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I 5 fattori mentali onnipresenti

di Lama Michel Rinpoce

https://www.youtube.com/watch?v=s2DotsyxpMg&t=16s

Tutto quello che leggete è quello che penso di avere capito dall’ascolto dell’insegnamento, messo nero su bianco per tornare a riflettere su alcuni punti senza avere il bisogno di ri-ascoltare l’intero video.

Davide

La mente non si spegne mai, ha sempre un oggetto di percezione. La mente collega il mondo esterno con quello interno, percepisce quello che arriva dai 6 sensi: i 5 sensi più la mente (mente di tipo cognitivo: ad esempio un ricordo è un oggetto di percezione cognitivo, non ne entro in contatto ma esiste nella mente).

La percezione diretta riguarda i 5 sensi, è ciò con cui entro in contatto. La cognizione inferenziale è quando credo di percepire l’oggetto ma quello che io percepisco in realtà è l’immagine mentale che io mi sono creato dentro di me. E’ una percezione mentale basata sul ragionamento inferenziale  in cui si arriva a una conclusione sulla base di altri oggetti (se vedo il fumo dietro la montagna so che a valle c’è anche un fuoco. Non vedo il fuoco, ma so che c’è ). Questo va così perché questo è così. Noi normalmente non siamo in grado di discriminare l’immagine mentale dall’oggetto stesso, crediamo che l’oggetto a cui penso sia così ma se poi la mia aspettativa non viene soddisfatta posso rimanerci male oppure piacevolmente sorpreso ( es: se io penso al letto mi immagino il letto ma se quando torno a casa il letto è andato a fuoco e mi si propone un altro letto l’immagine mentale che io mi sono fatto viene a mancare, anche se io comunque sempre in un letto andrò a dormire).

La natura della mente:

Mente primaria è quella parte di mente che percepisce i sensi e che a sua volta è costituita dai fattori mentali; essi sono aspetti della mente che hanno delle particolarità e che tutti insieme vanno a costituire la mente primaria. Un pensiero è sempre suddivisibile in vari aspetti che formano la mente. (per approfondire: insegnamento Buddha abidharma sui 51 fattori mentali).

I fattori mentali sono 51 divisi in 5 fattori mentali onnipresenti, 5 fattori mentali determinanti, 11 fattori mentali positivi,6 fattori mentali negativi radice, 20 fattori mentali negativi secondari e 4 fattori mentali variabili.

Non esiste nessun pensiero che non sia composto almeno dai 5 fattori mentali onnipresenti, poi possono essercene di più ma questi 5 ci sono sempre. I 5 fattori mentali sono: sensazione, discernimento, intenzione, attenzione e contatto. Essi sono sempre simultanei ma tra un pensiero e l’altro si relazionano.

Adesso li presentiamo come se ci fosse una relazione di causa ed effetto temporale tra l’uno e l’altro:

Contatto: è la base di tutto insieme di oggetto di percezione sensoriale + potere sensoriale + coscienza sensoriale. Ad esempio, forma (vista), occhi e parte della mente che li gestisce. Dal contatto nasce la

Sensazione: piacevole, spiacevole, neutra. E’ la base attraverso la quale sperimentiamo il mondo, è la base di giudizio (ad esempio una vacanza è andata bene se ci è piaciuta e non avremo mai voluto che finisse).

Discernimento: quando entro in contatto con qualcosa gli diamo un nome.

Intenzione: cosa voglio fare davanti a quell’oggetto di percezione? È la reazione: attrazione, avversione, indifferenza. È la base di tutte le azioni, è il karma, è il mio direzionarsi davanti ad una percezione, quello che mi spinge verso l’oggetto.

Attenzione: come fare per ottenere quello che voglio. L’intenzione è generica, la attenzione è specifica: dopo che sono entrato in contatto, che ho una sensazione, gli ho dato un nome e ho sviluppato una intenzione la attenzione è trovare il modo con il quale interagire in base ai 4 fattori precedenti.

Tutti i momenti abbiamo questi 5 fattori mentali. I pensieri sono tutti collegati, il pensiero di adesso si collega con quello dopo perciò ad esempio l’intenzione che ho adesso influenzerà la mia intenzione di dopo.

Noi spesso viviamo come se fossimo il risultato del mondo che ci circonda, ad esempio quando sono felice c’è qualcosa intorno a noi che ci fa sentire felice e lo stesso quando qualcuno sta male. Vogliamo sapere perché qualcuno sta male e quello che poi facciamo è cercare la soluzione mettendo a posto il mondo attorno a noi. Cercare di eliminare la sofferenza mettendo a posto il mondo attorno a noi è come tentare di svuotare l’oceano con un bicchiere versandone il contenuto dietro di noi. La realtà non esiste solo fuori, è direttamente collegata alla nostra mente, non possiamo percepire nulla indipendentemente dalla nostra mente. La percezione della realtà è diversa in ogni individuo (o in ogni mente). Un suono percepito non è uguale per tutti, perché sono diversi i fattori mentali. Allora bisogna chiedersi: siamo il risultato del mondo che ci circonda o siamo interdipendenti da quello che ci circonda? Siamo interdipendenti! La realtà esterna non esiste indipendentemente dalla realtà interna in ciascuno di noi. Ognuno di noi percepisce la realtà in modo diverso, ci sono delle minime differenze ma le realtà sono diverse per ciascuno di noi.

La libertà di scegliere la nostra vita:

Dove abbiamo la libertà all’interno dei 5 fattori mentali? Nel reagire, quindi nell’intenzione: anche se qualcosa magari mi piace, posso sempre scegliere se farmi attrarre oppure no. Possiamo direzionare la nostra intenzione, la nostra mente: dopo la direzione che voglio prendere c’è la azione, la parola. Quando siamo davanti ad un oggetto la nostra attitudine è quella di agire in base a come siamo abituati: davanti ad una cosa piacevole il comportamento naturale è sviluppare attaccamento: siccome mi piace ne voglio di più. Se qualcosa per esempio mi piace.Invece potrei provare gratitudine, ri-gioire per le cose belle. Abbiamo la possibilità di direzionare la mente! All’inizio è una cosa che può sembrare molto artificiale ma poi pian piano viene naturale. Quando siamo davanti a una situazione ho un primo impulso ma devo chiedermi se posso agire in modo diverso. Il modo con cui vedo può non essere sbagliato, comunque non è l’unico modo. La domanda non è qual è il modo giusto di vedere ma vedere cosa mi conviene di più. Se vedo una persona violenta posso generare nell’immediato avversione e rabbia, ma se ci penso bene è meglio provare compassione. Dobbiamo creare interdipendenza positiva. Il potere della mia azione dipende dalla mia intenzione, motivazione.

Dove abbiamo la libertà all’interno dei 5 fattori mentali?  Anche nel discernimento! Il potere mentale del discernimento è potere scegliere, quando vediamo che stiamo dando un nome e che ci stiamo relazionando con qualcosa chiediamoci sempre se abbiamo diverse possibilità. Esempio della campana usata come bicchiere: io ho una immagine mentale della campana e vediamo qualcuno che la usa per bere dell’acqua. Noi la vediamo come bicchiere o come campana usata come bicchiere? Pensiamo:  va quello che pirla, usa la campana per bere! Noi la vediamo come campana, perché per noi il nome campana è relativo ad un oggetto con determinate caratteristiche. Ma che cosa fa la differenza tra campana o bicchiere? E’ il nome che io attribuisco! E’ il valore che noi diamo all’oggetto, per esempio potrei benissimo usare la campana come bicchiere, in base al valore che io attribuisco. E’ difficile perchè normalmente non siamo consapevoli di tutto questo.  Dipende tutto dal modo con cui io vado a relazionarmi, interdipendente con la nostra mente. La realtà esiste ma non esiste in maniera indipendente dal modo con cui io stesso la vedo. Che non vuol dire che il modo in cui la vedo sia sbagliato, ma non è l’unico modo giusto, devo vedere quello che mi fa più bene, a me e a chi mi sta intorno. Ecco perché il potere del discernimento è importante: così pian piano vediamo che noi non siamo il risultato del mondo che ci circonda, ma siamo anche noi che interagiamo per creare questo mondo.

Spesso siamo abituati a vivere come le foglie al vento, sono così perché è successo questo, o mi comporto così perché è successo quell’altro, ma in realtà noi possiamo scegliere la nostra vita! Non abbiamo la possibilità di scegliere quello che accade ma abbiamo la libertà del modo in cui vivere quello che accade, la reazione, la direzione da prendere, in questo modo dopo l’intenzione segue la azione e poi sorgeranno i risultati: ecco il senso dello scegliere la nostra vita: se scelgo quello che fa bene a me e agli altri cambio anche la mia vita. Il risultato è una vita migliore. Imparare gradualmente ad agire invece di reagire.

I tempi della comprensione sono diversi dai tempi della realizzazione interiore:  non basta comprendere, bisogna agire: la nostra mente agisce in base all’esperienza, non alla comprensione. Capire che arrabbiarsi fa male non basta: cosa fare dunque? Davanti all’oggetto di rabbia fare lo sforzo di agire in modo diverso. All’inizio farò uno sforzo enorme, ma poi più mi comporto in una maniera che fa bene  a me e agli altri più verrà naturale comportarmi così.

Cercare di capire come quando qualcosa ci appare come permanente e noi ci aggrappiamo ad essa questo ci causi sofferenza. La realtà e gli oggetti sono impermanenti, se mi sforzo di capirlo allora smetto di soffrire e accetto quella cosa. Devo generare la non avversione davanti all’oggetto di rabbia, e non basta capirlo bisogna sentirlo nella esperienza che facciamo. All’inizio la persona violenta mi fa arrabbiare, poi mi diventa indifferente, poi sviluppo compassione e alla fine genero amore.  Il concetto, la comprensione aiuta a indurre un sentimento, ma ciò con cui devo familiarizzare non è il concetto, ma l’esperienza del sentimento, perché la mente agisce in base all’esperienza.

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Sankhara

Sankhara parola composta da due parti: sam + kr. sam = visione generale di un insieme di elementi che formano una determinata ‘cosa’. Kr = apparente.Sankhara, quindi, esprime una situazione coinvolgente che crea uno stato magico condizionante tutti gli esseri, e che sta alla radice della loro specifica situazione esistenziale. Assieme al termine asava =scaturire formano una coppia di vocaboli senza la cui compenetrazione del profondo significato è impossibile afferrare l’essenza del Dhamma.
Tradurre sankhara con ‘predisposizioni’ significa limitarli alla constatazione dei loro effetti senza risalire al loro meccanismo, meccanismo attraverso il quale qualsiasi ordine di esseri scaturisce e si manifesta. Ben più appropriato è processo di costituzione degli esseri. Si percepisce (sankhara) ciò che si è (asava), e reciprocamente si è (asava) ciò che si percepisce (sankhara). Il binomio asava-sankhara è sinonimo di ‘esseri’.

Il primo dei dodici anelli della originazione interdipendente è l’ignoranza. In questo ambito possiamo affermare cioè ignoranza, non conoscenza. Questa non conoscenza sta nel processo ordinario delle idee e dei concetti che sorgono dalla rilevazione, attraverso i sei sensi, dei sankhara. I sensi fanno il loro mestiere, e così anche la mente che percepisce e coordina i dati dei cinque sensi. La mente e i cinque sensi sono un artifizio. ‘Dietro’ a un particolare essere non vi è assolutamente nulla. Solo quando questo artifizio si estrinseca emerge, per quel determinato essere, il suo mondo specifico. 
Non esiste un sè, solo i cinque aggregati. (Nome-forma, sensazione, percezione, formazioni mentali, coscienza). Non esiste il carro, solo le parti da cui è fatto. Non esiste un carro, ma solo le parti di cui è formato. Il ‘carro’ è solo una designazione discorsiva, un’attribuzione.

 La ‘via del risveglio’ è quindi l’operazione a ritroso: ri-assumere la luce esterna (i sankhara) in luce interna (la consapevolezza dell’immaterialità, dell’incorporeità inversa). La ‘via del ritorno’ non sta nella acquisizione di una nuova conoscenza, ma nel riconoscimento-consapevolezza che non vi è nulla da conoscere; in altre parole, la dimenticanza psicologica di ogni nozione acquisita.
Qualsiasi organo sensoriale può funzionare unicamente per ‘visione in assemblaggio di elementi costitutivi’. Per poter considerare p. es. una ruota occorre astrarla dal complesso ‘carro’. Allora emerge l’insieme ruota, mozzo, raggi, cerchione, eccetera. Ma né l’ambiente in cui è collocato il carro, né il carro, né la ruota, né il mozzo, né i raggi esistono. Infatti qualsiasi cosa è scomponibile in ulteriori elementi semplici, e così all’infinito. 
Ecco la grande scoperta fatta dal Buddha sotto l’albero della bodhi: “Questo è un composto, un aggregato (khandha). Non vi è nulla che non sia un composto e che possa essere percepibile se non come composto. È il potere di ogni manifestazione: il potere aggregante insito in tutti gli esseri. tale potere di aggregazione non è insito nella materia ma solo nell’essere che, per via di semplice ribaltamento, trasferisce nella ‘materia’ ciò che è in realtà la sua predisposizione a vedere per aggregazioni, per composti. Scomponendo qualsiasi melodia nei suoi elementi (le note musicali), la melodia sparisce. “L’intero è maggiore della somma delle sue parti”. L’intero (la melodia) sborda dalla sommatoria di ciò che la compone (le note musicali). La melodia è ciò che sborda dalla realtà semplice, l’anomalia percettiva che caratterizza gli esseri.
Sariputto dice: “Perché, o Sakko, mi vuoi ammannire questa pietanza con l’aggiunta di questo intingolo in più? Io la rifiuto”. Dire sankhara e dire esseri, è dire la stessa cosa. Gli esseri non sono che asava-sankhara svolgentisi per automatismi. Quando cessano i sankhara cessano gli esseri, e viceversa. In ogni caso, non accade assolutamente mai nulla. Ciò che appare all’esterno (sankhara) appare solo in forza di ciò che si presuppone, ed è perciò accolto, all’interno. Tutto appare solo in forza delle dualità, delle contrapposizioni su cui si basa il linguaggio umano.
Il samsara, o ‘processo ordinario degli eventi’, accade solo per questo processo di accostamento di elementi, operato dai sensi, a formare un insieme, un sankhara. In ciò unicamente consiste la prigionia in cui si imprigionano gli esseri: vedere le cose come ‘cose’ e non come sankhara. Ciò si ripercuote istantaneamente nel riconoscerci quali ‘esseri’, e non altrimenti. La ‘cosa’ creata dall’organo preposto (le forme dalla vista, i suoni dall’udito, ecc.) costituiscono il ‘di più’, il ‘non dato’, il ‘non pertinente’, l”abnorme’, l”aggiunta impropria’. È la drammatizzazione in cui si risolve ogni essere e ogni supposta esperienza in quanto essere. L’illuminazione è il potere dirompente che spezza il legame tra i due (l’essere e l’esperienza), è la rilevazione di come le cose, i sankhara, si formino, durino e tramontino. Nel potere di scorgere l’origine delle cose-sankhara sta anche il potere di farle sparire, di esautorarle. Solo dopo aver sciolto il veleno asavico che universalmente coagula in sankhara si rende possibile ricomporre con virtus, per moto interiore, le cose. “Vi è l’albero” è l’originaria, primaria posizione costrittiva. “Non vi è più l’albero” è la posizione conoscitiva, la scoperta. “Vi è di nuovo l’albero” è l’illuminazione, la stabilità conquistata, la sovranità universale. In sintesi, la sublimità sta tutta nel vedere i composti (sankhara).