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Sankhara

Sankhara parola composta da due parti: sam + kr. sam = visione generale di un insieme di elementi che formano una determinata ‘cosa’. Kr = apparente.Sankhara, quindi, esprime una situazione coinvolgente che crea uno stato magico condizionante tutti gli esseri, e che sta alla radice della loro specifica situazione esistenziale. Assieme al termine asava =scaturire formano una coppia di vocaboli senza la cui compenetrazione del profondo significato è impossibile afferrare l’essenza del Dhamma.
Tradurre sankhara con ‘predisposizioni’ significa limitarli alla constatazione dei loro effetti senza risalire al loro meccanismo, meccanismo attraverso il quale qualsiasi ordine di esseri scaturisce e si manifesta. Ben più appropriato è processo di costituzione degli esseri. Si percepisce (sankhara) ciò che si è (asava), e reciprocamente si è (asava) ciò che si percepisce (sankhara). Il binomio asava-sankhara è sinonimo di ‘esseri’.

Il primo dei dodici anelli della originazione interdipendente è l’ignoranza. In questo ambito possiamo affermare cioè ignoranza, non conoscenza. Questa non conoscenza sta nel processo ordinario delle idee e dei concetti che sorgono dalla rilevazione, attraverso i sei sensi, dei sankhara. I sensi fanno il loro mestiere, e così anche la mente che percepisce e coordina i dati dei cinque sensi. La mente e i cinque sensi sono un artifizio. ‘Dietro’ a un particolare essere non vi è assolutamente nulla. Solo quando questo artifizio si estrinseca emerge, per quel determinato essere, il suo mondo specifico. 
Non esiste un sè, solo i cinque aggregati. (Nome-forma, sensazione, percezione, formazioni mentali, coscienza). Non esiste il carro, solo le parti da cui è fatto. Non esiste un carro, ma solo le parti di cui è formato. Il ‘carro’ è solo una designazione discorsiva, un’attribuzione.

 La ‘via del risveglio’ è quindi l’operazione a ritroso: ri-assumere la luce esterna (i sankhara) in luce interna (la consapevolezza dell’immaterialità, dell’incorporeità inversa). La ‘via del ritorno’ non sta nella acquisizione di una nuova conoscenza, ma nel riconoscimento-consapevolezza che non vi è nulla da conoscere; in altre parole, la dimenticanza psicologica di ogni nozione acquisita.
Qualsiasi organo sensoriale può funzionare unicamente per ‘visione in assemblaggio di elementi costitutivi’. Per poter considerare p. es. una ruota occorre astrarla dal complesso ‘carro’. Allora emerge l’insieme ruota, mozzo, raggi, cerchione, eccetera. Ma né l’ambiente in cui è collocato il carro, né il carro, né la ruota, né il mozzo, né i raggi esistono. Infatti qualsiasi cosa è scomponibile in ulteriori elementi semplici, e così all’infinito. 
Ecco la grande scoperta fatta dal Buddha sotto l’albero della bodhi: “Questo è un composto, un aggregato (khandha). Non vi è nulla che non sia un composto e che possa essere percepibile se non come composto. È il potere di ogni manifestazione: il potere aggregante insito in tutti gli esseri. tale potere di aggregazione non è insito nella materia ma solo nell’essere che, per via di semplice ribaltamento, trasferisce nella ‘materia’ ciò che è in realtà la sua predisposizione a vedere per aggregazioni, per composti. Scomponendo qualsiasi melodia nei suoi elementi (le note musicali), la melodia sparisce. “L’intero è maggiore della somma delle sue parti”. L’intero (la melodia) sborda dalla sommatoria di ciò che la compone (le note musicali). La melodia è ciò che sborda dalla realtà semplice, l’anomalia percettiva che caratterizza gli esseri.
Sariputto dice: “Perché, o Sakko, mi vuoi ammannire questa pietanza con l’aggiunta di questo intingolo in più? Io la rifiuto”. Dire sankhara e dire esseri, è dire la stessa cosa. Gli esseri non sono che asava-sankhara svolgentisi per automatismi. Quando cessano i sankhara cessano gli esseri, e viceversa. In ogni caso, non accade assolutamente mai nulla. Ciò che appare all’esterno (sankhara) appare solo in forza di ciò che si presuppone, ed è perciò accolto, all’interno. Tutto appare solo in forza delle dualità, delle contrapposizioni su cui si basa il linguaggio umano.
Il samsara, o ‘processo ordinario degli eventi’, accade solo per questo processo di accostamento di elementi, operato dai sensi, a formare un insieme, un sankhara. In ciò unicamente consiste la prigionia in cui si imprigionano gli esseri: vedere le cose come ‘cose’ e non come sankhara. Ciò si ripercuote istantaneamente nel riconoscerci quali ‘esseri’, e non altrimenti. La ‘cosa’ creata dall’organo preposto (le forme dalla vista, i suoni dall’udito, ecc.) costituiscono il ‘di più’, il ‘non dato’, il ‘non pertinente’, l”abnorme’, l”aggiunta impropria’. È la drammatizzazione in cui si risolve ogni essere e ogni supposta esperienza in quanto essere. L’illuminazione è il potere dirompente che spezza il legame tra i due (l’essere e l’esperienza), è la rilevazione di come le cose, i sankhara, si formino, durino e tramontino. Nel potere di scorgere l’origine delle cose-sankhara sta anche il potere di farle sparire, di esautorarle. Solo dopo aver sciolto il veleno asavico che universalmente coagula in sankhara si rende possibile ricomporre con virtus, per moto interiore, le cose. “Vi è l’albero” è l’originaria, primaria posizione costrittiva. “Non vi è più l’albero” è la posizione conoscitiva, la scoperta. “Vi è di nuovo l’albero” è l’illuminazione, la stabilità conquistata, la sovranità universale. In sintesi, la sublimità sta tutta nel vedere i composti (sankhara).

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