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La fretta

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Due definizioni della consapevolezza

Dal libro di John Kabatt Zinn – Dovunque tu vada, ci sei già.

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La consapevolezza non è uguale al pensiero. È una qualità che lo supera, sebbene ne faccia uso e ne riconosca la sua forza e validità. Può essere considerata come un recipiente che trattiene e incorpora il pensiero, aiutandoci a vedere e riconoscere i nostri pensieri come tali, impedendoci di considerarli una realtà.

Un altro modo per definire la consapevolezza è quella di considerare il pensiero come una perenne cascata di acqua. Coltivando la consapevolezza è come se ci ponessimo al di qua o al di là del nostro pensiero allo stesso modo in cui ci si metterebbe al riparo in una grotta o in una rientranza dietro una cascata. Continuiamo a vedere e sentire l’acqua, ma stiamo ben riparati dalla forza della corrente.

L’Equanimità

Tratto dal libro intitolato “Dalla Brama alla Liberazione” – Escursioni nel pensiero del Buddhismo antico – Bhikkhu Anãlayo – editore Lulu

Il termine equanimità’ rinvia al significato primario di ‘guardare dall’alto’, o
‘considerare’. Allo scopo di metterne in luce i vari aspetti inizierò
1) esaminando l’equanimità in relazione all’esperienza sensoriale
2) il suo ruolo in quanto ‘dimora divina’
3) in quanto fattore di risveglio la funzione nella
coltivazione della visione profonda e negli assorbimenti meditativi.

1) L’equanimità come espressione di un atteggiamento distaccato nei riguardi dell’esperienza sensoriale.

Un monaco è degno di rispetto e di offerte nella misura in cui
non si eccita né si deprime in relazione a ciò che esperisce tramite i sei sensi, ma dimora in uno stato di equanimità, presenza mentale e chiara comprensione.
L’atteggiamento interiore di equanimità verso gli oggetti sensoriali è il risultato di un addestramento graduale. Alcuni contemporanei del Buddha sostenevano che l’attrazione verso gli oggetti dei sensi si risolvesse semplicemente evitandoli. Secondo il Buddha, invece, l’approccio corretto implica il guardare all’esperienza sensoriale, piacevole o spiacevole che sia, come qualcosa di grezzo e condizionato. A paragone di tale esperienza grezza e condizionata, l’equanimità è pacificante e sublime. Ciò indica una capacità di ‘dis-passione’ che consente di conservare l’equilibrio a prescindere dalle vicissitudini che si verificano.
Come si può arrivare a padroneggiare l’esperienza sensoriale? Ci si esercita a percepire ciò che è ‘sgradevole’, come ‘gradevole’ e ciò che è gradevole come sgradevole; successivamente, a percepire entrambi come sgradevoli e come gradevoli. Lo stadio finale dell’esercizio è raggiunto quando le etichette di ‘sgradevole’ e ‘gradevole’ cadono, e si resta in uno stato di equanimità caratterizzato da presenza mentale e chiara comprensione nei riguardi di qualunque tipo di esperienza.
Si distinguono l’equanimità di tipo mondano, propria dell’individuo ordinario ignorante nei riguardi degli oggetti degli sensi, e l’equanimità fondata
sulla rinuncia che sorge dalla consapevolezza del carattere impermanente e insoddisfacente di tali oggetti. Le varie forme di equanimità mondana dipendono dall’oggetto, le cui caratteristiche sono tali da non suscitare reazioni particolari in positivo o in negativo. Viceversa, l’equanimità fondata sulla rinuncia lo trascende, in quanto nasce da un atteggiamento interiore e non dalle caratteristiche esterne dell’oggetto.
Spesso alcuni discorsi si riferiscono all’esperienza dell’equanimità con il termine ‘facoltà dell’equanimità’, tale facoltà qualifica l’esperienza fisica o mentale come né piacevole né spiacevole.
L’equanimità è la quinta di una serie di facoltà che include il piacere fisico, il dolore fisico, la gioia mentale e il dispiacere mentale.
Le facoltà del piacere fisico e della gioia mentale corrispondono alla sensazione piacevole; la facoltà del dolore fisico e del dispiacere mentale alla sensazione spiacevole; la facoltà dell’equanimità corrisponde alla sensazione neutra o, più letteralmente, alla sensazione ‘né piacevole né spiacevole. Le altre quattro facoltà vengono progressivamente a cessare con la realizzazione dei quattro jhāna, mentre quella dell’equanimità viene a cessare solo quando si raggiunge il livello della cessazione delle percezioni e delle sensazioni.
Secondo un’esposizione alternativa, l’equanimità è menzionata fra sei ‘elementi’, i primi quattro precedenti cui si aggiungono appunto l’equanimità e l’ignoranza.

2) L’equanimità come dimora divina.

L’equanimità non è solo un stadio importante dell’educazione percettiva, ma è anche di notevole beneficio nella relazione interpersonale, dove prende la forma di una delle quattro ‘dimore divine’. Così intesa, l’equanimità come dimora divina rappresenta il culmine di un processo che presuppone la coltivazione della benevolenza, della compassione, e della gioia empatica. Ciò mostra chiaramente che l’equanimità non consiste in un apatico disinteresse, ma è uno stato mentale che perfeziona una sistematica apertura di cuore quale “complemento ai primi tre atteggiamenti di sollecitudine attiva” . In altri termini, “la gioia e l’imparzialità intensificano e ampliano la portata e la forza dell’amore e della compassione”.
Che l’equanimità sia elencata per ultima fra le dimore divine “non significa che l’equanimità debba sostituire le prime tre intenzioni sublimi in una pratica avanzata”, è assai verosimile, invece, che una pratica avanzata le comprenda tutte e quattro, e non si limiti all’equanimità.
In un discorso si racconta di come Sāriputta venisse pubblicamente contraddetto da un altro monaco in diverse occasioni. Il Buddha alla fine interviene, rimproverando gli altri monaci per non essere intervenuti prima. Perché, domanda, non avevano avuto compassione di un monaco anziano maltrattato in pubblico, limitandosi ad assistere con equanimità? Questo
passo mostra che nel buddhismo antico l’equanimità non veniva vista come la risposta appropriata in ogni circostanza. A volte è necessario intervenire attivamente, e occorre farlo motivati dalla compassione.
Lo stesso concetto ricorre in un altro discorso in cui un interlocutore del Buddha esprime l’opinione che astenersi del tutto dal criticare gli altri sia l’atteggiamento migliore, in quanto sarebbe un’espressione superiore di
equanimità. Il Buddha non è d’accordo, precisando che criticare è doveroso se le circostanze lo richiedono.
Lo stesso tema viene affrontato da un punto di vista complementare in un altro discorso, che esorta ad ammonire una persona, quand’anche fosse oneroso per sé e per l’altro, se c’è speranza di rafforzarla nel bene. L’equanimità è l’atteggiamento più opportuno da adottare solo se si ha ragione di credere che non sia possibile rafforzare l’altro nel bene.
Questi passi mostrano chiaramente che il buddhismo antico non considera l’equanimità l’unico atteggiamento appropriato verso gli altri, quanto piuttosto un atteggiamento che, malgrado i suoi molti vantaggi, può anche risultare inopportuno. A ben vedere, ci sono due tipi di equanimità: alcune
forme comportano una crescita degli stati salutari, mentre altre sue espressioni accrescono gli stati non salutari. Per questo motivo, certe forme di equanimità non vanno coltivate.
Un’altra riflessione che può aiutare a fronteggiare situazioni estreme è questa: si narra questo che il monaco PuGGa fosse disposto a tollerare aggressioni di ogni sorta, pensando che i suoi aggressori fossero gentili a
non infierire più crudelmente di quanto già facessero.
Questi passi mostrano il potenziale dell’equanimità nel vincere la tendenza all’irritazione o alla rabbia. Inoltre, l’equanimità coltivata come ‘liberazione della mente’ può anche diventare un antidoto alla passione. Il rapporto fra equanimità e libertà dalla passione è ulteriormente elaborato in un altro discorso, dove si spiega che sviluppando la percezione della assenza di bellezza, la attrazione sessuale lascerà il posto all’equanimità.
L’equanimità del Buddha, così come la sua pratica delle altre dimore divine, si basa su una completa libertà da passione, rabbia e illusione.
Da notare che nell’elenco delle dieci perfezioni necessarie, secondo la tradizione Theravāda, al raggiungimento della buddhità, l’equanimità rappresenta il culmine, come nel caso delle dimore divine. Ciò ribadisce il suo ruolo in quanto qualità che completa lo sviluppo sistematico delle qualità della propria mente. Bisogna anche combinare la pratica dell’equanimità, o delle altre dimore divine, con lo sviluppo dei fattori del risveglio.

3) L’equanimità come fattore di risveglio.

Anche nel contesto dei fattori del risveglio, come già in quello delle dimore divine, l’equanimità è menzionata per ultima. Stando all’Ānāpānasati-sutta, i fattori del risveglio si implicano a vicenda secondo un rapporto di dipendenza causale. Da ciò si evince che l’equanimità come fattore del risveglio costituisce il vertice di un processo meditativo che presuppone la coltivazione della presenza mentale, dell’investigazione dei fenomeni, dell’energia, della gioia, della tranquillità, e della concentrazione.
L’Ānāpānasati-sutta indica che il fattore di risveglio della
equanimità emerge quando si osserva con equanimità lo stato di concentrazione raggiunto in nello stadio della pratica di cui sopra. Sempre l’Ānāpānasati-sutta parla di osservare con equanimità, in riferimento alla contemplazione dei fenomeni. Il discorso menziona la contemplazione di
impermanenza, ‘dis-passione’, cessazione e lasciar andare, inspirando ed espirando, come esempi di contemplazione dei fenomeni. In ciascun caso, ciò che si richiede è osservare attentamente con equanimità, lasciando da parte desiderio e scontentezza. In tal modo, l’Ānāpānasati-sutta descrive
l’equanimità come una forma di equilibrio mentale che abbraccia tanto la tranquillità che la visione profonda.
L’equanimità come fattore di risveglio può essere diretta verso oggetti interni o esterni. Allo scopo di incentivare il suo sviluppo, occorre prestare attenzione a cose che fungono da base per il fattore di risveglio dell’equanimità. Un’ulteriore chiarimento proviene dai commentari, secondo cui occorre in
particolare coltivare la ‘dis-passione’ verso persone e cose, evitando la compagnia di persone prevenute e associandosi a quelle imparziali, nonché inclinando la mente verso lo sviluppo e il consolidamento di questo particolare fattore.
Che l’equanimità come fattore di risveglio rappresenti il culmine di un processo radicato nella presenza mentale e nell’investigazione dei fenomeni corrobora un punto chiave già menzionato in rapporto all’esperienza sensoriale, dove l’equanimità si presenta congiunta a presenza mentale e
chiara comprensione.
Altri riferimenti all’equilibrio mentale insito nell’equanimità si trovano in due similitudini che paragonano alcune qualità mentali alle parti di un carro e di un elefante rispettivamente. Qui l’equanimità è la distribuzione uniforme del carico che tiene il carro in equilibrio, o corrisponde alle due zanne parallele dell’elefante. Analogamente, la coltivazione meditativa della mente richiede di quando in quando di prestare attenzione semplicemente alla
qualità (letteralmente, al ‘segno’) dell’equanimità, il segno dell’equa-
nimità equivale all’assenza di sforzo.
L’idea di un equilibrio fra applicazione e rilassamento ricorre in un’altra immagine che illustra il bisogno di restare a guardare senza interferire con l’esempio di un falò, che richiede di volta in volta di essere alimentato, di essere spento, o di essere semplicemente osservato con equanimità. Perché lo sforzo risulti fruttuoso, occorre sapere non solo quando è il momento di applicarsi, ma anche in che caso restare semplicemente equanime. Come spiega un altro discorso, chi non sa restare a guardare con equanimità al momento opportuno non raggiunge la liberazione.
L’equanimità come esito di una maturazione della visione profonda è un aspetto centrale del progresso verso la liberazione. Una similitudine che illustra come l’equanimità emerga dalla visione profonda. La similitudine descrive un uomo che soffre amaramente vedendo la donna amata conversare e ridere con un altro. Tuttavia, lo stesso comportamento lo lascerà indifferente allorché avrà capito il motivo della sua pena e si sia infine disamorato.
Oltre a essere un corollario dello sviluppo della visione profonda, l’equanimità ha un importante ruolo da giocare in rapporto allo sviluppo della tranquillità. La presenza dell’equanimità è esplicitamente menzionata nella classica descrizione del terzo jhāna, durante il quale si è in uno stato
di felicità e al tempo stesso si resta equanimi e consapevoli. A questo livello è presente una sottile ma concreta percezione di equanimità e felicità. Ed è appunto la presenza di equanimità e felicità a rappresentare l’ultima traccia di ‘turbolenza’, il pericolo è una coscienza esaltata dall’esperienza gratificante di equanimità e felicità.
Il superamento delle ultime tracce di perturbabilità porta al conseguimento del quarto jhāna, caratterizzato, secondo la descrizione classica, dalla purezza della presenza mentale congiunta ad equanimità. La purezza
della presenza mentale, in questo profondo livello di assorbimento, si deve appunto all’equanimità. In tal modo, abbandonare progressivamente il piacere fisico, il dolore fisico, la gioia mentale e il dispiacere mentale conduce a un tipo di equanimità che è purificato e tranquillo.
In conclusione l’equanimità non si riduce a una mera indifferenza o insensibilità ma è un atteggiamento di maturità emotiva. Perciò: “Il
distacco buddhista implica una non autoreferenzialità degli
affetti, non la mera coltivazione di una neutralità edonica o
emotivamente piatta”.
L’equanimità insieme a presenza mentale e chiara comprensione sono tutte in stretto rapporto tra di loro, per cui si può affermare l’equanimità è una piena consapevolezza congiunta al discernimento, cioè ‘considera’ o ‘guarda’ con consapevolezza e saggezza, non è un’indifferenza che distoglie lo sguardo.

Jon Kabat-Zinn – Mindfulness (meditazione di consapevolezza)

Conferenza a San Diego durante un congresso per psicologi

…Noi siamo bravissimi ad addormentarci, lo facciamo ogni notte e per la maggior parte del giorno quando siamo in modalità “pilota automatico” e non siamo consapevoli. ‘Risvegliarsi’ è una sfida che in qualche modo richiede di coltivare una dose di intimità, infatti c’è una definizione di mindfulness che la descrive proprio come il coltivare l’intimità di noi stessi, si tratta di connettersi dentro noi stessi e capire veramente chi siamo.
A proposito di connettività, noi viviamo in un era in cui la tecnologia ci permette di essere connessi 24 ore su 24, anche quando non siamo a casa o al lavoro grazie all’uso dei telefonini più moderni. Ma avete mai avuto la sensazione di non essere connessi con voi stessi? Magari dovremo pure pagare la telefonata per auto-chiamarci…ehi ci sei? È un metodo zen chiedersi: ‘ci sei? sei qui?’ È anche interessante chiedersi chi sta facendo la domanda e chi risponde, oppure cosa significa quando usiamo il pronome personale IO, ME, MIO. Sapete, esiste un livello base dove operiamo nel mondo senza prestare troppa attenzione a chi siamo. Molti di noi si tengono alla larga dal farsi queste domande perché fare un quadro della situazione per rispondere comporta un lavoro molto costoso e inoltre se iniziamo a chiederci chi siamo potrebbe diventare pericoloso in quanto non si riuscirebbe facilmente a trovare una risposta accettabile.
Mai avuto la sensazione di stare da una parte e invece dovevate essere altrove, o volevate essere qui ma dovevate andare là? Capita anche a voi di usare l’espressione: ‘ho un paio di idee riguardo a quella cosa’ e vi accorgete poi che solitamente esse sono in conflitto l’una con l’altra? Vi siete mai sentiti in conflitto con voi stessi? E iniziate a vedere dal tono dei miei commenti che non sto parlando di pazienti psicotici. Chi è psicologo e lavora nel campo? oh vedo che ci sono anche altre persone qui (oltre agli psicologi). Bene perché questa è una lezione con pari opportunità, mindfulness è una pratica equa, non importa chi sei o cosa fai, se hai un corpo e una mente questo basta! Certo, potrebbe essere difficile e quindi voglio dire subito che mindfulness opera sì una riduzione dello stress, ma diciamolo: è stressante da fare! È una cosa difficile da fare essere noi stessi quando non sappiamo bene chi siamo.
Ora se istantaneamente guardate alla vostra vita con cuore aperto e compassione vi viene in mente un momento di ‘abdicazione’? Potete sentirlo? È qualcosa di profondo in voi stessi, quando mollate tutto, nei momenti in cui vi sentite a pezzi e divisi tra questo o quello, volere questo o quello, avere paura di questo o quello ed essere travolti dal dualismo, dal dilemma. Il pericolo e la bellezza della pratica mindfulness è che ti re introduce a te stesso.
Per esempio pensiamo a Emily Dickinson che come sapete era molto ferita sentimentalmente e voleva difendersi, essere impenetrabile come una fortezza e poi ha capito e disse: ‘se io stessa sono me stessa (cioè in quel momento soffriva ma non era capace di accettare quello stato d’animo) come posso avere pace se non boicottando la mia coscienza?’ Che poi è quello che facciamo tutti molte volte neghiamo anche a noi stessi, sopprimiamo, non prestiamo attenzione a cosa realmente proviamo, io lo chiamo intrattenimento, diversivo, deviamo l’attenzione come un fiume che devia dal suo corso, lo facciamo sempre…potete verificarlo diventando consapevoli se volete. Accogliete l’invito, vedete quante volte nel giorno deviamo abdicando il me da me stesso. Potete sentire il modo in cui questo gesto è un tradimento? Come potete lasciare andare questo stato di sofferenza se non lo accettate e lo comprendete, cioè se non provate una amorevole compassione verso voi stessi e accorgervi quindi di avere la possibilità di porre fine a tutto questo? Il meccanismo di autodifesa è quasi automatico, segue il desiderio di non soffrire mai più, capita a tutti noi di metterlo in atto ma senza accorgersi che soffriamo perché lo facciamo senza esserne consapevoli.
Scappare dal dolore e dallo sconforto andando verso il piacere è una costruzione della mente, così se riusciamo ad esaminare con attenzione momento per momento il processo mentale per capire come la mente appiccica etichette piace-non piace usando la mindfulness come una specie di microscopio e senza giudicare (noi stessi o la situazione togliendo l’etichetta piace-non piace) acquisiamo sempre maggiore consapevolezza e questo è incredibilmente arricchente, ti restituisce una vita, ti libera! Ecco perché nella tradizione buddista la mindfulness è spesso detta ‘il cuore della tradizione Buddista’, ma non è Buddismo e non ha a che fare con il Buddismo più di quanto la legge di gravità abbia a che fare con gli inglesi perché Newton era inglese. Se ci sono elementi universali che hanno a che fare con l’attenzione e consapevolezza, da dove vengono questi concetti non è molto importante, importante è il valore che hanno e quel valore è ottenuto da test, test che possiamo fare su di noi.
Ed ecco un altro poema di Derek Walcott, un poeta dell’isola di Santa Lucia, africano di origine e Nobel della letteratura, professore di molte università. Questa poesia è chiamata ‘amore dopo amore’. Ascoltate attentamente tenendo presente la frase precedente della Dickinson:
‘Tempo verrà in cui, con esultanza,
saluterai te stesso arrivato alla tua porta nel tuo proprio specchio.
Amerai di nuovo lo straniero che era il tuo Io, offri vino. Offri pane.
Rendi il cuore a se stesso, allo straniero che ti ha amato per tutta la vita,
che hai ignorato per un altro e che ti sa a memoria.
Dallo scaffale tirai fuori le fotografie, le note disperate,
sbuccia via dallo specchio la tua (falsa) immagine.
Siediti.’
Penso che quanto descritto nella poesia possa accadere ad ognuno di noi e se non avete idea di che cosa io stia parlando allora fate attenzione: volete chiedermi da qualsiasi prospettiva includendo quelle scientifica come sono sicuro che possa accadere?
Tutta la strumentazione scientifica è una estensione dei sensi. Se vuoi sapere cosa successe indietro nel tempo quando accadde il Big Bang cosa fai? Costruisci giganteschi telescopi, li punti al cielo e li ascolti, ma non stiamo ascoltando con le nostre orecchie i grandi telescopi sono estensioni delle nostre orecchie, ricettori di onde che non potremmo captare e così tutti gli strumenti come spettro-fotometri, bilance, telescopi e microscopi sono tutte estensioni dei sensi. Quanti sensi abbiamo? Nei libri si dice 5, i buddisti direbbero 6: vedere, odorare, assaporare, toccare e ascoltare, poi c’è quello che chiamano sapere o mente.
Senza l’aspetto della mente che è conoscenza diretta non sapremmo cosa stiamo provando attraverso i sensi. Allora cosa intendiamo per mente? È una domanda molto interessante scientificamente e ci sono aspetti della mente che possiamo iniziare a controllare e misurare utilizzando diversi strumenti come degli scanner non invasivi, stiamo iniziando a fare studi molto interessanti sulla meditazione usando la risonanza magnetica e altre cose, non ho tempo per parlarne ora ma molti tipi di studi si stanno facendo per tentare di dare una risposta. Quello che dico è che i buddisti hanno sempre considerato la mente, quell’elemento di conoscenza concettuale di essere, come un altro senso.
Andando oltre consideriamo anche il senso della propriocezione che è un senso strabiliante che ci dice dove il corpo si trova nel tempo e nello spazio in ogni momento: io so dove è la mano (ad esempio se la metto dietro la testa) anche se non la vedo. Se qualcosa non funzionasse ai miei propriocettori non mi accorgerei di dove è il corpo e magari non riuscirei a stare in piedi qui dovrei usare altri percorsi neurali per essere sicuro che i miei muscoli siano a posto. Tutti noi sappiamo da che direzione siamo arrivati prima di trovarci qui senza quasi pensarci e sappiamo anche dove troveremo la nostra auto senza troppo pensarci, ma prendiamo tutto questo come scontato. Localmente danni agli organi che hanno come risultato la perdita della propriocezione possono ingannare la mente, e di questo se ne parla nel libro ‘l’uomo che scambiò sua moglie per un cappello’, quindi pensate che c’è un senso che non sappiamo nemmeno di avere ma che diamo per scontato e che ha a che fare con la mente.
La mindfulness ci evita di rimanere bloccati in un ‘essere indaffarati’ infinito rischiando di non inquadrare quello che veramente è importante e cioè il momento presente. È l’unico momento in cui possiamo analizzare i nostri pensieri (la mente), le nostre azioni e parole usando consapevolezza ed attenzione.
Mai avuto l’esperienza di avere qualcosa davanti di fronte ai vostri occhi che ignorate completamente fino a che non la vedete e poi dite: perché non la ho vista?!’ E del sentire?mai avuto l’esperienza di essere sicuri di avere sentito qualcosa che in realtà non è mai stato detto? Oppure qualcuno vi ha mai detto: tu non mi ascolti mai? Succede più agli uomini che alle donne di sentirsi dire cose come ‘tu non mi ascolti veramente!’; a volte te la prendi me è semplicemente la percezione delle persone che spinge a sentire solo quello che vogliamo sentire. E inventiamo quello che non sentiamo come l’esperienza di essere in una festa con molto rumore con la gente che parla e qualcuno dice il tuo nome in fondo alla stanza e chissà come tu riesci a sentirlo! Parlano di me! Se il sentore dentro te è positivo pensi: Fantastico! Oppure: ‘Oh-oh chissà cosa stanno dicendo di me’ se è negativo.
Il punto è che la pratica meditativa è veramente tornare ai nostri sensi, letteralmente possiamo veramente coltivare intimità con noi stessi con la realtà circostante e a non prendere tutto quanto per scontato.
Per spiegare meglio il concetto di attenzione e consapevolezza proviamo l’esperimento del concentrarsi sul nostro respiro. Sono pronto a scommettere che in questa stanza tutti stanno respirando ma a meno che abbiate un brutto raffreddore o stiate soffocando non prestate attenzione al vostro respiro che invece è un universo incredibilmente ricco e ognuno di noi può portare piena consapevolezza alla sensazione che il respiro provoca nell’entrare o uscire dal nostro corpo. Non c’è bisogno di molti insegnamenti: è qui ed ora e possiamo avere consapevolezza del respiro. Avete provato? Potete sentirlo? Ora il difficile è mantenere la consapevolezza del respiro perché ancora una volta la mente crea un questo e un quello, oppure dopo un po’ pensate: ‘ho capito ora mostra qualcosa di più interessante per quanto tempo devo mantenere questa cosa del sentire il mio respiro…’ Vero? Questo é un piccolo esperimento che potete provare ma se l’avete già fatto e almeno per cinque minuti vi sarete distratti dal respiro almeno 100 volte. Non è quindi così facile focalizzare la nostra mente su qualcosa, e come abbiamo visto nemmeno sul respiro che in se stesso non ha nessuna virtù a parte quella ovvia di fornire ossigeno alle cellule e mantenerci in vita. La prossima volta che il respiro diventa molto noioso con un dito premette la narice destra e con l’altro dito chiudete l’altra narice poi premete le labbra chiuse e aspettate a vedere quanto impiega il prossimo respiro per diventare molto interessante! Noi siamo abituati a prendere le cose fondamentali per scontate. Provate questo esperimento: sedete per 10 minuti cercando di seguire il vostro respiro vedendo cosa accade alla mente e provando a registrare quello che accade ogni volta che divagate coi pensieri e poi tornate al respiro. È semplice come istruzione stare attenti sul respiro, ma non bisogna arrabbiarsi se non riuscite e non dite di cose come ‘questo è impossibile ho già divagato molte volte non sarò mai un buon meditatore!’. Questo è solo un esercizio per stare concentrati sul respiro e se qualche pensiero affiora allora va bene ugualmente perché la mindfulness è consapevolezza non giudicante.
Ora vediamo un esempio per capire i processi mentali che abbiamo quando proviamo attaccamento ad un idea (o agli oggetti materiali) e dei pronomi personali che si usano per definire ciò che è mio o tuo.Quanti di voi si possono definire meditatori? Descriversi come meditatori è solo una frase, il problema di pensare di esserlo implica che tutti gli altri sono dei non meditatori. IO sono un meditatore TU non lo sei. La cosa veramente importante è capire che il problema è l’attaccamento all’idea e l’uso dei pronomi mio e tuo che si appiccicano ovunque. La MIA pratica meditativa. IO Divento più felice se medito. Il problema non sta nella meditazione in sé ma nel pronome che lo lega ad una proprietà. è come se fosse imperativo identificarci con qualcosa che pensiamo sia virtuoso e bello.
Altro esempio di causa dello stress è quello in cui potreste essere genitori e non vedere i vostri figli forse perché siete semplicemente troppo occupati e non siete mai a casa o magari quando siete a casa non siete veramente a casa perché pensate ancora al lavoro o dovete leggere delle mail del vostro capo.
Ecco, vorrei adesso farvi notare come la tecnologia oggi faccia sempre più parte delle nostre vite, siamo sempre interconnessi, non ne sto parlando male… però pensiamo alle email per esempio: quanti hanno ricevuto mail nell’ultima mezzora, e quante per ciascuno? Quanti hanno pensato di non potere vivere senza le mail? Se il computer o il telefonino si bloccano anche solo per mezz’ora impazziamo. Nessuno di voi si è trovato in questa situazione? È una malattia e poi è frustrante il fatto di dovere rispondere a tutta questa gente e il numero di contatti cresce e i messaggi sono sempre considerati importanti e solo tu puoi rispondere! Dopo un po’ non hai più tempo nemmeno per te stesso perché impieghi il tempo a rispondere! E questo non vale solo per le emails, è vero per tutto e in un certo senso noi abbiamo cose da fare fin dal momento in cui ci svegliamo al mattino.
Quanti di voi hanno una lista di cose da fare? Quanti di voi scrivono una lista di cose da fare? (in pochi alzano la mano, jon ripete la domanda e molti adesso la alzano e poi continua dicendo:) ‘incredibile, non siamo nemmeno capace di dire la verità a noi stessi, vi rendete conto? Non vi sentite intrappolati da queste liste?’
Quante volte vi siete svegliati ed era già ora si andare al lavoro? Eravate in ritardo e siete corsi in bagno, fatto colazione veloce e corsi in macchina per raggiungere in fretta il posto di lavoro. In realtà parte di questo modo di comportarci è guidato dalla paura, paura di quello che avrebbero detto i colleghi, di non riuscire a fare tutto il lavoro che c’era da fare. E dentro di voi pensate di avere la certezza di non riuscire a farcela. Ecco un altro compitino a casa da fare in bagno. La prossima volta che sei sotto la doccia sii consapevole del fatto che sei veramente sotto la doccia! Senti la sensazione dell’acqua sulla pelle, vivi il momento della doccia, non fare delle azioni solo perché vanno fatte ed in maniera automatica. Quello che è veramente importante, come abbiamo già detto è imparare a vivere momento per momento, a fare quello che devi fare ma non fare come se fosse qualcun altro a dirti di farlo. Non fare i ‘compiti’ x qualcun altro. Agisci con consapevolezza. È come quando siamo connessi con il mondo digitale, con questi nuovi telefonini, sempre a controllare i social-network, se ci siamo persi qualcosa, qualche email. Ecco, la prossima volta che siete al telefono e trovi che la tua mente voglia controllare le email o inviarle fermati un attimo a respirare, non dico di non farlo o che è male tutta questa tecnologia, la cosa importante è che quello che stai facendo lo fai con consapevolezza, dobbiamo infatti vivere con il corpo e con la mente, la mente punta al corpo e il corpo alla mente, è incredibilmente potente questo fatto. Non viviamo solo dal collo in giù. Come un burattino tirato dai fili.
Avete ma avuto un maestro che vi insegni la consapevolezza e l’attenzione? Come sarebbe se noi considerassimo la consapevolezza come qualcosa di scontato? Male! Noi dobbiamo coltivare la consapevolezza come quando ad esempio coltiviamo la attenzione sl respiro: la mente percepisce, il corpo prova sensazioni, le rimanda alla mente, questa ogni tanto divaga, noi riportiamo l’attenzione sul respiro, ecco l’esercizio del coltivare la consapevolezza. È come essere presenti ed accorgersi dell’acqua sulla pelle quando ti fai la doccia. È questo il compito, non serve un maestro e il vantaggio che comporta non deve essere interpretato solo come un rimedio magari contro lo stress, ma è un addestramento avanzato nell’arte di vivere. Se ci pensiamo un po cos’altro non sono la medicina e la scienza medica se non dei training per migliorare la vita dei pazienti? Pensiamo alla mente come qualcosa che deve essere concentrata sul qui, sul momento presente e sul corpo. Ora mi fermo e prima di rispondere alle domande devo dire che ho molto apprezzato la vostra attenzione e posso percepire che mi avete ascoltato, non solo sentito. Se qualcosa vi ha toccato in qualsiasi modo il mio consiglio sarebbe quello di coltivare e annaffiare quel seme, dovete capire che il fatto di volere coltivare non viene da me, sta venendo da dentro di voi! Infatti nessuno ha ascoltato questa conferenza per caso, ci deve essere stato un motivo per il quale ciascuno di voi è venuto qui e io non ho la faccia da seme! Qualsiasi fosse la ragione ha radici profonde dentro di voi perché non é un caso se venite a sentire della mindfulness. Onorate e nutrite quel seme con la meditazione, lo stare seduti a respirare aiuta a vivere la vostra vita con consapevolezza momento per momento e imparerete che siete meglio di quello che pensavate. Grazie ragazzi!

domanda-1) Perché è così faticoso essere in uno stato d’animo così confortevole e senza sforzo?
risposta: è perché siamo stati condizionati a vivere secondo certi schemi mentali e abitudini corporee che ci hanno rubato il corpo e concentrato nei pensieri. Questa é una storiella breve di James Joyce: …Mr Duffy viveva a pochi passi dal suo corpo…ecco la risposta!
domanda-2) Pensa sia importante x i medici fidarsi dell’istinto e c’è una connessione con la mindfulness?
risposta: Si. L’istinto. è percepire qualcosa attraverso i sensi e avere il pensiero che sorge spontaneamente che non è però proprio un pensiero nel senso stretto del termine. Usiamo l’istinto in modo diverso del pensiero. A volte capita che nonostante si conoscano tutti i fattori necessari che definiscano una determinata situazione, se non c’è la connessione (o l’istinto) si lascia perdere il discorso e si rinuncia a capire; ma poi poco dopo e tutto ad un tratto la risposta arriva in un secondo, inaspettata, quello é l’istinto! Puoi anche considerarlo come un altro senso, devi onorarlo ma fidarti é una altra cosa! Devi fare attenzione ai segnali del tuo istinto; ogni scienziato sa che deve stare attento all’influenza delle sue credenze sul risultato. La mindfulness coltiva la capacità di distinguere e non giudicare: il distinguere sente, odora, tocca, vede tutte le diverse gradazioni di bianco e nero, zero o uno, questo e quello mentre il giudizio tende a cadere nel: ecco è quello! A volte può essere che sia così (è veramente quello o questo) ma a volte il processo ti può imbrogliare e allora una voce in te dice guarda ancora guarda meglio sotto l’apparenza magari sembra così, anche questa voce è un intuizione dobbiamo fidarci ma più che altro onorarla, riconoscerla.