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Presentazione del Buddhismo

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fonte originale da centronirvana.it

Il Buddha era un Saggio illuminato che conosceva a fondo il mondo ed ogni natura intrinseca degli esseri del mondo. Sapientemente il Buddha selezionò i sermoni idonei alla comprensione dei suoi ascoltatori, in modo che essi avessero potuto ottenere il massimo beneficio. Generalmente, tutti gli insegnamenti del Buddha possono essere classificati in due tipi: con il linguaggio ordinario e con il linguaggio del Dharma.
Il linguaggio ordinario si basa su cose fisiche e sulle esperienze accessibili a persone ordinarie comuni. Essendo basato sul fisico, piuttosto che sullo spirituale, esso serve solo per discutere sulle situazioni mondane e le cose del mondo fisico. Quindi, esso serve solo per le cose tangibili percepite nelle normali circostanze di tutti i giorni.
Per contro, il linguaggio del Dharma ha a che fare con il mondo mentale, con il mondo non-tangibile, non-fisico. Così, per essere in grado di comprendere e parlare di questo linguaggio del Dharma, si deve avere acquisito la comprensione del mondo mentale. Di conseguenza, solo le persone che hanno visto la Verità, cioè il Dharma, parlano il linguaggio del Dharma, il linguaggio del mondo mentale non-materiale, che è al di là del mondo fisico e materiale.
Il punto è che se adesso conosciamo solo il linguaggio quotidiano e ordinario, noi non siamo in grado di comprendere il vero Dharma quando lo ascoltiamo. Perciò, se non si conosce il linguaggio del Dharma, allora non possiamo capire il Dharma, la Verità ultramondana che può veramente liberarci dalla sofferenza e insoddisfazione (dukkha). 
E’ quindi sempre essenziale saper interpretare l’insegnamento del Buddha in termini di linguaggio del Dharma, cosippure in termini di linguaggio ordinario. Dovrebbero essere considerati entrambi i significati. Si prenda nota dei seguenti passaggi:
“La persona saggia e attenta ha familiarità con entrambi i modi di parlare: il significato visto dalla gente comune e il significato che essi non possono capire. Colui che è in grado di esprimersi nei vari modi di parlare è una persona saggia”.
Esempio di alcune parole nel Buddismo.
BUDDHA – Come saprete, il termine “Buddha” nel linguaggio comune si riferisce alla storica persona che si illuminò, cioè Gotama Buddha. Si riferisce ad un uomo fisico in carne e ossa, che è nato in India più di duemila anni fa, morì e fu cremato. Questo è il significato della parola “Buddha” nel linguaggio ordinario. In termini di linguaggio del Dharma, tuttavia, il termine “Buddha” si riferisce alla Verità che il Buddha storico realizzò e insegnò, vale a dire lo stesso Dharma.
Il Buddha disse: “Colui che vede il Dharma vede il Tathagata. (un termine che Buddha spesso usò per riferirsi a se stesso), Colui che vede il Tathagata vede il Dharma. Colui che non vede il Dharma, anche se si aggrappa alla veste del Tathagata, non può dire di aver visto il Tathagata”.
Ora, il Dharma è qualcosa di intangibile. Non è qualcosa di fisico, non è certo carne e ossa. Quindi, nel linguaggio del Dharma, il Buddha è lo stesso ed identico alla Verità (il Dharma) in virtù della quale divenne il Buddha, e chiunque veda quella Verità può dire di aver visto il vero Buddha. Vedere solo il suo corpo fisico non sarebbe affatto come vedere il vero Buddha e non porterebbe alcun vantaggio reale.
La seconda parola da considerare è “Dharma” (Dhamma, in Pali). Al livello infantile del comune linguaggio quotidiano, il termine è inteso come realmente riferito ai libri che contengono le Scritture, cioè il “Dharma” che è nei libri. Oppure, può essere inteso come riferito ai discorsi usati nell’esporre l’insegnamento. Nell’originale linguaggio Pali, il termine “Dhamma” è stato utilizzato per riferirsi a tutta una serie di cose interessate e riguardanti quello che va a formare ciò che noi chiamiamo Natura.
A tal riguardo, il termine “Dharma” comprende:
1.   La Natura stessa;
2.   La Legge della Natura;
3.   Il dovere di ogni essere umano ad agire in conformità con la Legge della Natura;
4.   I benefici che derivano da questo agire secondo la Legge della Natura.
Nel linguaggio comune, la parola “Sangha” si riferisce alla comunità di monaci che indossano l’abito giallo e vagano da un posto all’altro. Questo è il Sangha come viene inteso nel linguaggio corrente, il linguaggio delle persone non-illuminate, quelle che non hanno ancora visto la verità. Nel linguaggio del Dharma, la parola “Sangha” si riferisce ancora una volta alla Verità, al Dharma stesso. Essa si riferisce alle qualità più elevate che esistono nella mente di un monaco. Ci sono alcune elevate qualità mentali che fanno di un uomo un monaco. La totalità di queste elevate qualità è ciò che viene  chiamato ‘il Sangha’.
Ci sono due livelli di Retta Comprensione:
1) L’idea che l’elemosina e le offerte non sono inutili; che vi è il frutto e il risultato, sia delle buone che delle cattive azioni; che ci sono cose come questa vita, e la vita successiva; che nel mondo ci sono monaci e preti, che sono perfetti e senza macchia, che possono spiegare questa vita e la vita successiva, e di cui essi hanno compreso lo scopo: questa è chiamata “Retta Comprensione Mondana”, che produce frutti mondani e porta buoni risultati.
2) Ma, tutto ciò che possa esservi di saggezza, di penetrazione, di retta comprensione, congiunta con l’“Ottuplice Sentiero”, la mente che si è allontanata dal mondo e congiunta con il Sentiero, questa è chiamata “Retta Comprensione Ultramondana” che non è del mondo, ma è ultramonadano ed è unita al Sentiero.
Potremo vedere che il più alto livello di Retta Comprensione non è riferito al ‘sé’, o a termini più convenzionali. Esso si riferisce alla saggezza di Colui che percorre la retta Via, cioè l’Illuminato. Come abbiamo visto, il Buddismo rifiuta in ogni caso il “sé” e insiste sul fatto che ogni cosa in questo mondo o universo è ‘priva-di-un-sé’. La parola “non-sé” significa infatti nessun senso di animale, persona, io, tu, suo, sua o una qualsiasi cosa costante. Tutto funziona come una corrente di cambiamento. Il Buddha realizzò la verità della natura con la pura mente. La sua saggezza potè penetrare attraverso ogni cosa al livello più profondo. Così l’immagine di una cosa permanente, vista e percepita con un occhio normale, non poteva più attrarlo. Egli vide la corrente del cambiamento. Nel Buddismo, la natura può essere suddivisa in 6 tipologie, cioè “dhatu”, o elementi. (Attenzione: qui la definizione di ‘elementi’ non è la stessa che si trova nella scienza.) ‘Dhatu’ significa gli elementi della natura che hanno le proprie individuali ed uniche caratteristiche.
I primi quattro elementi sono terra, acqua, fuoco ed aria, ed il quinto è la mente, cioè l’elemento della coscienza. Il sesto elemento è “il vuoto”, l’elemento della vacuità. Ogni elemento ha il suo carattere individuale. (Attenzione: la definizione del vuoto qui non significa il ‘nulla’ o niente).
Tutti gli elementi si aggregano insieme per un certo periodo di tempo e poi cambiano o si modificano degradandosi dal loro stato originale in dipendenza delle loro cause ed effetto. Quando molti elementi si aggregano insieme, essi formano una nuova figura di un sé. Così, “il sé” immaginato nella propria percezione in realtà non esiste. E’ solo la memoria e l’ignoranza che fa sì che la mente lo afferri come un vero e proprio “sé”.
Dalla conoscenza della scienza, gli scienziati credono che il corpo sia fatto di sostanze composte, mentre la mente sarebbe la sua energia. Essi accettano che questa vita sia ‘priva-di-un-sé’ come disse il Buddha. Quando si muore, tutto torna all’universo. La vita assolutamente finisce. Questa opinione è vicina al Buddismo, ma non lo raggiunge. Una tale visione tende a far essere l’uomo privo del suo più alto potenziale e fa sì che la sua vita passi via. Il Buddha scoprì la profonda e complicata relazione esistente tra gli elementi naturali che influenzano la vita umana.
Il Buddha ha rilevato che la mente ha caratteristiche più specifiche di quanto si pensi e che non è una semplice energia. E’ un elemento individuale, gli elementi di coscienza. La mente può indurre a crearsi nuova sostanza fisica e quindi formare un nuovo corpo fino a quando vi è ignoranza e karma all’interno di sé stessi. Quest’elemento nasce e muore ogni momento all’istante. Tuttavia, esso può trasferire perfettamente la sua proprietà al nuovo elemento. Proprio come l’albero genera i frutti con i semi all’interno. Quando i frutti maturano e cadono a terra, il seme dentro di essi cresce fino a diventare un nuovo albero con caratteristiche uguali al genitore. L’ignoranza e il karma funzionano come geni ereditari da una generazione all’altra. Inoltre, la mente ha una vita molto breve, ma a noi appare come se non passasse mai. Questo accade a causa del suo stato di essere un ‘continuum’ senza interruzione.
Per lo più, la mente nella nuova vita dimentica tutto della vita passata. Molte persone  sembrano essere non molto interessate alle loro vite passate ed alla vita successiva. Tuttavia, questo elemento di coscienza non sorge nello stato puro. Esso si porta dietro sia l’ignoranza che il karma. E genera una persona che non si preoccupa della sua vita passata né della prossima vita; così essa dovrà ancora soffrire nella sua vita presente a causa dell’ignoranza e del karma. Il karma inizia a determinare la vita umana fin dallo stadio di feto e continua a farlo fino a quando uno muore. Un uomo è fortunato se la sua vita è determinata da un buon karma, diversamente non lo sarà, se non avrà un buon karma. Possiamo dire che l’inizio della nostra attuale vita in realtà è interamente determinato dal karma della passata vita precedente.
Uno può pensare di non curarsene quando nella nuova vita non si ricorda la vecchia vita. Sì, nessuno se ne cura, ma non dimenticate che perfino voi non riconoscete la vita passata; la sofferenza è sempre sofferenza. E’ la sensazione che in nessuna vita si vorrebbe avere. La sofferenza danneggia qualunque vita, indipendentemente da chi uno è. Si possono avere dubbi circa la saggezza del Buddha. Si può credere o meno, e ognuno ha il diritto di rifiutare, ma la verità è sempre la verità. La verità non impedisce a qualcuno di non credere o di non aver fede. Gli scienziati non sono ancora in grado di inventare uno strumento che sia idoneo a studiare i complessi comportamenti della mente. Al giorno d’oggi, sembra che noi si abbia molte più conoscenze circa il mondo rispetto al passato, ma però abbiamo ancora assai poca conoscenza della mente e dei suoi comportamenti.
Benché da qualche parte si possano trovare dicerie sulla storia delle vite passate e vite future del Buddha, in realtà, il Buddha dette assai poca importanza a esse…. Egli dette molta più importanza a questa vita presente, poiché gli umani possono creare nuovo karma che è più potente di quello passato. Questo nuovo e più potente karma può cambiare totalmente la vostra vita. Quindi, finché si accumula un potente buon karma in questa vita, non dovrete preoccuparvi né di questa vita e né della vita successiva. Tuttavia, la meta più alta del Buddismo non è certo l’accumulazione di buon karma, per avere una nuova vita perfetta. No, decisamente no. Il Buddha ha evidenziato che per quanto buona sia una nuova vita, essa porterà più o meno ancora alla sofferenza, poiché non è permanente. Quindi la soluzione migliore è uscire da questo ciclo infinito di nascita e morte, ovvero dal “samsara”.
Come descritto più sopra, vediamo che i principali problemi della vita sono l’ignoranza e il karma accumulati nella mente. Il Buddha realizzò la Via eccellente per pulire tutte queste macchie indesiderate. Egli scoprì che vi è un elemento puro che gli umani non avevano mai conosciuto prima, e lo chiamò il ‘Nirvana’. Non appena realizzò il Nirvana, egli seppe anche che il suo infinito ciclo di nascite e morti era stato sradicato. Nirvana non è né un paradiso né una vita eterna. Nirvana è un elemento unico e irripetibile ed ha caratteristiche individuali. Ed appare subito non appena l’ignoranza viene eliminata. Proprio come quando arriva la luce luminosa, immediatamente il buio non c’è più. Così si può raggiungere e sperimentare il Nirvana in questa stessa vita, non dopo la morte. 
Come eliminare l’ignoranza in questa stessa vita?
Anche se uno legge tutte le scritture del Buddismo e comprende tutte le parole, non è così facile illuminarsi o raggiungere il Nirvana, fino a che non ha realizzato e compreso la verità da se stesso. L’ignoranza è profondamente impiantata nella nostra mente e controlla costantemente tutti i nostri sentimenti e attitudini, ogni giorno ed ogni notte. Si può vedere che, anche se si accetta che in questa vita non c’è un ‘sé’, ogni volta che si sperimenta un oggetto attraverso le basi dei sei sensi, si tende ancora a creare il ‘sé’ in modo automatico e ci si attacca ad esso. Per esempio, quando appare il ‘vedere’, c’è anche un “io” che subito appare, uno ‘sente’ che sta vedendo, sentendo, … odorando, gustando, toccando, pensando, ecc. C’è un “io” per ogni cosa e per tutto. Un tale “io” creato dall’ignoranza è il “sé” che non esiste in modo reale. Il Buddha perfettamente spiegò il significato di dhukka, o sofferenza, nelle sue ‘Quattro Nobili Verità’, nel modo come segue:
    “Vi è la sofferenza: la nascita è sofferenza, la vecchiaia è sofferenza, la malattia è sofferenza, la morte è sofferenza; il dolore, il lamento, angoscia, ansia e disperazione sono sofferenza, l’unione con ciò che è spiacevole è sofferenza, la separazione da ciò che ci piace è sofferenza, il non ottenere ciò che si desidera è sofferenza; in breve, tutti i cinque aggregati ed  il nostro attaccarci ad essi, tutto è soggetto a sofferenza”.
(** I cinque aggregati comprendono: la forma o il corpo, la sensazione, la percezione, le formazioni mentali, e la coscienza o mente.)
Con il significato di Dhukka  si può vedere, in breve, che i cinque aggregati soggetti ad attaccamento, significa l’aggrapparsi al “sé” che è stato creato dall’ignoranza. Perciò, dove c’è un “sé”, lì vi è sofferenza. Se avete imparato il Buddismo, non potete perdervi questo discorso: “Le Quattro Basi della Consapevolezza – Satipatthâna Sutta (MN 10)”. (Potete leggere tutti i dettagli in questi link in italiano e in inglese: link 1 in inglese, link 2 in inglese, ). “Le Quattro Basi della Consapevolezza”, nel Buddhismo è considerata come la pratica standard per poter raggiungere il Nirvana. La parte principale di questo discorso, in breve è: “Monaci, questo è l’unico e solo metodo per la purificazione degli esseri, per il superamento del dolore e del lamento, per l’estinzione della sofferenza e dell’ansia, per percorrere la Via della Verità, per la realizzazione di Nibbana: e cioè, le Quattro Basi per la Stabilizzazione della Consapevolezza. Perché ‘quattro’ Osservando il corpo nel corpo, le sensazioni nelle sensazioni, la mente nella mente e i contenuti mentali nei contenuti mentali, dopo aver rimosso brama e avversione nei confronti del mondo [della mente e della materia], egli dimora ardente con la consapevolezza e con la costante profonda comprensione dell’impermanenza.
Il Buddha sottolineò che l’oggetto di apprendimento è proprio per la conoscenza ed il richiamo (è il non-‘sé’); uno vive indipendente e non si aggrappa più al nulla al mondo.
In questo paragrafo introduttivo, il Buddha ripete una fondamentale formula verbale che ci ricorda che noi dobbiamo continuamente osservare “il corpo nel corpo”, o “le sensazioni nelle sensazioni”, o “la mente nella mente”, o anche “i contenuti mentali nei contenuti mentali”. Sebbene queste costruzioni verbali possano sembrare insolite, esse si riferiscono al fatto che questa osservazione deve essere direttamente esperienziale, piuttosto che farle solo con il pensiero, l’immaginazione o la contemplazione dell’oggetto. 
Questo paragrafo, in ciascuna ripetizione, fa concentrare la nostra attenzione sul fatto essenziale che, non importa se si sta osservando il corpo, le sensazioni, la mente o i contenuti mentali, si deve capire la caratteristica fondamentale del sorgere e svanire. Questa comprensione dell’impermanenza conduce poi direttamente al distacco totale dal mondo della mente e della materia, e ci porta al Nibbana (Nirvana, Liberazione).
Quando avrete finito di leggere il discorso circa “I Quattro Fondamenti (o Basi) della Consapevolezza”, potreste avere un sacco di domande nella vostra mente, perché vi sembrerà di avere un sacco di attività da fare. Di fatto, il mio consiglio è che il metodo non è complicato come si pensa. Il Buddha voleva che gli studenti fossero consapevoli di ogni oggetto, o in ogni situazione che fosse apparsa ad essi, così egli dovette offrire vari tipi di oggetti di apprendimento per i vari studenti, al fine di ricordare loro di non perdere la consapevolezza nella loro vita quotidiana. Tutto ciò che le vostre basi dei sei sensi possono sperimentare, come colori, suoni, odori, sapori, i vari oggetti tangibili (freddo, calore, morbidezza, durezza, ecc), tutti i pensieri, ogni tipo di sensazioni, ogni tipo di movimenti, tutti i tipi di stati mentali e i loro contenuti, tutti i tipi di coscienza, tutti questi dovrebbero essere oggetto di apprendimento per lo sviluppo della nostra consapevolezza…
La cosa che si dovrebbe fare è osservare le caratteristiche di non-sé, o impermanenti, di ogni oggetto che vi arriva così com’è. E non preoccuparsi per un oggetto passato, non aspettarsi un oggetto che non è ancora apparso, e non bisogna concentrarsi tutto il tempo sui vecchi oggetti, ma solo realizzarli e lasciarli andare. In effetti, un nuovo oggetto appare a voi in ogni momento, da quando vi svegliate fino a quando andate a dormire, attraverso i vostri occhi, orecchie, naso, lingua, superficie del corpo e mente. Continuate a osservare le caratteristiche del nuovo oggetto che arriva, realizzatelo e lasciatelo andare, e così via. Dovete fare molta di questa pratica, il più possibile che potete. L’oggetto che apparirà alla vostra percezione diventerà sempre più profondo. Dopo una certa pratica, potrete vedere le caratteristiche di non-sé o impermanenza, in modo chiaro e quindi la vostra saggezza sorgerà. Se non smetterete mai la pratica, ma anzi continuando a praticare con costanza, dovreste raggiungere la perfetta saggezza e alla fine l’ignoranza sarà completamente sbiadita e spazzata via.
Come detto sopra, possiamo vedere che per eliminare l’ignoranza abbiamo bisogno di avere il potere della consapevolezza e saggezza. E dobbiamo coltivarle ogni giorno, per quanto ci è possibile. A poco a poco, la saggezza sostituirà l’ignoranza. C’è da dire che il mantenere la memoria della verità (che è il ‘non-sé’) quando sperimentiamo l’oggetto è il modo per spazzare via l’ignoranza. E’ semplice, ma richiede tempo e molto sforzo. Ogni individuo può sviluppare la consapevolezza nella sua vita quotidiana. Non c’è un solo momento che la consapevolezza non possa penetrare. Dovete solo cercare di non fuggire, di non abbandonare mai questo modo di pratica del Dharma. Godetevi la vita con la Consapevolezza e la Retta Comprensione. Possano tutti gli esseri avere gli occhi del Dharma e raggiungere il Nirvana in questa stessa vita ….

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Le Tre caratteristiche e I 5 Aggregati – Albero della illuminazione (XI, XII)

Fonte originale

Le Tre Caratteristiche Universali

Prima di passare ad esaminare le tre caratteristiche singolarmente, cerchiamo di capire che significato hanno e come possono essere utilizzate. Prima di tutto che cosa è una caratteristica? Una caratteristica è qualcosa sempre connesso con qualcos’altro e ci può indicare la natura di quella cosa. Facciamo un esempio: il calore è la caratteristica del fuoco, ma non dell’acqua. Il calore è la caratteristica del fuoco perché è sempre e invariabilmente connesso col fuoco,  mentre invece, che l’acqua sia calda o no dipende da fattori esterni  come una stufa elettrica o il calore del sole o altro. E’ in questo senso che il Buddha  usa il termine “caratteristica” per riferirsi ai fatti riguardanti  la natura dell’esistenza che sono sempre connessi all’esistenza  stessa o che comunque si trovano nell’esistenza e intendeva dire che queste caratteristiche sono sempre presenti nell’esistenza.

Le tre caratteristiche dell’esistenza sono: impermanenza, sofferenza e non sé. Queste tre caratteristiche sono sempre presenti o connesse all’esistenza e ci parlano della natura dell’esistenza. Ci aiutano a sapere cosa farne di questa esistenza. Come risultato della comprensione di queste caratteristiche, impariamo a sviluppare la rinuncia o distacco. Quando capiamo che l’esistenza è universalmente caratterizzata  da impermanenza, sofferenza e non sé, abbandoniamo l’attaccamento all’esistenza. E una volta abbandonato l’attaccamento all’esistenza, arriviamo alla soglia del Nirvana.

Questo è lo scopo della comprensione delle tre caratteristiche: rimuove l’attaccamento, abbandonando l’illusione che ci porta erroneamente a pensare che l’esistenza sia permanente, piacevole e collegata a un sé. Questa è la ragione per cui le tre caratteristiche fanno  parte del contenuto della saggezza.

Vediamo ora la prima delle tre caratteristiche dell’esistenza, la caratteristica dell’impermanenza. L’impermanenza fa parte non solo del pensiero buddhista, ma anche della storia del pensiero umano. Fu Eraclito, filosofo  dell’antica Grecia, ad affermare che non ci si può bagnare due  volte nello stesso fiume. Questa osservazione che implica la natura sempre mutevole e passeggera delle cose, è molto buddhista.

Se guardiamo a noi stessi vediamo che il corpo è impermanente e soggetto a un cambiamento continuo. Dimagriamo, invecchiamo, i capelli incanutiscono, i denti e i capelli cadono. Se volete una prova dell’impermanenza della  forma fisica, basta che guardiate le foto della patente o del passaporto attraverso gli anni. Anche gli stati mentali sono impermanenti. Un momento siamo felici,  un altro tristi. Questo è vero anche per ciò che ci circonda. Nessuna delle cose che vediamo intorno a noi durerà per sempre: né le case, i templi, i fiumi, le isole, le catene di montagne,  gli oceani. Sappiamo per certo che anche tutti i fenomeni naturali, anche  quelli che ci sembrano più durevoli, perfino lo stesso sistema solare,  un giorno cesseranno di esistere.

Questo processo di cambiamento continuo, personale e impersonale, interno ed esterno, va avanti in continuazione, anche quando non ce ne accorgiamo e influisce profondamente su di noi nella vita quotidiana. I rapporti con  gli altri sono soggetti alla caratteristica dell’impermanenza e del cambiamento. Gli amici diventano nemici e i nemici diventano amici. Addirittura i nemici possono diventare parenti e i parenti nemici. Se osserviamo profondamente la nostra vita vediamo come il rapporto con gli altri sia segnato dall’impermanenza.  Anche i nostri beni sono impermanenti. Tutto ciò che amiamo, case, automobili, vestiti è impermanente. Tutto si deteriora e alla fine viene distrutto. In tutti gli aspetti della vita sia materiali che mentali,sia nelle relazioni con gli altri che con i nostri beni, possiamo verificare direttamente l’impermanenza, osservandola nella sua immediatezza.

E’ importante capire l’impermanenza non solo per la pratica del Dharma, ma anche per la vita quotidiana. Spesso le amicizie si deteriorano e finiscono perché una delle due persone non si accorge che l’atteggiamento e gli interessi dell’amico sono cambiati. E quanti matrimoni falliscono perché uno o entrambi i partner non tengono conto del fatto che l’altro è cambiato?

Siamo talmente bloccati da idee fisse, artificiali, immutabili sul carattere e le personalità degli amici e parenti, che non riusciamo a sviluppare un giusto rapporto con loro e perciò non riusciamo a capirci. Ugualmente, non possiamo sperare di avere successo nella vita pubblica o di lavoro se non ci teniamo al passo col cambiamento delle situazioni, come ad esempio una nuova svolta nella nostra professione o attività. E’ necessario capire l’impermanenza della nostra vita privata e sociale, se vogliamo essere efficienti e creativi nel modo di rapportarci alle nostre situazioni personali e professionali.

Sebbene la comprensione dell’impermanenza offra immediati benefici qui e ora, è un aiuto particolarmente efficace anche nella pratica del Dharma. La comprensione dell’impermanenza è un antidoto all’attaccamento e alla malevolenza. Ci sprona a praticare il Dharma e infine è una chiave per capire la natura ultima delle cose, cioè come esse realmente sono.

Si dice che, per chi vuole praticare il Dharma, il ricordo della morte è come un amico e un insegnante. Rammentarsi della morte indebolisce l’eccessivo  attaccamento e la malevolenza. Quante contese, dissensi insignificanti, quante  ambizioni e inimicizie durate tutta una vita perdono ogni importanza di fronte al riconoscimento dell’inevitabilità della morte? Attraverso i secoli, i maestri buddhisti hanno sempre incoraggiato i praticanti seri a ricordarsi della morte, a ricordare l’impermanenza di questa nostra personalità.

La meditazione sulla morte è molto benefica. Tutti dobbiamo rammentarci della certezza della nostra morte. Dal momento della nascita procediamo inesorabilmente verso la morte. Ricordando questo e ricordandosi che al momento della morte dovremo abbandonare famiglia, ricchezze e fama, dobbiamo volgere la mente alla pratica del Dharma. Sappiamo che la morte è assolutamente certa. Non c’è mai stato alcun essere che ne sia scampato. Eppure, anche se la morte è certa, il momento della morte è incerto. Possiamo morire in ogni istante. Si dice che la vita sia come una candela al vento o come una bolla d’acqua; può spegnersi o scoppiare da un momento all’altro. Sapendo che il momento della morte è imprevedibile e che ora abbiamo le condizioni e l’opportunità di praticare il Dharma, dobbiamo praticarlo subito, in modo da non sprecare questa opportunità e questa preziosa vita umana.

Infine, comprendere l’impermanenza è un aiuto alla comprensione della verità ultima sulla natura delle cose. Vedendo che tutto si deteriora e cambia ad ogni istante, cominciamo anche a vedere che nulla ha un’esistenza  propria, essenziale, che in noi e intorno a noi non c’è nessun     “sé”, niente di consistente. In questo senso l’impermanenza  è in rapporto diretto con l’ultima delle tre caratteristiche, la caratteristica del non sé. Capire l’impermanenza è la chiave per capire il non sé. Ora andiamo alla seconda delle tre caratteristiche: la caratteristica della sofferenza.

Il Buddha ha detto che tutto ciò che è impermanente è  doloroso, e che tutto ciò che è impermanente e doloroso non ha un sé. Tutto ciò che è impermanente è doloroso perché l’impermanenza è occasione di sofferenza. L’impermanenza è un’occasione di sofferenza piuttosto che una causa di sofferenza, perché l’impermanenza è solo un’occasione di sofferenza finché sono presenti ignoranza, bramosia e attaccamento. Perché? Nella nostra ignoranza della vera natura della realtà, desideriamo e ci attacchiamo alle cose nella vana speranza che siano durature, che possano dare una felicità permanente. Non capendo che la gioventù, la     salute e la vita stessa sono impermanenti le desideriamo e ci attacchiamo ad esse. Vogliamo trattenere la gioventù e prolungare la vita, ma, siccome sono impermanenti per natura, ci scivolano tra le dita. Ed è allora che l’impermanenza diventa occasione di sofferenza. Ugualmente, se non riconosciamo la natura impermanente dei nostri beni, del potere e del prestigio, li desideriamo e ci attacchiamo ad essi. Quando finiscono, la loro impermanenza è occasione di sofferenza.

Ora trattiamo della terza caratteristica universale dell’esistenza, la caratteristica del non sé, impersonalità o insostanzialità. Questo è uno degli aspetti veramente distintivi del pensiero buddhista e dell’insegnamento del Buddha.

Talvolta questo insegnamento del non sé causa una certa confusione     perché la gente si domanda come sia possibile negare l’esistenza di un sé. In fin dei conti, diciamo “Io sto parlando” o “Io sto camminando”, “Io mi chiamo così e così” o “Io sono il padre (il figlio) di quella certa persona”. Come     possiamo allora negare la realtà di questo “io”?

Per chiarir ciò, è importante ricordare che il rifiuto buddhista di un “io” non è il rifiuto della designazione convenzionale del termine “io” o di un nome. E’ piuttosto il rifiuto dell’idea che il nome o il termine “io” sottintende: una realtà sostanziale, permanente, immutabile. Quando il Buddha disse che i cinque fattori dell’esperienza  personale non sono il sé e che il sé non può essere trovato in loro, voleva dire che, se si analizza il nome o il termine “io” non corrisponde ad alcuna essenza o entità.

Il Buddha usò l’esempio di un carro e di una foresta per spiegare il rapporto tra il nome o il termine “io” e le componenti dell’esperienza personale. Il Buddha spiegò che la parola “carro” è semplicemente un nome convenzionale per indicare un raggruppamento di parti messe insieme in un certo modo particolare. Le ruote non sono il carro, né l’asse, né la struttura e così via. Ugualmente un solo albero non è una foresta, né lo sono un certo numero di alberi. Eppure non c’è foresta separata dai singoli alberi, per cui il termine “foresta” è il nome convenzionale di un raggruppamento di alberi.

Questo è il significato del rifiuto del “sé” del Buddha. Il suo è il rifiuto della credenza in un’entità reale, indipendente e permanente rappresentata dal nome o dal termine “io”. Se ci fosse una tale entità dovrebbe essere indipendente, durevole, immutabile e resistente ai cambiamenti, ma una tale entità permanente, un tale sé non si può trovare da nessuna parte.

Il Buddha usò il seguente metodo d’analisi per dimostrare che il sé non si può trovare da nessuna parte del corpo e della mente: 1) Il corpo non è il sé perché se fosse il sé, questo sé sarebbe impermanente, sarebbe soggetto a cambiamenti, al decadimento, alla distruzione e alla morte. Quindi il corpo non può essere il sé. 2) Il sé non possiede il corpo, nel senso di come io posseggo una macchina o una televisione, perché il sé non può controllare il corpo. Il corpo si ammala, si stanca, invecchia a dispetto di ogni nostro desiderio. Il corpo spesso ha un’apparenza che non si accorda col nostro desiderio. Perciò in nessun modo il sé possiede il corpo. 3) Il sé non esiste nel corpo. Se ispezioniamo il nostro corpo, cominciando dalla testa fino alla punta dei piedi, in nessuna parte troveremo il sé. Il sé non è nelle ossa o nel sangue, nel midollo spinale, nei capelli o nella saliva. In nessuna parte del corpo possiamo trovare un sé. 4) Il corpo non esiste nel sé. Affinché il corpo possa esistere nel sé, bisognerebbe trovare il sé separato dal corpo e dalla mente, ma questo sé non si trova.

Allo stesso modo a) la mente non è il sé perché, come il corpo, la mente è soggetta a un continuo cambiamento ed è agitata come una scimmia. La mente un momento è felice e il momento dopo è infelice. Perciò la mente non è il sé, perché la mente cambia in continuazione. b) Il sé non possiede     la mente perché la mente si esalta e si deprime contro ogni nostro     desiderio. Sebbene sappiamo che certi pensieri sono positivi e altri negativi, la mente segue i pensieri negativi ed è indifferente a quelli positivi. Perciò il sé non possiede la mente, perché la mente agisce     indipendentemente dal sé. c) Il sé non esiste nella mente. Per quanto accuratamente ispezioniamo il contenuto della mente, per quanto accuratamente ispezioniamo le sensazioni, le idee, le tendenze, in nessun angolo della mente o degli stati mentali troveremo il sé. d) La mente non esiste nel sé, perché di nuovo il sé dovrebbe esistere separatamente dalla     mente e dal corpo, e un tale sé non lo troviamo da nessuna parte.

C’è un semplice esercizio che ognuno può fare. Ci sediamo tranquillamente per un po’ e guardiamo nel corpo e nella mente; sicuramente scopriremo che non possiamo localizzare alcun sé nella mente e nel corpo. L’unica conclusione possibile è che il “sé” è solo un nome convenzionale per un insieme di fattori. Non c’è un sé né un’anima, un’essenza, un nucleo centrale di esperienza personale separati dai fattori fisici e mentali dell’esperienza personale, come le sensazioni, le idee, le abitudini e le tendenze e questi fattori sono sempre mutevoli, interdipendenti e impermanenti.

Perché ci prendiamo tanta pena per dimostrare l’inesistenza di un sé? Che benefici ne traiamo? Ne ricaviamo un duplice vantaggio: il primo a livello mondano, nella vita quotidiana, perché diventiamo più creativi, più aperti, siamo più a nostro agio. Fino a quando ci aggrappiamo a un sé dobbiamo sempre cercare di difendere noi stessi, le nostre proprietà, il nostro prestigio, le nostre opinioni e persino le nostre affermazioni. Ma una volta abbandonata la credenza in un sé indipendente e permanente, potremo rapportarci con gli altri e con le situazioni senza paranoia. Potremo agire liberamente, spontaneamente, creativamente. Quindi la comprensione del non sé ci aiuta a vivere meglio.

In secondo luogo, e cosa molto più importante, capire il non sé è la chiave per l’illuminazione. Credere in un sé è sinonimo di ignoranza e l’ignoranza sta alla base delle tre afflizioni. Il momento che identifichiamo, che immaginiamo o che concepiamo noi stessi come un’entità, immediatamente creiamo uno scisma, una separazione tra noi e le persone e cose che ci circondano. Quando abbiamo questo concetto di un sé, reagiamo alle cose e persone intorno a noi con attaccamento o avversione. In questo senso il sé è il vero cattivo della situazione.

Vedendo che il sé è la fonte e la causa di ogni sofferenza e che il rifiuto del sé è la causa della fine della sofferenza, perché non fare del nostro meglio per respingere ed eliminare questa idea del sé, piuttosto che cercare di difenderla, proteggerla e conservarla? Perché non riconoscere che l’esperienza personale è come un albero di banano o una cipolla: se ad essi si toglie uno strato dopo l’altro, se li si esamina criticamente e analizza, scopriremo infine che sono privi di un centro essenziale e sostanziale, che sono privi di un sé?

Quando si comprende, attraverso lo studio, la riflessione e la meditazione,     che tutto è impermanente, pieno di sofferenza e privo di un sé e quando la comprensione di queste verità non è più solo intellettuale o accademica, ma diventa parte della nostra immediata esperienza, allora la comprensione di queste tre universali caratteristiche ci libererà da quegli errori fondamentali che ci tengono imprigionati al ciclo di nascita e morte, gli errori cioè di vedere le cose durevoli, soddisfacenti e che hanno a che fare con un sé. Quando si tolgono queste illusioni sorge la saggezza, così come quando si toglie il buio sorge la luce. E quando sorge la saggezza sperimentiamo la pace e la libertà del Nirvana.

Fino a qui ci siamo limitati a guardare l’esperienza personale in termini di corpo e mente. Ora passiamo a guardare più approfonditamente l’analisi buddhista dell’esperienza personale alla luce degli elementi del nostro universo fisico e mentale.

I Cinque Aggregati

Cominciamo ora a parlare dell’insegnamento dei cinque aggregati: forma, sensazione, percezione, volizione e coscienza. In altre parole, parleremo dell’analisi buddhista dell’esperienza personale o della personalità.

Ciò di cui parleremo ora è fondamentalmente un approfondimento e un ampliamento dell’analisi fatta fino ad ora. Abbiamo parlato degli insegnamenti del non sé e abbiamo esplorato brevemente il modo in cui l’analisi dell’esperienza personale può essere portata avanti in due direzioni: riguardo al corpo e riguardo alla mente. Ricorderete che abbiamo esaminato il corpo e la mente per vedere se vi si poteva trovare il sé, e che abbiamo scoperto che non si può trovare in nessuno dei due. Abbiamo perciò concluso che il termine “sé” è un termine convenzionale che designa un insieme di fattori fisici e mentali, così come il nome “foresta” non è che un termine convenzionale per un insieme di alberi. Ora portiamo ancora oltre l’analisi considerando l’esperienza personale non semplicemente in termini di corpo e mente, ma in termini dei cinque aggregati.

Per primo consideriamo l’aggregato di materia o forma. L’aggregato della forma corrisponde a ciò che chiameremo i fattori materiali o fisici dell’esperienza. Include non solo i nostri corpi ma anche gli oggetti materiali che ci circondano, come la terra, gli alberi, gli edifici e gli oggetti della vita quotidiana. In particolare, l’aggregato della forma include i cinque organi fisici dei sensi e i loro corrispondenti oggetti materiali: gli occhi e le cose visibili, le orecchie e gli oggetti udibili, il naso e gli oggetti olfattivi, la lingua e gli oggetti del gusto e infine la pelle e gli oggetti tangibili.

Ma gli elementi fisici da soli non bastano a produrre un’esperienza. Il semplice contatto degli occhi con gli oggetti visibili, delle orecchie con gli oggetti udibili non possono portare a un’esperienza. Gli occhi possono rimanere indefinitivamente in contatto con un oggetto visibile senza     produrre alcuna esperienza; le orecchie possono stare indefinitamente esposte  a un suono con lo stesso risultato. Solo quando c’è l’unione  degli occhi, di un oggetto visibile e della coscienza si produce l’esperienza di un oggetto visibile. La coscienza è perciò un elemento indispensabile per produrre un’esperienza.

Prima di andare avanti a considerare i fattori mentali dell’esperienza     personale, vorrei parlare brevemente dell’esistenza di un altro organo e dei suoi oggetti: mi riferisco al sesto senso, la mente. Si aggiunge ai cinque organi fisici (occhi, orecchie, naso, lingua, pelle). Come i cinque organi fisici hanno i loro relativi oggetti materiali, così la mente ha come oggetto idee o qualità (dharma). E come nel caso dei cinque sensi fisici, anche qui la coscienza deve essere presente per unire la mente al suo oggetto in modo da produrre un’esperienza.

Ora passiamo ad esaminare i fattori mentali dell’esperienza e a cercare di capire come la coscienza trasforma i fattori fisici dell’esistenza in una esperienza conscia personale. Prima di tutto bisogna ricordare che la coscienza è solo pura consapevolezza o pura sensibilità verso un oggetto. Quando i fattori fisici dell’esperienza entrano in contatto, per esempio gli occhi con gli oggetti visibili, e quando anche la coscienza si accompagna ai fattori materiali dell’esperienza, sorge la coscienza visiva. E’ la semplice consapevolezza dell’oggetto visivo, niente a che vedere quindi con ciò che chiameremmo un’esperienza personale. L’esperienza personale comune avviene attraverso il funzionamento degli altri tre fattori mentali principali: gli aggregati delle sensazioni, percezioni e volizioni o formazioni mentali. Questi aggregati funzionano in modo da trasformare questa semplice consapevolezza dell’oggetto in un’esperienza personale .

L’aggregato delle sensazioni o impressioni è di tre tipi: piacevole,     spiacevole e indifferente. Quando si sperimenta un oggetto, l’esperienza si colora di uno di questi toni emotivi, il tono del piacere, del dispiacere o quello neutro.

Osserviamo ora l’aggregato della percezione. E’ un aggregato che molti trovano difficile da capire. Quando parliamo di percezione ci riferiamo all’azione di riconoscimento o di identificazione. In un certo senso significa attribuire un nome all’oggetto dell’esperienza. La funzione della percezione è convertire un’esperienza indefinita in un’esperienza identificabile e riconoscibile, formulando un concetto o un’idea riguardo ad un oggetto specifico. Come con le sensazioni, in cui c’è un elemento emotivo sotto forma di piacere, dispiacere o indifferenza, così con la percezione abbiamo un elemento concettuale sotto forma di una idea determinata e definita circa l’oggetto dell’esperienza.

Infine vi è l’aggregato della volizione o delle formazioni mentali, che può essere descritto come una risposta condizionata all’oggetto di esperienza. In questo senso ha anche il significato di abitudine. È stato definito la volizione come l’impressione creata da azioni precedenti, l’energia dell’abitudine immagazzinata nel corso di innumerevoli vite precedenti. Qui, anche come aggregato ha lo stesso ruolo. Ma la volizione non ha soltanto una connotazione statica ma anche dinamica, perché, proprio come le azioni attuali sono condizionate da azioni passate, così le risposte attuali sono motivate e dirette verso una specifica direzione dalla volizione. La volizione perciò ha una dimensione morale, mentre  la percezione ha una dimensione concettuale e la sensazione una dimensione emotiva.

Noterete che ho usato sia il termine “volizione” anziché “formazione mentale”. Questo perché i due termini rappresentano ognuno una parte del significato originale: formazione mentale rappresenta  la metà che viene dal passato e volizione rappresenta la metà che è in funzione qui e ora. La volizione e le formazioni mentali lavorano insieme per determinare le risposte che diamo agli oggetti dell’esperienza e queste risposte hanno conseguenze morali, sotto forma di effetti positivi, negativi o neutri.

Vediamo quindi come i fattori dell’esperienza fisici e mentali lavorano insieme per produrre l’esperienza personale. Per chiarire ulteriormente: mettiamo che abbiate deciso di fare una passeggiata in giardino. Mentre camminate gli occhi entrano in contatto con un oggetto visibile. Mentre l’attenzione si fissa sull’oggetto, la coscienza diventa consapevole dell’oggetto che è ancora indeterminato. L’aggregato della percezione ora identifica l’oggetto visibile definendolo, ad esempio, un serpente. A questo punto risponderete all’oggetto con l’aggregato della sensazione, in questo caso con una sensazione spiacevole. Infine reagite all’oggetto con l’aggregato della volizione, che vi conduce a un’azione intenzionale che può essere quella di scappare o di raccogliere un sasso.

In tutte le attività quotidiane possiamo vedere che i cinque aggregati     lavorano insieme per produrre l’esperienza personale. Proprio in questo     momento, per esempio, c’è contatto tra due elementi dell’aggregato forma, le lettere sulla pagina e gli occhi. La coscienza diventa consapevole delle lettere sulla pagina, l’aggregato della percezione identifica le parole che vi sono scritte, l’aggregato della sensazione produce una risposta emotiva (piacere, dispiacere o indifferenza) e l’aggregato della volizione risponde con una reazione condizionata, stabilizzando l’attenzione, sognando, o forse sbadigliando. Possiamo analizzare tutte le nostre esperienze personali nei termini dei cinque aggregati. C’è un punto però che va tenuto presente sulla natura dei cinque aggregati ed è che ognuno di essi è in cambiamento continuo. Gli elementi che costituiscono l’aggregato della forma sono impermanenti e sono in stato di cambiamento continuo. Abbiamo già notato che il corpo invecchia, si indebolisce, si ammala e che anche le cose intorno a noi sono impermanenti e cambiano costantemente. Oggi possiamo rispondere ad una certa situazione con una sensazione di piacere, domani con dispiacere. Oggi possiamo percepire un oggetto in un certo modo e più tardi, in altre circostanze, la percezione potrà cambiare. Nella penombra percepiamo una corda e la prendiamo per un serpente; il momento che l’oggetto viene illuminato percepiamo che è una corda.

Le percezioni, come le sensazioni e gli oggetti materiali della nostra esperienza sono impermanenti e sempre mutevoli. Così anche le risposte volitive. Possiamo cambiare le abitudini, possiamo imparare a essere gentili e comprensivi. Possiamo acquisire la capacità della rinuncia, dell’equanimità, ecc. Anche la coscienza è impermanente e in cambiamento continuo. La  coscienza sorge in dipendenza di un oggetto e di un organo sensoriale. Non può esistere di per sé. Come abbiamo visto, tutti i fattori     fisici e mentali dell’esperienza, come il nostro corpo, gli oggetti fisici che ci circondano, la mente, le nostre idee, sono impermanenti e sempre in mutamento. Tutti gli aggregati sono impermanenti e costantemente mutevoli. Sono processi, non cose. Sono dinamici, non statici.

Qual è lo scopo di questa analisi dell’esperienza personale sotto il profilo dei cinque aggregati? Qual è lo scopo di scomporre l’unità apparente dell’esperienza personale negli elementi di forma, sensazione, percezione, volizione o formazioni mentali e coscienza? Lo scopo è di suscitare la saggezza del non sé. Ciò che vogliamo conseguire è un modo di sperimentare il mondo che non sia costruito su e intorno all’idea di un sé. Vogliamo poter vedere l’esperienza personale come un processo, come funzioni impersonali piuttosto che come un sé e ciò che è attribuibile al sé. Questo porterà ad un atteggiamento di equanimità, che ci aiuterà a superare i turbamenti emotivi di speranza e paura verso le cose del mondo.

Speriamo nella felicità, temiamo il dolore. Speriamo di ricevere lodi,     temiamo il rimprovero. Speriamo di ottenere, temiamo di perdere. Speriamo di essere famosi, temiamo l’anonimato. Viviamo sempre tra speranza e timore. Sperimentiamo queste speranze e queste paure perché comprendiamo la felicità e il dolore e tutto il resto come riferiti a un sé:     crediamo che felicità e dolore, lode e rimprovero, ecc. siano personali. Ma una volta che comprendiamo che sono processi impersonali, e una volta che, attraverso questa comprensione, ci liberiamo dell’idea di un sé,     possiamo superare la speranza e la paura. Possiamo guardare alla felicità     e al dolore, alla lode e al rimprovero, e a tutto il resto con equanimità e con mente serena. Solo allora non saremo più soggetti agli squilibri provocati dall’alternanza tra speranza e paura.

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