza della compassione, ti sei liberato completamente dalla tua ignoranza per cui hai mostrato il sentiero profondo affinché anche gli altri possano riuscire a liberarsi dalla propria ignoranza”.
Questo è il modo di praticare da chi ha a predisposizione a seguire il sentiero buddista, ma non tutti sono così, non tutti sono uguali e, quindi, non possiamo pretendere che tutti seguano questo sentiero. Molti hanno la predisposizione al sostenere la presenza di un creatore, come i cristiani, e per loro quello è il sentiero adatto perché, seguendo quel tipo di insegnamento, traggono beneficio.
Quel tipo di praticante praticherà in accordo con quanto gli è stato insegnato, deve avere una fede molto forte e più forte sarà la fede verso Dio, più seguirà i suoi insegnamenti. La sua predisposizione mentale è che esista un essere onnipotente che, se pregato con fede, esaudisce i suoi desideri. A questi viene insegnato ad avere fede in Dio, se ha fede in Dio deve fare quello che Lui dice di fare: amare gli altri, rispettarli, essere compassionevole. Più forte sarà la sua fede più amerà gli altri e più aumeterà la sua compassione. Questo avrà effetti positivi su di lui, anche se lui penserà che questi effetti siano stati opera di Dio (gli siano stati regalati da Dio).
Ma va bene così, il risultato l’ottiene. Così è il metodo. Ci sono persone che credono nell’esistenza di Dio ed è inutile dire loro che Dio non esiste, anche se si riuscisse a convincerli, avendo perso il proprio sentiero e non essendo interessati ad altri sentieri, sarebbero disorientati. In molti casi è dannoso indicare altri sentieri alle persone che hanno un’altra predisposizione, un’altra impronta.
La realtà però non è così statica: gli esseri cambiano e molti cristiani, che inizialmente accettavano l’esistenza di un Dio creatore, nel tempo sviluppano una intelligenza discriminativa, iniziano a porsi delle domande, a riflettere, non sono più soddisfatti di quel tipo di insegnamento, vanno alla ricerca e piano, piano arrivano a scoprire il sentiero interiore. Dunque, ognuno segue l’insegnamento che gli sembra più giusto; ciò non significa che gli altri vadano eliminati. Per te è utile quell’insegnamento, per un altro è utile un altro insegnamento per cui non dobbiamo dare giudizi negativi verso gli altri insegnamenti, ma dobbiamo rispettarli in quanto utili per altri esseri.
Se Buddha fosse qui li rispetterebbe, perché sono utili ad altri. Noi siamo interessati al Buddhismo, altri ad altri insegnamenti; vivendo in uno stesso mondo per forza dovremo mantenere un atteggiamento di rispetto e tolleranza verso altre religioni. Per potere convivere insieme non possiamo pretendere che tutti pratichino il Buddhismo; realisticamente non è possibile.
Costringere tutti a praticare il Buddhismo non sarebbe corretto.
Il Buddhismo si interessa di come eliminare la sofferenza e scopre che la causa principale è l’ignoranza. L’ignoranza è di due tipi: il non conoscere e l’ignoranza della visione errata. Il primo tipo di ignoranza è molto diffuso, sia tra gli umani che gli animali.
Molti esseri soffrono semplicemente per il fatto di non conoscere; la soluzione è il conoscere, tutto viene risolto dalla  conoscenza.
Il problema più grave non è questo tipo di ignoranza, ma il secondo tipo: l’ignoranza della visione errata. È una conoscenza errata, creata personalmente essenzialmente sulla base di pregiudizi e altri fattori. Noi presumiamo una realtà che non coincide perfettamente con il suo stato vero. Da questa visione errata della realtà deriva un prodotto sbagliato. Tutti siamo continuamente alla ricerca della felicità, ma non la raggiungiamo e continuiamo a incontrare sofferenze e difficoltà, la causa principale di questo sta proprio nella visione errata della realtà. Ognuno pensa di fare una cosa.

La ruota del Dharma indica che avendo ottenuto queste due qualità non comuni di un Buddha, siamo in grado di condurre tutti gli esseri viventi alla permanente liberazione dalla sofferenza, principalmente attraverso il girare la ruota del Dharma, che è il donare gli insegnamenti del Dharma. Questa è la nostra mèta finale.
Ognuno crede di fare la cosa giusta, ma giudichiamo come giusto ciò che, invece, è errato perché non coincide con la realtà; il modo con cui operiamo riteniamo ci porti alla felicità, invece, ci procura sofferenza. Proiettiamo come virtuose cose non virtuose, agiamo sulla base di questo nostro proiettare e nella realtà, essendo cose non virtuose, non realizziamo la felicità ricercata attraverso quel modo di agire, quello che realizziamo è la sofferenza.
Dobbiamo correggere questa visione errata e per farlo dovremo meditare sempre sul sorgere interdipendente. Abbiamo detto che ci sono diversi livelli del sorgere interdipendente. Il primo livello dell’interdipendenza è relativo al rapporto causa-effetto, il che significa che una causa virtuosa dà come risultato un risultato virtuoso, un causa non virtuosa dà un risultato non virtuoso. E non dobbiamo considerare solo il rapporto causa-effetto ma anche la natura, se è virtuosa o meno. Sempre sullabase della visione errata sorge la visione distorta: visione di sopravalutazione e sottovalutazione, denigrazione. Entrambe hanno una radice comune.
Il primo tipo incrementa due afflizioni mentali: odio e attaccamento.
Incontriamo un oggetto: la nostra mente percepisce questa forma e le attribuisce ulteriori qualità (sopravalutazione o esagerazione) o difetti (denigrazione o deprecazione) che l’oggetto non possiede. Così si produce attaccamento o odio. Se l’oggetto viene considerato bello (sopravvalutandolo esageratamente), sorge il desiderio, se l’oggetto viene considerato brutto (sottovalutandolo esageratamente), sorge l’odio.
Ma ci sono anche altri tipi di visioni distorte: se qualcuno parla bene di noi, ci sentiamo gratificati e consideriamo quella persona un amico, se parlano male di noi, siamo dispiaciuti e la consideriamo un nemico; entrambe sono visioni distorte. I tre problemi principali, semplificando, sono: ignoranza, attaccamento, odio.
Visioni distorte sono quindi la sopravalutazione, esagerazione, la sottovalutazione, denigrazione e il giudicare alcuni come amici, altri come nemici, altri come indifferenti. Tutte hanno una radice comune: la visione transitoria.
Realmente una persona è convinta che il proprio sé esista come sostanza (come fosse materia) e che sia autosufficiente (che non dipende da niente). Questa è un’altra visione distorta definita come visione transitoria. Aggrapparsi al sé come se esistesse in modo autonomo e autosufficiente: sulla base di questa convinzione, se il mio sé viene lodato da qualcuno, considero questo qualcuno un amico, se ne parla male lo considero mio nemico. Se parla bene del mio io è mio amico, se ne parla male è mio nemico.
Quotidianamente incontriamo innumerevoli esperienze durante le quali nessuno riflette su come considera il proprio io.
Nel momento dell’esperienza continuiamo a mantenere quella visione transitoria che considera l’io come sostanza autosufficiente che non dipende né dal corpo, né dalle parti, che sono alla base dell’esistenza dell’io.
Se ci tagliamo un braccio o una mano diciamo: “io mi sono ferito”, ma è il braccio o la mano che è stata ferita. Nel dire questo non riflettiamo, non abbiamo dubbi quando diciamo: “io sono stato ferito”.
Un altre esempio: stiamo precipitando da un grattacielo, in quel preciso momento nessuno ha la minima consapevolezza del fatto che è il nostro corpo che sta cadendo, siamo convinti che “sono io che sto cadendo”.
Le esperienze vissute con questa visione transitoria diventano sofferenza. Come possiamo superare questa visione transitoria?
Il metodo è quello di meditare sul secondo livello di interdipendenza: l’interdipendenza dell’esistere dipendendo dalle parti.
Grazie a questa meditazione riusciamo a capire che anche l’io esiste dipendendo dalle parti; così si supera l’aggrapparsi all’esistenza dell’io come autosufficiente. Riassumendo, sono due le cause fondamentali per cui soffriamo: la visione distorta che non conosce il rapporto causa-effetto.
Questa visione non permette di conoscere la natura delle azioni, non conoscendola, si sbaglia e si commettono azioni errate, che hanno conseguenze negative. La soluzione sta nel coltivare la visione corretta del sorgere interdipendente della causa effetto, nel conoscere la natura delle azioni e il loro rapporto: una causa negativa produce un effetto negativo, una causa positiva produce un effetto positivo.
1.visione transitoria dell’aggrapparsi all’io come sostanza e autosufficiente. L’antidoto è il meditare sul sorgere interdipendente dipendendo dalle parti.
Innumerevoli esseri continueranno a farsi male da soli, mentre alcuni, grazie all’insegnamento, arrivano a conoscere le cause, ma non praticano i rimedi. Nel primo caso, non conoscendo le cause, possono essere giustificati; nel secondo caso non sono giustificabili. Perché, se conoscono i rimedi, non li applicano? Perché continuano a mantenere un altro tipo di visione distorta definita visione estrema. La visione estrema all’apparenza è grave, è molto sottile, costoro continuano ad avere una visione del sé come duratura, come vivessero in eterno, è la visione definita: aggrapparsi alla permanenza.
Questa visione è grave perché porta a mantenere una visione del sé come duraturo nel tempo, che porta al dire: “vivrò molto a lungo, posso praticare dopo”. Questo porta a rimandare, a posticipare sempre la pratica.
Sakyamuni Buddha, nel suo primo discorso sulle Quattro Nobili Verità, spiegò il sorgere interdipendente della realtà. E parlando di questo parlò del rapporto causa effetto e del rapporto del dipendere dalle parti.
Spiegando il primo tipo di rapporto (causa-effetto) parlò dei Dodici Anelli dell’origine interdipendente, quindi dell’esistenza ciclica (samsara) e di altri argomenti relativi al rapporto del dipendere dalle parti.
Per questa ragione nel Buddhismo ci sono due aspetti fondamentali: l’interpretazione della realtà e la comprensione della realtà nella sua natura di interdipendenza.
Tutte le esperienze negative, sia a livello individuale che collettivo sono frutto dell’ignoranza del non conoscere il sorgere Interdipendente. Per questo, ognuno di noi continua ad accumulare tante sofferenze così come nel mondo continuano a persistere sofferenze dovute a conflitti, violenze. Chi mette in atto la violenza, chi provoca guerre pensa sia un modo per raggiungere la felicità. Questo è perché sono esseri ignoranti, che non hanno la comprensione dell’interdipendenza della realtà.
Come ho già detto, non si può pretendere che tutti pratichino il Buddhismo, ma se questa filosofia si diffondesse, ci potrebbero essere molti benefici.

Ieri ho parlato in generale dei due aspetti principali del Buddhismo: l’aspetto filosofico del sorgere interdipendente, l’aspetto pratico del comportamento non violento. L’argomento di oggi è un concetto specifico relativo al sorgere interdipendente. Si tratta dei quattro pilastri (o sigilli) del Buddhismo.
Sigillo, chiak ghia in tibetano, indica qualcosa di stabilito definitivamente, fissato, come un documento sigillato.
Tutti i praticanti buddhisti accettano i quattro sigilli, essendo questo argomento una spiegazione profonda del sorgere interdipendente, attraverso cui si comprende quanto sia importante il concetto di interdipendenza.
Il primo dei quattro sigilli recita: tutti i fenomeni prodotti sono di natura impermanente.
Du in tibetano vuol dire comporre, raccogliere, produrre.
Col termine fenomeno prodotto si intende qualsiasi cosa sorta dipendendo da cause e condizioni.
Questi fenomeni prodotti dipendendo da cause e condizioni cambiano perché la loro causa è già di natura cambiamento. La natura dell’effetto deve coincidere con la natura della causa quindi i fenomeni prodotti sono per natura in cambiamento.
Il concetto di impermanenza è di due livelli: grossolano e sottile.
L’impermanenza grossolana è una cosa così evidente che anche gli animali la percepiscono.
Ad esempio, ho visto in un documentario un gruppo di scimmie che dovevano rompere una noce di cocco. Hanno raccolto il cocco fresco, difficile da rompere, lo hanno messo a seccare al sole, poi hanno preso delle pietre grandi per rompere il cocco secco. Il documentarista spiegava che anche le piccole scimmie imparano dagli adulti a fare così. La scimmia comprende l’impermanenza grossolana del cocco: sa che lasciandolo al sole cambia passando dallo stato fresco allo stato secco. Le scimmie ovviamente non parlano, non usano il termine impermanenza o cambiamento, ma a livello mentale comprendono il concetto.
Percepire l’impermanenza grossolana quindi non è una cosa straordinaria, ciò che è straordinario è realizzare l’impermanenza sottile, perché per realizzarla occorre ragionare, meditare.
Il cambiamento a livello grossolano avviene perché c’è cambiamento anche a livello sottile; se non ci fosse il secondo non potrebbe verificarsi nemmeno il primo.
Ad esempio, se piantiamo un seme e aspettiamo un anno possiamo vedere un cambiamento grossolano; la pianta è cresciuta. Questo è un cambiamento grossolano rispetto al seme piantato un anno prima.
Il cambiamento avvenuto in un anno è stato possibile perché in ciascuno dei dodici mesi di cui è composto un anno c’è stato un cambiamento. Ciascun mese è composto da quattro settimane e, in ciascuna settimana, c’è stato cambiamento; inoltre ciascuna settimana è composta da sette giorni. Il seme, quindi, cambia giorno dopo giorno, altrimenti non avremmo visto alcun cambiamento dopo una settimana. Il giorno è composto da ventiquattro ore, per cui possiamo dire che il seme cambia ora dopo ora. L’ora è composta da sessanta minuti, quindi deduciamo che c’è stato cambiamento in ogni minuto. Ogni minuto è composto da sessanta secondi, quindi c’è stato cambiamento in ogni secondo. Anche i secondi sono divisibili in un tempo così breve da non poter essere più divisibile. In tibetano si usa il termine “fine del tempo” per indicare l’istante indivisibile.
Quel seme cambia nel brevissimo istante, nei secondi, nei minuti, nelle ore, nei mesi ed è per questo che abbiamo potuto osservare il cambiamento dopo un anno. Non succede che il seme resta uguale per undici mesi e ventinove giorni poi, di colpo, c’è la pianta.
Perché le cose cambiano? Facciamo riferimento al cambiamento grossolano. Le cose cambiano perché soggetti a condizioni favorevoli e sfavorevoli. A seconda di quale condizione si verifica avviene un cambiamento.

Ad esempio una candela può incontrare due condizioni: una favorevole che mantiene intatta la candela, facendosi che si conservi nel suo stato attuale, e una sfavorevole, ad esempio il fuoco che, bruciando, la consuma.
Possiamo osservare il cambiamento stesso: se accendiamo la candela e aumentiamo il fuoco, se quindi rafforziamo la condizione contro, la candela si consumerà più velocemente; se riduciamo la condizione contro, ad esempio soffiando e agitando la fiamma o smorzandola, la candela brucerà più lentamente.
Questo esempio, riguardante l’impermanenza grossolana, ci fa capire che una cosa cambia a seconda della condizione che incontra, ma ciò non implica che senza condizione contro non ci sia comunque cambiamento. C’è, infatti, un cambiamento chenon ha bisogno di alcuna condizione: è quello dovuto all’impermanenza sottile. Se lasciamo la candela sul tavolo, non percepiamo alcun cambiamento nella candela, ma la candela sta cambiando. Essa è, infatti, composta da atomi in moto, che sono nella natura di cambiamento quindi lei stessa è in cambiamento.
Gli atomi cambiano per loro natura indipendentemente da una condizione sfavorevole. Se così non fosse, in assenza di condizione sfavorevole ci troveremmo con degli atomi permanenti, ma dopo tempo osserviamo un cambiamento grossolano nella candela e questo cambiamento, abbiamo dimostrato, è possibile solo se c’è un cambiamento sottile.
Nel primo sigillo si parla di fenomeni prodotti cioè di fenomeni che sono risultato di cause e condizioni. La natura del risultato deve coincidere con la natura della causa.
Se si pianta un seme di grano la pianta che crescerà sarà grano e non un’altra pianta. Quindi se il risultato è nella natura di cambiamento lo sarà anche la causa, con ciò escludiamo che un risultato permanente possa avere una causa permanente.
Nel pensare a causa e risultato, non dovremmo però pensare che la causa sia costituita da un singolo elemento. La causa è un insieme di elementi. Questo errore che commettiamo porta molti problemi sia a livello personale che a livello mondiale. Molti, pur conoscendo l’insegnamento commettono questo errore! Ad esempio, se una persona ci disturba, ci danneggia, noi ne soffriamo. Pensiamo che stiamo soffrendo soltanto a causa di quella singola persona e, quindi, eliminandola saremo liberi dalla sofferenza. In realtà chi ci danneggia è solo una delle tante cause della nostra sofferenza.
Ci sono molte cause della sofferenza, ma noi commettiamo l’errore di identificare tutte le cause della sofferenza con un unico elemento. Un risultato cambia perché la sua causa è già nella natura di cambiamento.
Perché la causa cambia? Ci sono diverse spiegazioni. Prima di tutto la causa è composta da tanti atomi. Se analizziamo ogni atomo vediamo che ciascuno di essi è instabile, in cambiamento. Mille di questi atomi. L’atomo è in movimento non è statico, se mettete insieme mille di questi oggetti che si muovono, cambiano non potrete ottenere una cosa ferma, permanente! La causa essendo composta da atomi è già nella natura di cambiamento.
Questo mondo, iniziato con il Big Bang, finirà con un altro Big Bang. Il Big Bang iniziale è un’esplosione da cui sono stati prodotti atomi che si sono combinati formando il nostro mondo. Alla fine questo nostro mondo esploderà frantumandosi in atomi, che si aggregheranno di nuovo in un altro mondo. Il mondo è un insieme di atomi in cambiamento, non è quindi una cosa stabile e duratura, così pure il nostro corpo! Sia al suo interno che all’esterno, il corpo è fatto di atomi, quindi, è instabile, in cambiamento
Il corpo non solo esiste dipendendo dagli innumerevoli atomi, ma anche dagli arti e dagli organi, dipende quindi anche dalle sue parti. Questo vale anche la mente, che è un fenomeno interiore. La mente esiste dipendendo dalle sue parti.
Il primo sigillo dice che tutti i fenomeni sono nella natura di cambiamento, e cambiano per due ragioni.
I fenomeni cambiano a seconda delle condizioni favorevoli o sfavorevoli cui vanno incontro, e cambiano perché composti da atomi che sono nella natura di cambiamento.

Il secondo sigillo afferma che gli aggregati e il corpo contaminati, soggetti a cause e condizioni, sono nella natura di sofferenza.
Questo è un concetto più complicato rispetto quello del primo sigillo. La parola Sag pa in tibetano indica afflizione mentale.
Tutti i fenomeni dipendenti dalla forza del karma e delle afflizioni mentali insieme, sono fenomeni contaminati, e quei fenomeni maturati dal karma e dalle afflizioni mentali insieme, sono di natura sofferenza. Dobbiamo comprendere perché questi fenomeni sono della natura sofferenza, e lo facciamo analizzando la natura delle loro cause. Sappiamo che la natura del risultato coincide con la natura della sua causa.
Analizziamo, quindi, la natura delle afflizioni mentali.
Le afflizioni mentali sono concetti, pensieri, fattori mentali che rendono l’individuo infelice e agitato. Queste, poi, influenzano anche gli altri; fanno percepire sofferenza e disagio.
Le afflizioni sono causa di sofferenza per l’individuo e gli altri, per questo quei fattori sono detti afflizioni mentali.
Questo succede perché le afflizioni sono nella natura di sofferenza. Applichiamo la stessa logica che abbiamo usato nel dire che i fenomeni prodotti sono nella natura di cambiamento perché composti da atomi che sono nella natura di cambiamento.
Con lo stesso ragionamento possiamo dire che le afflizioni causano sofferenza perché sono nella natura di sofferenza.

Quando sorgono le afflizioni mentali condizionano l’individuo ad accumulare karma. Da queste due forze, karma e afflizioni, matura un risultato: il nostro corpo e gli aggregati. Possiamo affermare che il nostro corpo e gli aggregati sono contaminati e, quindi, nella natura di sofferenza perché causati da karma e afflizioni mentali, che sono già nella natura di sofferenza.
Dentro la persona sorgono fattori mentali afflitti, se l’individuo non facesse nulla non accumulerebbe karma, ma l’individuo pensa poi agisce. Quando sorge l’afflizione l’individuo agisce perché la funzione dell’afflizione è proprio quella di spingere l’individuo ad agire. Quando l’individuo compie un’azione, questa lascia un’impronta potenziale che si chiama karma.
Sorge l’afflizione che è di natura sofferenza. Spinto dalla forza dell’afflizione l’individuo agisce, l’azione lascia impronta potenziale karma. Abbiamo quindi accumulato due cose: afflizioni e karma. Dall’afflizione e dal karma maturerà un risultato detto fenomeno contaminato. Quel fenomeno contaminato è nella natura di sofferenza. Abbiamo questo nostro corpo contaminato, sulla base di questo corpo sperimentiamo tutti i tipi di sofferenza. Ci sono tre tipi di sofferenza.
I primi due tipi, la sofferenza della sofferenza e la sofferenza del cambiamento, vengono sperimentati da tutti gli esseri senzienti.
Il terzo tipo di sofferenza è quello di cui ha parlato Sakyamuni nel discorso sulla della nobile verità della sofferenza. È la sofferenza pervasiva. Questa sofferenza non è qualcosa che riguarda solo gli esseri dotati di coscienza, ma tutti i fenomeni, anche il mondo esteriore, poiché frutto delle afflizioni e del karma, è nella natura della sofferenza.
Come può il mondo esteriore essere nella natura di sofferenza pervasiva se non ha una coscienza?
Facciamo un esempio. Il pesce vive nell’acqua. L’acqua nella quale un vive è la condizione immediatamente precedente per la nascita del pesce perché senza il pesce non può nascere. Il pesce deve nascere nell’acqua a causa del suo karma, il karma proiettante impone al pesce di dover nascere nell’acqua.
Il pesce deve nascere e vivere nell’acqua a causa del karma. Quell’acqua è in qualche modo frutto del karma del pesce che vi deve nascere e vivere dentro.
L’acqua per il pesce è condizione immediatamente precedente al pesce perché senza non potrebbe nascere.
Analizziamo l’acqua, in particolare la sua continuità a livello di sostanza. La sostanza dell’acqua ha un legame con il suo stato del passato, possiamo andare indietro nel tempo senza riuscire a individuare il primo istante della continuità della sostanza dell’acqua.
Consideriamo i computer; non esistono da tempo senza inizio perché esistono da un tempo relativamente breve, ma se analizziamo la continuità della sostanza materiale che compone un computer possiamo andare indietro nel tempo senza trovare un inizio.
Tornando all’esempio del pesce. L’acqua è condizione immediatamente precedente per la nascita ed è condizione necessaria per la vita del pesce, ma non è causa sostanziale del pesce, non è la causa principale; è una causa secondaria detta condizione. Quell’acqua condizione per la vita del pesce è connessa al karma del pesce, ma non possiamo dire che sia la causa primaria. La causa primaria per la nascita di pesce è il karma, l’acqua è una condizione per la nascita del pesce.
Come secondo esempio analizziamo il tavolo. Prima che fosse fatto il tavolo c’erano vari pezzi di legno, che a loro volta prima erano tronchi di alberi. Possiamo rintracciare la continuità della sostanza molto indietro nel passato. Noi progettiamo il tavolo e abbiamo questi pezzi di legno, che assembliamo per costruire il tavolo, ma servono anche altri attrezzi quali chiodi e martello. Grazie a questi attrezzi possiamo assemblare il tavolo.
Dobbiamo riconoscere due cose: una causa sostanziale e le condizioni per il tavolo.
Il legno è la causa sostanziale del tavolo, tutto il resto, il martello, i chiodi, la mano del carpentiere, sono tutte condizioni secondarie. Così la mano del carpentiere, i chiodi e martello non fanno parte della continuità del legno, sono fenomeni completamente diversi, ma messi insieme favoriscono la creazione del tavolo. Allo stesso modo l’acqua ha una sua sostanza, la cui origine risale molto indietro nel tempo, ma non è la causa sostanziale del pesce, favorisce solo la nascita del pesce.
Così tutto ciò che le afflizioni mentali, essendo già nella natura di sofferenza, producono sarà nella natura di sofferenza, quindi tutti i fenomeni contaminati sono nella natura di sofferenza.
Se questa è la realtà, le afflizioni mentali (sag pa) producono risultati che sono nella natura di sofferenza, dovremo, quindi, chiederci come è possibile liberarsi dalla sofferenza.
La risposta dell’insegnamento è che le afflizioni mentali sono esauribili, di conseguenza eliminabili. Questa possibilità si scopre analizzando la causa delle afflizioni. La loro causa è la visione dell’aggrapparsi al sé. Il nostro compito è analizzare questa nostra concezione perché finché esisterà continueranno ad esserci le afflizioni. Chiedendoci se questa concezione dell’aggrapparsi al sé sia eliminabile si introduce il terzo sigillo che afferma l’esistenza dell’antidoto opponente a questa visione.

Il terzo sigillo afferma che tutti i fenomeni sono vuoti e privi di un sé, questo è proprio l’antidoto alla visione errata.
Dobbiamo applicare questo antidoto per eliminare la concezione errata.
Prima di applicare l’antidoto occorre riconoscere correttamente la propria visione errata dell’aggrapparsi al sé. Senza questo riconoscimento, pur applicando l’antidoto, non si elimina la propria concezione errata.

Facciamo qualche esempio riguardo al suo riconoscimento. Nella vita ordinaria diciamo: “il mio amico, il mio corpo, il mio braccio”. Parliamo così nell’esperienza ordinaria. Analizziamo meglio questo modo di pensare. Mettiamo in rapporto l’io e il corpo. Quando diciamo: “il mio corpo”, nel profondo stiamo identificando l’esistenza del proprio io a parte perché possiede il corpo. Vediamo l’io come re padrone e il corpo come materiale posseduto dal re io. Il re comanda e il corpo esegue, come un servitore, l’ordine del re io.
Pensiamo a cosa succede quando una persona si ammala gravemente. Chi si ammala vuole guarire perché soffre. Tutti vogliono liberarsi dalle sofferenze. Immaginiamo che una persona venga colpita da una malattia al braccio e supponiamo che la cura consista nell’amputazione del braccio. Questa persona pur di smettere di soffrire accetta di perdere il braccio.Immaginiamo che venga colpito da una malattia analoga anche all’altro braccio, poi alle gambe…certo non la testa perché senza non vivrebbe, ma se andiamo avanti a tagliare tutte le parti del corpo, proviamo poi a cercare quell’io che diceva: “io sto soffrendo”.
Se alla fine non troviamo l’io, vuol dire che l’io esiste solo a livello nominale. Esiste un io nominale, ma non esiste un io che esista di per sé, da parte propria, senza dipendere dai cinque aggregati, visione che avevamo prima delle cure e dell’amputazione degli arti.
All’inizio ci aggrappavamo a quel tipo di io che ora abbiamo verificato non esistere da nessuna parte. L’io nominale dipende da una base, che sono i cinque aggregati. Esiste quindi un io convenzionale, non un io padrone che comanda i suoi servitori.
Potremmo chiederci quale problema ci sia a mantenere la nostra concezione dell’aggrapparsi alla vera esistenza del sé.
Il problema è che si sta male, perché a causa di quella concezione si coltivano afflizioni mentali, che condizionano a soffrire e nessuno vuole soffrire. Il vero problema è proprio la concezione dell’aggrapparsi al sé, e chi vuole avere problemi?
Dovendo eliminare il problema, bisogna applicare l’antidoto opponente che è la visione di tutti i fenomeni come vuoti.
Conoscendo l’antidoto non resta che applicarlo. L’antidoto opponente è un antidoto forte, perché sostenuto da ragioni valide.
Il concetto di “forte” va inteso come un qualcosa sostenuto da ragioni valide. Ciò che è sostenuto da ragioni valide più viene analizzato più diviene solido, stabile. Tutte le cose che non sono sostenute da una ragione valida, se vengono analizzate alla fine crollano, non permangono, alla fine si svela la loro falsità.
Nell’analisi precedente abbiamo considerato la concezione dell’aggrapparsi al sé. Abbiamo visto che essa non è valida, perché non è sostenuta da ragioni valide per cui, analizzandola sveleremo la sua falsità, non regge l’analisi. L’antidoto opponente, invece, la visione di tutti i fenomeni come vuoti, privi di un sé, è valido ed è sostenuto da ragioni valide, per cui più lo analizziamo più si stabilizza.
Abbiamo scoperto che abbiamo una concezione dell’aggrapparsi al sé che è errata, che non è valida, che ha un suo antidoto opponente forte. L’ultimo problema che dovremo analizzare è questa nostra concezione dell’aggrapparsi al sé.
Essendo una concezione è un fenomeno mentale. La nostra mente e la concezione dell’aggrapparsi al sé sono un tutt’uno oppure no? Se sono un’unica cosa, la natura della mente stessa è concezione dell’aggrapparsi al sé, allora è inutile tentare di eliminarla perché la mente è così per natura. Sarebbe come tentare di cancellare la mente stessa. Anche se errata, anche se c’è l’antidoto, tutto è inutile perché la mente è così e la mente non può essere eliminata.
La natura della mente è in realtà chiara e luminosa, per questo la concezione dell’aggrapparsi al se è presente solo temporaneamente.
Ad esempio l’acqua agitata è torbida, ma l’acqua e il fango non sono un tutt’uno indivisibile quindi col tempo, calmandosi  l’acqua, il fango si deposita e l’acqua torna chiara e trasparente. Un secondo esempio, è il cielo coperto dalle nubi. La sua natura non è nuvola, altrimenti il cielo rimarrebbe annuvolato in eterno. Infatti, col tempo le nubi passano e il cielo torna sereno. Un terzo esempio: se ci rovesciamo addosso il te il vestito viene macchiato. La macchia del te non entra nella natura del vestito, non diventano un tutt’uno, se diventassero un tutt’uno, potremmo lavare il vestito ma la macchia non andrebbe via perché macchia e vestito sono diventati della stessa natura. In realtà se si lava il vestito la macchia se ne va, proprio perché non è entrata nella natura del vestito, non sono un tutt’uno.
Allo stesso modo la concezione errata dell’aggrapparsi al sé, non entra nella natura della mente, mente e concezione errata non sono un tutt’uno. La concezione errata sorge temporaneamente, ma non entra nella natura della mente. Se sorge temporaneamente, gli antidoti possono funzionare, quindi, più applichiamo l’antidoto della visione di vacuità più ne aumentiamo la forza, più familiarizziamo con la visione di vacuità più diminuiamo la forza del suo avversario diretto, la concezione dell’aggrapparsi al se. A un certo punto la concezione errata viene eliminata perché quando perfezioniamo l’antidoto, arriviamo all’eliminazione della concezione errata.

A questo punto introduciamo il quarto sigillo che afferma che, perfezionando la visione di vacuità e l’eliminazione della concezione dell’aggrapparsi al sé, automaticamente cessano tutte le altre afflizioni.
A quel punto con l’eliminazione di tutte le afflizioni e della loro causa, abbiamo raggiunto la completa pacificazione. Si dice letteralmente: “il superamento del dolore è la vera pace”. Significato vero è “la completa pacificazione delle afflizioni mentali e della loro causa (la concezione errata dell’aggrapparsi al sé) è la vera pace.

Riassumendo quello che abbiamo detto rispetto ai quatto sigilli, i fenomeni prodotti dipendono dalle loro cause. La causa non è costituita da un singolo elemento, ma è composta da tanti elementi. La causa a sua volta è karma e il karma è conseguente alle afflizioni mentali. Le afflizioni sorgono perché di base abbiamo la concezione errata dell’a aggrapparsi al sé.
La concezione errata per fortuna sorge solo temporaneamente, in più abbiamo un forte antidoto opponente. Possiamo applicare l’antidoto opponente, rafforzandolo e familiarizzando con esso fino alla completa eliminazione delle afflizioni e della loro causa di base. Quando avremo completato la pacificazione delle afflizioni e della causa, finalmente ci troveremo nella condizione di pace vera e duratura.
Nel mondo nella nostra esperienza ordinaria ripetiamo gli stessi errori, principalmente quello di identificare la causa della nostra sofferenza con un unico elemento, spesso una persona. Pensiamo che eliminando il singolo elemento saremo felici, quindi, ci impegniamo a fondo per eliminare quel singolo elemento. Ma anche eliminandolo non saremo felici perché abbiamoNsbagliato a identificare la causa dell’infelicità: abbiamo preso in considerazione solo una millesima parte della causa. Certo riusciamo ad essere felici immediatamente, dopo aver eliminato la singola causa, ma è solo un’illusione. In realtà non abbiamo realizzato una pace duratura, ma solo una pace immediata. Non abbiamo eliminato la causa complessivamente, ecco perché non riusciamo ad essere completamente felici nella nostra esistenza ordinaria. Quando nel quarto sigillo si parla del superamento del dolore, si intende il superamento delle afflizioni e della loro causa, quindi il superamento del dolore è la vera pace. In altri testi si trova scritto: “il parinirvana è la vera pace.”
In ogni modo se il superamento del dolore è la vera pace, è questo quello che tutti vorrebbero realizzare.
Per realizzare questo scopo occorre seguire un sentiero, ma tutti gli individui non sono uguali. Sakyamuni è stato intelligente nel presentare modi di percorso diverso, valido per diverse persone con i tre differenti livelli dei sentieri interiore: due sentieri base di Buddhismo Hinayana, un sentiero avanzato del Buddhismo Mahayana.
Ciò che Buddha vuole è che tutti realizzino, indipendentemente dal sentiero scelto, la completa illuminazione. Per arrivarci i modi devono essere differenti.
Ad esempio, dovessimo andare da qui in piazza Duomo, alcuni pigri potrebbero pensare che sia troppo lontano e faticoso. Si può convincere questi pigri a raggiungere Piazza Loreto, che non è così lontano, descrivendo tutte le cose belle di quel luogo.
Una volta in piazza Loreto il pigro si accorge di aver fatto tanta strada e che per arrivare in Duomo non ne manca ancora molta. Poiché è un essere pensante, si guarda indietro e si accorge di aver fatto tanta strada e guardando avanti vede che non manca molto quindi si motiva e arriva in Duomo.
Dunque occorre trovare un metodo per quegli esseri che all’inizio non hanno il coraggio sufficiente per impegnarsi a raggiungere il traguardo dell’illuminazione, per stimolarli occorre portarli a metà strada e, quando sono arrivati a metà strada, si motiveranno ad arrivare fino infondo.
Così oggi abbiamo analizzato i quattro sigilli; il risultato finale è raggiungere lo stato di pace, completa pacificazione del dolore, cioè le afflizioni mentali e la causa.
Tutti questi concetti sono inclusi nelle spiegazioni di ieri. Abbiamo parlato della visione del sorgere interdipendente. La realtà è interdipendente, la nostra visione deve coincidere con la realtà di fatto quindi con la visione è la visione del sorgere interdipendente e questa diventa importante per assumere un comportamento non violento. Il risultato finale della pratica di questi due punti, visione di interdipendenza e comportamento non violento, è la pacificazione delle afflizioni mentali e della visione errata dell’aggrapparsi al sé.
Rispetto al sorgere interdipendente ho accennato a due livelli. Il primo é dipendere da cause e condizioni. Tutti i praticanti di qualsiasi scuola buddhista comprendono e dovrebbero realizzare questo livello senza eccezione. Tra praticanti c’è chi realizza il secondo livello, dipendere dalle parti; poi chi realizza anche il terzo livello, più sottile, dipendere soltanto dal nominare. Non tutti i buddhisti accettino questo punto.
In conclusione, noi dovremo comprendere correttamente la nostra realtà. Dobbiamo familiarizzare con la visione di interdipendenza col mondo esteriore e di interdipendenza tra gli esseri. In seguito a questa visione, sviluppare la grande compassione e dalla forza della compassione assumere un comportamento non violento.
La successione del percorso è la seguente: comprendere la realtà, quindi l’interdipendenza, coltivare la grande compassione poi assumere un atteggiamento non violento.
Chiariamo il concetto di non violenza.
Violenza vuol dire danneggiare, disturbare ferire. Non violenza vuol dire non compiere quelle azioni. La vera non violenza però non si limita solo al concetto di evitare di danneggiare.
Il vero significato del concetto di non violenza è il desiderio di aiutare gli altri esseri senzienti a realizzare le loro aspirazioni, questo sorge dalla comprensione dell’interdipendenza e dalla compassione. Se non si è capaci di aiutare gli altri esseri, bisogna almeno evitare di disturbarli. Quest’ultimo è un livello inferiore.
Con questo ho concluso l’introduzione al Buddhismo. Ricordate i due elementi fondamentali: la visione dell’interdipendenza dei fenomeni e il comportamento non violento.

Ancora sulla Vacuità

Tratto da: Freeweb.net

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Elemento centrale della dottrina Buddista è il concetto di vacuità, concetto che non di rado è soggetto ad interpretazioni errate e che portano di conseguenza a considerazioni di natura nichilista nei confronti della dottrina stessa. La vacuità al contrario è fonte di liberazione per il praticante, perché attraverso la meditazione sulla stessa, l’individuo realizza un graduale distacco dal proprio egocentrismo. E’ importante però non limitarsi ad una mera comprensione intellettuale, ma cercare invece di farne viva esperienza nell’osservazione della realtà. Per definizione, la vacuità è l’assenza di esistenza intrinseca o a se stante di tutti i fenomeni, intendendo qui per fenomeni sia la realtà sensibile sia i diversi aspetti dell’Io umano.
Quando parliamo di esistenza intrinseca o più genericamente del Sé, immaginiamo un qualcosa che abbia un carattere proprio, a se stante e indipendente dal tutto, ma se noi scendiamo più in profondità nell’analisi di un determinato fenomeno senza limitarci ad una grossolana visione dello stesso, possiamo osservare che questo assume svariate caratteristiche a seconda del rapporto che esso instaura con gli altri fenomeni circostanti o con l’uomo stesso. Dovendo quindi stabilire un carattere univoco, quale è richiesto dalla definizione di esistenza intrinseca del fenomeno analizzato, scopriamo che in realtà esso ne è privo, perché come abbiamo constatato il suo esistere dipende da cause e condizioni esterne. Non si vuole affatto affermare la totale inesistenza di un fenomeno, ma si vuole solo evidenziare il suo carattere dipendente.
Dei due tipi di vacuità, una in relazione alle cause del divenire (impermanenza), e l’altra come risultato del rapporto instaurato con l’uomo, la seconda è senza dubbio la più importante. Questo perché attraverso la sua completa comprensione, non si osservano più i fenomeni solo in relazione a noi stessi, ma anche in relazione ad altri fenomeni circostanti. Tutti i fenomeni quindi hanno due modi di esistere; il primo è un modo di esistere convenzionale, così come è percepito dai nostri sensi ordinari, mentre il secondo è la vacuità di esistenza intrinseca.
Similmente, ogni essere umano ha istintivamente una certa percezione di se stesso ovvero del suo “Io”, che condiziona tutta la sua esistenza. Questo Io che l’uomo avverte non sempre viene percepito con la stessa intensità, ma la percezione varia a seconda delle situazioni. Ciò che però a noi interessa analizzare, è quell’Io percepito come una presenza intrinseca all’interno di noi stessi che si ha quando per esempio viene toccato il nostro orgoglio, oppure quando veniamo accusati di cose che non abbiamo fatto. In queste situazioni si avverte come un affronto alla stabilità del nostro Io e di conseguenza reagiamo con sentimenti di paura o aggressività. Questo succede proprio perché avvertiamo questo Io come un qualcosa che ha una propria natura intrinseca e che è completamente indipendente da tutto il resto.
Ma se qualcosa esiste veramente, attraverso un’analisi logica dovremmo trovarlo alla fine però non riusciamo a trovarlo. Un Io intrinseco ed indipendente, allora potrebbe essere o la stessa cosa con i nostri aggregati psico-fisici, oppure qualcosa di completamente differente. Nel caso dell’identificazione con gli aggregati,se l’Io fosse il corpo fisico con i suoi sensi, allora dovrebbe essere esteso su tutta la superficie del corpo e all’interno di ogni senso, cosicché se venisse tagliata una mano e messa su un tavolo, allora anche una parte dell’Io rimarrebbe sul tavolo.
Se invece si pensa che l’Io risieda in un ben preciso punto del corpo o dei sensi allora dovremmo domandarci dove, ma anche in questo caso non lo troveremo in nessun punto del nostro corpo. Se invece si pensa che l’Io risieda nella mente o nella coscienza, cosí come a volte lo si identifica con il carattere o la personalità, anche qui non riusciamo a tdefinirlo entro limiti ben precisi. Tutti possiamo constatare come nel corso della nostra vita cambiamo frequentemente idee, interessi e pensieri e non solo da un anno all’altro ma addirittura dalla mattina alla sera. Questa è la chiara dimostrazione di come l’Io sia condizionato da varie cause. Viene quindi spontaneo sospettare che questo Io non abbia poi una natura così intrinseca come si crede.
Non riuscendo quindi a trovare questo Io intrinseco, dobbiamo forse riconoscere che esso abbia invece un carattere dipendente e cioè che esiste come una pura proiezione mentale che nasce sulla base dell’insieme corpo-mente. Non si nega quindi l’esistenza di una qualche forma di Io, ma si nega invece che esso abbia una propria natura intrinseca e indipendente da tutto. Tutto questo discorso sulla vacuità come abbiamo detto non deve essere fine a se stesso, perché altrimenti sarebbe una mera speculazione intellettuale, ma deve avere come scopo ultimo il distacco dal proprio egocentrismo, che è in ultima analisi la causa primaria di tutta la nostra sofferenza esistenziale.

La natura del samsara e la possibilità della liberazione

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Alcuni pensano che il samsara sia un posto, ma il samsara non è un luogo. Il samsara si riferisce a una persona che ha la mente e il corpo intrappolati e sottoposti alla sofferenza causate dalle emozioni afflittive e dal karma. Dunque la liberazione dal samsara comprende l’essere liberi dalle emozioni afflittive e dal karma (negativo). Il samsara è il nostro stesso stato psicofisico degli aggregati controllati dalle emozioni afflittive e dal karma. Tutte le emozioni afflittive e il karma negativo sono causate dall’ignoranza radice che è l’attaccamento al sè (repulsione da ciò che non ci piace attrazione da ciò che ci piace – visione dualistica). La saggezza che realizza la vacuità è l’antidoto all’ignoranza dell’attaccamento al sè, e siccome questo è la radice del samsara, la stessa saggezza porta alla liberazione dalla sofferenza.

Esempio 1)
Realtà: c’è un incendio sulla montagna

Ragionamento inferenziale: un uomo vede del fumo su una montagna e arguisce che c’è un incendio.

Percezione diretta della realtà: un uomo prende l’elicottero e vede le fiamme sulla montagna.

Esempio 2)

Realtà: é possibile la liberazione dalla sofferenza

Ragionamento inferenziale: il sé è vuoto di esistenza intrinseca (o meglio è vuoto di esistenza indipendente dalle cause e condizioni che lo hanno creato, è una mera imputazione, una etichetta), quindi l’attaccamento al sé non ha ragione di esistere, e visto che é l’attaccamento che porta alla sofferenza abbiamo dimostrato inferenzialmente il succo del discorso

Ragionamento più diretto: la saggezza che distrugge l’ignoranza dell’attaccamento al sé porta alla cessazione della sofferenza. Questo tipo di saggezza che comprende la vacuità è l’antidoto al samsara.

La pace in Azione – di Tich Nhat Han

Iimagenspirando mi calmo, espirando sorrido.Inspirare e comunicare all’altro essere induce in se stessi e nell’altro immediata felicità.

– inspirare consapevolmente e dire: “cara/caro sono qui per te” (significa che per amare dovete essere presenti).

– inspirare consapevolmente e dire: “cara/caro so che sei qui e sono felice (amare significa riconoscere la presenza dell’altra persona).

Retta visione

Verità convenzionale e verità ultima sono diverse ma non contraddittorie.

La prima è utile da un punto di vista pratico (nome delle cose, il padre è il padre e il sole è il sole, A può essere solo A e non può essere B), ma non è abbastanza e a volte occorre andare a fondo per arrivare alla verità ultima: si pensi al sotto e sopra, se c’è un sotto deve esserci anche un sopra, non si può tenere solo il sotto e buttare via il sopra. Per altri ciò che alcuni intendono come sopra è il sotto, ciò che per me è vicino per altri è lontano, la mia sinistra è la destra di altri, ecc. ecc., insomma è il principio di identità delle cose, di utilità pratica ma comunque non abbastanza.

Ora prendiamo per esempio un fiore: un fiore è un fiore, non è la terra, la pioggia o il sole, ma se si osserva in profondità il fiore si vede che esso esiste ed è fatto da tutti elementi che non sono fiore. Se noi togliamo la terra, il sole o la pioggia, il fiore non esiste. La A è fatta solo di elementi non A (quindi A = B+C+D…).

La prima nobile verità è che c’è la sofferenza (la sofferenza è solo sofferenza non è felicità e viceversa) e la terza nobile verità dice che c’è la cessazione della sofferenza. La seconda nobile verità dice che ci sono le cause della sofferenza e la quarta dice che ci sono le cause della felicità (cammino per). Questa è la maniera convenzionale per la realtà che dice che la sofferenza è diversa dalla felicità e il cammino che porta alla sofferenza è diverso dal cammino che porta alla felicità. Quando osserviamo in profondità vediamo che c’è una connessione in tutto questo e allora le differenze cominciano ad assottigliarsi. La realtà convenzionale è diversa dalla realtà ultima, ma se volete toccare la realtà ultima dovete conoscere la convenzionale. Quando arrivate alla realtà ultima allora vedete come non ci sia più discriminazione tra le quattro nobili verità (se gettate il convenzionale non avete modo di toccare l’ultimo).

Nel suo primo insegnamento il Budda ha illustrato le quattro nobili verità mentre nel sutra del cuore vediamo che egli dice che non c’è sofferenza, non c’è il cammino che porta alla cessazione; c’è contraddizione? Il fatto è le quattro nobili verità sono convenzionali, pratiche ed utili, ma non sono abbastanza. Per le persone abituate alla visione dualistica questa può essere l’unica verità possibile, ma sono come in trappola della loro mente dualistica, dogmatica e non possono arrivare alla verità ultima (felicità/sofferenza, bello/brutto, ecc. ecc.). Ad una tale persona con una mente dualistica può sembrare strano sentirsi dire che non c’è felicità, non c’è sofferenza, non c’è loto, non c’è il fango, ma la verità è che se non c’è il fango non c’è nemmeno il loto, se non c’è sofferenza non può esserci felicità.

Supponiamo che qualcuno con una visione integralista cristiana dica che l’uomo è solo un peccatore, che egli non può salvare se stesso, non importa quello che fa nella sua vita, egli ha bisogno che qualcun’altro lo salvi (Gesù). Se sei intrappolato nella visione dualistica tu vedi te stesso solo come te stesso e gesù solo come gesù. Il mio maestro mi insegnò anni fa come ci si inchina davanti ad un buddha. Mi disse: “Quando vedi un buddha non dovresti immediatamente chinarti ma fare prima una breve meditazione per far si che il tuo inchino abbia effetto per entrare in comunicazione con lui” e mi insegnò alcuni versi per aiutarmi a fare questa meditazione. I versi sono: “Colui che si inchina e colui che riceve l’inchino sono per natura vuoti di esistenza intrinseca. Il buddha è fatto solo di elementi non buddha ed io sono fatto di elementi non me. Caro buddha io so che tu sei fatto di tanti elementi non buddha ed uno di questi elementi sono io e so che quando vedo te io vedo anche me e so anche che quando vedo me stesso vedo anche te”.

Se rimani intrappolato nella visione dualistica e non vedi che il buddha è anche te e tu sei anche il buddha, allora non è possibile alcuna sorta di comunicazione e l’inchino non è significativo. Se non vedi la natura di interessere tra te e il buddha non c’è comunicazione, e allo stesso modo vale con gesù, la distinzione tra peccatore e salvatore va vista secondo la natura dell’interessere. Senza questa visione di comprensione speciale, di comunione, di comunicazione non è possibile non solo comunicare tra te e il buddha o tra te e gesù ma anche tra te e il fiore, le nuvole o l’intero cosmo.

Questo è il motivo per cui i 5 addestramenti alla consapevolezza (*1) che abbiamo presentato ieri è un tipo di etica basato sulla comprensione dell’interessere. Bisogna praticare i 5 addestramenti in un modo non dogmatico. Toccando la natura dei 5 addestramenti tocchiamo la natura dell’interessere e superiamo ogni tipo di discriminazione. La retta visione è la base degli altri insegnamenti del cammino.

Ottuplice sentiero
Prima di tutto abbiamo la retta visione che è la comprensione dell’interessere. La retta visione si ottiene attraverso la pratica di retta consapevolezza e retta concentrazione. Con la comprensione della retta visione otteniamo la compassione che è la capacità di produrre retti pensieri che hanno il potere di guarire così come potremo produrre anche retta azione e retta parola. Dobbiamo addestrare a vedere noi stessi come i pensieri e le azioni che compiamo ogni giorno quindi se per esempio produciamo pensieri di compassione avremo una buona qualità di vita. Questo è possibile solo quando avremo ottenuto una retta visione che è libera da ogni separazione o discriminazione.

Così la comprensione dell’interessere ci aiuta a rimuovere tutti i pensieri di separazione e discriminazione che sono il fondamento della rabbia, gelosia, paura. Tutte i pensieri dovrebbero essere basate sulla retta visione, sulla non discriminazione e sulla non dualità, e lo stesso vale per la retta parola e retta azione perché anche tutto quello che noi facciamo e diciamo ha il potere di guarire noi stessi e la società.

I due elementi mancanti sono il retto sostentamento e retta diligenza. La nostra coscienza è fatta di molti strati, almeno due strati. Sotto c’è la coscienza deposito che è la memoria di tutta la nostra esperienza di vita. Sopra c’è la coscienza mentale. Nella coscienza deposito c’è molta energia, sono presenti tutti i semi dei vari stati d’animo (formazioni mentali) (paura, rabbia, desiderio, illusione, concentrazione, consapevolezza, compassione, ecc). Questi semi possono essere più o meno potenti a seconda del nostro modo di vivere. Ad esempio quando il seme della rabbia dorme noi abbiamo una buona vita, ma quando qualcuno arriva e dicendo o facendo qualcosa tocca questo seme questo può salire di livello, manifestarsi nella coscienza mentale e diventando una formazione mentale, ci sono 51 categorie di formazioni mentali. Ogni volta che una formazione mentale sorge dovremo essere in grado di riconoscerla e dire: ”Buon giorno formazione mentale, mi prenderò cura di te!”. Non dobbiamo sopprimerla se è spiacevole e non dobbiamo attaccarci se è piacevole. Questa è la pratica del riconoscimento e la pratica della diligenza è possibile quando siamo in grado di riconoscere la natura delle numerose formazioni mentali che si manifestano.

Il primo aspetto della pratica della diligenza e di non dare opportunità ai semi negativi dentro di noi di sorgere. Se permettete che vengano innaffiati e arrivino in superficie voi soffrirete, se soffrirete voi farete soffrire anche i vostri vicini, dobbiamo astenerci dal consumare le cose (riviste, film programmi TV, comportamenti) che toccano e annaffiano questi semi negativi. Non dobbiamo vietare ai figli di non fare quello o questo, ma dovremmo spiegare loro che la diligenza è la pratica della felicità. Dobbiamo praticare anche insieme agli altri, alla propria compagna/o. Non annaffiamo i semi negativi, ne quelli nostri ne quelli della altra persona.

Il secondo aspetto è che quando si manifesta un seme negativo bisogna fare del nostro meglio per chiedergli di tornare indietro, non tentare di sopprimere, ma salutarlo e invitarlo a tornare indietro. Se esso rimane in voi a lungo farà molto danno. Se stai con il seme in superficie non sarai una persona piacevole con la quale stare. Più il seme sta in superficie più esso fa le radici anche in profondità. Se hai un partner arrabbiata che magari 10 anni fa non lo era è perché in tutti questi anni sono stati annaffiati i semi negativi, e dovresti comprendere che in qualche modo anche tu hai contribuito a questo. Ecco perché dobbiamo imparare a non annaffiare i semi e invitare il seme a tornare da dove è venuto il più presto possibile. Il Buddha propose di invitare un seme positivo per rimpiazzare quello negativo. Inspirando lasciare il seme della gentilezza amorevole venire in superficie e il seme della rabbia di conseguenza tornerà giù. Fate qualcosa per aiutare l’altro a cambiare il seme quando vedete che è sotto l’effetto di un seme negativo.

Il terzo aspetto è quello di dare le opportunità ai buoni semi di venire in superficie. Non è difficile invitare il seme della consapevolezza, di gioia, di concentrazione di pace a venire in superficie. Invitate le energie positive a sorgere e così potrete guarire voi stessi e il mondo. Invitate anche quello degli altri così se loro sono felici lo sarete anche voi.

Il quarto aspetto è quello di mantenere più a lungo possibile una buona formazione mentale in superficie quando essa si manifesta. Aiutate il partner a fare altrettanto, di qualcosa, fai qualcosa quando vedi che è in difficoltà. Con la pratica della retta diligenza potete trasformare la vostra relazione in brevissimo tempo. E’ facile, è piacevole e ha un grande effetto.

La parola amorevole e l’ascolto profondo

La pratica della retta parola è anche il quarto addestramento alla consapevolezza e va di pari passo alla pratica dell’ascolto profondo. La pratica della parola amorevole aiuta a riconciliare un rapporto in brevissimo tempo (anche 1 ora).

Durante i ritiri all’inizio impariamo a lasciare le tensioni ed entriamo in contatto con gli elementi rinfrescanti e di guarigione in noi e attorno a noi, poi impariamo a guardare la sofferenza dentro di noi e una volta compresa la sofferenza sviluppiamo la compassione verso di noi e cominciamo a soffrire un poco di meno. In questo modo anche quando guarderemo l’altra persona facilmente comprenderemo la sofferenza in essa e potremo provare compassione, e questa è la pratica della prima e seconda nobile verità. Quando vedete la sofferenza dell’altro voi iniziate a non soffrire più perché avendo sviluppato la compassione amorevole, non lo criticate più, non lo giudicate, non lo odiate più, non avete desiderio di punirlo ma solo di fare qualcosa o dire qualcosa per aiutarla a soffrire di meno e questo significa appunto che la compassione è nata nel vostro cuore. A qual punto potete praticare l’ascolto profondo e la parola amorevole. Poi, sempre durante il ritiro dopo avere praticato un po’ si inizia la riconciliazione e si applica la parola amorevole di cui questo è un esempio “Caro/a so che hai sofferto molto negli ultimi tempi, non sono stato in grado di aiutarti a soffrire di meno, al contrario ho agito e reagito in modo tale da fari soffrire di più. Non avevo mai avuto intenzione di farti soffrire, è solo che non ho capito la tua sofferenza per cui se tu non mi aiuti a comprendere e a condividere con me la tua sofferenza, chi mi aiuta?”. A questo punto praticate l’ascolto amorevole (compassionevole) è la pratica che da a chi parla l’opportunità di svuotare il cuore. Mentre ascoltate inspirate ed espirate consapevolmente e ascoltate la persona mantenendo ferma la compassione, con l’unico scopo di farla soffrire di meno. Se avete ferma la compassione qualsiasi cosa che l’altro potrebbe dire non vi ferirà e non vi toccherà perché appunto sarete protetti dalla compassione. Mentre la persona si svuota ci sarà rabbia, irritazione critica verso di voi, ma anche errate visione. Non dovete interrompere mai la persona altrimenti irritate di più l’altra persona, ricordare che voi avete il solo scopo di ascoltare per farla soffrire di meno. Magari qualche giorno dopo potete tentare di correggere qualche sua percezione, ma non in quel momento! Questa è una pratica benefica e porta guarigione.

Il miracolo della riconciliazione accade sempre nei nostri ritiri e voi avete la compassione allo stesso modo di Avalokitesvara, voi siete Avalokitesvara, il Buddha della compassione. E non hai bisogno di essere buddhista per fare questo. Nei nostri ritiri la maggior parte delle persone non sono buddiste.
Note: 

(*1) La base degli addestramenti è la presenza mentale. Essi proteggono la nostra libertà e rendono bella la vita. Usati come linee guida per la nostra vita quotidiana sono la base per la felicità di individui, coppie, famiglie e società.
Il Primo Addestramento alla Consapevolezza: Rispetto per la Vita
Consapevole della sofferenza causata dalla distruzione della vita, mi impegno a coltivare la visione profonda dell’interessere e la compassione e a imparare modi di proteggere la vita di persone, animali, piante e minerali. Sono determinato(a) a non uccidere, a non lasciare che altri uccidano e a non dare il mio sostegno ad alcun atto di uccisione nel mondo, nei miei pensieri o nel mio modo di vivere. Riconoscendo che le azioni dannose nascono dalla rabbia, dalla paura, dall’avidità e dall’intolleranza, le quali a loro volta derivano da un modo di pensare dualistico e discriminante, coltiverò l’apertura, la non discriminazione e il non attaccamento alle opinioni per trasformare la violenza, il fanatismo e il dogmatismo in me stesso(a) e nel mondo.

Il Secondo Addestramento alla Consapevolezza: Vera Felicità
Consapevole della sofferenza causata dallo sfruttamento, dall’ingiustizia sociale, dal furto e dall’oppressione, mi impegno a praticare la generosità nel mio modo di pensare, di parlare e di agire. Sono determinato(a) a non rubare e a non appropriarmi di nulla che possa appartenere ad altri; condividerò tempo, energia e risorse materiali con chi è in stato di bisogno. Praticherò l’osservazione profonda per riconoscere che la felicità e la sofferenza degli altri non sono separate dalla mia stessa felicità e sofferenza; che è impossibile essere davvero felici senza comprensione e compassione e che rincorrere ricchezza, fama, potere e piaceri dei sensi può portare molta sofferenza e disperazione. Sono consapevole che la felicità dipende dal mio atteggiamento mentale e non da condizioni esterne; so che per vivere felicemente nel momento presente mi basta ricordare di avere già condizioni più che sufficienti per essere felice. Mi impegno a praticare il Retto Sostentamento per contribuire a ridurre la sofferenza degli esseri viventi sulla Terra e a invertire il processo di riscaldamento globale del pianeta.

Il Terzo Addestramento alla Consapevolezza: Vero Amore
Consapevole della sofferenza causata da una condotta sessuale scorretta, mi impegno a coltivare in me il senso di responsabilità e a imparare modi di proteggere la sicurezza e l’integrità di individui, coppie, famiglie e società. Sapendo che il desiderio sessuale non è amore e che l’attività sessuale motivata dalla brama è sempre dannosa per me stesso(a) e per gli altri, sono determinato(a) a non intraprendere relazioni sessuali prive di vero amore e di un impegno profondo e duraturo di cui renderò partecipi la mia famiglia e gli amici. Farò tutto ciò che è in mio potere per proteggere i bambini dagli abusi sessuali e per prevenire la rottura di coppie e famiglie a seguito di un comportamento sessuale scorretto. 
Riconoscendo che corpo e mente sono una cosa sola, mi impegno a imparare modi appropriati di prendermi cura della mia energia sessuale e a coltivare la gentilezza amorevole, la compassione, la gioia e l’inclusività – i quattro elementi fondamentali del vero amore – per la maggiore felicità mia e degli altri. Sappiamo che se pratichiamo il vero amore la nostra esistenza avrà una meravigliosa continuazione nel futuro.

Il Quarto Addestramento alla Consapevolezza: Parola amorevole e ascolto profondo
Consapevole della sofferenza causata dal parlare senza attenzione e dall’incapacità di ascoltare gli altri, mi impegno a coltivare la parola amorevole e l’ascolto compassionevole allo scopo di alleviare la sofferenza e promuovere la riconciliazione e la pace in me stesso(a) e fra gli altri – persone, gruppi etnici e religiosi e nazioni. Sapendo che le parole possono essere fonte di felicità o sofferenza, mi impegno a parlare in modo veritiero, usando parole che ispirino fiducia, gioia e speranza. Quando in me si manifesta la rabbia, sono determinato(a) a non parlare. Praticherò la respirazione consapevole e la meditazione camminata per riconoscere la mia rabbia e osservarla in profondità. So che le radici della rabbia possono essere trovate nelle mie percezioni erronee e nella mancata comprensione della sofferenza in me stesso(a) e nell’altra persona. Parlerò e ascolterò in un modo che possa aiutare me stesso(a) e l’altra persona a trasformare la sofferenza e a trovare una via d’uscita dalle situazioni difficili.
Sono determinato(a) a non diffondere notizie di cui non sono sicuro(a) e a non pronunciare parole che possano causare divisione o discordia. Praticherò la Retta Diligenza per alimentare la mia capacità di comprensione, amore, gioia e inclusività, e trasformare gradualmente la rabbia, la violenza e la paura che giacciono nel profondo della mia coscienza.

Il Quinto Addestramento alla Consapevolezza: Nutrimento e guarigione 
Consapevole della sofferenza causata da un consumo disattento mi impegno a coltivare una buona salute sia fisica che mentale per me stesso(a), la mia famiglia e la società, praticando la consapevolezza nel mangiare, nel bere e nei consumi in genere. Praticherò l’osservazione profonda del mio modo di assumere i Quattro Tipi di Nutrimento, ossia cibo commestibile, impressioni dei sensi, volizione e coscienza. Sono determinato(a) a non giocare d’azzardo, a non assumere alcolici, droghe o altre sostanze o stimoli che contengano tossine, come certi siti internet, videogiochi, programmi televisivi, film, riviste, libri e conversazioni. Coltiverò la pratica di tornare al momento presente per stare in contatto con gli elementi rasserenanti, risananti e nutrienti che si trovano in me stesso(a) e intorno a me, senza lasciare che rimpianti o dispiaceri mi trascinino di nuovo nel passato né che ansie, paure o avidità mi distolgano dal momento presente. 
Sono determinato(a) a non cercare di coprire la solitudine, l’ansia o altra sofferenza con acquisti e consumi compulsivi. Alla luce della contemplazione dell’interessere, orienterò le mie scelte di consumatore in modo da proteggere la pace, la gioia e il benessere nel mio corpo e nella mia coscienza, come nel corpo e nella coscienza collettivi della mia famiglia, della società e della Terra.

La fretta

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Pillole di Buddhismo

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Le quattro nobili Verità

1. Nobile Verità della Sofferenza
2. Nobile Verità dell’Origine della Sofferenza
3. Nobile Verità della Cessazione della Sofferenza
4. Nobile Verità del sentiero che conduce alla Cessazione della Sofferenza

C’é la sofferenza
la nascita è sofferenza, l’invecchiamento è sofferenza, la morte è sofferenza, dolore, lamento, pena e disperazione sono sofferenza, non ottenere ciò che si vuole è sofferenza, in breve, i cinque aggregati affetti dal desiderio sono sofferenza.
I cinque aggregati sono:
Forma (i 5 organi sensoriali più la mente)
Coscienza (consapevolezza sensoriale connessa agli apparati)
Discernimento (identificazione di un oggetto o un fenomeno, etichettatura)
Sentimento (piacevole, spiacevole, neutro)
Volizione (razione che si sviluppa in base al tipo di sentimento che si prova)

È attraverso questi 5 aggregati contaminati dalle illusioni e dal Karma che l’essere sperimenta la sofferenza. Queste ultime non sono separate dagli aggregati e non si trovano al di fuori di noi stessi, tutta l’esperienza della realtà che viviamo passa attraverso gli aggregati, al di fuori di questi non c’è niente.
L’aggregato della forma materiale (rupa) comprende il corpo fisico e le facoltà dei cinque sensi. Quando un oggetto entra nel raggio di un senso e vi è la corrispondente consapevolezza, sensazioni (vedana) sorgono, percezioni (sanna) sorgono, formazioni (sankhara) sorgono, coscienza (vinnana) sorge. Le sensazioni dipendono dal contatto tra l’oggetto e le facoltà dei sensi.
L’aggregato della coscienza, è la consapevolezza di base di un oggetto indispensabile per ogni coscienza.
L’aggregato della percezione, è il fattore responsabile di annotare le qualità delle cose e anche per il riconoscimento e la memoria.
L’aggregato delle sensazioni è l’elemento che sperimentiamo, sia piacevole, doloroso, o neutro.
L’aggregato di formazione, è un termine generico che comprende tutti gli aspetti volitivi, emotivi, e intellettivi della vita mentale. Formazioni volitive (sankhara) ci fanno compiere buone e cattive azioni (fisici / verbali / mentali). Quando compiamo azioni buone o non buone, in realtà sono buoni o non buoni sankhara che motivano l’atto, con desiderio / non desiderio, odio / non odio, illusione / non illusione. Buon kamma conduce a un’esistenza felice, cattivo kamma conduce a un’esistenza dolorosa.

La vera sofferenza si divide in tre categorie
Sofferenza della sofferenza (fisica)
Sofferenza del cambiamento (tutto è soggetto a continui cambiamenti impermanenza evidente e meno evidente in base al tipo di cambiamento in un determinato lasso di tempo)
Sofferenza omnipervasiva (insita nella natura degli aggregati che derivano da cause e condizioni, sono il tramite della nostra sofferenza attuale e i responsabili delle sofferenze future. I quattro tipi di sofferenza che illustrano il modo in cui gli aggregati agiscono come fonte di sofferenza sono nascita, malattia, invecchiamento e morte)

Ci sono le cause della sofferenza
è il desiderio, che porta al rinnovo dell’esistenza, è accompagnata da piacere e lussuria, è il piacere in questo e quello, cioè, desiderio dei piaceri dei sensi, desiderio di essere, e il desiderio di non essere. Per sua caratteristica naturale il desiderio sorge e prospera ovunque trova qualcosa che appare piacevole e delizioso. Prospera attraverso la percezione sbagliata, la percezione dell’oggetto dei sensi come piacevole.
Quando questo esiste, quello viene a esistere, con il sorgere di questo, quello sorge. Quando questo non esiste, quello non è viene a esistere, con la cessazione di questo, quello cessa. Vedi anche i dodici anelli dell’origine interdipendente
Con l’ignoranza come condizione, la formazione mentale (o volizioni) viene a esistere.
Con la formazione (o volizioni) come condizione, la coscienza viene a esistere.
Con la coscienza come condizione, materialità-mentalità/ forma e mente viene a esistere.
Con materialità-mentalità/ forma e mente come condizione, le sei basi vengono a esistere.
Con le sei basi come condizione, contatto viene a esistere.
Con contatto come condizione, le sensazioni vengono a esistere.
Con le sensazioni come condizione, il desiderio viene a esistere.
Con il desiderio come condizione, attaccamento viene a esistere.
Con attaccamento come condizione, l’esistenza (divenire) viene a esistere.
Con l’esistenza (divenire) come condizione, la nascita viene a esistere.
Con la nascita come condizione, l’invecchiamento e la morte, dispiacere, lamento, dolore, afflizione e disperazione vengono a esistere.

In breve: a causa dell’ignoranza (avijja) una persona s’impegna in azioni volitive (kamma), corporei, verbali, mentali. Queste azioni sono la formazione mentale (o volizioni) (sankhara), e maturano in stati di coscienza (vinnana), prima come rinascita della coscienza al momento del concepimento e, in seguito, come stati passivi di coscienza che maturano nel corso di una vita. Con la coscienza sorge materialità-mentalità/ forma e mente (nama-rupa), che è dotato delle sei basi (salayatana) delle percezioni sensoriali, attraverso le quali il contatto (phassa) ha luogo tra la coscienza e il suo oggetto.Il contatto condiziona le sensazioni (vedana), condizionata dalle sensazioni, il desiderio (tanha) sorge, quando il desiderio s’intensifica da luogo all’attaccamento (upadana), che sfocia poi nella sua forma peggiore di brama e appropriazione e che portano al rinnovo dell’esistenza (divenire)(bhava). La nuova esistenza (divenire) comincia con la nascita (jati), che porta all’invecchiamento e alla morte (jarama-rana).

È possibile porre fine alla sofferenza
è il dissolversi, la cessazione, la rinuncia, l’abbandono, il lasciare andare, e il rifiuto del desiderio.
Con il dissolversi e la cessazione dell’ignoranza viene la cessazione della formazione (o volizioni) .
Con la cessazione della formazione (o volizioni) viene la cessazione della coscienza.
Con la cessazione della coscienza viene la cessazione della materialità-mentalità/ forma e mente .
Con la cessazione della materialità-mentalità/ forma e mente viene la cessazione delle sei basi.
Con la cessazione delle sei basi viene la cessazione del contatto.
Con la cessazione del contatto viene la cessazione delle sensazioni.
Con la cessazione delle sensazioni viene la cessazione del desiderio.
Con la cessazione del desiderio viene la cessazione dell’attaccamento.
Con la cessazione dell’attaccamento viene la cessazione dell’esistenza (divenire).
Con la cessazione dell’esistenza(divenire) viene la cessazione della nascita.
Con la cessazione della nascita vengono la cessazione dell’invecchiamento e della morte, dispiacere, lamento, dolore, afflizione e disperazione.

• L’invecchiamento degli esseri nel vario ordine degli esseri, la loro vecchiaia, degradazione dei denti, grigiore dei capelli, rughe della pelle, declino della vita, la debolezza delle facoltà, il passaggio degli esseri nel vario ordine degli esseri, la loro morte, la dissoluzione dei cinque aggregati, l’abbandono del corpo.
La nascita degli esseri nel vario ordine degli esseri, il venire alla luce, la precipitazione in un grembo, generazione, manifestazione degli aggregati, ottenimento delle basi per il contatto.
C’è il divenire
• Ci sono questi quattro tipi di attaccamento: attaccamento ai piaceri sensuali, attaccamento a opinioni, attaccamento a regole e osservanze, e attaccamento a una dottrina del sé.
• Ci sono queste sei classi di desiderio: desiderio di forme, desiderio di suoni, desiderio di odori, desiderio di sapori, desiderio di oggetti tangibili, desiderio di oggetti mentali.
• Ci sono queste sei classi di sensazioni: sensazioni nate dal contatto con gli occhi, sensazioni nate dal contatto con l’orecchio, sensazioni nate dal contatto con il naso, sensazioni nate dal contatto con la lingua, sensazioni nate dal contatto con il corpo, sensazioni nate dal contatto con la mente.
• Ci sono queste sei classi di contatto: contatto con l’occhio, contatto con l’orecchio, contatto con il naso, contatto con la lingua, contatto con il corpo, contatto con la mente.
• Ci sono queste sei basi della percezione : la base dell’occhio, la base dell’orecchio, la base del naso, la base della lingua, la base del corpo, la base della mente.
• ci sono forma e corpo oppure: a) Materialità: i quattro grandi elementi e le forme materiali derivate. b) Mentalità: sensazione, percezione, volizione, contatto, e attenzione.
• Ci sono queste sei classi di coscienza: coscienza dell’occhio, coscienza dell’orecchio, coscienza del naso, coscienza della lingua, coscienza del corpo, coscienza della mente.
• Ci sono questi tre tipi di formazione (o volizioni): formazione fisica, formazione verbale, e formazione mentale.
• Ignoranza a riguardo della sofferenza, l’origine della sofferenza, la cessazione della sofferenza, la via che conduce alla cessazione della sofferenza.

Il sentiero che porta alla liberazione

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Ottuplice sentiero:
moralità o buona condotta
1-Retta Parola
2-Retta Azione
3-Retto Sostentamento
sviluppo mentale
4-Retto Sforzo
5-Retta Consapevolezza
6-Retta Concentrazione
saggezza
7-Retta Visione
8-Retto Pensiero

è questo il Nobile Ottuplice Sentiero, la via che conduce alla cessazione:
Retta Parola: astenersi dal mentire, dal discorso maligno, dalla parola aspra, da discorsi futili.
Retta azione: astenersi dall’uccidere esseri viventi, dal prendere ciò che non è stato offerto, dalla cattiva condotta nei piaceri dei sensi.
Retti mezzi di sussistenza: abbandonare l’errato mezzo sostentamento (occuparsi di armi, esseri viventi, carne, alcool, droghe, e veleni), guadagnarsi da vivere nel modo giusto.
Retto sforzo: risvegliare l’entusiasmo per la non insorgenza degli stati non salutari non ancora sorti; risvegliare l’entusiasmo per l’abbandono degli stati non salutari già sorti; risvegliare l’entusiasmo per l’insorgere degli stati salutari non ancora sorti; risvegliare l’entusiasmo per lo sviluppo degli stati salutari già sorti, fare lo sforzo, accendere l’energia, impiegare la mente, e battersi.
Retta consapevolezza: dimorare contemplando il corpo come corpo, sensazioni come sensazioni, la mente come mente, oggetti mentali come oggetti mentali, pienamente consapevole e attento, dopo aver messo via il desiderio e il malcontento per il mondo.
Retta concentrazione: abbastanza isolato dai piaceri sensuali, appartato da stati non salutari, entra e dimora nel primo jhana, che è accompagnato dal pensiero applicato (vitakka) e dal pensiero sostenuto (vicara), con l’estasi (piti) e il piacere (sukha) nati dall’isolamento. Con il calmare del pensiero applicato e del pensiero sostenuto, entra e dimora nel secondo jhana, che ha fiducia in se stessi e unicità di mente. Con il venir meno anche dell’estasi, egli dimora in equanimità, attento e completamente consapevole, entra e dimora nel terzo jhana. Con l’abbandono del piacere e del dolore, e con la precedente scomparsa di gioia e dispiacere, entra e dimora nel quarto jhana, che non ha né dolore né piacere e la purezza di consapevolezza a causa dell’equanimità.
Retta comprensione: la conoscenza della sofferenza, l’origine della sofferenza, della cessazione della sofferenza, del sentiero che conduce alla cessazione della sofferenza.
Retta intenzione: l’intenzione di rinuncia, di non malevolenza, di non crudeltà.

L’Ottuplice Sentiero riguarda l’etica, la meditazione e la comprensione. La meditazione ci conduce dove siamo più sensibili, che è proprio dove tendiamo a reagire in modo cieco. Per rispondere con chiarezza all’esperienza, dobbiamo fissare delle linee guida. Il fondamento di queste linee guida è la Retta Comprensione.
La Retta Comprensione è il riconoscimento che quello che facciamo è importante. Non viviamo in un universo predeterminato, le nostre azioni hanno degli effetti (comprendere la legge del Karma). Possiamo essere fonte di beneficio o di sofferenza per noi stessi e per quelli che ci sono vicino. E non si tratta tanto di una obbligazione morale. E’ che se sviluppiamo la chiarezza e la gentilezza, possiamo vivere con una mente chiara e gentile. Se invece manteniamo il pregiudizio e l’indifferenza, diventeremo più limitati e insensibili. Possiamo agire con chiarezza ed essere in pace con noi stessi, oppure possiamo agire in maniera compulsiva, e rimanere intrappolati. Perché la compulsione porta a comportamenti ripetitivi, e alla perdita di ogni autorità. La Retta Comprensione significa riconoscere che l’integrità deve essere il centro della propria vita. E ciò genera una grande forza.
La Retta Intenzione, deriva da questa comprensione della legge di causa ed effetto. Significa far propria l’intenzione di realizzare effetti salutari con il corpo, la parola e la mente, e di evitare gli effetti non salutari. Questo è il fondamento degli insegnamenti sull’azione, o kamma, come è chiamato nel Buddhismo, di cui l’intenzione mentale è l’agente. Siccome le azioni del corpo e della parola procedono dagli stati mentali e dalle emozioni, se riusciamo a mantenere la chiarezza nella nostra mente e nel nostro cuore, possiamo anche agire da una posizione di equilibrio, e siamo in grado di discernere i risultati delle nostre azioni. Questo è il caso della Retta Parola e della Retta Azione. Abbandoniamo gli inganni, rifuggiamo dal prendere ciò che non ci appartiene, evitiamo la violenza, e invece coltiviamo l’onestà e le parole che hanno valore. I Retti Mezzi di Sostentamento consistono nell’evitare determinate attività come il commercio delle armi, la prostituzione, la macellazione degli animali. Più in generale questo fattore riguarda il modo in cui condividiamo la vita gli uni con gli altri. La nostra relazione con gli altri influenza profondamente la nostra mente, e per questo in diverse occasioni il Buddha ha dato grande importanza alla relazione moglie-marito, al modo di essere genitori, a norme di mutuo supporto tra lavoratori e datori di lavoro, così come ai benefici dell’amicizia.
La Retta Comprensione, il Retto Sforzo e la Retta Consapevolezza sono alla base di ogni altro fattore del Sentiero. Facciamo l’esempio della Retta Parola: si inizia con la Retta Comprensione, riconoscendo che il modo in cui si parla influenza gli altri. Possiamo portare qualcosa di valore nella mente di chi ci sta vicino, con un’osservazione appropriata, o possiamo invece rovinargli la giornata. Possiamo rimanere nel disagio e nella sfiducia, o invece risiedere nell’apertura e nella pace della mente. Da qui il Retto Sforzo, che significa l’impegno a guidare le proprie azioni; mentre la Retta Consapevolezza implica l’essere pienamente con quello che facciamo e diciamo, e con le sue conseguenze. E il risultato è che evitiamo la sofferenza e partecipiamo a qualcosa che produce un beneficio immediato. Questo è il processo dell’intero Ottuplice Sentiero.
La consapevolezza e l’ultimo fattore del Sentiero, la Retta Concentrazione, ci conducono nel campo della meditazione, della coltivazione della presenza mentale. Questi fattori sono spesso ciò che colpisce di più nel Buddhismo, perché forniscono un potente mezzo di approfondimento della propria vita interiore, offrendo la possibilità di raggiungere una grande serenità, una grande gioia, e la pace incondizionata che viene chiamata Nibbana. E l’approfondimento inizia e si mantiene con la presenza mentale, che consiste nell’essere semplicemente e puramente presenti a quello che succede.
“Ricordo che non riuscivo a seguire più di uno o due respiri, prima che la mia mente riprendesse a vagare, a fluttuare su un’onda di speculazioni, di ricordi e di analisi. Ogni momento dovevo riportare l’attenzione al respiro, e riuscire a mantenercela per qualche secondo, prima che una nuova marea di pensieri la sommergesse. E del resto questo è più o meno quello che capita normalmente nella meditazione di un principiante. Nonostante questo, quello che mi colpì profondamente era il fatto che stessi osservando la mia mente. E questo, stranamente, portava pace, e mi rassicurava anche: in qualche modo non dovevo comprendere nulla al di là dei miei pensieri, o al di là della mia mente. Era qualcosa che semplicemente succedeva. E allora: se io stavo osservando la mia mente, chi ero io? E di chi era quella mente?” (del venerabile Ajahn Sucitto Da un discorso trasmesso da BBC Radio, il 4 febbraio 2003.)

Il Buddha ha sempre detto che a domande come queste non c’è risposta. Qualsiasi cosa possiamo pensare o dire di essere, è solo un altro evento che passa attraverso la nostra mente. Il punto è che c’è sempre questa presenza mentale, e tutto ciò che la attraversa è in continuo cambiamento, e non è ciò che siamo. Ma più ci centriamo su questa presenza mentale, magari facendovi aiutare da un punto focale, come la sensazione del respiro, più possiamo sentirci stabili, e vedere le cose chiaramente. Possiamo lasciar andare gli impulsi e le sensazioni che sorgono, oppure, come ho imparato più tardi, possiamo focalizzarci su di esse e lasciare che la stabilità della consapevolezza le riduca ad armonia. Che è quello che succede. E’ così: con la pratica possiamo mettere fine alla continua lotta con il nostro corpo e con i nostri stati d’animo, e questa condizione inizia a pervadere il nostro corpo e il nostro stato d’animo, calmando l’uno e l’altro. Prestare attenzione al momento presente è consapevolezza, e il risultato, una stabilità che pervade il corpo e la mente, è la concentrazione, o samadhi. Samadhi non è uno stato che in qualche modo dobbiamo produrre, ma piuttosto una condizione di unità, centrata e piacevole, che sorge come risultato della Retta Comprensione, del Retto Sforzo e della Retta Consapevolezza.
Anche se la pratica della presenza mentale e della concentrazione porta un grande rimedio, in termini di liberazione dal dolore, dalle preoccupazioni e dagli stati d’animo ossessivi, c’è un ulteriore sviluppo: la comprensione che libera il praticante dalla sorgente stessa della sofferenza. Questa comprensione, chiamata visione profonda, ci permette di cogliere la natura effimera di quello che accade, e nello stesso tempo ci mette in contatto con una presenza che è invece stabile e affidabile, e cioè la consapevolezza stessa. Provando tutto ciò, piano piano, si produce inavvertitamente un cambiamento: il nostro centro muove verso la pura consapevolezza. Nella vita di tutti i giorni, partendo da questa consapevolezza, possiamo agire con compassione e con chiarezza, e, nella meditazione, possiamo lasciar placare tutti gli eventi, e stare in una presenza luminosa e senza ostacoli. Questo conduce al Nibbana, il compimento dell’Ottuplice Sentiero. E se si arriva a provarlo, anche per un solo istante, non si è più presi dalla smania o dall’apatia; non c’è frustrazione, non c’è necessità di difendersi, non c’è niente da provare. E’ semplicemente la fine della sofferenza e della tensione.

Sedici attributi delle quattro nobili verità

1)VERITA’ DELLA SOFFERENZA

Le 4 caratteristiche della sofferenza sono:
A) Impermanenza (evidente e impercettibile)
B) Sofferenza (sofferenza della sofferenza, del cambiamento e omni-pervasiva) le illusioni portano a compiere le azioni contaminate per cui tutti i fenomeni e gli aggregati sono della natura della sofferenza
C) Vacuità (assenza di esistenza del sé separato dagli aggregati; essendo questi ultimi impermanenti non è possibile che vi sia un sé immutabile, fisso, innato e che esista indipendentemente dagli aggregati. Questi ultimi sono “contaminati”, hanno la natura della sofferenza e sono prodotti dal Karma e dalle illusioni, quindi sono anche vacui (privi di esistenza indipendente)).
D) Assenza del sé (confutazione di un IO autosufficiente; sia l’Io che i fenomeni sono privi di esistenza indipendente) poiché sono privi di esistenza sono privi di un sé. vedi anche i quattro sigilli

2)VERITA’ DELL’ORIGINAZIONE

Le 4 caratteristiche della verità delle origini della sofferenza sono:
A) Causa sono le illusioni e karma (i tre veleni principali sono avversione-odio, attaccamento e ignoranza che è la causa fondamentale del rimanere nel samsara)
B) Origine poiché tutte le forme di sofferenza originano dal karma e dalle illusioni esse hanno il ruolo di origine
C) Forte produzione perché agiscono come cause per la produzione della sofferenza
D) Condizioni poiché agiscono come condizione che dà luogo a sofferenza sono anche condizioni

3)VERITA’ DELLA CESSAZIONE

Le 4 caratteristiche della verità della cessazione sono:
A) Cessazione assenza di illusione, impossibilità di causare sofferenza porta appunto alla cessazione
B) Pacificazione perché si placa il tormento della sofferenza
C) Eccellenza-beneficio la pacificazione crea il beneficio della felicità
D) Emergenza Definitiva liberazione completa dal samsara

4)VERITA’ DEL SENTIERO DELLA LIBERAZIONE

Le 4 caratteristiche della veritá del sentiero sono:
A) Sentiero vedi ottuplice sentiero la saggezza che realizza direttamente l’assenza del sé è il sentiero
B) Opportunità-conoscitore-consapevolezza tale saggezza implica la liberazione dal samsara
C) Raggiungimento-realizzazione tale saggezza realizza la liberazione
D) Liberazione Finale distruzione della causa della sofferenza

I quattro sigilli

1- Tutti i fenomeni composti sono impermanenti (se non viene riconosciuta l’impermanenza si percepiscono i fenomeni come statici e verso di essi si provoca l’illusione dell’attaccamento che causa sofferenza)
2- Tutti i fenomeni contaminati hanno la natura della sofferenza (la visione erronea che ci siano dei fenomeni che possono recare felicità creano lo sviluppo di un forte attaccamento e quindi sofferenza. Se uniamo a quanto appena detto la non comprensione della vacuità siamo portati a credere che esista un sé o un io per il quale noi abbiamo bisogno di provare piacere o repulsione verso cose piacevoli o spiacevoli).
3- Tutti i fenomeni sono vacui e privi di un sé (non c’è un se o un io separato dagli aggregati o innatamente esistente, così come non vi sono fenomeni dall’esistenza innata (tutto è interdipendente). Vacuità significa che i fenomeni non esistono in maniera indipendente
Il nirvana è pace. (Se non sappiamo che è possibile ottenere la liberazione dalla sofferenza non proveremmo mai a raggiungerla. Se crediamo di trovare la felicità attraverso uno stato momentaneo di pace trovato nei fenomeni impermanenti è un altra idea erronea.

4- perfezionando la visione di vacuità e l’eliminazione della concezione dell’aggrapparsi al sé, automaticamente cessano tutte le altre afflizioni.

I dodici anelli dell’originazione interdipendente

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1-Ignoranza
2-Volizioni/formazioni karmiche
3-Coscienza
4-Nome e forma
5-Percezioni/sestupla sede
6-Contatto
7-Sensazioni
8-Desiderio
9-Attaccamento/Appropriazione
10-Divenire
11-Rinascita
12-Morte

I sei regni di esistenza che prendono il nome dagli esseri che li abitano

Dei (non sperimentano sofferenza ma sono soggetti a una rinascita inferiore quando il loro karma positivo si esaurisce)
Semi-Dei (sono invidiosi degli dei e si sentono superiori agli umani. Anelano per diventare dei e hanno paura di rinascere come uomini)
Uomini (è la rinascita migliore perché è quella che consente di ottenere il nirvana e la liberazione definitiva dalla sofferenza)
Animali (non hanno facoltà intellettive per accumulare con facilità meriti che possano permettere una rinascita superiore)
Spiriti famelici (destinati a soffrire pene indicibili, hanno sete e quando trovano una fonte subito questa si secca, hanno fame ma hanno il collo così lungo che il cibo non raggiunge mai lo stomaco. Sono in questo stato a causa del karma negativo accumulato)
Esseri infernali (si patiscono le peggiori sofferenze ed è molto, molto difficile che ci si possa risollevare da questo regno e guadagnare rinascite superiori)

Allenamento graduale
1. Virtuoso: perfetto in condotta e modo di agire, e vedere la paura nel minimo errore 2. Ritenere i sensi
3. Moderazione nel mangiare
4. Vigile (Samma vayana)
5. Cosciente e in piena consapevolezza (sampajana) 6. Abbandonare i cinque ostacoli (nivarana)
7. I quattro Jhana (samma samadhi)
8. Vipassana (samma sati)
1. retta parola, retta azione, retti mezzi di sostentamento; retta condotta verbale, retta condotta del corpo, retta condotta mentale.
2. Vista, udito, olfatto, gusto, tatto, oggetti mentali. Proteggi l’occhio, orecchio, naso, lingua, corpo, facoltà mentali. Controlla l’occhio, orecchio, naso, lingua, corpo, facoltà mentali. Poiché, se lasciati senza protezione l’occhio, orecchio, naso, lingua, corpo, facoltà mentali, stati cattivi non salutari di cupidigia e dolore lo potrebbero invadere, egli pratica la via del controllo.
3. Riflettendo con saggezza, assumiamo del cibo non per divertimento né per intossicazione, non per la bellezza e l’attrattiva fisica, ma solo per la resistenza e sopravvivenza di questo corpo, per porre fine allo sconforto, e di assistere la vita santa.
4. Purificare la mente degli stati ostruttivi, giorno e notte (desiderio, odio, illusione). (Retto sforzo)
5. Agire in piena consapevolezza quando si va avanti e indietro, guardare avanti e guardare lontano, flettere ed estendere le nostre membra; indossare i nostri abiti e portando la veste esteriore e la ciotola, mangiare, bere, consumare cibo, e degustazione, defecare e urinare, camminare, in piedi, seduti, addormentarsi, svegliarsi, parlare e tacere. (Satipattana: contemplazione del corpo come corpo, la piena consapevolezza)
6. Abbandonando cupidigia (kamacchanda) per il mondo, si dimora con una mente libera da cupidigia. Abbandonando la malevolenza e l’odio (byapada), si dimora con la mente libera da malevolenza, compassionevole per il benessere di tutti gli esseri viventi. Abbandonando indolenza e torpore (thina-middha), si rimane liberi da indolenza e torpore, con la percezione di luce. Abbandonando agitazione e rimorso (uddhacca-kukkucca), si dimora senza agitazione, con la mente internamente tranquilla. Abbandonando dubbio (vicikiccha), si dimora, essendo andato oltre ogni dubbio, non perplesso al riguardo degli stati salutari.
7. Retta concentrazione.
8. Retta consapevolezza
Le quattro fondazioni di consapevolezza (retta consapevolezza) sono la base della concentrazione. I quattro tipi di retto sforzo sono le attrezzature della concentrazione. La ripetizione, lo sviluppo, e la coltivazione di questi stessi stati è lo sviluppo della concentrazione in se.

Karma

Tre tipi di azione a seconda del modo di espressione

Fisica
Verbale
Mentale

Tre tipi a seconda della qualità

Virtuosa
Non virtuosa
Neutra

Dieci azioni non virtuose

Azioni fisiche
Uccidere
Rubare
Comportamento sessuale scorretto
Azioni verbali
Mentire
Creare dissenso
Parole scortesi
Pettegolezzi inutili
Azioni mentali
Pensare oggetti di forte attaccamento
Pensare a come ferire gli altri
Dare ascolto a opinioni errate

Dieci azione virtuose

Azioni fisiche
Rinunciare a Uccidere
Rinunciare a Rubare
Rinunciare a Comportamento sessuale scorretto
Azioni verbali
Rinunciare a Mentire
Rinunciare a Creare dissenso
Rinunciare a Parole scortesi
Rinunciare a Pettegolezzi inutili
Azioni mentali
Rinunciare a Pensare oggetti di forte attaccamento
Rinunciare a Pensare a come ferire gli altri
Rinunciare a Dare ascolto a opinioni errate

Le cinque illusioni che non sono visioni (illusioni principali)

Ignoranza
Avversione/odio
Attaccamento/desiderio
Orgoglio
Il dubbio

Le cinque illusioni che sono visioni (che una persona assume in base all’ignoranza e all’attaccamento)

6. Errata visione del sé (considerare il sé come fenomeno indipendente e immutabile)
7. Visione estrema passata e futura (non si crede alle vite passate e future)
8. Errata visione delle 10 azioni non virtuose
9. Considerare la propria visione come la migliore
10. Errata visione del comportamento etico

Le vere origini della sofferenza come causa della vera sofferenza:
Si parte dalla
IGNORANZA dell’assenza del sé delle persone e dei fenomeni
Che porta a sperimentare le
EMOZIONI AFFLITTIVE attaccamento e avversione
In base alle quali compieremo la
AZIONE KARMICA fisica, verbale, mentale
Che causa la
VERA SOFFERENZA sofferenza

Effetti generati dalle azioni

Effetto di massima maturazione
Effetto simile alla causa
Effetto ambientale
Il livello di gravità della azione dipende dall’oggetto verso cui è rivolta e dalla motivazione
Esempio A: rubare cibo e acqua a bambini poveri per prolungare ad essi la fame e la sete
1 rinascere all’inferno
2 soffrire la fame e la sete
3 ambiente arido e poco fertile
Esempio B: rubare del cibo e acqua al supermercato per sfamare i propri figli che soffrono
1 rinascere uomo
2 avere spesso fame e la sete
3 faticare per avere cibo e acqua

Completezza delle azioni:
L’azione deve essere completa perché si abbia il massimo dell’effetto, secondo lo schema seguente:

Intenzione
Preparazione
Esecuzione
Esultanza

Tre tipi o consistenza delle azioni:

Azioni positive (bianche) virtuose
Azioni negative (nere) non virtuose
Azioni miste

Karma che proietta: ci spinge a rinascere in uno particolare dei sei regni. Azioni positive nei tre regni superiori e negative in quelli inferiori.
Karma che completa: é la qualità della vita che sperimenteremo in quel regno di rinascita.
Ci può essere un mix di questi due tipi di karma. Ad esempio karma che proietta positivo ci fa rinascere uomo ricco, karma che completa negativo qualcuno riesce a toglierci questi beni di cui godiamo. Karma che proietta cattivo rinasciamo cane, karma che completa positivo viviamo in una bella casa col giardino, abbiamo cibo e il nostro padrone non ci maltratta.

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Karma

Il Karma fa parte delle leggi universali, una legge conosciuta anche con il nome di “causa-effetto”, proprio perché ad ogni causa corrisponde un effetto, ed ogni azione genera un risultato. Karma è una parola che spesso sentiamo nominare, è entrata nel nostro vocabolario quotidiano, ma sono in tanti a non sapere bene cosa voglia significare, usata per lo più in modo sbagliato, improprio, associata spesso, in modo errato, al proprio destino. La parola Karma deriva dalla radice del verbo sanscrito Kr che significa fare, produrre, agire e assume il significato di “azione“, un’azione spinta dalla volontà, in relazione al principio di causa ed effetto.
Karma e interdipendenza
Il karma è quindi strettamente correlato con il termine “interdipendenza”, ovvero che nulla esiste in modo indipendente, ossia tutto ciò che esiste si relaziona con ciò che c’è intorno. Quindi nel momento in cui noi produciamo un’azione, prendiamo una decisione, o diciamo una parola, tutto ciò non finisce nell’istante, ma il nostro ‘fare’ è come un eco che si propaga nella valle, ha un seguito, un effetto domino. Non c’è nulla che viene fatto e finisce nell’azione stessa, ogni azione va a relazionarsi con altri effetti, e tutto ciò avviene su diversi livelli, inclusi i pensieri. Un’unica parola ha un’influenza incredibile sul mondo esterno, faccio un esempio: io dico una cosa, questa cosa viene ascoltata da una persona e andrà ad influenzare un’azione successiva della stessa persona e quest’azione, a sua volta, scatenerà molteplici altre azioni. Questa è interdipendenza.
Tutto ciò ci porta ad una prima comprensione di cosa sia il karma, in quanto tutte queste nostre azioni non finiscono in loro stesse, e quello che accade è che noi siamo i responsabili delle nostre azioni. Siamo noi i responsabili delle nostre azioni, o se preferite, siamo noi che causiamo i nostri risultati, buoni o cattivi che siano. Ma attenzione qui! Per ogni altra vostra azione quotidiana, dalla più semplice a quella più complessa, di questi innumerevoli fattori che influenzano le nostre azioni, quelli che realmente dipendono da noi, sono veramente pochi. E come possiamo quindi, vivere nell’illusione di poter controllare il futuro? Quanto volte, prima di andare a dormire pensiamo: “Domani vorrei fare questo, vorrei fare quest’altro, ecc”, è chiaro che noi ce la metteremo tutta affinché avvenga ciò che abbiamo progettato, ma non dipende solo da noi, perché come ho già spiegato, viviamo in un mondo in qui tutto è interdipendente, ed è questa una consapevolezza importante da avere.
La legge di causa ed effetto, è comunque una legge coerente. Se piantate un seme di una pianta d’arancio, un giorno non raccoglierete delle mele Questo per spiegarvi che le azioni che noi andremo a compiere, ovvero i risultati, saranno coerenti con le cause che noi stessi abbiamo creato. Intellettualmente, come potete intuire, il karma è semplicissimo da capire, ma non si tratta soltanto di capire, è questo il punto; bisogna crederci nel karma, non con la fede cieca, ma “vedere” che è una legge reale con la quale dobbiamo convivere, e come tutte le regole, quando le conosci bene, impari a muoverti meglio all’interno delle regole stesse; riesci a sfruttarne le potenzialità, la forza, che in questo caso, è quella dell’Universo. Basta pensare che tutto ciò che noi siamo oggi, inteso come fisicamente, emozionalmente, ma anche da un punto di vista sociale e della nostra conoscenza, insomma tutti gli aspetti che comprendono ciò che noi siamo, non è altro che il risultato di ciò che siamo stati ieri, l’altro ieri, quel giorno prima e così via. Il risultato di tutte le scelte che abbiamo intrapreso, le azioni che abbiamo compiuto, le parole che abbiamo detto; sempre nell’interazione con il mondo che c’è intorno a noi ovviamente, perché non dipende tutto unicamente da noi. Ma se oggi siete ciò vi sentite di essere, è solo il risultato di ciò che siete stati finora. Quindi il karma può esserci d’aiuto, perché osservando il presente, possiamo capire quali sono le cause che hanno concorso ad essere ciò che ora siamo. La vita è come un puzzle, tanti pezzi diversi tra loro che creano la nostra immagine. Riconoscendo le cause che hanno portato alla creazione della nostra immagine, riusciamo a capire meglio chi siamo, a capire la nostra vita e quindi anche a prendere della scelte in modo più consapevole per il nostro futuro.

Karma come impronta
Il karma però, agisce anche molto più in profondità, nascosto, quasi invisibile, i cui risultati non si riflettono solo in questa vita. Ogni azione che compiamo lascia un’impronta nella nostra mente molto sottile, e ogni impronta alla fine fa sorgere il proprio effetto. La nostra mente sottile è come una palestra, e compiere azioni è proprio come svolgere degli esercizi. Le azioni virtuose ci “allenano” per la futura felicità, mentre le azioni non virtuose ci “preparano” della futura sofferenza. Se in questa vita facciamo delle azioni a fin di bene, allo stesso modo nelle vite successive avremo maggiore facilità a fare del bene, se invece in questa vita rubiamo, creiamo l’impronta che ci porterà a rubare con maggiore facilità anche nelle prossime. Questo è un passaggio fondamentale, che molti sottovalutano, ma nel nostro presente possiamo decidere con consapevolezza chi e cosa vogliamo essere in una vita successiva, e non lasciarci costruire l’impronta da altri, dal mondo ( o meglio, dal sistema!) che ci circonda. Se volete essere delle persone inondate d’amore, di compassione, di conoscenza, di pazienza; dovete iniziare a crearvi l’abitudine di provare amore e compassione, di aprirvi alla conoscenza e di esercitarvi nella pazienza. In questo modo create la vostra impronta per il vostro futuro, in questa vita e nelle prossime. Allo stesso modo la persona avida di denaro e delle cose materiali, la persona che ha tendenze egoistiche e non ha un briciolo di compassione, è chiaro che non avrà un futuro roseo davanti, perché tendenzialmente e per abitudine sarà portata a commettere gli stessi errori. In sintesi possiamo dire che più facciamo un’azione, più profonda diventa l’impronta nella nostra mente di quell’azione stessa, e in futuro ci verrà più semplice svolgerla. Questo è il karma in quanto impronta, e queste impronte si portano di vita in vita.

Karma come causa e condizione
C’è un aspetto del Karma ancora più sottile, che in pochi riescono a percepire e decifrare, in quanto l’effetto non è immediato e non quindi facilmente riscontrabile con la propria causa. Come ho già detto, ogni azione che compiamo è una causa, ma questa causa è un seme che resta lì e può venire a maturare dopo un lungo periodo di tempo, ovvero nel momento in cui vengono a manifestarsi le ‘condizioni’ necessarie. Quindi è importante sottolineare che ogni azione che compiamo, è in sé una causa per un risultato che andremo a vivere nel futuro, e allo stesso tempo quella stessa azione è una condizione che andrà a far maturare una causa che noi abbiamo creato nel passato. Ogni azione che noi compiamo, è tanto una causa quanto una condizione, ovvero ogni azione che compiamo è una causa, che è come un seme che andiamo a piantare, il risultato (l’effetto) di questa nostra causa lo andremo a vivere nel futuro, quando ci saranno le giuste condizioni par farla maturare. Ma allo stesso tempo quella nostra stessa azione è una condizione per far maturare una causa che abbiamo creato nel nostro passato. Vi faccio un esempio semplice semplice: Mettiamo il caso che siamo coinvolti in una situazione “negativa”, siamo colmi di odio e di rabbia e diamo uno schiaffo ad un nostro collega di lavoro. Quell’azione finisce lì, è già seminata. Nel frattempo ci si avvicina un altro collega che ci fa i complimenti, è contento perché secondo lui quella persona ha avuto la giusta lezione, e a quel punto noi siamo felici e fieri di ciò che abbiamo fatto. Quindi cosa è successo, il fatto che noi abbiamo ricevuto i complimenti da una terza persona, che ci hanno reso felici, è un risultato (un effetto) non di aver dato uno schiaffo, perché lo schiaffo non è altro che una condizione che andrà a scaturire un effetto nel futuro, ma è la maturazione di una causa positiva che noi abbiamo creato nel nostro passato. È probabile che un giorno, mentre cercheremo di svolgere un’azione “positiva”, come quella di separare due amici in rissa tra di loro, ci beccheremo inavvertitamente uno schiaffo da uno dei due, nonostante il nostro intento di aiuto. Quindi anche in questo caso non possiamo dire che da un’azione positiva viene fuori un risultato negativo, perché la nostra azione positiva è comunque un seme che è stato piantato e lo raccoglieremo in futuro, mentre lo schiaffo che ci becchiamo e ci fa star male, non è altro che la maturazione del nostro schiaffo che abbiamo dato al nostro collega tempo fa. In altre parole, si sono venute a creare le condizioni per far maturare quella causa negativa che abbiamo seminato in passato.

I quattro aspetti del Karma
Per noi occidentali e per la nostra cultura, non è proprio semplice credere nel Karma, in quanto il fatto che noi stessi siamo i responsabili della nostra vita (meglio dire delle nostre vite!) è qualcosa che ci suona strano, abituati come siamo ad invocare aiuti “esterni”. Ma credere nel Karma è molto importante, perché ci conferisce la responsabilità delle nostre azioni. Quando si parla di credere e seguire la legge del Karma, ci sono quattro aspetti importanti da rispettare:
Il primo è la certezza delle azioni, ovvero la certezza del Karma, che vuol dire che un’azione positiva porta un risultato positivo, un’azione negativa porta un risultato negativo. Non è possibile che un’azione positiva porti un risultato negativo o viceversa, questa è la certezza del Karma.
Il secondo aspetto del Karma, prevede che noi non possiamo vivere un risultato se prima non creiamo la causa. Quindi, se noi stessi stiamo vivendo una situazione, bella o brutta che sia, è perché noi stessi abbiamo creato le cause per vivere quella situazione. E’ un aspetto fondamentale, perché nel momento che crediamo in questo, smettiamo di puntare il dito addosso agli altri, oppure d’invocare l’aiuto esterno.
Il terzo aspetto del Karma prevede che qualunque azione viene fatta, questa non finirà nel dimenticatoio, non avrà una data di scadenza e non andrà in prescrizione, ma comporterà un effetto, una conseguenza, nel breve o nel lungo termine. Ma è anche vero che qualsiasi azione può essere purificata o eliminata. Se, ad esempio, noi seminiamo un seme positivo grazie ad una nostra azione virtuosa, quel seme può essere cancellato dalla rabbia, dalla violenza che adottiamo successivamente a quella nostra azione positiva. Se viceversa, commettiamo un’azione non virtuosa, possiamo purificarci con azioni d’amore e di solidarietà, per questo esistono metodi precisi per la purificazione delle azioni non virtuose, che noi stessi abbiamo creato nel passato.
Il quarto aspetto riguarda la crescita (aumento) del Karma, vuol dire che quando facciamo un’azione, quell’azione ha una tendenza a crescere, come per inerzia. Precisiamo che nella legge del Karma le azioni vengono divise in due tipi: nascoste ed aperte. Quelle nascoste sono azioni che noi facciamo ma non le raccontiamo agli altri, ovvero ce le teniamo per noi. Come quando diciamo una bugia, questa bugia funziona e per non far svanire il risultato che ci porta questa bugia, non la diciamo a nessuno, tanto più che presto ci dimenticheremo anche noi di averla detta, ci daremo mille giustificazioni che copriranno la nostra “malefatta” non solo agli altri, ma soprattutto a noi stessi. Ma è bene sapere che tutte le azioni svolte in maniera ‘nascosta’, hanno la tendenza a crescere, ovvero aumenta l’effetto che dovremo ‘scontare’ in futuro. A differenza delle azioni aperte, con le quali ci confrontiamo prima con gli altri, per quello che abbiamo detto o combinato, e poi con noi stessi. Questa nostra confessione, questo nostro pentimento, ferma la crescita del Karma. Ma tutto ciò vale anche per le azioni positive, tanto più compiamo un bel gesto e non ci vantiamo di averlo fatto, ma lo teniamo per noi, tanto più grande sarà la ricompensa, perché il Karma cresce, e per dirlo in termini economici, il valore della nostra azione acquista interessi nel tempo. Se invece svolgiamo un’azione positiva a la usiamo per avere dei riconoscimenti, dei ringraziamenti (possibilmente materiali, vero?) tutto ciò ferma la crescita di quell’azione. Quindi ricordatevi che una piccola azione, quando tenuta nascosta, cresce, e porta grandi risultati!

Karma che completa
Ho parlato molto di azioni in questo articolo sulla legge del Karma, ma è anche bene precisare che esistono azioni complete e non. Nel dettaglio e in maniera riassuntiva, un’azione viene definita completa nel momento in cui sono presenta questi quattro fattori: la motivazione, la consapevolezza, compiere l’azione, il compiacimento dell’azione stessa. Se questi fattori sono presenti all’interno di un’azione stessa, allora questa si può dire che è stata svolta in maniera completa. Se ad esempio investo accidentalmente una persona in mezzo alla strada, e le faccio del male, compio soltanto l’azione incidentale, ma vengono a mancare la motivazione, la consapevolezza e il compiacimento. A differenza se invece, investo volontariamente una persona, in maniera consapevole e me ne compiaccio di vederla soffrire per il dolore. Lo stesso vale per un’azione positiva. Bisogna soddisfare tutte e quattro le condizioni, affinché possa intendersi come azione “voluta”. In ogni caso stiamo creando una causa , ma il ‘ricarico’ dell’effetto nel tempo, sarà maggiore se l’azione è realmente voluta, minore se non voluta. Ma è anche vero che la situazione, piacevole o meno, voluta o non voluta, è sempre una conseguenza di una precedente causa creata in passato… non dimentichiamolo!
Una altra visione del concetto di karma che completa é quella che segue:
Karma che proietta: ci spinge a rinascere in uno particolare dei sei regni. Azioni positive nei tre regni superiori e negative in quelli inferiori.
Karma che completa: é la qualità della vita che sperimenteremo in quel regno di rinascita.
Ci può essere un mix di questi due tipi di karma. Ad esempio karma che proietta positivo ci fa rinascere uomo ricco, karma che completa negativo qualcuno riesce a toglierci questi beni di cui godiamo. Karma che proietta cattivo rinasciamo cane, karma che completa positivo viviamo in una bella casa col giardino, abbiamo cibo e il nostro padrone non ci maltratta.

(Anguttara Nikaya 3: 65) Kamma-Vipaka
Qualcuno uccide esseri viventi ed è omicida, sanguinario, fa a botte ed è violento, senza pietà per gli esseri viventi. Dopo la morte, riappare in uno stato di privazione, in un’infelice destinazione, in perdizione, anche all’inferno. Ma se un’azione positiva provoca una rinascita umana, ha una vita breve.
Qualcuno abbandona l’uccisione di esseri viventi, si astiene dall’uccidere esseri viventi, con bastoni e armi messi da parte, gentile e cordiale, egli dimora compassionevole verso tutti gli esseri viventi. Dopo la morte, riappare in una felice destinazione, anche in paradiso. Ma se un’azione non buona provoca una rinascita umana, egli vive a lungo.
Qualcuno ferisce esseri viventi con la mano, con zolle, con un bastone, o con un coltello. Dopo la morte, riappare in uno stato di privazione, in un’infelice destinazione, in perdizione, anche all’inferno. Ma se un’azione positiva provoca una rinascita umana, è di salute cagionevole, malato.
Qualcuno non ferisce esseri viventi con la mano, con zolle, con un bastone, o con un coltello. Dopo la morte, riappare in una felice destinazione, anche in paradiso. Ma se un’azione non buona provoca una rinascita umana, è di buona salute, sano.
Qualcuno è di carattere arrabbiato e irritabile, anche quando criticato un po’, si offende, si arrabbia, ostile e pieno di risentimento, e mostra rabbia, odio e amarezza. Dopo la morte, riappare in uno stato di privazione, in un’infelice destinazione, in perdizione, anche all’inferno. Ma se un’azione positiva provoca una rinascita umana, è brutto.
Qualcuno non è di carattere arrabbiato e irritabile, anche se molto criticato, non si offende, non si arrabbia, ostile, e risentito, e non mostra rabbia, odio, e amarezza. Dopo la morte, riappare in una felice destinazione, anche in paradiso. Ma se una cattiva azione provoca una rinascita umana, è bello.
Qualcuno è invidioso, uno che invidia, ha risentimento e rancore per i guadagni, l’onore, il rispetto, la riverenza, i saluti, e la venerazione ricevuti da altri. Dopo la morte, riappare in uno stato di privazione, in un’infelice destinazione, in perdizione, anche all’inferno. Ma se un’azione positiva provoca una rinascita umana, è ininfluente.
Qualcuno non è invidioso, uno che non invidia, non ha risentimento, e rancore per i guadagni, l’onore, il rispetto, la riverenza, i saluti, e la venerazione ricevuti da altri. Dopo la morte, riappare in una felice destinazione, anche in paradiso. Ma se una cattiva azione provoca una rinascita umana, è influente.
Qualcuno non dà cibo, bevande, vestiti, carrozze, ghirlande, profumi, unguenti, letti, dimore, e lampade ad eremiti o bramini. Dopo la morte, riappare in uno stato di privazione, in un’infelice destinazione, in perdizione, anche all’inferno. Ma se un’azione positiva provoca una rinascita umana, è povero.
Qualcuno da cibo, bevande, vestiti, carrozze, ghirlande, profumi, unguenti, letti, dimore, e lampade ad eremiti o bramini. Dopo la morte, riappare in una felice destinazione, anche in paradiso. Ma se una cattiva azione provoca una rinascita umana, è ricco.
Qualcuno è ostinato e arrogante, non rende omaggio a colui che deve ricevere omaggio, non si alza per uno alla cui presenza avrebbe dovuto alzarsi, non offre un posto per uno che merita un posto, non fa strada a colui che avrebbe dovuto far strada, e non onora, rispetta, riverisce, e venera. Dopo la morte, riappare in uno stato di privazione, in un’infelice destinazione, in perdizione, anche all’inferno. Ma se un’azione positiva provoca una rinascita umana, nasce in basso ceto.
Qualcuno non è ostinato e arrogante, rende omaggio a colui che deve ricevere omaggio, si alza per uno alla cui presenza deve alzarsi, offre un posto a chi merita un posto, fa strada a colui che deve far strada, e onora, rispetta, riverisce, e venera. Dopo la morte, riappare in una meta felice, anche in paradiso. Ma se una cattiva azione provoca una rinascita umana, nasce in alto ceto.
Qualcuno non visita un eremita o un bramino e chiede: «Venerabile signore, cosa è sano? Che cosa è malsano? Cosa da biasimare? Cosa da approvare? Che cosa dovrebbe essere coltivato? Cosa non dovrebbe essere coltivato? Quale tipo di azione porta danno e sofferenza per un lungo periodo? Quale tipo di azione porta benessere e felicità per un lungo periodo? »Dopo la morte, riappare in uno stato di privazione, in un’infelice destinazione, in perdizione, anche all’inferno. Ma se un’azione positiva provoca una rinascita umana, è stupido.
Qualcuno visita un eremita o un bramino e chiede: «Venerabile signore, cosa è sano? Che cosa è malsano? Cosa da biasimare? Cosa da approvare? Che cosa dovrebbe essere coltivato? Cosa non dovrebbe essere coltivato? Quale tipo di azione porta danno e sofferenza per un lungo periodo? Quale tipo di azione porta il benessere e felicità per un lungo periodo? »Dopo la morte, riappare in una felice destinazione, anche in paradiso. Ma se una cattiva azione provoca una rinascita umana, è saggio.
«Cosa ne pensi? Quando l’avidità, odio e illusione sorgono in un uomo, è per il suo beneficio o danno? «- Per il suo male, venerabile. – «Una persona che è avida, odia e illuso, sopraffatto da avidità, odio e illusione, i suoi pensieri da loro controllate, prenderà vite, prenderà ciò che non è dato, indulgerà in una cattiva condotta sessuale, e racconta bugie, e guiderà anche altri a fare altrettanto. Conducono al suo male e alla sua sofferenza per un lungo periodo? »- Sì, venerabile. – «Cosa ne pensi? Sono queste cose positive o negative? »- negative venerabile. – «da biasimare o approvare? »- biasimare, venerabile. – «Censurate o lodate dai saggi? »- Censurate, venerabile -.«Intraprese e praticate, queste cose portano danni e sofferenza o no? O com’è in questo caso? »- Intraprese e praticate, queste cose portano danno e sofferenza. Così ci appare a noi in questo caso. –

Le radici del buono e del cattivo (kamma)
Cattivo:
Desiderio: piacere, volere, desiderio, tenerezza, affetto, attaccamento, lussuria, cupidigia, brama, passione, auto indulgenza, possessività, l’avarizia.
Odio: avversione, disgusto, repulsione, risentimento, rancore, malumore, vessazione, irritabilità, antagonismo, avversione, rabbia, collera, vendetta.
Illusione: stupidità, ottusità, confusione, ignoranza degli elementi essenziali, pregiudizi, ideologia, dogmatismo, fanatismo, errata comprensione, presunzione.
Buono:
Non desiderio: altruismo, liberalità, generosità, pensieri e azioni di sacrificio e di condivisione, la rinuncia.
Non odio: amorevole gentilezza, compassione, solidarietà, amicizia, perdono, tolleranza.
Non illusione: saggezza, intuizione, conoscenza, comprensione, intelligenza, sagacia, discriminazione, imparzialità, equanimità.

«Tutti gli stati non salutari hanno la loro radice nell’ignoranza, convergono nell’ignoranza, e con l’abolizione dell’ignoranza, tutti gli altri stati non salutari sono aboliti»
Samyutta Nikaya 20: 1

Perfetto in condotta (cattivo e buon kamma)
Sono le 10 azioni non virtuose e gli antidoti

4 tipi di comportamento verbale non in conformità con il Dhamma
• dire menzogne. sincero e credibile
Parlare maliziosamente Concordia
Parlare con asprezza Dolce
Spettegolare Dire ciò che è buono e/o benefico

3 tipi di condotta corporale non in conformità con il Dhamma
• Uccidere esseri viventi. dolce gentile, compassionevole verso tutti gli esseri viventi
• Prendere ciò che non è stato dato. purezza e onestà
• cattiva condotta nel piacere sensuale celibato

3 tipi di comportamento mentale non in conformità con il Dhamma
• brama. non desiderare la ricchezza e la proprietà di altrui
• La malevolenza. Senza cattiveria «che possono essere liberi da odio, afflizione e possano vivere felici»
Errata comprensione. Retta comprensione: «c’è ciò che è dato e ciò che è offerto, c’è frutto e conseguenza delle buone e cattive azioni.

(MN 41.8-10/12-14)
Quando gli altri si rivolgono a voi, il loro discorso può essere detto con una mente di amorevole gentilezza o di odio interiore. Qui, monaci, dovreste allenarvi così: “La nostra mente resterà inalterata, e non diremo parole cattive; dimoreremo compassionati per il loro benessere, con una mente di amorevole gentilezza, senza odio interiore dimoreremo pervadendo quella persona con una mente intrisa di amorevole gentilezza, e iniziando da quella persona, noi dimoreremo pervadendo il mondo intero con una mente intrisa di amorevole gentilezza, abbondante, esaltata, incommensurabile, senza ostilità e senza malevolenza “. È così che dovreste allenarvi monaci.

Vantaggi di astensione dalle cattive azioni
• Astenersi da mentire: stimato, di fiducia e affidato, avere una grande influenza su molti, dolce profumo orale.
• Astenendosi da diffamazione: possedere un corpo fisico, che è indistruttibile e un seguito che non può essere diviso dalle insidie degli altri, essere un amico leale, voluto bene da tutti gli esseri.
• Astenersi da discorso abusivo: caro agli esseri, piacevole, amabile disposizione, purezza di pronuncia, voce chiara, di facile comprensione, melodiosa; voce: distinta, intelligibile, dolce, piacevole, rotonda, compatta, profonda, risonante.
• Astenersi dai colloqui frivoli: è caro, gradevole, stimato e riverito da tutti gli esseri, molta influenza, l’abilità di dare risposte immediate.
• Con l’astensione dall’uccidere: essere innocui a tutti gli esseri, sviluppo dell’amorevole gentilezza che dà undici vantaggi, salute robusta, longevità, felicità.
• Astenersi dal prendere ciò che non è dato: acquisisce ricchezza e possedimenti che sono immuni da molestare, non suscettibile di sospetti da parte di altri, degno di fiducia.
• Con l’astensione da pratiche non casta: modesti, calmi di mente e nel corpo, cari, gradevoli a tutti gli esseri e non detestati da loro, buona reputazione.
• Con l’astensione dalla bramosia: guadagnare tutto ciò che si vuole senza difficoltà, ottenere ricchezze eccellenti, onorati e riveriti da rè e capofamiglia, nessun difetto negli occhi, orecchi, naso, ecc, senza pari.
• Astenendosi da malevolenza: persona piacevole, bella e ammirata da tutti, ispira gli altri.
Respingendo l’errata comprensione: guadagnare buoni compagni, non commettono ciò che è male, con il credo che ognuno è il proprietario delle proprie azioni.

Undici vantaggi dell’amorevole gentilezza
Dormire sonni tranquilli
Svegliarsi felicemente
3. Non aver brutti sogni
4. Caro agli esseri umani
5. Caro agli esseri non umani
6. Protetto dai Deva
7. Fuoco, veleno e armi non possono nuocere
8. Mente facilmente concentrata
9. Radiante carnagione del viso
10. muore pacificamente
11. Rinasce tra i Brahma

La rimozione dei pensieri di distrazione
1. Prestare attenzione a qualche altra cosa collegata con ciò che è sano.
• Desiderio per esseri viventi: contemplare la non attrattività (MN 10.10)
• Desiderio per oggetti inanimati: contemplare l’impermanenza.
• Odio per esseri viventi: contemplare l’amorevole gentilezza.
• Odio per oggetti inanimati: contemplare i quattro elementi (MN 10.12.)
Illusione: vivere sotto un insegnante, studiando il Dhamma, indagare nel significato, ad ascoltare il Dhamma, indagare le cause.

2. Esaminare i pericoli di questi pensieri: «questi sono pensieri malsani, sono riprovevoli, risultano nella sofferenza». «Questo pensiero di desiderio sensuale è sorto in me. Questo porta alla mia afflizione, all’afflizione degli altri, e all’afflizione di entrambi, ostacola la saggezza e causa difficoltà».

3. Prova a dimenticare quei pensieri e non dar loro attenzione.

4. Con attenzione tranquillizzare la formazione del pensiero di quei pensieri. Fermare la causa del pensiero, investigando la causa.

5. Con i denti chiusi e la lingua premuta contro il tetto della sua bocca, dovrebbe battere, costringere, e schiacciare la mente con la mente.
(MN 20)

Le sette buone qualità
• Fede: ricorda il Buddha, Dhamma, Sangha, la propria moralità, la generosità, la fede, l’apprendimento, il sacrificio e la saggezza, con i Deva come testimoni; attributo al Nibbana; non associarsi con le persone di sterile, poca fede, associarsi con amabili uomini di fede, riflessione sul Dhamma che ispira la fede devozionale, e inclinazione a generare la fede in tutta le posizioni.
• Consapevolezza: attenti e consapevoli nei sette movimenti, non associarsi con gente distratta e negligente, associarsi con gente consapevole, e la propensione a generare consapevolezza in tutte le posizioni.
• Vergogna e paura: la riflessione sul pericolo dei demeriti, del regno della miseria, riflessione sul sostenere i tratti dei meriti, non associarsi con persone che sono prive di vergogna morale e senza paura delle malefatte, associarsi con persone che sono dotate di vergogna morale e paura delle malefatte, e l’inclinazione per lo sviluppo di vergogna morale e la paura delle malefatte in tutte le posizioni.
• Apprendimento: sforzo per l’apprendimento, informarsi costantemente, associarsi con chi pratica il buon Dhamma, ricerca della conoscenza senza colpe, la maturità delle facoltà, come la fede, tenersi lontani dalle impurità, non associarsi con l’ignorante, associarsi con l’erudito e inclinazione per estendere la conoscenza in tutte posizioni.
• Energia: la riflessione sul pericolo del regno della miseria, il beneficio dello sforzo strenuo, alla desiderabilità di seguire la via tracciata dai virtuosi, onorare il cibo dedicandosi alla pratica del Dhamma, riflessione sulla nobile eredità del buon Dhamma, alla supremazia del Maestro (Buddha), sul proprio eminente lignaggio come discendente di un Buddha, sulla nobiltà della compassione nel Dhamma; non associarsi con l’indolente, associarsi con il laborioso, e inclinazione per lo sviluppo di energia in tutte le posizioni.
• Saggezza: informarsi sugli aggregati, le basi, gli elementi, ecc. del proprio corpo; purezza degli oggetti sia all’interno sia all’esterno del corpo, tenere in equilibrio fede e saggezza, concentrazione ed energia; eccesso di fede, eccessivo entusiasmo; eccesso di saggezza, scaltrezza; eccesso di energia, irrequietezza; eccesso di concentrazione, noia (mente estenuante); non associarsi con gli stolti, associarsi con i saggi, la riflessione sulla diversità di profonda conoscenza riguardante sottili soggetti, come ad esempio gli aggregati, ecc. e inclinazione per sviluppare saggezza in tutte le posizioni.
Quattro jhana: i primi quattro carana Dhamma iniziano con l’osservanza dei precetti; la parte iniziale della meditazione Samatha e la cincuplice maestria.

Consapevolezza del respiro
Qui un bhikkhu, andato nella foresta o sotto un albero o in una capanna vuota, si siede, dopo aver piegato le gambe a croce, messo il suo corpo eretto, e stabilito la consapevolezza in fronte a lui, continuamente consapevole inspira, consapevole espira.
1. Inspirando lungo, capisce: «sto inspirando lungo», o espirando lungo, capisce: «sto espirando lungo». inspirando breve, capisce: «sto inspirando breve» o espirando breve, capisce: »sto espirando breve. Si allena così: «inspirerò sperimentando tutto il corpo», si allena così: «espirerò sperimentando tutto il corpo», si allena così: «inspirerò tranquillizzando la formazione del corpo», si allena così: «espirerò tranquillizzando la formazione del corpo ».
2. Si allena così: inspirerò sperimentando l’estasi», si allena così: «espirerò sperimentando l’estasi», si allena così: «inspirerò sperimentando il piacere», si allena così: «espirerò sperimentando il piacere », si allena così:» inspirerò sperimentando la formazione mentale”, si allena così: «espirerò sperimentando la formazione mentale, si allena così: «inspirerò tranquillizzando la formazione mentale, si allena così: «espirerò tranquillizzando la formazione mentale».
3. Si allena così: «inspirerò sperimentando la mente», si allena così: «espirerò sperimentando la mente», si allena così: «inspirerò allietando la mente», si allena così: «espirerò allietando la mente”, si allena così: «inspirerò concentrando la mente», si allena così: «espirerò concentrando la mente”, si allena così: «inspirerò liberando la mente”, si allena così: «espirerò liberando la mente».
4. Si allena così: «inspirerò contemplando l’impermanenza», si allena così: «espirerò contemplando l’impermanenza», si allena così: »inspirerò contemplando la dissolvenza”, si allena così: «espirerò contemplando la dissolvenza », si allena così: «inspirerò contemplando la cessazione”, si allena così: «espirerò contemplando la cessazione”, si allena così: «inspirerò contemplando la rinuncia”, si allena così: «espirerò contemplando la rinuncia”.
(MN 118)
Inspiro ed espiro sono formazioni del corpo.
Pensiero applicato e pensiero sostenuto sono formazioni verbali. Percezione e sensazioni sono formazioni mentali.
Adempimento delle quattro fondazioni della consapevolezza
1. Contemplando il corpo come corpo – Primo tetra
2. Contemplando la sensazione come sensazione – Secondo tetra
3. Contemplando la mente come mente – Terzo tetra
4. Contemplando l’oggetto mentale come oggetto mentale – Quarto tetra

Satipatthana
• Atapi – diligente
• Sampajana – sapendo chiaramente
• Sati – attento
• Vineyya abbhijja – domanassa – libero dal desiderio e malcontento
——–
• Ajjhata / bahinddha – interno / esterno: sé stesso o altri, o sé stesso e gli altri
• Samudaya / Vaya – apparire / svanire: apparire o svanire, o apparire e svanire
• Nanamattaya patissatimattaya – pura conoscenza e continua consapevolezza
Anissito ca viharati, na ca kinci loke upadiyati – indipendente, senza attaccamento a qualsiasi cosa al mondo

Kilesa
Di solito tradotto come contaminanti, macchie. Kilesa sono le zanne di avijja e il suo territorio e i suoi strumenti sono i cinque aggregati (khanda). C’è solo un trono su questi cinque khanda e chi è al comando può utilizzare i cinque khanda a loro piacimento. Ci sono due forze che costantemente lottano per questo trono, uno è l’oscurità (avijja), e una è la luce (Dhamma). Nella maggior parte dei casi, le kilesa hanno autorità esclusiva sul trono e solo una volta ogni tanto Dhamma riesce a mettere il suo dito mignolo per dire che anche lui vuole utilizzare questo trono. Quando abbiamo sati, Dhamma è al comando, per esempio ci dice che vogliamo meditare per un’ora, ma dopo pochi secondi le kilesa ci dicono che è sufficiente. Quindi, se ci sediamo a meditare, durante quest’ora, è una lotta costante tra le kilesa e il Dhamma. Se rinunciamo lasciamo il comando alle kilesa. I cinque khandha sono gli strumenti che le kilesa usano, con cui si può creare un cattivo kamma, se Dhamma è presente, userà gli stessi khandha per creare un buon kamma, favorendo sila, samadhi e panna.

I dieci eserciti di Mara
1. Oggetti di sensualità, animati o inanimati, e i contaminanti della sensualità, che è il desiderio di questi oggetti sensuali. Entrambe queste forme di sensualità sono la causa di diventare illusi, quindi di non sapere la verità.
2. Avversione e insoddisfazione, non aver piacere nell’essere un recluso, di apprendere e praticare, nell’isolamento, e in samatha vipassana.
3. La sete e la fame.
4. Stanchezza. Quando oppressi dalla sete e dalla fame alcuni diventano fisicamente e mentalmente deboli, diventano sfiduciati, indolente e infelice. Come la stanchezza s’insidia, non vogliono continuare nell’ascetismo.
5. Pigrizia e torpore. Con nessun progresso nella loro pratica diventano pigri e scoraggiati, si annoiano e cadono in uno stato di sconforto.
6. Paura. Eccessivo sonno, causa della pigrizia, provoca lo stallo nella loro meditazione e ottusità della loro mente. Sopraffatto dal desiderio, diventano deboli e confusi su questo o quello. Come la paura s’insidia, vengono scossi dalla paura e col cuore tremante, confondono una tigre per un orco.
7. Dubbio. Anche se vincono la paura e ritrovano il coraggio attraverso la pratica, non sono sicuri se sono effettivamente sul Sentiero.
8. Arroganza e la superbia. Dopo aver superato il dubbio, hanno un’alta opinione di se.
9. Desiderio e presunzione. Sono soddisfatti ed entusiasti di avere abbondanza di doni, di essere testimoni della diffusione della loro fama in tutti e quattro le direzioni.
10. Lodare se stessi e disprezzare gli altri.
Le dieci perfezioni
1. Generosità: dare senza paura
2. Moralità: la separazione dalla causa della sofferenza e non perdere la facoltà della verità
3. La rinuncia: senza avidità, senza tetto
4. Saggezza: considerare meriti e demeriti, secondo il Dhamma, rifiutare il male e prendere il bene
5. Sforzo, energia: senza abbandonare l’energia, sforzarsi continuamente
6. Pazienza: non arrabbiarsi quando gli altri si lamentano e ti odiano
7. Verità: dichiarare la verità, dimorare nella verità, mantenere la verità
8. Determinazione: non rompere le proprie promesse, ma mantenerle fedelmente 9. Amorevole gentilezza: identificarsi con tutti gli esseri
10. Equanimità: riguardare amici, indifferenti, e nemici allo stesso modo, senza odio e desiderio

Condivisione, Aspirazione, Determinazione
Possano tutti gli esseri ricevere i meriti accumulati da me.
grazie alla bontà che nasce dalla mia pratica, con il potere di quest’azione meritevole, e grazie a quest’atto di condivisione, che tutti i desideri e attaccamenti rapidamente cessino e tutti gli stati mentali dannosi.
Fino a quando non realizzo Nibbana, in ogni tipo di nascita, possa avere una mente retta, possa non associarmi con gli stolti, possa associarmi con i saggi.
Con consapevolezza e saggezza, austerità e vigore, che le forze dell’illusione non possono indebolire la mia decisione.
Il Buddha è il mio rifugio eccellente, insuperabile è la protezione del Dhamma, il Pacceka Buddha è il mio nobile signore, il Sangha è il mio sostegno supremo.
Attraverso il potere supremo di tutti questi, possono tenebre e illusione essere dissipati, per la potenza delle dieci direzioni, posano tenebre e illusione essere dissipate.

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I cinque ostacoli

Brama
Avversione
Accidia
Superbia
Dubbio

I sette fattori del risveglio

Consapevolezza
Raccoglimento (esame dei fenomeni)
Forza
Serenità gioiosa
Calma
Concentrazione
Equanimità

I cinque dyanhi Buddha

Buddha Vairochana insegnamento – pone fine alla visione dualistica (io e gli aggregati, io e gli altri, io e i fenomeni)
Buddha Akshobhya indistruttibilmente sereno – incrollabile fiducia che ci si può liberare dal samsara
Buddha Ratnasambhava budda della generositá – realizza tutti i voti
Buddha Amitabha buddha della compassione – desiderare che gli altri si liberino dalla sofferenza
Buddha Amoghasiddhi buddha della saggezza – unica sua preoccupazione é aiutare gli altri

L’addestramento mentale in sette punti

Preliminari
– inchino (rispetto, umiltà),
– offerta,
– confessione (pentimento),
– rallegrarsi (per le proprie azioni virtuose, degli altri o delle qualità del Buddha),
– invocare alla dottrina,
– chiedere al Buddha di non morire,
– dedicare i meriti accumulati al benessere degli altri
Pratica addestramento
Trasformare circostanze avverse
La pratica integrata
I segni di abilità
Gli impegni
1. Non contraddire l’addestramento mentale che ti sei ripromesso di seguire.
2. Non essere temerario, nella pratica.
3. Non essere parziale: addestrati sempre nei tre punti generali. 9ª7777777€
4. Trasforma il tuo atteggiamento, ma mantieni il tuo comportamento naturale.
5. Non discutere dei difetti altrui.
6. Non preoccuparti degli affari degli altri.
7. Addestrati per contrastare qualsiasi emozione disturbante, pur grande che sia.
8. Abbandona ogni speranza di ricompensa.
9. Evita il cibo malsano.
10. Non farti vincolare da un pregiudizievole senso del dovere.
11. Non fare commenti sarcastici.
12. Non stare in agguato.
13. Non colpire gli altri nel loro punto debole.
14. Non caricare un bue col fardello d’uno yak.
15. Non abusare della pratica.
16. Non voler vincere a tutti i costi.
17. Non trasformare gli dei in demoni.
18. Non percepire la sofferenza altrui come la propria felicità.
I precetti
1. Agisci con una sola intenzione.
2. Tutti gli errori devono essere rettificati in un sol modo.
3. Due sono gli impegni: uno all’inizio ed uno al termine.
4. Affronta con pazienza ogni situazione si presenti, sia positiva che negativa.
5. Proteggi i due punti come se fossero più preziosi della tua stessa vita.
6. Addestrati nei tre livelli di difficoltà,
7. Consegui le tre cause principali.
8. Non lasciar degenerare le tre attitudini.
9. Non separarti mai dai tre possessi.
10. Pratica sempre con sincera imparzialità.
11. Apprezza la pratica globale e d’ampia portata.
12. Addestrati costantemente per far fronte a situazioni difficili.
13. Non fare affidamento su altre condizioni.
14. Impegnati da subito nelle pratiche principali.
15. Non applicare una concezione sbagliata.
16. Non essere discontinuo,
17. Pratica senza battere ciglio,
18. Affidati all’indagine ed all’analisi,
19. Non essere presuntuoso,
20. Non essere irascibile,
21. Non essere instabile.
22. Non aspettarti gratitudine.

Le sei paramita

Generosità
Etica
Pazienza
Vigore
Concentrazione meditativa
Saggezza discriminante

Gli otto dharma mondani

1 Essere compiaciuti per i guadagni
2 Essere dispiaciuti per le perdite
3 Essere compiaciuti quando sperimentiamo piacere
4 Essere dispiaciuti quando sperimentiamo sofferenza
5 Essere compiaciuti per la buona reputazione
6 Essere dispiaciuti per la cattiva reputazione
7 Essere compiaciuti quando riceviamo lodi
8 Essere dispiaciuti quando riceviamo critiche

I tre veleni

Ignoranza
Avversione
Attaccamento

Otto versi x addestrare la mente

1- Con la determinazione di compiere il supremo benessere di tutti gli esseri senzienti,
che supera anche il gioiello che appaga,
imparerò a considerare tutti loro estremamente importanti.

2- Ogni volta che frequenterò gli altri,
imparerò a pensare a me stesso come al più infimo tra tutti
e rispettosamente considererò gli altri superiori
dal profondo del mio cuore.

3- In tutte le azioni imparerò a cercare nella mia mente
e, appena emerge un’emozione perturbatrice
che può danneggiare me e gli altri,
mi impegnerò ad affrontarla e vincerla.

4- Imparerò ad amare gli esseri maligni
e quelli che sono oppressi da forti azioni negative e da sofferenze,
come se avessi trovato un prezioso
tesoro difficile da trovare.

5- Quando gli altri, spinti dall’invidia, mi trattano male
con abusi, calunnie e cose simili,
imparerò a prendere su di me tutte le sconfitte
e a offrire loro la vittoria.

6- Quando colui al quale avevo recato beneficio con grande speranza
mi ferisce con cattiveria, senza ragione,
imparerò a vedere questa persona
come un eccellente guida spirituale.

7- In breve, imparerò a offrire a tutti, senza eccezione
direttamente e indirettamente, tutto l’aiuto e la felicità
e rispettosamente prenderò su di me
tutti i guai e le loro sofferenze.

8- Imparerò a mantenere tutte queste pratiche
incontaminate dagli otto interessi mondani
e, attraverso la comprensione dell’illusorietà dei fenomeni,
possa essere liberato dal sentimento di attaccamento.

I cinque precetti buddisti per i laici

1) Astenersi dall’uccidere, dal far del male o molestare gli altri esseri viventi (animali e insetti compresi), e dal danneggiare le altrui proprietà.
2) Astenersi dal rubare e dal prendere il non dato; i monaci vivono delle offerte dei laici e questi ultimi con il guadagno del lavoro onesto mantengono se stessi, la famiglia e aiutano i bisognosi.
3) Astenersi da una condotta sessuale moralmente irresponsabile; tradire (o pensare di farlo) il proprio partner, guardare gli altri con pensieri libidinosi, avere un abbigliamento indecoroso.
4) Astenersi dal mentire, dall’offendere, dai pettegolezzi e dalle calunnie; evitare il più possibile un giudizio superficile sulle altre persone.
5) Astenersi dall’uso di sostanze inebrianti come l’alcool o droghe che causano danni a se stessi, possono causarne ad altri e che in generale conducono ad un offuscamento mentale che impedirebbe la piena attenzione e consapevolezza dei propri pensieri ed azioni.

Approfondimenti sulla Meditazione analitica e stabilizzante

Risorsa originale:
http://www.centroyogadalmine.it/files/17.pdf
Quello che segue è un riassunto contenente piccole modifiche da parte mia. Buona lettura.
Davide

Le distinzioni della meditazione.

Tutte le tecniche meditative possono raggrupparsi in 2 tipi fondamentali : meditazione stabilizzante e meditazione analitica. Infatti, ogni forma di pratica meditativa non può che riguardare o l’assorbimento nell’oggetto di meditazione o la sua analisi. Entrambe sono metodi di coltivazione dell’attenzione, ma i loro fini sono diversi :

A) Meditazione stabilizzante (samatha) :
essa consiste nello sviluppare la capacità di concentrarsi, senza interruzione, su un oggetto (il respiro, un concetto, un’immagine visualizzata, una statua) abbandonando ogni altro pensiero. Normalmente invece la nostra mente è sempre impegnata in qualcosa che varia, in
un continuo lavorio, vagando in modo dispersivo e incontrollato da un oggetto
all’altro; cioè, di solito la mente è occupata da un’incessante produzione di pensieri
simile all’acqua che bolle: dal pensiero del proprio lavoro al desiderio di bere un
caffè, dal timore per un rumore improvviso al ricordo d’un amico.
Il proposito di questa meditazione è di calmare e stabilizzare la volubilità della
mente mediante il progressivo acquietarsi di ogni processo mentale (ottenuto con
l’escludere man mano tutti gli stimoli sensoriali e l’attività discorsiva e razionale della
mente. Samatha è appunto lo stato di tranquillità, calma e serenità della mente, che
è completamente fissata sull’oggetto di meditazione (cioè stabilmente assorbita in
esso per quanto tempo si desidera) : tale condizione deriva dall’aver acquietato le
emozioni perturbatrici e le distrazioni.
Ciò non significa svuotare del tutto la mente da ogni pensiero, cioè mettersi in
uno stato privo di pensieri; il frutto della meditazione non è l’assenza di pensieri, ma
il fatto che non siano più nocivi: se sorgono, si lascia che passino naturalmente. E’
come veder passare in lontananza le automobili sull’autostrada: passano e le si lascia
passare, non fanno né bene né male.
Questa meditazione consente di raggiungere certi “stati rarefatti di coscienza
pura” (dhyana), ma soltanto per la durata degli esercizi meditativi; per ottenere
invece un cambiamento e un superamento durevoli e stabili dei nostri abituali fattori
istintivo/emotivi ed intellettuali, si deve ricorrere successivamente alla meditazione vipassana.
Lo sviluppo di samatha conduce
–al nirvana dello hinayana, se è accompagnato solo dalla rinuncia al samsara ;
–alla Perfetta Buddhità, se è unito alla compassione.

B) Meditazione analitica (vipassana) :
questa meditazione è penetrativa ed introspettiva e consiste nel capire concettualmente e intellettualmente la realtà delle cose (che sono caratterizzate dall’impermanenza, dall’insoddisfazione e dall’assenza di un sè) : il che avviene, ad es., analizzando la legge di causa ed effetto (le nostre attuali esperienze sono il risultato di nostre azioni passate e la causa delle nostre future esperienze), la Vacuità (il fatto che tutti i fenomeni mancano di natura autonoma ed intrinseca), i benefici della pazienza, gli svantaggi dell’ira.
Qui dunque si assorbe la mente nell’argomento in esame, penetrandolo col
pensiero intellettuale, con le immagini e i ricordi derivati dagli insegnamenti ricevuti
o dalla nostra esperienza personale. L’analisi e la discriminazione generano una
penetrante percezione interiore circa l’aspetto più profondo dell’oggetto di
meditazione.
La funzione di questa meditazione è di riconoscere ed eliminare le attitudini
negative e le idee errate che ci provocano infelicità ed insoddisfazione : in altre
parole, si tratta di purificare la mente. Ottenendo una giusta visione delle situazioni,
si vive poi in un’altra maniera, cioè con equilibrio e con piena disponibilità di fronte
a tutto ciò che succede.

C) Le due meditazioni congiunte (1):
i due tipi di meditazione suddetti sono complementari se si vuole davvero trasformare la mente, cosicché spesso vengono usati insieme in una medesima seduta di meditazione(2). Ad es., si analizza la Vacuità attentamente fino a che non se ne ha una percezione diretta ed intuitiva : a questo punto si smette di pensare ed analizzare e si trattiene quella sensazione con la nostra attenzione il più a lungo possibile, cioè si fa la meditazione stabilizzante (cosicché la mente diventa letteralmente un’unica cosa con quest’esperienza). Quando questa
percezione o la concentrazione cominciano a diminuire, si torna al processo analitico.

Secondo gli insegnamenti, samatha e vipassana sono due processi distinti ed indipendenti : infatti, samatha va ottenuto per primo e in modo concentrativo, mentre vipassana viene conseguito successivamente ed in modo analitico.

La meditazione stabilizzante in dettaglio :

Per praticare samatha ( “calma dimorante” o “il calmo dimorare”) si
possono usare vari metodi:
a) servendosi di un supporto (cioè di un oggetto che si sceglie per applicarvi la
concentrazione): può essere qualsiasi raffigurazione che abbia carattere sacro,
come il corpo di Buddha visualizzato di fronte a noi nello spazio oppure una
piccola sfera di luce bianca viva e brillante immaginata all’altezza
della fronte (e che dobbiamo ritenere indifferenziata dal nostro guru); può
essere, come si è detto, il nostro respiro;
b) senza usare alcun supporto, cioè lasciando la mente (priva di un oggetto
specifico di concentrazione) libera, distesa e contemporaneamente senza
distrazione.
Il processo di concentrazione per conseguire samatha si articola in 9 fasi, che
sono dette :
1. posizionamento della mente o posare la mente
2. consolidazione imperfetta o posare la mente con continuità
3. consolidazione o concentrazione a toppe
4. consolidazione completa o posare strettamente la mente
5. mente disciplinata o soggiogata
6. mente acquietata o tranquillizzata
7. mente completamente acquietata o del tutto pacificata
8. mente unificata o concentrata su di un punto
9. posizionamento della mente con equanimità.
Durante questi stati mentali progressivi – che si realizzano mediante “6 poteri” –
si hanno “4 attività mentali” (o modi in cui la mente impegna il suo oggetto), come
è indicato nel prospetto di pagina seguente :

6 POTERI
1. ascolto (o apprendimento) degli insegnamenti sulla concentrazione
2. pensiero o riflessione sugli insegnamenti ascoltati
3. presenza mentale
4. comprensione o consapevolezza
5. sforzo assiduo o perseveranza entusiastica
6 .completa dimestichezza o abitudine o familiarizzazione

9 STATI DI CONCENTRAZIONE
1. si distoglie la mente dagli oggetti esterni e la si dirige verso l’oggetto di meditazione (su cui va focalizzata)
2. si prolunga la concentrazione, cioè si trattiene la mente sull’oggetto per qualche minuto
3. la mente rimane focalizzata sull’oggetto più a lungo (dai 10 ai 15 minuti) e riconosce la distrazione non appena sorge per cui immediatamente si riporta sull’oggetto
4. la concentrazione passa dagli aspetti grossolani dell’oggetto ai sottili particolari dello stesso, sui quali la mente viene ora fissata sempre più fermamente
5. si vedono gli svantaggi della distrazione e le buone qualità della stabilizzazione meditativa, a cui ora la mente prende piacere
6. se ci si annoia o si è insoddisfatti della stabilizzazione meditativa, ciò viene considerato un difetto e così viene represso completamente
7. ci si sforza di abbandonare il torpore o l’eccitazione anche nelle loro forme sottili
8. la mente percepisce immediatamente l’oggetto con poco sforzo e la stabilizzazione meditativa non è più interrotta da torpore o eccitazione
9. ci si concentra spontaneamente sull’oggetto senza che sia necessario lo sforzo dell’attenzione e della consapevolezza

4 ATTIVITA’ MENTALI
1. attenzione (o attenzione pressante) : la mente viene energicamente fissata sul suo oggetto
(dal quale peraltro si distrae spesso)
2. attenzione discontinua o interrotta : la concentrazione avviene a intervalli perchè
distratta da torpore, eccitazione, ecc.
3. attenzione regolare o ininterrotta : la mente sta ferma sull’oggetto senza interruzione per un lungo periodo
4. attenzione spontanea : la mente rimane sull’oggetto automaticamente senza sforzo

Il raggiungimento della 9ª fase non è ancora però il samatha vero e proprio. Il
completamento di quest’ultimo avviene solo successivamente, cioè dopo
l’esperienza dell’ottenimento di una leggerezza, docilità e
flessibilità della mente e del corpo – che vengono pervasi da un’estasi o intensa
felicità. Ma la sua stessa intensità tende a turbare la meditazione, per cui –
progredendo nel raccoglimento – questa gioia va a diminuire un po’,
mentre la sostituisce l’equanimità, finché quella si stabilizza : la mente in
questo modo può fermarsi sull’oggetto ed assorbirsi in esso con una stabilità e una
lucidità maggiori (questa esperienza è detta “la tranquillità irremovibile dell’accesso al raccoglimento”)(3).
Con tale esperienza si entra in uno stato molto prossimo al 1° dhyõna (assorbimento mentale) ; continuando a praticare, quest’ultimo verrà poi raggiunto effettivamente.
Nella pratica di samatha, gli 8 dhyõna sono il più alto livello di realizzazione.
Samatha è quindi necessario per sviluppare gli 8 dhyõna e – come vedremo – è
anche la tappa preliminare a vipassana.
Gli 8 dhyõna si ottengono tramite l’applicazione di 6 “attenzioni” particolari
(con cui si vedono di volta in volta le imperfezioni dello stadio già raggiunto e i
vantaggi di quello superiore) ; essi si distinguono nei 4 “dhyõna del rupadhatu” e
nei 4 “dhyõna dell’arupadhatu”. Questi 8 dhyõna fanno parte del Sentiero dello
Sviluppo.

a) i “dhyõna del rupadhatu”
Questi “assorbimenti formali” sono 4 fasi del processo meditativo che
conservano ancora un riferimento a delle forme (rupa) determinate, cioè che
dipendono da percezioni provviste di forma (si tratti di una percezione rivolta verso
l’esterno o verso se stessi).
Nel 1° dhyõna il meditante – avendo sgombrata la mente dalle idee degli oggetti
sensibili e dai desideri dei sensi e, liberatala dalla
malevolenza, dall’indolenza e torpore, dall’irrequietezza ed ansia e dal dubbio –
concentra il pensiero su un oggetto specifico (ad es., l’impermanenza di tutti i
fenomeni), fissando su questo pensiero l’attenzione e il ragionamento. In altre
parole : la mente si concentra fermamente su un unico oggetto finché
tutte le contaminazioni mentali più grossolane svaniscono dalla coscienza e resta
unicamente un sentimento sereno di gioia e di beatitudine, ma le
attività dell’intelletto (quali il ragionamento discorsivo e il discernimento o
riflessione) continuano ad esercitarsi sull’oggetto di concentrazione.
Quando queste due attività intellettuali – che arrecano disturbo – si arrestano e
vengono sostituite da un senso di profonda tranquillità interiore, si ha il 2° dhyõna,
in cui la mente continua a restare concentrata con un sentimento di gioia e di
beatitudine.
Nel 3° dhyõna, un grado più profondo di concentrazione fa abbandonare la
gioia (che ha un aspetto eccitante), per cui rimane solo un sentimento di beatitudine
– che comprende un inizio di equanimità, caratterizzata da uno stato di
serenità.
Nel 4° dhyõna ci si lascia alle spalle anche la beatitudine, mentre la coscienza è
ora pervasa da perfetta equanimità e presenza mentale. In altre parole : il
meditante non ha esperienza nè di dolore nè di piacere e diviene conscio della pura
lucidità della propria mente e dell’equanimità del suo cuore. Questo dhyõna è
contraddistinto da un alto grado di concentrazione e quiete (la mente è tranquilla,
attenta e chiaramente consapevole) ; ed è il punto di partenza per i “dhyõna
dell’arupadhatu”.
Praticando i “dhyõna rupadhatu” si ottengono le 4 “virtù illimitate”
(amore/benevolenza, compassione, gioia simpatetica, equanimità) e le 5
“conoscenze soprannaturali” (chiaroveggenza, chiaroudienza, conoscenza
dei pensieri altrui, ricordo delle vite passate, conoscenza del momento della morte
futura). Inoltre, raggiungendo in questa vita tali dhyõna si potrà rinascere tra gli
abitanti dei cieli del rupadhatu.

b) i “dhyõna dell’ arupadhatu”
Questi “assorbimenti immateriali” sono 4 fasi progressive del processo
meditativo – successive ai 4 rupadhyana – consistenti in stati altamente sottili e
rarefatti di coscienza, molto lontani dal nostro ambiente quotidiano, mentale e fisico
(perché si verificano dopo aver superato tutto ciò che dipende dalle percezioni
relative alla forma).
Dunque, dopo aver ottenuto il “4° dhyõna rupadhatu” ci si allontana e ci si
distoglie completamente dal tatto, dalla vista, ecc. e dai dharma ordinari, fisici (sia
grossolani che sottili) applicandosi a sviluppare l’idea che “tutti i dharma sono
simili allo spazio infinito”. Si deve fissare la mente su questo pensiero e
svilupparlo ; una volta sviluppato, si è raggiunta
1.- l’esperienza dell’infinità dello spazio, in cui lo spazio
diventa il principale oggetto di contemplazione e costituisce l’oggetto diretto ed
intuitivo della coscienza.
Dopodiché si prosegue contemplando tale stato di coscienza e sviluppando il
pensiero : “la coscienza è vuota e vasta (infinita) come lo spazio.” Dopo un certo
periodo, questa concentrazione permette di ottenere
2.- l’esperienza dell’infinità della coscienza o della coscienza infinita.
Qui la stessa “coscienza dell’infinità dello spazio” diviene
oggetto di meditazione : l’infinito diviene cosciente, per cui rivela l’infinità della
coscienza, ossia la coscienza si identifica completamente con l’infinità dello spazio.
Poiché nel corso di un’esperienza intuitiva la coscienza si identifica totalmente con
l’oggetto e si fonde in esso, se questo è infinito (come lo è lo spazio), anche la
coscienza diviene infinita, illimitata. Si tratta di un’esperienza di estensione
illimitata e di libertà e in cui i poteri della percezione e della comprensione sono
infiniti.
Dopo aver acquisito le realizzazioni di questi due dhyõna, il meditante si accorge
che esse hanno ancora un “oggetto” e si basano sulla coscienza di un oggetto di
pensiero. Egli allora si applica a sviluppare l’idea che “non vi è nulla da capire”,
arrivando così alla
3.- realizzazione di sunata o sfera della non-cosalità o coscienza dell’assenza di tutte le cose materiali o immaginate :
è l’esperienza del nulla assoluto, la sfera della nullità, cioè vuota di concetto : qui i
poteri discriminativi della mente sono soggiogati.
Infine, comprendendo che queste tre sfere hanno ancora, ciascuna, un oggetto –
benché molto sottile -, si procede ulteriormente pensando così : “benché non vi sia
percezione grossolana, ordinaria, materiale, non vi è assenza di percezione sottile.”
Si accede così allo
4.- stato di “né percezione né non-percezione” : è
la sfera del limite ultimo della percezione, poiché è scomparsa la distinzione tra
sperimentatore ed oggetto sperimentato ; soggetto e oggetto sono diventati una cosa
sola, è stata raggiunta la perfetta unificazione o “samadhi in senso stretto”, in cui il
meditante diviene uno con l’oggetto di meditazione. Questa unificazione è la fase
finale, l’ottenimento raggiunto attraverso il processo di assorbimento (dhyõna),
ossia il culmine dell’esperienza meditativa (unità di soggetto ed oggetto). Il fine
della meditazione non è però il raggiungimento di samadhi, bensì
equanimità – che non è altro che il samadhi tradotto nella vita pratica ; in altre
parole, il samadhi consente al meditante di ritornare al mondo quotidiano e
trasformare in azione la conoscenza e l’esperienza che ha ottenuto nella
meditazione.
Questo 4° stato che implica simultaneamente l’assenza sia della percezione che
della non-percezione è detto “vertice del divenire”; qui
compare la saggezza intuitiva.
Praticando nella vita umana i “dhyõna arupadhatu” si può rinascere tra gli
abitanti dei cieli dell’arupadhatu : in essi, lo “skandha (aggregato della forma” è estinto
completamente e sussistono solo i 4 aggregati mentali.
Per chi padroneggia tutti gli 8 dhyõna (e anche la pratica di vipassana) c’è
infine uno stato di supremo assorbimento in cui le funzioni fisiologiche e il corso
della mente sono quasi completamente soppressi, per cui il meditante sembra morto :
questo stato può durare al massimo 7 giorni e si chiama “realizzazione della
cessazione”.

La meditazione analitica in dettaglio.

Vipassana ( “visione interiore, penetrante intuizione”) è una
concentrazione in cui la mente – pur restando fissata in modo immobile sull’oggetto
di meditazione – si dedica ad un esame analitico e preciso della natura e delle varie
qualità e funzioni dell’oggetto stesso.
In senso lato, tale pratica dell’attenzione viene rivolta al corpo (ad es.,
camminare, mangiare, guardare), alle sensazioni fisiche o mentali (piacevoli,
dolorose, indifferenti), agli stati mentali (ad es., una condizione di turbamento) e ai
contenuti mentali (ad es., i 5 aggregati) e consiste nell’osservare nei dettagli tutto
quanto ci accade momento per momento e nel riconoscerlo per ciò che veramente è,
senza concettualizzarlo o giudicarlo ; e può esser fatta prima di samatha.
Ma, più in particolare, vipassana è l’assorbimento meditativo che – effettuato
dopo aver realizzato samatha – esamina in modo esplorante ed investigante la vera
natura (o modo d’essere) della realtà (e quindi anche della mente stessa),
riconoscendola nella Vacuità4. Con samatha la mente è diventata come uno
specchio limpido ; ora, con vipassana esaminiamo la natura dello specchio e le
immagini che vi si riflettono.
Poiché la Vacuità è la vera natura della realtà, si può dire che vipassana è il
mezzo per ottenere la consapevolezza discriminante della realtà in quanto tale.
Si usa dunque la capacità ottenuta con samatha, per meditare in modo analitico e
discriminante le argomentazioni relative alla “mancanza di esistenza intrinseca”,
iniziando dapprima col convincersi della vacuità della persona e poi passando a
quella dei fenomeni. Si acquista così una dimestichezza e familiarità con la
meditazione sul significato della Vacuità, che è stato prima accertato con lunghe
riflessioni in proposito. A questo punto si produce uno stato di beatitudine fatto di
docilità fisica e mentale, esattamente come in occasione di samatha (con la
differenza che ora tale docilità non è indotta dallo stabilizzare la meditazione, bensì
è prodotta dal potere dell’analisi del modo in cui il sé esiste).

Il procedimento può essere il seguente :
1.- Dopo aver praticato samatha – per cui si prova un’esperienza di calma mista a
un senso di felicità – si osserva la mente in questo stato equilibrato di totale quiete e
stabilità, libera da idee e preoccupazioni ansiose, per analizzarne la natura: ma ci si
scopre incapaci di darne qualsiasi descrizione. Infatti, non si può affermare che
abbia un colore, una forma o che sia fatta in un certo modo, né può esser descritta
concettualmente o identificata con altro : non si è in grado di trovare nulla che si
possa chiamare “mente calma”, non c’è nulla dietro di essa che osservi e le invii dei
messaggi, cioè la mente opera su se stessa, senza alcuna base, fondamento o
sostanza. Non ha una natura intrinsecamente esistente, ossia è vuota come lo spazio,
anche se la sperimentiamo come una chiara, limpida e luminosa consapevolezza. La
natura ultima ed invariata della mente è la sua vacuità (la mente che comprende la
vacuità è della natura della vacuità – come ogni altro fenomeno).
Anche se cerchiamo di vedere dove risiede la “mente calma” (che pur abbiamo
sperimentato) – esaminando se si trova in un luogo specifico del corpo (testa,
cuore…) oppure in tutto il corpo – non riusciamo a trovarla in nessun posto;
2.- Dopo essersi posti in uno stato mentale di contemporanea beatitudine, chiarità
e pura non-concettualità, si lascia che sorga improvvisamente un pensiero
passeggero oppure si crea un pensiero su un qualsiasi argomento. Ad es., se
guardiamo bene il tavolo davanti a noi, facciamo nascere nella mente il pensiero del
tavolo, cioè la sua immagine. Ora osserviamo il pensiero del tavolo senza bloccarlo
od afferrarlo: esso è presente alla mente, ma non siamo capaci di dire
–da quale luogo è venuto, cioè qual è la sua origine: esso si trova nella nostra
mente senza essere venuto da nessun posto;
–in quale luogo si trova attualmente, se cioè è fuori del corpo oppure dentro;
–di che cosa è fatto;
–che forma e che dimensioni ha.
Ora creiamo un nuovo pensiero, guardando attentamente – ad es. – questo vaso di
fiori. Il pensiero del tavolo è ancora nella mente quando questa è occupata ad
osservare i fiori? da dove è venuto il pensiero dei fiori? quando il pensiero del tavolo
è cessato – soppiantato dal pensiero dei fiori – come e dove se ne è andato? quando è
passato, non ha lasciato alcuna traccia o ne è restata invece un’impronta? I pensieri
non vengono da nessun luogo, non si trovano in nessun luogo, non vanno in nessun
luogo: non hanno esistenza propria. Quando non si conosce la natura della mente
siamo convinti che i pensieri esistano davvero: presi per reali, diventano anche
motivo di sofferenza (come il leone che ci appare in sogno spaventandoci). Invece,
tramite la meditazione si capirà che la natura sia della mente stabile (di cui al
precedente n.1) sia della mente pensante è esattamente la stessa : anche i pensieri
sono allo stesso tempo vividi e vuoti. I pensieri non sono altro che la mente. E
quando un pensiero sorge o scompare, esso non altera la mente originaria, così come
un disegno fatto sull’acqua o una nuvola che passa nel cielo non alterano l’acqua o il
cielo. La mente è come uno specchio, che possiede sempre la medesima vuota
chiarità – sia che rifletta o no un oggetto : la consapevolezza è per natura la stessa,
indipendentemente da ciò di cui essa è consapevole.
Il meditante che riconosce la vera natura della mente smaschera l’irrealtà dei
pensieri e non è quindi spinto a reagire, essendo libero dalle paure e dalle gioie che
gli creerebbe una situazione reale. Nella mente appare ogni specie di pensieri ed
immagini, ma non hanno esistenza reale; non si tratta di cancellare la facoltà
creatrice della mente, ma di vedere il suo carattere privo di esistenza propria. Un
leone, per quanto falso, appare come una forma: è l’aspetto “manifestazione”; sapere
però che non è reale corrisponde all’aspetto “vacuità”. Vipassana riconosce
contemporaneamente la forma del leone e la sua irrealtà, l’unione di manifestazione
e vacuità;
3.- Poi si cerca di riconoscere l’inseparabilità della mente e delle apparenze che
vi vengono riflesse (cioè gli oggetti di senso esterni) quali le forme (o immagini), i
suoni, gli odori, i sapori e le sensazioni tattili. Così, ad es., si focalizzano occhi ed
attenzione su di un vaso di fronte a noi, poi si osserva di volta in volta se c’è una
differenza nella natura tra un suono acuto ed uno smorzato, tra un odore fragrante ed
uno cattivo, tra un sapore delizioso e uno disgustoso, tra una sensazione di freddo ed
una di caldo : in questi momenti è l’apparenza che entra nella mente dall’esterno
oppure è la mente che quando riflette qualcosa va fuori e l’afferra ? esiste una
differenza tra coscienza (soggetto) e un’apparenza (che è l’oggetto della
coscienza) ? se si afferma che
• questo oggetto non è reale, si dovrebbe dedurre che non vi è differenza alcuna
fra esso e la mente (la quale allora non potrebbe trattenere alcunché come suo
oggetto e nella quale niente potrebbe apparire) ;
• questo oggetto è reale e quindi è separato e staccato dalla mente, c’è da
chiedersi se l’oggetto del pensiero stesso che ci fa fare questa affermazione è
qualcosa che si trova là, esistente in modo autonomo fuori dalla mente.
In realtà, l’oggetto e la mente che lo sta osservando non sono né la stessa cosa né
una cosa diversa ;
4.- Quindi si cerca di osservare la mente in relazione al corpo, arrivando a capire
che anche in questo caso
a) non sono la stessa cosa (o una cosa sola) :
se lo fossero infatti, vi sarebbe un’assurda identità tra qualcosa che nasce e muore
(il corpo) e qualcosa che è permanente per sua natura (la mente non compare
dal nulla al momento della nascita né cessa di esistere con la morte) ;
b) non sono due cose distinte, separate e staccate l’una dall’altra :
se lo fossero infatti, ne deriverebbe l’assurdo che le sensazioni sarebbero
possedute o solo dal corpo (e allora anche un cadavere dovrebbe poterle
avvertire) o solo dalla mente (mentre è un fatto che noi possiamo avvertirle in
tutto il corpo – proprio perché la mente non è localizzata qui o là ma lo
pervade completamente ed è collegata ad esso).
In realtà, il corpo e la mente non sono né la stessa cosa né una cosa diversa : sono
due oggetti inseparabili che condividono un rapporto di interdipendenza, un’unità di
apparenza e di vacuità.
Se l’apparenza (o riflesso) della luna in una pozzanghera e l’acqua di quest’ultima
fossero la stessa cosa, mettendo la mano su di essa l’apparenza dovrebbe rimanere
dov’è ; se fossero due cose diverse, si dovrebbe poter sollevare l’apparenza dalla
pozzanghera come se fosse un pezzo di carta.
Le apparenze dunque non sono realmente esistenti, ma sorgono simultaneamente
alla Vacuità (come un oggetto e la sua ombra).

La visualizzazione.

E’ una tecnica mentale che consiste nell’usare la nostra immaginazione creativa in
meditazione, cioè nella capacità di pensare per immagini : ad occhi chiusi ci si
raffigura mentalmente (secondo regole ben precise) un’immagine, la quale appare
all’interno della nostra mente(5).
I due tipi di meditazione – analitica e stabilizzante – vengono usati insieme nelle
tecniche di visualizzazione : per costruire l’immagine abbiamo bisogno del pensiero
analitico, mentre ci occorre la meditazione stabilizzante per trattenerla senza
distrazione per periodi di tempo sempre più lunghi.
Lo scopo della visualizzazione è di ottenere il controllo della mente, diventare
esperti nel creare le costruzioni mentali, entrare in contatto con potenti forze (esse
stesse prodotto della mente) ed ottenere stati di coscienza più elevati, in cui si
sperimenta – a livello di sentimento e non più di semplice credenza – la non-esistenza
del proprio essere e la natura non-duale della realtà (ossia l’identità
fondamentale e la compenetrazione di tutte le cose dell’universo).
La visualizzazione insegna che tutto quello che ha una forma (sia pure
divina) è in ultima analisi illusorio e lascia posto soltanto a quello che non ha né
forma, né nome, né attributi esprimibili.
Parrebbe un controsenso : creare identificazioni mentre si aspira ad una totale
dis-identificazione ; ma paradossalmente proprio la concentrazione e visualizzazione con una divinità – cioè con un’immagine che in qualche modo infonde nel praticante la forza
corrispondente – conduce aldilà delle immagini e della pluralità.

Note:

1 L’unione di samatha e vipassana è detta “dhyõna in senso lato”, mentre i “dhyõna in senso stretto”
sono gli 8 assorbimenti meditativi (rupadhatu e arupadhatu) di samatha.
2 Nello Stadio di Completamento ci si serve principalmente di samatha; fra una seduta e l’altra invece si continua ancora a compiere analisi sulla vacuità ricorrendo a vipassana.
3 Si avrà realizzato il samadhi quando si potrà restare in perfetta concentrazione su un solo e medesimo
oggetto per la durata di 4 ore.
4 Pensare alla mente come vuota è una situazione ben poco naturale: infatti, significa usare la mente per
cercare la mente stessa, e quindi è un circolo vizioso. Il soggetto osserva l’oggetto che è il soggetto che è
l’oggetto e – finché la mente continua a cercarsi in questa cornice intellettuale o concettuale – non si
scoprirà mai: è una ricerca senza fine. Invece, per sperimentare in modo diretto la natura vuota della
mente è necessaria la meditazione: qui non si cerca la mente né la si osserva, né la si dirige in alcun
modo, ma la si lascia semplicemente riposare – rilassata – nel suo stato naturale di nuda consapevolezza,
senza distrazione né torpore.
5 Ad es., si visualizza la forma del Buddha di fronte a sé: la si può immaginare di qualsiasi taglia, ma è meglio se molto piccola

Dove il Buddismo e la scienza si incontrano

Autore: un video postato su YouTube da molti, non so chi è il vero autore. link per telefonino: http://m.youtube.com/watch?v=qj_i7YqDwJA&desktop_uri=%2Fwatch%3Fv%3Dqj_i7YqDwJA
Tradotto dall’inglese in italiano e reinterpretato da Davide

Sembra esserci un forte parallelismo tra la realtà descritta dalle leggi della fisica e il Buddismo. Questo scritto focalizza l’attenzione su tre dei principali vocaboli ricorrenti nel Buddismo, il vuoto, l’unicità/interdipendenza e la natura della realtà, analizzando per ciascuno di essi i parallelismi con le leggi della fisica.
Ci sono diversi modi di vedere la realtà ciascuno descritto da due parole che sono l’una l’opposto dell’altra: non materiale-materiale, intuitivo-razionalistico e spirituale-scientifico. Ad ogni modo descrivono tutti la stessa unica realtà. Bisogna focalizzarsi sul concetto che la realtà così come la percepiamo spesso non corrisponde a quello che realmente è.

Vuoto

Il vuoto può essere descritto come la pagina bianca di un libro che è quindi vuoto ma che contemporaneamente può contenere una infinita combinazione di frasi ed immagini che possono dare luogo ad un infinito numero di possibili storie; insomma ha in sé un grosso potenziale che è quello di potere dare luogo ad un infinito numero di possibili realtà.
Il Buddismo considera il vuoto come qualcosa da cui tutto origina e tutto finisce, in un flusso continuo di eventi e lo stesso Buddha disse che la realtà origina nel vuoto, una non-duale ed infinita sorgente. Quindi il vuoto è come un campo in cui possono originare infinite possibilità. È proprio qui che sembra esserci un parallelismo con la fisica dei quanti. Esploriamo adesso cosa si intente per realtà materiale in fisica dei quanti introducendo il concetto dualistico di onda-particella. Se uso il concetto di onda una entità non ha una esatta collocazione nello spazio tempo fisico ma può essere ovunque in qualsiasi istante, in tutto l’universo. Se uso il concetto di particella invece so esattamente dove si trova in un determinato istante. Si pensi a una mela intera tenuta in una mano: dal punto di vista della particella la posizione della mela è nella mano ed è intera, mentre dal punto di vista dell’onda potrebbe ancora benissimo essere sull’albero oppure tagliata dentro un frullatore. Ma come è possibile pensare alla realtà in questo modo? Bene, la fisica moderna accetta il principio secondo cui lo stato di una particella può essere descritto solo quando la si osserva, nel caso della mela si misura la sua posizione e si rileva il suo stato; prima di misurare nessuno potrebbe sicuramente dire dove si trovi la mela e se è ancora intera. Ecco che tutto è comprensibile adesso: prima c’è il vuoto con tutte le sue possibili realtà (assenza di misura, non materiale, onda), poi nasce la realtà (misurata, materiale, particella). Fare una misura della posizione o velocità di una particella è come dire che l’essere umano acquista consapevolezza (coscienza, conoscenza). Le qualità di una particella non sono pre-determinate ma sono definite dalla mente che le percepisce. Così quello che appare essere la realtà solida (fisica) è solo uno dei due lati delle realtà sottostanti. Le onde e le particelle sono due aspetti della stessa realtà, non sono da intendersi come differenti, che non c’entrano niente l’una con l’altra. Anzi dall’una origina l’altra ed è anche il posto dove ritorna dopo che è esistita.
Ora consideriamo anche che il 99,99999% dello spazio occupato da un atomo è vuoto; eppure tutti gli oggetti materiali appaiono ben solidi!
Pensiamo anche alle nostre mani: noi abbiamo l’illusione di toccare un oggetto ma in realtà quello che accade è che noi sperimentiamo una interazione tra gli atomi più esterni della della nostra pelle e quelli dell’oggetto che ci sembra di stare toccando (forza repulsiva che impedisce agli atomi della mano e dell’oggetto di fondersi tra di loro), facendo percepire alla mente la sensazione di toccare qualcosa. La realtà e che fisicamente non tocchiamo niente, tutti gli oggetti fisici hanno un campo energetico che li avviluppa ed è tramite quel campo di energia che noi interagiamo con l’ambiente. questo campo magnetico é ovunque in tutto l’universo e nonostante non sia ‘reale’ o ‘tangibile’ esiste ed ha un enorme potenziale. Ad esempio quando sei seduto su una sedia in realtà ci stai galleggiando sopra!
In fisica dei quanti noi abbiamo un campo elettromagnetico da cui tutte le particelle originano; non sono due cose separate ma sono due forme (stati della stessa cosa). ‘Possiamo dire che la materia è costituita da una regione di spazio in cui il campo magnetico è estremamente intenso. Non c’è posto in questa nuova fisica per il campo e per la materia, per cui il campo è la sola realtà.’ A. Einstein.
Immaginiamo il campo magnetico come un oceano turbinoso costituito da onde che in un flusso continuo Up & Down di cui solo la parte superiore delle creste è la zona di questo campo da cui la materia fisica (particelle) nasce. Le particelle formano gli atomi che compongono tutto l’universo che conosciamo. Il resto dell’oceano è fuori dal campo (range) della percezione ma esiste e potenzialmente può formare materia. Se ne conclude che tutta la materia nasce e torna nell’oceano magnetico (il vuoto) e questo concetto coincide proprio con l’idea del vuoto del Buddismo.

Unicità – Interdipendenza

L’idea della unicità o interdipendenza nel Buddismo è che tutto quello che esiste è intimamente interconnesso a tutto il resto e quindi l’idea di un essere separato dal mondo intorno è considerata essere un illusione. La vera natura siamo noi stessi e la realtà, completamente unificati. Questo è esattamente quello che ora la fisica della meccanica quantistica ci dice.
I padri della fisica quantistica – Planck, Heisenberg, Bohr, Schrodinger, Pauli – li usavano per spiegare le straordinarie proprietà dei quanti e i loro paradossi. Erano esperimenti mentali perché nessuno pensava di poterli riuscire mai a realizzare concretamente perché le tecnologie dell’epoca impedivano la manipolazione dei singoli quanti.
Qui nello specifico parliamo di cosa succede quando ci sono due particelle che interagiscono tra di loro e poi si separano.
Il principio di indeterminazione di Heisenberg ci dice che considerando due ‘particelle coniugate’ che hanno interagito, se si riusciva a fare una misurazione di una l’altra diventava indeterminabile, attribuendone la causa ad una disturbanza dovuta all’esperimento. Lo studio EPR (1935, Einstein, Podolsky e Rose) tentava di dimostrare l’inadeguatezza di questa conclusione suggerendo che in determinate condizioni una coppia di sistemi quantici possono essere descritti con una singola funzione di onda che codifica il risultato dell’esperimento sia che si svolga procedendo in coppia che singolarmente su uno dei due sistemi e si concludeva proponendo due possibilità:1-sebbene separate anche da migliaia di anni luce le particelle continuavano a interagire tra di loro anche dopo la separazione 2- l’informazione sui possibili risultati dell’esperimento è presente in tutte e due le particelle. Erano a favore della seconda e cioè devono esserci dei ‘parametri nascosti’. Si pensa che dissero così anche per non contrastare la teoria della relatività secondo la quale niente è più veloce della luce; in questo modo aggiunsero anche che la meccanica quantistica era incompleta perché non vi era spazio per questi parametri nascosti nella teoria http://en.m.wikipedia.org/wiki/EPR_paradox.
Alain Aspect è autore di uno studio negli anni 80 (credo) che descrive il comportamento di alcune particelle tipo i fotoni, elettroni o le molecole di fullerene (C60). Le ultime sono degli allotropi del carbonio che si trovano nello spazio più profondo e sono costituite da esagoni e pentagoni di carbonio che hanno una forma di pallone da calcio (icosaedro troncato o Backminsterfullerene). L’articolo descrive il comportamento di queste particelle che prima di interagire tra di loro avevano un loro proprio stato quantico e dopo l’interazione le particelle potevano ancora essere descritte con uno stato quantico ma lo stato dell’una era in relazione allo stato dell’altra e questo valeva anche se le due particelle si trovavano a migliaia di anni luce di distanza. Ad esempio consideriamo il paio di particelle coniugate (tangle particles) AB: se la particella A ha spin+ allora la B ha per forza spin- e questo si verifica istantaneamente al momento della misura di una solo delle due particelle, a dispetto della loro posizione nello spazio-tempo esse rimangono per sempre interconnesse. Si stima che la velocità con la quale avviene questa interazione è di 10000 volte superiore a quella di un fotone che dovesse coprire la distanza tra A a B. Si conclude quindi che adesso la fisica appoggia maggiormente l’ipotesi che le particelle anche dopo essersi separate interagiscano ancora o perlomeno abbiano ancora qualcosa che le tiene legate.
http://en.m.wikipedia.org/wiki/Quantum_entanglement.
Quindi tornando all’idea buddista che tutto sia interconnesso e non ci sia niente di separato, anche per la fisica la realtà è che ogni cosa che esiste ha una singola interconnessione con il campo quantico-magnetico, che è la matrice dalla quale tutto origina, mentre esiste è interconnesso e in questa finisce, perciò si dimostra ancora una volta il parallelismo tra il buddismo e la scienza moderna.

Natura della realtà – Mente e realtà

il Buddha disse: ‘tutto quello che siamo è il risultato di tutto quello che abbiamo pensato. La mente è tutto’. Per il Buddismo ma non solo, la mente non è parte della realtà che si percepisce (materiale), comunque è ciò da cui tutto origina.
Anche Max Planck (fondatore della fisica quantistica) disse:’Tutta la materia origina ed esiste solo in virtù di una forza dietro la quale c’è una cosciente ed intelligente mente. Questa mente è la matrice di tutta la materia’.
Ancora Heisenberg, nell’ambito del mondo atomico e sub-atomico enunciò: ‘non è possibile conoscere velocità e posizione di un elettrone che gira attorno ad un nucleo, allo stesso tempo. Se conosco la velocità non so la posizione e viceversa. Quello che si osserva insomma non è la vera natura, ma la natura conformemente al metodo che usiamo per rispondere ai nostri interrogativi’. La realtà è perciò definita dalla mente che la osserva. Il punto cruciale è l’osservatore.
L’esperimento della doppia fenditura permette di dimostrare la dualità onda-particella della materia e riguarda un fascio di fotoni (luce) che attraversano una lastra con una doppia fenditura e che successivamente vengono rilevate da una lastra pista dopo le spaccature.

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Quello che si trovò fu che se osservati, i fotoni si comportavano come particelle fisiche vere e proprie, cioè quelli che passavano li ritrovavamo fisicamente in determinate posizioni sulla lastra di rilevazione.

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Se invece non venivano osservati essi si distribuivano sulla lastra di rilevazione in un pattern di interferenza di tipo ondulatorio, come se attraversassero le fenditure in maniera simultanea.

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Nel secondo caso si comportano in modo analogo di un onda che in sé include infinite possibilità di posizioni rilevabili.

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In seguito questo esperimento è stato ripetuto sempre con gli stessi risultati ed usando anche molecole grosse (come C80). Con il che si conclude che la realtà (fisica, materiale) non esiste senza una mente che la definisce (la osserva) mentre senza la mente (che la osserva) essa è qualcosa di non realmente fisico o tangibile, ma che comunque ha in se un infinito potenziale di sviluppare qualsiasi fenomeno all’interno della realtà (fisica, materiale).
I fisici moderni quindi si ritrovano solo ora sostanzialmente a ribadire ciò che aveva detto Buddha 2500 anni prima, e cioè che la realtà è una percezione della mente.

Conclusioni ed implicazioni

Il confine tra scienza e spiritualità non è mai stato così sfocato e sottile come lo è oggi. Questo può aprire una nuova era nella storia dell’umanità, un’era in cui l’uomo in prima persona deve aprire la mente e cercare di osservare il mondo secondo la sua vera natura: tutto ciò che è reale origina dal vuoto, esiste e poi finisce di nuovo nel vuoto, mentre esiste tutto quello che ne fa parte è interconnesso a tutte le altre cose che lo circondando, trovandosi immerso in una unica matrice con la quale interagisce. Il mezzo di interazione con questa matrice è la mente umana: é questa che definisce la realtà quando la osserva, e quando non la osserva la realtà è una realtà non fisica ma che dentro sé ha il potenziale di diventare tale.
Le implicazioni sono profonde perché vuol dire che il destino dell’umanità è nelle nostre mani, o meglio nella nostra mente. Ognuno di noi deve sentirsi parte di questa riscoperta della visione della realtà della natura mitigando scienza moderna e spiritualità antica. Dobbiamo essere attenti alla nostra nuova visione mentale per poterci risvegliare in un mondo senza odio ma amore, niente divisioni ma unità, niente conflitti ma compassione.

Vi lascio con una dedica:
possano tutti essere felici,
possano tutti essere liberi dalla sofferenza,
possano tutti non essere separati dalla felicità,
possano tutti vivere nell’equanimità, liberi dall’astio e dagli attaccamenti,

Grazie per avermi letto.

Le Quattro Nobili Verità

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Tradotto e reinterpretato da:buddhanet.com,
teachings by Ajahn Sumedho

Questo insegnamento è la base della filosofia Buddhista.
Il mio unico suggerimento per una corretta comprensione del testo è quello di leggere poco per volta e poi riflettere su quello che avete appena letto. Buona lettura.
Davide

Usate le Quattro Nobili Verità per progredire. Applicatele nella vita quotidiana, alle cose comuni, agli attaccamenti comuni, alle ossessioni della mente. Con queste Verità possiamo indagare sui nostri attaccamenti, per ottenere intuizioni profonde.

La Prima Nobile Verità

con i suoi tre aspetti, è: ‘C’è la sofferenza, Bisogna comprendere la sofferenza. La sofferenza è stata compresa’.

SOFFERENZA ED ILLUSIONE DI UN SE’

E’ importante riflettere sulla formulazione della Prima Nobile Verità. E’ enunciata molto chiaramente: “C’è la sofferenza” e non “Io soffro”. Psicologicamente è un modo molto efficace di esprimersi. Tendiamo ad interpretare le sofferenze come “Io sto soffrendo. Soffro molto – e non voglio soffrire”. Questo è il modo in cui la nostra mente condizionata pensa.
“Io sto soffrendo” porta all’idea di “Io sono qualcuno che sta soffrendo molto. Questa sofferenza è mia; io ho avuto tante sofferenze nella mia vita”. Quindi comincia l’intero processo di identificarsi con se stessi e con la propria memoria.
Invece dobbiamo vedere che non c’è qualcuno che ha delle sofferenze. Se vediamo semplicemente che “c’è la sofferenza”, allora questa non è più una sofferenza personale. Non è: “Oh povero me, perché devo soffrire così tanto!? Che ho fatto per meritarmelo? Perché devo invecchiare? Perché devo avere dolore, sofferenza, angoscia e disperazione? Non è giusto! Non lo voglio. Voglio solo felicità e sicurezza”. Questo tipo di ragionamento viene dall’ignoranza, che complica ulteriormente la situazione e sfocia in problemi di personalità.
Per poter lasciare andare la sofferenza dobbiamo prima esserne coscienti, ammetterla nella coscienza. Ma l’ammissione, nella meditazione buddhista, non viene da una posizione del tipo: “io sto soffrendo”, ma piuttosto “c’è la presenza della sofferenza”. Infatti non dobbiamo cercare di identificarci con il problema, ma semplicemente riconoscere che ce n’è uno. E’ sbagliato pensare in termini di: “sono una persona arrabbiata; mi arrabbio così facilmente; come posso eliminare la mia rabbia?” In questo modo si evidenziano tutti gli assunti che ci fanno credere nella presenza di un Io personale. Da questo punto di vista è difficile avere una prospettiva corretta. Tutto diventa confuso, perché la sensazione dei miei problemi o dei miei pensieri mi porta a reprimerli o a dare giudizi su di essi o a criticare me stesso. Tendiamo ad afferrare e ad identificarci piuttosto che a osservare, a essere testimoni, a comprendere le cose così come sono. Quando si ammette semplicemente che c’è un certo senso di confusione, che c’è dell’avidità o dell’ira, questa stessa ammissione è un’onesta riflessione su ciò che è; così facendo, togliete tutti gli assunti sottintesi – o almeno li indebolite.
Quindi non aggrappatevi a queste cose come a difetti personali, ma contemplatele costantemente come impermanenti, insoddisfacenti e prive di un sé. Continuate a riflettere, vedendole così come sono.
“C’è la sofferenza” è il riconoscimento molto chiaro e preciso che in quel momento vi è una sensazione di infelicità. Può andare dall’angoscia e disperazione a una mera irritazione.
L’esperienza del mondo sensoriale avviene per mezzo delle sensazioni, e ciò significa che viviamo sempre tra il piacere e la pena, cioè nel dualismo del samsara. E’ come essere esposti e molto vulnerabili, poiché reagiamo a tutto ciò con cui il corpo ed i sensi entrano in contatto. E’ così che vanno le cose. Questa è la conseguenza della nascita.

NEGARE LA SOFFERENZA

Di solito non vogliamo riconoscere la sofferenza, vogliamo solo eliminarla. Appena sorge un problema o un guaio, la tendenza dell’essere umano non risvegliato è quella di sbarazzarsene o sopprimerlo. E si può vedere come la società moderna sia tutta tesa a cercare piaceri e gioie in ciò che è nuovo, eccitante, romantico. Tendiamo a dare importanza alla bellezza ed ai piaceri della gioventù e ad accantonare i lati brutti della vita, come vecchiaia, malattia, morte, noia, disperazione e depressione. Quando ci troviamo di fronte a ciò che non vogliamo, ce ne allontaniamo per cercare ciò che ci piace. Se proviamo noia, andiamo a fare qualcosa di interessante. Se ci sentiamo spaventati, cerchiamo di trovare qualche sicurezza. E’ una cosa assolutamente normale! Siamo sottoposti a questo principio di piacere/dolore, a cui consegue attrazione/repulsione. Quindi, se la mente non è ricettiva, è forzatamente selettiva: sceglie ciò che ama e tenta di sopprimere ciò che non ama. E così dobbiamo sopprimere una gran parte della nostra esperienza, poiché molte cose che sperimentiamo sono inevitabilmente spiacevoli.

MORALITA’ E COMPASSIONE

Dobbiamo avere dei precetti, quali “mi asterrò dall’uccidere intenzionalmente”, proprio perché il nostro istinto è quello di uccidere: se si trova qualcosa sulla nostra strada, lo uccidiamo.
Rispettiamo la vita delle altre creature, anche degli insetti o di creature che non ci piacciono. Pochi amano le zanzare o le formiche, ma dobbiamo riflettere sul fatto che anch’esse hanno il diritto di vivere. Questa è una riflessione della mente
La stessa cosa dovrebbe capitare per gli stati mentali spiacevoli. Quindi, se state sperimentando della rabbia, invece di dire: “Eccomi di nuovo arrabbiato!”, cercate di riflettere: “C’è della rabbia”. La stessa cosa con la paura. Eppure la paura in questo individuo o in quel cane randagio è la stessa. ‘C’è la paura’ e basta. La paura che ho sperimentato non è diversa da quella degli altri. E allora avremo compassione anche per un vecchio cane randagio. Capiremo che la paura è orribile sia per noi che per il cane. Il dolore che lui prova, quando gli si tira un calcio è lo stesso dolore che provate voi quando qualcuno vi prende a calci. Il dolore è solo dolore, il freddo è solo freddo, la rabbia è solo rabbia. Niente è mio, si deve vedere soltanto che “c’è il dolore”. Questo è un buon modo di pensare, ci aiuta a vedere le cose più chiaramente, invece di rinforzare l’idea di un sé personale. Quindi, dopo aver riconosciuto lo stato di sofferenza – “c’è la sofferenza” – sorge la seconda intuizione della Prima Nobile Verità: “Deve essere compresa”. Questa sofferenza deve essere esplorata.

ESPLORARE LA SOFFERENZA

La parola pali dukkha significa ‘(qualcosa) incapace di soddisfare’ oppure ‘incapace di resistere o durare’: quindi mutevole, incapace di soddisfarci completamente o di farci felici. Così è il mondo dei sensi, solo una vibrazione nella natura. Sarebbe infatti terribile se noi trovassimo soddisfazione nel mondo dei sensi, perché allora non cercheremmo di trascenderlo; saremmo legati ad esso. Invece, man mano che ci risvegliamo a dukkha, cominciamo a cercare una via d’uscita, per non essere più intrappolati nella coscienza dei sensi.
Vi prego di cercare di comprendere dukkha: guardare veramente, con-prendere ed accettare la sofferenza. Cercate di comprenderla quando sentite un dolore fisico, o disperazione, angoscia, odio, avversione – qualsiasi forma prenda, qualsiasi connotato abbia, che sia lieve o forte. E’ facile trovare un capro espiatorio per i propri problemi, eppure è così che alcuni pensano, ritenendo di essere infelici e confusi perché non sono stati trattati nel modo giusto. Ma secondo la Prima Nobile Verità, anche se avessimo avuto una vita piuttosto infelice, o c’è qualcuno che ci fa soffrire, ciò a cui dobbiamo guardare non è la sofferenza che ci è venuta da quel tipo di vita o da una persona, ma quella che sviluppiamo nella nostra mente pensando a quella sofferenza passata o alla persona che la causa. E questo è il risveglio, è il risveglio alla Verità della sofferenza. Ed è una Nobile Verità perché non getta più la colpa della sofferenza che stiamo provando sugli altri. L’approccio buddhista è infatti diverso da quello delle altre religioni, perché l’enfasi viene posta sulla liberazione dalla sofferenza attraverso la saggezza, piuttosto che per mezzo dell’unione con Dio o di una particolare condizione estatica di beatitudine.
Con ciò non voglio dire che gli altri non siano mai la sorgente della nostra frustrazione o irritazione, ma ciò che voglio sottolineare qui è la nostra reazione abituale a ciò che capita nella vita. Se qualcuno si comporta male con noi oppure cerca volutamente e malignamente di nuocerci e noi pensiamo che sia quella persona a farci soffrire, allora non abbiamo capito ancora la Prima Nobile Verità. Anche se qualcuno vi strappa le unghie o vi tortura in altro modo e voi pensate che state soffrendo a causa di quella persona, non avete capito la Prima Nobile Verità. Comprendere la sofferenza è capire chiaramente che la vera sofferenza sta nella nostra reazione (pensando, ad esempio, “ti odio”) alla persona che ci sta strappando le unghie. Sentirsi strappare le unghie è doloroso, fa molto male, ma la sofferenza vera è abbinata al “ti odio” o “come puoi farmi questo?” o “non te lo perdonerò mai”.
Non attendete però che qualcuno vi strappi le unghie per praticare la Prima Nobile Verità: cominciate con piccole cose come quando qualcuno vi ignora o è scortese con voi. Se vi sentite frustrati perché qualcuno vi ha evitato o offeso, potete cominciare a lavorare con questo. Vi sono molte occasioni durante la giornata in cui capita di sentirsi offesi o arrabbiati. Possiamo sentirci urtati anche semplicemente da come uno cammina o guarda. Talvolta noterete di essere irritati solo per il modo in cui uno si muove o perché non fa ciò che dovrebbe fare; ci si può risentire parecchio anche per inezie di questo genere. Quella persona non vi ha fatto alcun male, non vi ha strappato le unghie, eppure soffrite. Se non riuscite ad osservare la vostra sofferenza in situazioni così semplici, non sarete mai in grado di essere tanto eroici da guardarla mentre qualcuno vi sta veramente strappando le unghie.
Dobbiamo lavorare con le piccole insoddisfazioni della vita quotidiana e osservare quando ci sentiamo irritati o offesi dai vicini, dalle persone con cui viviamo, dai politici, dal modo in cui vanno le cose o anche da noi stessi. Sappiamo che questa insoddisfazione va compresa e la nostra pratica sarà di guardare a questa sofferenza come ad un oggetto e comprendere: “questa è la sofferenza”. In tal modo avremo la comprensione intuitiva della sofferenza.

PIACERE E DISPIACERE

Abbiamo la tendenza a pensare soltanto a noi stessi: io e la mia felicità, la mia libertà, i miei diritti. In tal modo divento terribilmente nocivo, causa di frustrazione, dispiacere e dolore per la gente intorno a me. Se credo di poter fare tutto ciò che voglio o dire tutto ciò che mi viene in mente anche a spese degli altri, allora non sarò altro che una persona negativa per la società.
Quando prevale “ciò che voglio io”, quando vogliamo godere di tutti i piaceri della vita, inevitabilmente saremo frustrati e sballottati dalla vita, sempre in preda al desiderio. Anche se avessimo tutto ciò che vogliamo, ci sembrerà sempre che manchi qualcosa, che la situazione sia incompleta. Anche quando la vita va al meglio, c’è sempre questo senso di sofferenza, assillati da qualcosa da fare, paure da vincere, dubbi da superare.
Ho scoperto che se faccio qualcosa senza consapevolezza – anche qualcosa di innocuo come guardare delle montagne bellissime – se cerco di afferrare qualcosa, ho una sensazione di disagio. Come si fa ad impadronirsi delle montagne?! Al massimo, si può farne una foto, cercando di catturare il tutto su un pezzo di carta. Questo è dukkha: voler afferrare qualcosa che è bello per non sapersene separare. Questa è sofferenza.
Sofferenza è anche trovarsi in situazioni spiacevoli (ad esempio prendere la subway). Allora comincio ad ascoltare quella voce lagnosa che esprime la sofferenza di non voler stare con qualcosa di spiacevole. La osservo, poi lascio andare tutto in modo da stare con il brutto e lo spiacevole, senza soffrirne. Vedo che semplicemente è così e che va tutto bene. Non bisogna crearsi dei problemi, sia sostando in una squallida stazione della metropolitana sia guardando uno splendido paesaggio. Le cose sono come sono, e noi possiamo riconoscerle ed apprezzarle nel loro flusso mutevole senza aggrapparci ad esse. Attaccamento è voler trattenere qualcosa che ci piace; è volerci liberare da ciò che non ci piace o voler qualcosa che non abbiamo.
Possiamo soffrire parecchio a causa degli altri. Ricordo che in Thailandia avevo spesso pensieri negativi verso uno dei monaci. Lui faceva qualcosa ed io pensavo: “non dovrebbe farlo”. Diceva qualcosa e io pensavo “non dovrebbe dirlo”.
Al contrario, avendo trovato un maestro come Ajahn Chah, ricordo che volevo che fosse perfetto e pensavo: “E’ un maestro meraviglioso, proprio fantastico!” Ma poteva capitare che facesse qualcosa che mi irritava. Insomma, anche quando si trova qualcuno che si ama e si rispetta c’è la sofferenza dell’attaccamento. Inevitabilmente farà o dirà qualcosa che noi non approviamo o che non ci piace, creandoci qualche dubbio, e allora soffriamo.

INTUIZIONE DELLE SITUAZIONI

…Improvvisamente ebbi un’intuizione molto chiara: percepii qualcosa in me che si lamentava sempre, criticava e mi impediva di darmi, di offrirmi completamente alle varie situazioni, agli eventi.
E’ importante riflettere sulle cose che suscitano in noi indignazione o rabbia: c’è veramente qualcosa di sbagliato in loro oppure siamo noi a creare dukkha intorno ad esse? Solo allora potremo capire i problemi che noi stessi ci creiamo nella nostra vita e che portiamo in quella degli altri.

La Seconda Nobile Verità

nei suoi tre aspetti, enuncia: “C’è l’origine della sofferenza, che è l’attaccamento al desiderio. Bisogna lasciare andare il desiderio. Il desiderio è stato abbandonato”.

La Seconda Nobile Verità dice che vi è un’origine della sofferenza e che l’origine della sofferenza è l’attaccamento ai tre tipi di desiderio: desiderio per il piacere dei sensi (kama tanha), desiderio di essere o divenire (bhava tanha) e desiderio di non essere (vibhava tanha). Questo è ciò che afferma la Seconda Nobile Verità, la sua tesi, (pariyatti). Ciò che va contemplato è: l’origine della sofferenza sta nell’attaccamento al desiderio.

I TRE TIPI DI DESIDERIO
Il desiderio, o tanha in Pali, è una cosa importante da capire. Che cos’è il desiderio? E’ molto facile comprendere cosa sia kama tanha. Questo tipo di desiderio è alla ricerca del piacere dei sensi, per mezzo del corpo o dei sensi, sempre inseguendo ciò che eccita o diletta i sensi: questo è kama tanha.
Contemplate cosa avviene quando si sente il desiderio di un piacere. Per esempio, state mangiando, siete affamati e il cibo è delizioso; se siete consapevoli di volerne ancora, osservate cosa capita: viene il desiderio di averne di più. Questo è kama tanha.
Contempliamo ora la sensazione di voler divenire qualcun’altro. Se c’è ignoranza veniamo attirati nella sfera dell’ambizione o del traguardo da raggiungere: questo è il desiderio di divenire. Siamo invischiati nella frenesia di diventare felici, avere successo una bella moglie, figli sani ecc. ecc. Notate questa sensazione di voler diventare qualcosa di diverso da ciò che siete ora.
Desiderio di liberarsi da qualcosa: “Voglio liberarmi dalle mie sofferenze. Voglio liberarmi dalla mia rabbia. Voglio liberarmi dalla gelosia”. Prendetene nota di tutti questi “voglio” come di una riflessione su vibhava tanha. La contempliamo all’interno di noi, mentre vuole liberarsi da qualcosa: non cerchiamo di liberarci da vibhava tanha, non stiamo prendendo posizione contro il desiderio di liberarci dalle cose né incoraggiamo questo desiderio. Cerchiamo solo di riflettere: “E’ così; questa è la sensazione che si prova quando ci si vuol liberare da qualcosa o quando mi impongo di superare la mia rabbia o uccidere il Diavolo o liberarmi dall’avidità – per potere infine divenire… “. In questo modo, notiamo che ‘diventare’ e ‘liberarsi da’ sono modi di pensare molto simili.
Ricordatevi che le tre categorie di kama tanha, bhava tanha e vibhava tanha sono solo dei modi di contemplare il desiderio. Non sono differenti forme di desiderio, semplicemente diversi aspetti di esso.

L’ATTACCAMENTO E’ SOFFERENZA
Di solito noi consideriamo la sofferenza come un sentimento, ma un sentimento non è sofferenza: è l’attaccamento al desiderio che è sofferenza. Il desiderio non causa sofferenza; la causa della sofferenza è l’attaccamento al desiderio. E’ bene contemplare e riflettere su questa affermazione, ognuno dal punto di vista di una propria esperienza individuale. Indagate sul desiderio e riconoscetelo per quello che è. Dovete imparare a capire ciò che è naturale ed importante per la sopravvivenza e ciò che non lo è. A volte siamo così concentrati sulle idee che pensiamo che persino il bisogno di cibo sia un desiderio da cui dobbiamo liberarci, ma è una cosa ridicola. Il Buddha non era né un idealista né un moralista; non cercava di condannare niente; cercava solo di risvegliarci alla verità in modo che potessimo vedere le cose chiaramente.
Una volta che ci sia questa chiarezza e correttezza di vedute, non ci sarà più sofferenza. Continuerete a sentire fame, continuerete ad avere bisogno di cibo, senza che ciò diventi un desiderio. Il cibo è un’esigenza naturale del corpo. Il corpo non è il mio io, ha bisogno di cibo, altrimenti si indebolirà e morrà.
Quando vedete chiaramente l’origine della sofferenza, capite che il problema è l’attaccamento al desiderio, non il desiderio in sé. L’attaccamento porta ad ingannarsi, poiché si pensa che il desiderio sia veramente “me” o “mio”. “Questi desideri sono me e allora c’è qualcosa di sbagliato in me che ho questi desideri”. Oppure: “Non mi piace come sono, devo cambiare e diventare qualcos’altro”. Oppure: “Devo sbarazzarmi di quella certa cosa prima di diventare quello che voglio essere”. Tutto ciò è desiderio. Ascoltatelo, osservatelo soltanto, senza dire se è bello o brutto, semplicemente riconoscendolo per ciò che è.

LASCIARE ANDARE

Nel momento che contempliamo i desideri e li ascoltiamo, non ne siamo più attaccati; li lasciamo semplicemente essere ciò che sono. In questo modo sperimentiamo che il desiderio, origine della sofferenza, può essere messo da parte e lasciato andare.
Come si fa a lasciar andare le cose? Lasciandole essere quello che sono; ciò non vuol dire annullarle o cacciarle via, ma piuttosto prenderne nota e lasciarle stare. Con la pratica del lasciare andare ci renderemo conto che vi è un’origine della sofferenza, cioè l’attaccamento al desiderio, e che dobbiamo lasciar andare i tre tipi di desiderio. Poi capiremo di aver lasciato andare questi desideri: non c’è più alcun attaccamento ad essi.
Quando trovate in voi dell’attaccamento, ricordatevi che “lasciar andare” non significa “liberarsi di” o “buttar via”. Se io ho in mano un orologio e voi mi dite “lascia andare” non vuol dire “buttalo”. Posso pensare di doverlo buttare perché ne sono attaccato, ma ciò significa desiderio di sbarazzarmene. Abbiamo la tendenza a credere che liberarsi di un oggetto vuol dire anche liberarsi dall’attaccamento ad esso. Ma se riesco a contemplare l’attaccamento, la brama per l’orologio, capisco che non vi è ragione di sbarazzarsene – in fondo è un buon orologio, segna bene il tempo e non è pesante da portare addosso. Il problema non è l’orologio, il problema è l’attaccamento ad esso. Cosa devo dunque fare? Lascialo andare, mettilo da parte: posalo senza alcuna avversione. Poi potrai riprenderlo, guardare che ora è e riporlo.
Ora applicate questa stessa “intuizione sul lasciare andare” al desiderio per i piaceri sensuali. Per esempio, volete divertirvi; come potete mettere da parte questo desiderio senza avversione? Semplicemente riconoscendo il desiderio senza giudicarlo. A questo punto contemplate la vostra voglia di liberarvi di esso – poiché vi sentite colpevoli di avere un simile desiderio – e poi mettetelo da parte. Quando vedrete la cosa così com’è, riconoscendo che è solo un desiderio, non ne sarete più attratti.
E’ questo un modo di agire che funziona in ogni momento della vita quotidiana. Quando vi sentite depressi o negativi, il fatto stesso di rifiutarvi di indulgere a queste sensazioni è un’esperienza illuminante. Quando vedete chiaramente ciò, non precipiterete più nel mare della depressione e della disperazione, non ve ne compiacerete più. Vi metterete fine imparando a non ripensare continuamente alle stesse cose.
Dovete imparare tutto questo attraverso la pratica, in modo da sapere direttamente da voi stessi come lasciare andare l’origine della sofferenza. Potete lasciare andare il desiderio, semplicemente volendolo? Cosa significa realmente “lasciar andare”? Dovete contemplare l’esperienza del lasciar andare, esaminare e investigare praticamente, fino a quando giunge l’intuizione. Continuate finché giunge l’intuizione: “Ah, lasciar andare, sì, ora capisco”. Questo non significa che lasciate andare il desiderio per sempre ma che, in quel preciso momento, lo avete lasciato andare e lo avete fatto in perfetta consapevolezza. E’ ciò che noi chiamiamo ‘conoscenza intuitiva’. In Pali è detta ñanadassana o profonda comprensione.

ATTUAZIONE
E’ importante accorgersi del momento in cui lasciate andare il desiderio, quando non lo giudicate e non tentate di liberarvene, quando riconoscete semplicemente che è quello che è. Quando siete veramente calmi e tranquilli, vi accorgerete che è sparito ogni tipo di attaccamento. Non siete più costretti ad inseguire o a respingere sempre qualcosa. Il benessere nasce dal conoscere le cose così come sono, senza sentire il bisogno di giudicarle.
Più investighiamo e contempliamo l’attaccamento, più facilmente si avrà la comprensione profonda che “il desiderio deve essere lasciato andare”. Attraverso la pratica concreta e attraverso la conoscenza di ciò che veramente è il lasciare andare, avremo la terza intuizione sulla Seconda Nobile Verità, che è: “Il desiderio è stato abbandonato”. A questo punto, sappiamo veramente che cosa è lasciar andare, non è un teoretico lasciar andare, ma un’intuizione diretta. Ora sapete che il “lasciar andare” è stato raggiunto. Ecco, la pratica è tutta qui.

La Terza Nobile Verità

nei suoi tre aspetti, è: “Vi è la cessazione della sofferenza o dukkha. Bisogna realizzare la cessazione di dukkha. La cessazione di dukkha è stata realizzata”.

Riflettiamo, quando vediamo la sofferenza, quando vediamo la natura del desiderio, quando riconosciamo che l’attaccamento al desiderio è sofferenza. Avremo quindi l’intuizione di lasciare andare il dolore e di realizzare la non-sofferenza, la cessazione della sofferenza. Queste intuizioni si possono avere solo attraverso la riflessione; non si possono avere per fede. Con la volontà non potete indurvi a credere o a realizzare un’intuizione. Le intuizioni ci giungono per mezzo della contemplazione e della meditazione su queste verità. Giungono quando la mente è aperta e ricettiva agli insegnamenti, poiché non è auspicabile né utile una fede cieca. Anzi, la mente deve essere consciamente ricettiva e meditativa.

IMPERMANENZA

Tutto ciò che è soggetto a nascere è soggetto anche a cessare”. Può darsi che non ci sembri una grande intuizione, eppure essa implica una verità che riguarda l’universo intero: tutto ciò che è soggetto alla nascita è soggetto anche alla cessazione; è impermanente, senza un sé… Perciò non siate avidi, non lasciatevi illudere da ciò che nasce e cessa. Non cercate protezione rifugiandovi e credendo in ciò che nasce, poiché è destinato a cessare.
Applicatelo alla vita in generale, ed alla vostra esperienza in particolare. Comincerete allora a capire. Prendete nota: “inizio… fine”. Contemplate come stanno le cose. Tutto il mondo sensoriale nasce e cessa, comincia e finisce; e in tal modo si può avere la comprensione perfetta (samma ditthi) ancora in questa vita.

LASCIAR SORGERE LE COSE
Prima di lasciar andare le cose, dovete portarle a un livello di perfetta coscienza. Lo scopo della meditazione è permettere che il subconscio raggiunga la coscienza. Si permette alla disperazione, alla paura, all’angoscia, alla repressione e alla rabbia di diventare coscienti.
Molta gente tende a inseguire ideali molto alti e si sente frustrata quando si accorge di non esserne all’altezza, di non essere buona come dovrebbe, di non essere calma come dovrebbe: tutti questi ‘dovrebbe’ o ‘non dovrebbe’… Sentiamo il desiderio di liberarci delle cose negative e questo desiderio ha una nobile giustificazione: è senz’altro giusto eliminare cattivi pensieri, rabbia, e gelosia, perché una brava persona ‘non dovrebbe provare cose tanto negative’. In tal modo nasce il senso di colpa.
Riflettendo, portiamo a livello di coscienza il desiderio di diventare quell’ideale e il desiderio di liberarci di ciò che è negativo. Solo così possiamo ‘lasciar andare’, in modo che invece di diventare una persona perfetta, lasciamo andare il desiderio di diventare tali. Ciò che rimane è la mente pura. Non c’è bisogno di diventare una persona perfetta perché è nella mente pura che la gente perfetta nasce e cessa.
E’ facile comprendere la cessazione a livello intellettuale, ma realizzarla può essere difficile poiché comporta lo stare con qualcosa che pensiamo di non poter sopportare. Per esempio, quando cominciai a meditare, mi ero fatto l’idea che la meditazione mi avrebbe reso più gentile e felice e mi aspettavo di sperimentare stati mentali meravigliosi. Invece, mai nella mia vita provai tanta rabbia e avversione come nei primi due mesi. Pensai: “E’ terribile, la meditazione mi ha reso peggiore”. Ma poi contemplai perché stavo esprimendo tanto odio e avversione e realizzai che avevo trascorso gran parte della mia vita scappando da quei sentimenti. Mi ero fatto l’opinione di essere una persona gentile che non odia nessuno, per cui reprimevo ogni sensazione di avversione o odio.
Con la meditazione avevo cominciato ad affrontare tutto ciò che per anni avevo cercato di dimenticare. Mi tornavano alla mente fatti così espliciti che stavano per sommergermi. Qualcosa in me però mi diceva che dovevo sopportarli e farli uscire allo scoperto. L’odio e la rabbia che avevo soppresso in trenta anni si manifestarono in tutta la loro forza, poi furono come bruciati dalla consapevolezza e cessarono: attraverso la meditazione stava avvenendo un processo di purificazione.
Per permettere che questo processo si realizzi, bisogna essere pronti a soffrire. Ecco perché sottolineo l’importanza della pazienza. Dobbiamo aprire la mente alla sofferenza, perché solo abbracciando la sofferenza, questa cessa. Quando soffriamo, fisicamente o mentalmente, avviciniamoci a questa sofferenza, apriamoci completamente ad essa, diamole il benvenuto, concentriamoci su di essa, lasciandola essere ciò che è. Questo significa essere pazienti e sopportare il disagio di una certa situazione. Piuttosto che sfuggire ai sentimenti di noia, di disperazione, di dubbio, di paura, cerchiamo di sopportarli, perché solo comprendendoli, cesseranno.
Se non permetteremo alle cose di cessare, creeremo nuovo kamma, il quale a sua volta rinforzerà le nostre abitudini. Abbiamo l’abitudine di attaccarci ad ogni cosa che sorge e a lasciar proliferare i pensieri intorno ad esse, complicando in tal modo ogni situazione. Continuiamo così a ripetere per tutta la vita lo stesso atteggiamento; ma, inseguendo incessantemente i nostri desideri e le nostre paure, non possiamo certo aspettarci la pace. Se invece contempliamo i desideri e le paure, essi non ci inganneranno più; d’altronde dobbiamo conoscere ciò che dobbiamo lasciar andare. Il desiderio e la paura devono essere conosciuti come impermanenti, insoddisfacenti e senza un sé. Devono essere osservati e penetrati in modo che la sofferenza che contengono venga bruciata.
E’ molto importante, a questo punto, stabilire la differenza tra cessazione e annullamento (cioè il desiderio che sorge nella mente di liberarsi di qualcosa). La cessazione è la fine naturale di tutto ciò che sorge. Non è quindi un desiderio! Non è qualcosa che si crea nella mente, ma è la fine di ciò che è cominciato, la morte di ciò che è nato. Quindi, la cessazione non ha un ‘sé’ – non viene dall’impulso di ‘doversi sbarazzare di qualcosa’, ma avviene quando noi permettiamo che ciò che è sorto, cessi. Per farlo, si deve abbandonare la brama, lasciarla andare! Abbandonare significa lasciar andare, non rifiutare o cacciar via.
Con la cessazione, sperimentate non-attaccamento. Quando avete lasciato andare una cosa e le avete permesso di cessare, allora rimane solo la pace.
Potete sperimentare questo genere di pace nella meditazione. Quando lasciate andare il desiderio, ciò che rimane nella mente è una gran pace; ed è una vera pace, la non-morte. Conoscendo le cose ‘così come sono’, realizzate la Verità della Cessazione, in cui non c’è un sé, ma solo consapevolezza e chiarezza. La vera beatitudine è questa consapevolezza tranquilla e trascendente.
Se non lasciamo andare permettendo che avvenga la cessazione, rischieremo di partire da assunti che noi stessi ci costruiamo, senza neanche sapere ciò che stiamo realmente facendo.
Talvolta, solo con la meditazione cominciamo a capire come la paura o la mancanza di fiducia in sé, nascano da esperienze vissute. La mente razionale sa che è ridicolo continuare a pensare alle tragedie passate. Ma se queste continuano a irrompere nella coscienza vuol dire che cercano di dirvi qualcosa circa gli assunti e i pregiudizi su cui avete costruito la vostra personalità.
Quando, durante la meditazione, sentite sorgere ricordi ossessivi, non cercate di reprimerli, ma accettateli pienamente nella coscienza, e poi lasciateli andare. Se vi riempite la giornata in modo da evitare di pensarci, le probabilità per essi di arrivare alla coscienza sono minime. Ma che succede invece quando lasciate andare? Quell’ossessione, quel desiderio si muove – e si muove verso la cessazione. Finisce. E allora avrete l’intuizione della cessazione del desiderio. Infatti il terzo aspetto della Terza Nobile Verità è: “Si è realizzata la cessazione”.
REALIZZAZIONE
Il Buddha ha più volte detto: “Questa è la Verità da realizzarsi qui ed ora”. Non pensate che sia qualcosa di vago o al di sopra delle nostre capacità. Quando parliamo del Dhamma o della Verità, diciamo che è qui ed ora, qualcosa che possiamo vedere da noi stessi. Possiamo volgerci verso la Verità, tendere verso di essa. Possiamo fare attenzione a tutto ciò che è, qui ed ora, in questo luogo ed in questo momento. Questa è la consapevolezza: essere vigilanti ed attenti. Con la consapevolezza, analizziamo il senso del ‘sé’, il senso del ‘mio’ e dell’‘io’: il mio corpo, i miei pensieri, le mie sensazioni, i miei ricordi, le mie opinioni, i miei punti di vista, la mia casa, la mia macchina, eccetera.
Quando c’è arroganza, superbia o auto svalutazione – qualunque cosa sia – esaminatela; ascoltate la voce interiore: “Io sono…” Siate consapevoli e attenti a quello spazio vuoto che precede il pensiero; poi pensate e notate lo spazio che segue il pensiero. Trattenete l’attenzione su questi spazi e osservate quanto a lungo potete rimanere attenti. Provate a vedere se sentite una specie di vibrazione sonora nella mente, il suono del silenzio, il suono primordiale. Concentratevi su di esso e riflettete: “Vi è forse qualche sensazione di un sé?”. Vedrete che quando siete veramente vuoti – quando vi è solo chiarezza, vigilanza ed attenzione – non vi è un sé, né il senso di un ‘me’, di un ‘mio’. Sono in questo stato di vuoto e contemplo il Dhamma: penso “E’ così com’è. Anche questo corpo qui è così com’è”. Posso dargli un nome oppure no, ma in questo momento è proprio solo così.
Nella vacuità, le cose sono esattamente come sono. Avere questo genere di consapevolezza, non vuol dire essere indifferenti al successo o al fallimento e non significa che non dobbiamo far niente. Anzi, possiamo dedicarci meglio alle situazioni: sappiamo ciò che possiamo fare; sappiamo ciò che si deve fare e lo possiamo fare nel modo migliore. Allora tutto diventa Dhamma, “tutto è così com’è” e anche “tutto ciò che è soggetto a nascere è anche soggetto a cessare”. Facciamo delle cose perché sono le cose giuste da fare in quel momento e in quel luogo, non per ambizione personale o per paura del giudizio degli altri.

La Quarta Nobile Verità

ha tre aspetti come le prime tre Verità. Il primo aspetto è: ‘C’è l’Ottuplice Sentiero, l’atthangika magga – la via d’uscita dalla sofferenza‘, anche chiamato ariya magga, il Nobile Sentiero. Il secondo aspetto è: ‘Bisogna sviluppare questo Sentiero’. L’intuizione finale che porta alla Liberazione è: ‘Questo Sentiero è stato completamente sviluppato’.

Gli elementi dell’Ottuplice Sentiero, raggruppati in tre sezioni, sono:
1. Saggezza (pañña)
Retta Comprensione (samma ditthi)
Retta Aspirazione (samma sankappa)
2. Moralità (sila)
Retta Parola (samma vaca)
Retta Azione (samma kammanta)
Retti Mezzi di Sostentamento (samma ajiva)
3. Concentrazione (samadhi)
Retto Sforzo (samma vayama)
Retta Consapevolezza (samma sati)
Retta Concentrazione (samma samadhi)
Questi ultimi tre ci danno un equilibrio emotivo; riguardano il cuore, il cuore che si libera dall’idea di un sé e dall’egocentrismo. Con Retto Sforzo, Retta Consapevolezza e Retta Concentrazione il cuore si purifica e la mente si pacifica. La Saggezza (pañña), o Retta Comprensione e Retta Aspirazione, viene dal cuore purificato. E questo ci riporta al punto d’inizio.

RETTA COMPRENSIONE
Il primo elemento dell’Ottuplice Sentiero è la Retta Comprensione, che sorge dall’intuizione profonda delle prime tre Nobili Verità. Questa intuizione vi dà una perfetta comprensione del Dhamma, cioè la comprensione che ‘tutto ciò che è soggetto alla nascita è anche soggetto alla morte’. E’ semplicissimo! Non vi sarà difficile capire, razionalmente almeno, che ‘tutto ciò che è soggetto a nascere è anche soggetto a morire’, ma per molti di noi ci vuole parecchio tempo per capire ciò che queste parole vogliono veramente dire, in modo profondo, non solo attraverso una comprensione intellettuale.
L’intuizione è una conoscenza globale che non viene solo dalle idee, non ha a che fare con ‘io penso di sapere’ o ‘mi sembra una cosa ragionevole e sono d’accordo’, ‘mi piace questo modo di pensare’. Questo tipo di comprensione viene dall’intelletto, mentre la conoscenza intuitiva è molto più profonda. E’ una vera conoscenza, in cui non vi è posto per il dubbio.
Questa profonda comprensione nasce dalle precedenti nove intuizioni, per cui vi è una sequenza che porta alla Retta Comprensione delle cose, così come sono, e cioè: ‘Tutto ciò che è soggetto a nascere è anche soggetto a morire ed è non-sé’. Con la Retta Comprensione avete smesso di illudervi che esista un sé connesso alla condizione mortale. C’è ancora il corpo, ci sono ancora i sentimenti e i pensieri, ma essi sono semplicemente ciò che sono – non credete più di essere il vostro corpo, i vostri sentimenti o i vostri pensieri. L’importante è tenere ben presente che ‘le cose sono ciò che sono’. Non stiamo dicendo che le cose non sono niente o che non sono ciò che sono. Sono esattamente ciò che sono e niente di più. Ma quando siamo nell’ignoranza, quando non abbiamo ancora compreso queste verità, tendiamo a credere che le cose siano più di ciò che sono. Crediamo a tutto e ci creiamo un sacco di problemi sugli oggetti della nostra esperienza.
Man mano che procediamo con la meditazione, sperimentiamo una certa tranquillità e la mente si calma. Quando guardiamo qualcosa, per esempio un fiore, con mente tranquilla, lo vediamo esattamente come è. Quando non c’è attaccamento – niente da ottenere o niente di cui liberarsi – e se ciò che vediamo, udiamo o sperimentiamo con i sensi è bello, vuol dire che è veramente bello. Non stiamo criticando, confrontando, cercando di possedere; proviamo diletto e gioia nella bellezza intorno a noi, perché non abbiamo bisogno di manovrarla o impossessarcene. E’ esattamente e solo ciò che è.
Quando guardiamo una persona del sesso opposto con cuore puro, ne apprezziamo la bellezza, senza il desiderio di venirne in contatto o di possederla. Possiamo godere della bellezza della gente, sia uomini che donne, quando non vi è un interesse egoistico o un desiderio. C’è solo onestà: le cose sono come sono.
Quando riflettiamo, contempliamo la nostra stessa condizione umana così com’è. Non la assumiamo più a livello personale né rimproveriamo gli altri perché le cose non vanno come noi vorremmo o ci piacerebbe che fossero. Sono come sono e noi siamo come siamo! Nel regno condizionato in cui siamo, neanche due cose possono essere identiche. Anzi, sono molto differenti, infinitamente variabili e cangianti, e più cerchiamo di renderle conformi alle nostre idee, più ne rimaniamo frustrati. Anche se cerchiamo di creare degli esseri e una società che si adattino all’idea che noi abbiamo di come dovrebbero andare le cose, finiremmo sempre per essere frustrati.
Questa non è una riflessione fatalista o negativa; non è l’attitudine di chi dice ‘questo è così com’è e non c’è niente da fare’. Al contrario, è un atteggiamento positivo, che accetta il fluire della vita per ciò che è. Possiamo accettare quello che capita, anche se non è ciò che avremmo desiderato, e trarre insegnamento dalla situazione.
Invece, quando sviluppiamo la Retta Comprensione, usiamo l’intelligenza per riflettere sulle cose e contemplarle. E usiamo anche la presenza mentale, sempre aperti al modo in cui ogni cosa è così com’è. Quando riflettiamo così, usiamo sia la saggezza che la consapevolezza. Cerchiamo quindi di adoperare la nostra capacità di giudizio con saggezza (vijja) invece che con ignoranza (avijja). Questo insegnamento sulle Quattro Nobili Verità è un aiuto affinché usiate la vostra intelligenza – l’abilità a contemplare, riflettere e pensare – in modo saggio, per non diventare auto-distruttivi, avidi o pieni di odio.

RETTO PENSIERO
Il secondo elemento dell’Ottuplice Sentiero è samma sankappa, alcune volte tradotto con ‘Retto Pensiero’, cioè pensare in modo retto. Innanzi tutto bisogna tener presente che aspirare non vuol dire desiderare. La parola pali tanha indica il desiderio che nasce dall’ignoranza, mentre invece sankappa è l’aspirazione che non deriva dall’ignoranza.
Noi aspiriamo a conoscere la verità. questa aspirazione si fa sentire. E perché si farebbe sentire, se non ci fosse la possibilità di soddisfarla? dentro ciascuno di noi vi è un’intelligenza intuitiva che vuole conoscere: è sempre con noi, eppure non sempre la notiamo, non sempre la capiamo. Anzi tendiamo a metterla da parte, a non crederle. Quando siete innocente, la mente è molto intuitiva. La mente di un bimbo è intuitivamente in contatto con delle forze misteriose, molto di più di quanto lo sia la mente di un adulto. Infatti crescendo siamo sempre più condizionati a pensare in un modo predefinito, ad avere idee già impostate su ciò che è reale o meno. Man mano che sviluppiamo l’ego, la società ci dice cosa è reale e cosa non lo è, ciò che è giusto e ciò che è sbagliato, e cominciamo ad interpretare il mondo attraverso queste percezioni predefinite. Quello che è affascinante nei bambini è proprio il fatto che non hanno questi stereotipi: vedono il mondo con la mente intuitiva, non ancora condizionata.
La meditazione è un modo di decondizionare la mente e ci aiuta a lasciar andare i pregiudizi e le idee preconcette che abbiamo. Generalmente volgiamo la nostra attenzione verso ciò che non è reale e scartiamo ciò che è reale. Questa è ignoranza

RETTA PAROLA, RETTA AZIONE, RETTO SOSTENTAMENTO
Sila, l’aspetto morale dell’Ottuplice Sentiero, consiste di Retta Parola, Retta Azione e Retto Sostentamento, che vuol dire prendersi la responsabilità per le parole che diciamo e stare attenti a ciò che fa il nostro corpo. Quando siamo consapevoli e attenti, parliamo in modo appropriato al luogo e al tempo in cui siamo; allo stesso modo agiamo e lavoriamo in accordo con lo spazio e il tempo in cui siamo.
Il pensiero di aiutare qualcuno è un dhamma (impulso) appropriato. Se vedete qualcuno cadere svenuto, nella mente sorge un dhamma appropriato: ‘Aiuta quella persona’ e vi precipitate a soccorrerla. Se lo fate con una mente vuota – senza il desiderio di un qualche guadagno, ma solo per compassione e perché è la cosa giusta da fare – allora è semplicemente un dhamma appropriato. Non è un kamma personale, non è vostro. Ma se lo fate per ottenere meriti, per attirare l’attenzione degli altri o perché quella persona è ricca e vi aspettate un premio per la vostra azione, allora – pur rimanendo un’azione appropriata – la rapportate al vostro ego facendone qualcosa di personale e ciò rinforza il senso di un sé. Quando facciamo buone azioni in piena consapevolezza e saggezza, invece che per ignoranza, esse sono dhamma appropriati, senza kamma personali.
Per quanto riguarda i laici, il Retto Sostentamento è qualcosa che si sviluppa quando si arriva a conoscere bene le proprie intenzioni. Potete evitare di fare del male volontariamente ad altre creature e di guadagnarvi da vivere in modo pericoloso e dannoso. Potete evitare anche di procurarvi sostentamento con mezzi che possano rendere altri dipendenti da droghe o alcool ed evitare di danneggiare il sistema ecologico della terra
La Retta Comprensione e la Retta Aspirazione hanno una grande influenza su ciò che diciamo e facciamo. Così pañña, o saggezza, ci porta a sila: Retta Parola, Retta Azione e Retto Sostentamento. Sila si riferisce alle parole e alle azioni; con sila freniamo l’istinto sessuale o l’uso violento del corpo, non lo usiamo cioè per uccidere o rubare. In tal modo pañña e sila agiscono insieme in perfetta armonia.

RETTO SFORZO, RETTA CONSAPEVOLEZZA, RETTA CONCENTRAZIONE
Retto Sforzo, Retta Consapevolezza e Retta Concentrazione riguardano i sentimenti, il cuore. Quando pensiamo ai sentimenti li indichiamo al centro del torace, dove sta il cuore. Abbiamo perciò pañña (la testa), sila (il corpo) e samadhi (il cuore). Potete usare il corpo come una mappa in cui sono segnati i simboli dell’Ottuplice Sentiero. Tutti e tre sono integrati, lavorano insieme per la realizzazione e si supportano vicendevolmente come le gambe di un tripode. Nessuno domina sull’altro, né sfrutta o respinge l’altro.
I tre lavorano insieme: la saggezza, proveniente dalla Retta Comprensione e dalla Retta Intenzione; la moralità che è Retta Parola, Retta Azione e Retto Sostentamento; e infine il Retto Sforzo, la Retta Consapevolezza e la Retta Concentrazione – la mente equilibrata ed equanime, la serenità emotiva. La serenità è l’equilibrio delle emozioni, che si sostengono a vicenda, senza oscillazioni, senza alti e bassi continui. Vi è un senso di beatitudine, vi è una perfetta armonia fra intelletto, istinti ed emozioni. Si sostengono l’un l’altro, si aiutano vicendevolmente. Non sono più in conflitto, non si buttano in situazioni estreme e, proprio per questo, cominciamo a sentire una grande pace nella mente. L’Ottuplice Sentiero comunica un senso di agio, di sicurezza – un senso di equanimità e di equilibrio emotivo. Ci sentiamo a nostro agio, invece di provare un tremendo senso di ansietà, di tensione e conflitto emotivo. Vi è chiarezza ora, vi è pace, fermezza, conoscenza. Bisogna sviluppare questa intuizione dell’Ottuplice Sentiero: questo è bhavana, ma in questo caso usiamo la parola bhavana per indicare sviluppo, progresso.

ASPETTI DELLA MEDITAZIONE
Questa riflessività della mente o equilibrio emotivo si sviluppa in seguito alla pratica della concentrazione e della meditazione di consapevolezza. Fatene l’esperienza durante un ritiro: passate un’ora facendo meditazione samatha, concentrando la mente su un unico oggetto, ad esempio la sensazione del respiro. Mantenete questa consapevolezza, e continuate a riportarla alla coscienza in modo da creare una continuità di consapevolezza nella mente.
In questo modo vi concentrate su ciò che sta capitando nel vostro stesso corpo, invece che essere proiettati fuori su oggetti dei sensi. Se non avete un rifugio interiore, continuate a proiettarvi all’esterno; venite assorbiti dai libri, dal cibo e da ogni sorta di distrazioni. Ma questo continuo movimento della mente è estenuante. La pratica quindi sarà quella di osservare il respiro e non seguire la tendenza a cercare qualcosa al di fuori di voi. Portate l’attenzione sul respiro del vostro stesso corpo e concentrate la mente su questa sensazione. Man mano che progredite, passerete da sensazioni grossolane ad altre sempre più sottili e finalmente diventerete voi stessi quella sensazione. Qualunque sia l’oggetto in cui vi assorbite, diventate quello per un certo tempo. Quando vi concentrate veramente, diventate quella condizione di tranquillità. Siete diventati tranquilli. E’ questo che chiamiamo diventare. La meditazione samatha è un processo di divenire.
Ma se indagate bene, quella tranquillità non è una tranquillità soddisfacente. C’è qualcosa che manca in essa, poiché dipende da una tecnica, da un attaccamento, da un aggrapparsi, da qualcosa che comunque inizia e finisce. Diventate qualcosa, ma solo per un tempo limitato, perché il divenire è una cosa mutevole, non è una condizione permanente. Per cui qualsiasi cosa diventiate, vi è poi la fine di quel divenire. Non è la realtà ultima. Per quanto la vostra concentrazione sia profonda, sarà sempre una condizione insoddisfacente. La meditazione samatha vi porta ad eccelse e brillanti esperienze mentali, ma anch’esse finiscono.
Se poi continuate con la meditazione vipassana per un’altra ora, praticando la pura consapevolezza, lasciando andare tutto e accettando l’incertezza, il silenzio e la cessazione delle condizioni, allora il risultato sarà non soltanto la calma, ma anche una pace profonda. E questa sarà una pace perfetta, completa. Non è la tranquillità di samatha, che ha sempre qualcosa di imperfetto e insoddisfacente anche nei momenti più intensi. Solo la realizzazione della cessazione, man mano che la sviluppate e la capite, vi porterà alla vera pace, al non-attaccamento, al Nibbana.
Quindi si può dire che samatha e vipassana siano due momenti specifici della meditazione. Il primo sviluppa stati mentali molto concentrati su oggetti così sottili che la coscienza si raffina al massimo. Ma chi è molto raffinato, chi ha una grande forza di pensiero e il gusto della vera bellezza, può sviluppare un grande attaccamento e sentire insopportabile tutto ciò che è grossolano. Coloro che hanno dedicato la propria vita soltanto alle esperienze sottili, si sentiranno spaventati e frustrati quando non riusciranno più, nella vita quotidiana, a mantenersi a un livello così alto e sottile.

LE COSE COSÌ COME SONO
Con il Retto Sforzo si ha la calma accettazione di una situazione, piuttosto che il panico derivante dall’idea che è “oltre le mie forze sistemare tutto e tutti, riparare e risolvere i problemi di ognuno”. Facciamo ciò che possiamo al meglio, ma nello stesso tempo realizziamo che non spetta a noi fare tutto e sistemare tutto.
Vi fu un periodo, al tempo in cui stavo a Wat Pah Pong con Ajahn Chah, in cui mi sembrava che molte cose andassero male al monastero. Così andai da lui e gli dissi: “Ajahn Chah, ci sono delle cose che vanno male; dovete fare qualcosa”. Mi guardò e rispose: “Oh Sumedho, stai proprio soffrendo molto. Soffri parecchio. Ma cambierà”. Dentro di me pensai: “Non gliene importa niente! Questo è il monastero a cui ha dedicato la sua vita, eppure lascia che ci sia tutto questo spreco!” Ma aveva ragione lui. Infatti dopo un po’ le cose cominciarono a cambiare. Proprio perché i monaci vivevano con pazienza e consapevolezza, cominciarono ad accorgersi di ciò che stavano facendo. Certe volte dobbiamo lasciare che qualcosa vada male prima che qualcuno se ne accorga, sperimentandolo personalmente. Solo allora impariamo ad agire bene. Capite quel che voglio dire? Alcune volte nella vita ci sono delle situazioni che vanno proprio così. Non c’è niente da fare, per cui lasciamo che le cose siano come sono; anche se peggiorano, le lasciamo peggiorare. Ma così facendo non siamo né fatalisti né negativi: è come una specie di pazienza questa volontà di sopportare, di lasciare che il cambiamento avvenga naturalmente, invece di cercare egoisticamente di intervenire e rimettere a posto tutto, spinti solo da avversione e disappunto contro il disordine.
E allora non ci arrabbieremo più, non ci offenderemo più – o almeno non sempre – per quello che capita, non ci sentiremo più a terra o distrutti per ciò che la gente fa o dice. Conosco una persona che tende ad esagerare sempre tutto. Se qualcosa va male, dice: “Sono completamente, assolutamente distrutto!”, anche se quello che è successo è solo un piccolo inconveniente. La sua mente esagera talmente che anche un piccolo dettaglio può rovinargli la giornata. In questi casi, ci si rende conto che c’è un grande squilibrio, poiché una cosa quasi insignificante non può distruggere una persona.
Un giorno mi resi conto che mi offendevo facilmente, per cui promisi a me stesso di non offendermi più. Mi offendevo con estrema facilità per piccole cose, sia che fossero intenzionali o meno. Cominciai ad osservare come facilmente mi sentissi offeso, ferito, colpito, arrabbiato o angosciato – vedevo che c’era qualcosa in me che cercava di essere gentile, ma poi un’altra parte si sentiva sempre offesa da una cosa o urtata da un’altra.
Riflettendovi, potete notare che il mondo è così: non sta lì sempre a consolarvi ed a rendervi felici, sicuri e positivi. La vita è piena di cose che possono offendere, fare del male, ferire o distruggere. Così è la vita. E’ fatta così. Se qualcuno vi parla con tono adirato, vi risentite. Ma poi la mente può andare oltre e sentirsi offesa: “Mi ha fatto proprio male sentirla parlare così; non è un tono di voce molto gentile. Mi sono sentito ferito. Io non le ho fatto niente di male.” La mente prolifera e va avanti così, non è vero? Voi siete stati distrutti, feriti, offesi!! Ma se riuscite a contemplare la situazione, vi accorgete che è solo suscettibilità.
Quando contemplate in questo modo, non state cercando di non sentire. Quando qualcuno vi parla in un tono di voce poco gentile, ve ne risentite, eccome! Non dobbiamo cercare di diventare insensibili, ma piuttosto cerchiamo di non dare un’interpretazione sbagliata, di non prendere tutto come un fatto personale. Avere un equilibrio emotivo vuol dire che, anche se la gente dice cose offensive, voi siete in grado di ascoltarle. Avete l’equilibrio e la forza emotiva per non sentirvi offesi, feriti o depressi da ciò che capita nella vita.
Se siete tra quelli che si sentono sempre offesi o feriti, dovreste allora isolarvi e nascondervi, oppure dovreste circondarvi solo di ossequiosi adulatori, gente che dice: “Oh Ajahn Sumedho, sei meraviglioso”. “Sono veramente così meraviglioso?” “Oh sì” “Lo stai dicendo così per dire, vero?” “Oh no, proprio dal profondo del cuore”. “Eppure quel tipo là non pensa affatto che io sia meraviglioso”. “Beh, è uno stupido!” “E’ proprio ciò che pensavo”. Insomma è come la favola dei vestiti nuovi dell’imperatore. Per essere al sicuro, per non sentirvi minacciati, dovreste circondarvi solo di gente che approvi sempre tutto ciò che fate o siete.

ARMONIA
Solo quando sono presenti il Retto Sforzo, la Retta Consapevolezza e la Retta Concentrazione, non si ha più paura. Non c’è più paura perché non c’è più niente di cui aver paura. Si ha il coraggio di guardare in faccia le cose e non prenderle nel modo sbagliato; si ha la saggezza di contemplare e riflettere sulla vita; si ha la fiducia e la sicurezza che dà sila, la forza del proprio impegno morale, la determinazione di far solo il bene, astenendosi dal fare il male con le azioni e le parole. Tutto ciò, insieme, forma la via dello sviluppo interiore. E’ un sentiero perfetto, perché ogni componente aiuta e sostiene l’altra: il corpo, la natura emotiva (sensibilità e sentimenti) e l’intelligenza. Tutto è in perfetta armonia, ognuno sostenendo l’altro.
Senza una tale armonia, la nostra natura istintiva può prevalere. Se non abbiamo un impegno morale, gli istinti potrebbero prendere il sopravvento. Per esempio, se seguiamo soltanto il desiderio sessuale senza dargli un supporto morale, ci troveremo in tutta una serie di situazioni che ci faranno perdere la stima di noi stessi. L’adulterio, la promiscuità, le malattie, il disordine e la confusione derivano dal fatto di non aver messo un freno alla natura istintiva, attraverso limitazioni morali.
Possiamo usare l’intelligenza per fare pettegolezzi o per mentire, vero? Ma quando c’è un fondamento morale, siamo guidati dalla saggezza e da samadhi; e questi a loro volta portano all’equilibrio emotivo ed alla forza emotiva. La saggezza però non va usata per sopprimere la sensibilità. In Occidente spesso crediamo di poter dominare le emozioni o con la logica o sopprimendo la natura emotiva in noi; troppo spesso abbiamo usato il pensiero razionale e gli ideali per dominare e sopprimere le emozioni, divenendo così insensibili alle cose, alla vita, a noi stessi.
Tuttavia, nella pratica di consapevolezza della meditazione vipassana, la mente è completamente ricettiva e aperta, in modo da avere quella globalità e quella qualità che abbraccia tutto. La mente aperta è anche riflessiva. Quando vi concentrate su un punto, la mente non è riflessiva: è assorbita nella qualità dell’oggetto. La capacità riflessiva della mente, invece, viene dalla consapevolezza, dalla completa presenza mentale. Non bisogna filtrare né selezionare, ma prendere soltanto nota che una cosa sorge e sempre poi cessa. Contemplate che se vi attaccate a qualcosa che sorge, poi questa stessa cosa cesserà, e sperimentate che, anche se è attraente mentre sorge, poi cambierà fino a cessare. Allora la sua attrattiva diminuisce e dovremo trovare qualcos’altro in cui porre il nostro interesse.
Il fatto di essere umani ci porta ad essere sempre in contatto con la terra, e dobbiamo accettare le limitazioni di questa forma umana e della vita sul pianeta. La via per uscire dalla sofferenza non consiste nell’uscire dalla nostra esperienza umana, raggiungendo sottilissimi stati di coscienza, ma abbracciando la totalità di ciò che è umano, con la consapevolezza. Il Buddha mirava alla realizzazione completa e non ad un rifugio provvisorio basato su sublimi e piacevoli stati di coscienza. E’ ciò che vuole dire il Buddha quando indica la strada verso il Nibbana.

L’OTTUPLICE SENTIERO COME INSEGNAMENTO DI RIFLESSIONE
Nell’Ottuplice Sentiero, gli otto elementi sono come otto gambe che vi sostengono. Non bisogna pensarli come una serie lineare: 1, 2, 3, 4, 5, 6, 7, 8, ma come un insieme. Non va prima sviluppata pañña e soltanto poi, sila a cui debba seguire samadhi. Eppure noi la pensiamo così, vero? “Prima se ne ha una, poi due e infine tre”. In quanto vera realizzazione, l’Ottuplice Sentiero, è un’esperienza totale, è un tutt’uno. Tutte le parti lavorano insieme per rafforzarsi e svilupparsi; non è un processo lineare. Noi lo pensiamo lineare, perché possiamo avere un solo pensiero per volta.
Tutto ciò che ho detto sull’Ottuplice Sentiero e sulle Quattro Nobili Verità è solo una riflessione. La cosa veramente importante per voi è capire ciò che sto facendo mentre rifletto, piuttosto che aggrapparvi alle cose che dico. Si tratta di interiorizzare l’Ottuplice Sentiero, usandolo come un insegnamento di riflessione, in modo da poterne capire il vero significato. Non pensate di saperlo, solo perché potete dire Samma ditthi vuol dire Retta Comprensione e Samma sankappa vuol dire Retto Pensiero. Questa è solo comprensione intellettuale e infatti un altro potrebbe dire: “No, credo che samma sankappa voglia dire…” E voi di rimando: “No, nei libri si dice Retto Pensiero. Ti sbagli…” Questo non è riflettere. Possiamo tradurre samma sankappa con Retto Pensiero o Atteggiamento o Intenzione; insomma in vari modi.
Cerchiamo invece di usare questi strumenti come base di contemplazione piuttosto che pensarli come qualcosa di rigido o qualcosa da accettare perché è la dottrina ortodossa, in cui ogni variazione dalla giusta interpretazione è eresia. Talvolta la mente è molto rigida, ma bisogna superare questo modo di pensare, sviluppando una mente agile, che osserva, investiga, considera, scopre e riflette.
Sto cercando di incoraggiarvi ad essere così aperti da considerare le cose per quello che sono, invece di aspettare che qualcuno vi dica se siete pronti o no per l’illuminazione. Infatti l’insegnamento buddhista riguarda l’illuminazione ‘qui e ora’, piuttosto che ciò che si deve fare per diventare illuminati. L’idea che dobbiate diventare illuminati può venirvi solo da una comprensione sbagliata. L’illuminazione sarebbe allora solo un’altra condizione dipendente da qualcosa: non sarebbe quindi vera illuminazione, solo la percezione dell’illuminazione. Ma io non sto parlando di percezioni, sto dicendo di mantenersi sempre attenti sul modo in cui le cose sono. Noi possiamo osservare solo il momento presente: il domani deve ancora venire, e di ieri abbiamo solo i ricordi. La pratica buddhista invece è immediata, basata sul qui e ora, guardando le cose così come sono.
Cosa dobbiamo fare, quindi? Per prima cosa, dobbiamo osservare i nostri dubbi, le nostre paure: ci attacchiamo talmente tanto alle nostre opinioni e ai nostri punti di vista, che sono proprio questi a farci dubitare di quello che stiamo facendo. Alcuni invece sviluppano un’eccessiva fiducia in sé, credendo di essere degli illuminati. Ma, sia credere di non essere che credere di essere illuminati, è solo un’illusione. L’importante è essere illuminati, non credere di esserlo. E per arrivare a ciò, bisogna aprirsi alle cose così come sono.
Cominciamo con il modo in cui le cose sono ora, mentre sono presenti in questo momento – ad esempio col respiro del nostro stesso corpo. Che ha a vedere questo con la Verità, con l’illuminazione? Osservare il mio respiro vuol dire essere illuminati? Ma più pensate, più cercate di immaginare che cosa sia l’illuminazione, più diventerete dubbiosi e insicuri. Tutto ciò che possiamo fare, sotto questa forma convenzionale, è lasciare andare l’illusione. Questa è la pratica delle Quattro Nobili Verità e lo sviluppo dell’Ottuplice Nobile Sentiero.