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Sorgere dipendente (aspetto filosofico), non violenza (aspetto pratico) e I Quattro Sigilli del Buddismo

link:Fonte originale: CentroNirvana Corso tenuto dal Ven. Khenrab
Rinpoche Il 27 – 28 febbraio 2010 al Centro Ghe Pel Ling Traduttore: Norbu Lamsang pubblicata da Eli Parisio

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Questo è il primo incontro del 2010 e, per motivi di buon auspicio, il tema sarà l’introduzione al Buddhismo. Parlerò di due aspetti del Buddismo: aspetto filosofico e pratico e i quattro pilastri del Buddhismo.
Sappiamo che nel mondo esistono differenti insegnamenti spirituali e religiosi, che dipendono dalle diverse aspirazioni della gente.
Non tutti hanno le stesse visioni e opinioni, c’è chi riceve benefici dal Cristianesimo, chi dall’Induismo, chi dall’Islam e chi dal sentiero interiore buddhista. Ognuno riesce a calmare la propria mente seguendo diverse religioni.
Certo, lo scopo finale, essenziale, da parte di tutte le religioni è quello di realizzare la pace mentale, ma ogni religione propone un suo metodo; le tecniche possono essere diverse, ma lo scopo da realizzare è unico ed è la pace della mente.
Non solo nel mondo esistono differenti sentieri spirituali, ma nel Buddismo stesso esistono diverse scuole filosofiche e tradizioni differenti. Tutte fanno riferimento a Buddha Sakyamuni. Abbiamo le scuole Vaibashika, Sautantrika, Cittamatra e Madyamika.
Le ragioni per cui ci sono diverse scuole dipende dalle predisposizioni e dalle capacità differenti dei praticanti; ognuno troverà quella più adattaper lui.
Così, benché nel mondo esistano diverse scuole filosofiche e diverse scuole e così all’interno del Buddhismo, sappiamo che lo scopo finale, per tutte, è realizzare la pace nella mente. Queste diverse scuole devono esistere perché non tutti i praticanti
sono uguali e ognuno deve avere la possibilità di scegliere il sentiero più adatto per lui. Benché si sia avuto un grande sviluppo materiale, che favorisce il benessere fisico, gli esseri non sono soddisfatti e sono alla ricerca di una felicità interiore, mentale.

Il problema è la sofferenza, che è di due livelli: esteriore, fisico; interiore, mentale.
Molti problemi fisici (malattie ecc..) possono essere risolti da uno sviluppo esteriore, ma molti problemi mentali purtroppo non vengono eliminati da questo sviluppo. Da qui la necessità di ricercare un metodo interiore per eliminare la sofferenza della mente.
Ad esempio, quando ci ammaliamo andiamo in ospedale, facciamo le analisi, ci viene data una cura e noi la seguiamo. Questo richiede tempo, sforzo e impegno.
Per quanto riguarda le difficoltà mentali, non abbiamo cure esteriori; per potere curare le malattie mentali bisogna conoscere un metodo interiore, di tipo mentale, perché il problema è la diretta conseguenza di un modo di pensare e, quindi, la soluzione deve venire dalla mente stessa, attraverso un cambiamento del modo di pensare.
La cura non è semplice, è ancora più difficile che curare i problemi fisici. Prima bisogna imparare, poi praticare e ci vorrà tempo per avere un cambiamento. Se lo sviluppo materiale non viene accompagnato da una preparazione mentale, fatta tramite l’insegnamento, mancando lo sviluppo virtuoso mentale, lo sviluppo materiale diventerà solo causa di ulteriore Insoddisfazione, dovuta all’incremento dell’attaccamento e del desiderio. C’è quindi la necessità di essere supportati da uno sviluppo mentale.
Il problema principale nella nostra vita è sempre la sofferenza e, quindi, bisogna conoscere la sofferenza e la sua origine. Per parlare dell’origine bisogna parlare della coscienza, argomento fondamentale nel Buddhismo.
Ci sono le coscienza sensoriali e la coscienza mentale che funzionano in stretta collaborazione. Ad esempio, la coscienza visiva percepisce una forma e causa una reazione nella coscienza mentale (che ne viene quindi condizionata). La reazione potrà essere di due tipi: se quella forma percepita è bella, può sorgere una sensazione piacevole, ma mista di desiderio, di attaccamento. Se la mente, Invece, percepisce la forma come brutta, questo produce una sensazione sgradevole, di sofferenza.
Tutti gli esseri senzienti vogliono essere felici e liberi dalla sofferenza, tutti gli esseri sono alla ricerca della felicità.
Ma ci sono diversi modi di farlo. Sarà molto difficile pensare di potere raggiungere la felicità solo con i mezzi materiali.
Tra le religioni, che propongono un metodo per aiutare gli esseri a raggiungere la felicità senza mezzi materiali, c’è il Buddhismo. L’insegnamento di Buddha viene definito interiorista e tutti gli altri, esterioristi.
Il concetto interiorista significa che è un metodo interiore, mentale, per raggiungere la felicità. Chi propone un metodo materiale viene definito esteriorista. Come potremo discriminare correttamente se una persona è buddhista o no? È buddhista se pratica il rifugio nel Buddha, nel Dharma e nel Sangha. Ma di questo e del concetto del karma parleremo nei prossimi incontri.
Due sono i concetti fondamentali da comprendere: l’aspetto filosofico e l’aspetto pratico (comportamento e azione  concreta).
La profondità dell’insegnamento, ciò che rende straordinario l’insegnamento di Sakyamuni Buddha, è la spiegazione dall’aspetto filosofico del sorgere interdipendente. L’altro aspetto è relativo al comportamento pratico: la non violenza che dipende dalla motivazione e la motivazione è la grande compassione. Se sorge la grande compassione, conseguentemente anche le azioni del corpo e della mente sono non violente. Ci sono due tipi di compassione: la compassione in generale e la grande compassione.
La compassione in generale viene insegnata da tutte le religioni, la grande compassione è più particolare. Nel Buddhismo viene insegnata la grande compassione perché la realtà della nostra esistenza avviene sulla base del sorgere interdipendente e la non violenza ha, come ragione di base, la visione del sorgere interdipendente. La realtà stessa diventa la ragione del perché il nostro comportamento sia non violento. Significa che tra sé e gli altri c’è una relazione.
Questo tipo di interdipendenza fa riferimento alla causa-effetto. E questo è intrinseco nella nostra realtà: la mia azione produce effetto sugli altri, le azioni degli altri producono effetto su di me e per questo diventa importante assumere un
comportamento non violento.
Se guardiamo alle religioni, dal passato più remoto ad oggi, possiamo distinguere essenzialmente due tipologie: religioni prive di una interpretazione, visione filosofica, e religioni con una propria spiegazione filosofica. All’interno delle religioni che hanno una spiegazione filosofica si possono riconoscere due ulteriori tipologie: chi contempla la presenza di un creatore (che è un fenomeno permanente) e chi non la contempla.
Chi nega un creatore, a sua volta si distingue tra chi crede che esista un sé (un io) come permanente, singolo e chi nega la sua esistenza come permanente e singolo. Nel Buddhismo ci sono queste due visioni.
Nel Buddhismo esiste una visione che non sostiene l’esistenza di un creatore, né di un sé permanente, autosufficiente, singolo. La ragione per cui sostiene la non esistenza di entrambi sta nella realtà del sorgere interdipendente.
Nel mondo reale c’è l’interdipendenza relativa al rapporto causa-effetto, come c’è anche l’interdipendenza relativa al rapporto del dipendere dalle parti (dai componenti, dagli elementi). Questa interdipendenza è superiore a quella della causa-effetto.
L’interdipendenza della causa-effetto elimina l’esistenza di un sé permanente. L’interdipendenza del dipendere dalle parti elimina la possibilità che un sé esista come singolo e autosufficiente.
Il Buddhismo non accetta l’esistenza di un creatore perché questo andrebbe contro il principio del sorgere interdipendente della relazione causa-effetto.
Se il Buddhismo accettasse l’esistenza di un creatore dovrebbe accettare Buddha come creatore, e come conseguenza, iMbuddhisti dovrebbero sostenere che Buddha può decidere tutto, chi creare, chi non creare, come deve vivere una persona ecc..
Questo non è possibile perché va contro un principio reale evidente: la realtà del sorgere interdipendente.
Gli esseri sono interessati al non soffrire, di conseguenza, occorre trovare il rimedio alla sofferenza. Buddha non decide chi deve soffrire e chi no, ma nella sua vita ha individuato che la causa della sofferenza sta nella mente La sofferenza principale sta nella mente dell’individuo stesso ed è riconducibile all’ignoranza. A causa dell’ignoranza si produce il karma e afflizioni mentali più karma portano a sperimentare la sofferenza.
Visto che la causa principale è l’ignoranza dell’essere senziente, è l’essere stesso che deve rimuovere, purificare la propria Ignoranza. Ma come può farlo? Deve praticare, ma per praticare bisogna prima conoscere e per conoscere bisogna ascoltare gli insegnamenti. Buddha ha mostrato il sentiero, questo è quello che Buddha può fare, non può decidere chi deve soffrire e chi deve essere felice. La soluzione per la nostra sofferenza sta a noi e sta nel purificare l’ignoranza.
Nagarjuna ha composto una lode a Buddha: “Tu stesso, spinto dalla forza della compassione, ti sei liberato completamente dalla tua ignoranza per cui hai mostrato il sentiero profondo affinché anche gli altri possano riuscire a liberarsi dalla propria ignoranza”.
Questo è il modo di praticare da chi ha a predisposizione a seguire il sentiero buddista, ma non tutti sono così, non tutti sono uguali e, quindi, non possiamo pretendere che tutti seguano questo sentiero. Molti hanno la predisposizione al sostenere la presenza di un creatore, come i cristiani, e per loro quello è il sentiero adatto perché, seguendo quel tipo di insegnamento, traggono beneficio.
Quel tipo di praticante praticherà in accordo con quanto gli è stato insegnato, deve avere una fede molto forte e più forte sarà la fede verso Dio, più seguirà i suoi insegnamenti. La sua predisposizione mentale è che esista un essere onnipotente che, se pregato con fede, esaudisce i suoi desideri. A questi viene insegnato ad avere fede in Dio, se ha fede in Dio deve fare quello che Lui dice di fare: amare gli altri, rispettarli, essere compassionevole. Più forte sarà la sua fede più amerà gli altri e più aumeterà la sua compassione. Questo avrà effetti positivi su di lui, anche se lui penserà che questi effetti siano stati opera di Dio (gli siano stati regalati da Dio).
Ma va bene così, il risultato l’ottiene. Così è il metodo. Ci sono persone che credono nell’esistenza di Dio ed è inutile dire loro che Dio non esiste, anche se si riuscisse a convincerli, avendo perso il proprio sentiero e non essendo interessati ad altri sentieri, sarebbero disorientati. In molti casi è dannoso indicare altri sentieri alle persone che hanno un’altra predisposizione, un’altra impronta.
La realtà però non è così statica: gli esseri cambiano e molti cristiani, che inizialmente accettavano l’esistenza di un Dio creatore, nel tempo sviluppano una intelligenza discriminativa, iniziano a porsi delle domande, a riflettere, non sono più soddisfatti di quel tipo di insegnamento, vanno alla ricerca e piano, piano arrivano a scoprire il sentiero interiore. Dunque, ognuno segue l’insegnamento che gli sembra più giusto; ciò non significa che gli altri vadano eliminati. Per te è utile quell’insegnamento, per un altro è utile un altro insegnamento per cui non dobbiamo dare giudizi negativi verso gli altri insegnamenti, ma dobbiamo rispettarli in quanto utili per altri esseri.
Se Buddha fosse qui li rispetterebbe, perché sono utili ad altri. Noi siamo interessati al Buddhismo, altri ad altri insegnamenti; vivendo in uno stesso mondo per forza dovremo mantenere un atteggiamento di rispetto e tolleranza verso altre religioni. Per potere convivere insieme non possiamo pretendere che tutti pratichino il Buddhismo; realisticamente non è possibile.
Costringere tutti a praticare il Buddhismo non sarebbe corretto.
Il Buddhismo si interessa di come eliminare la sofferenza e scopre che la causa principale è l’ignoranza. L’ignoranza è di due tipi: il non conoscere e l’ignoranza della visione errata. Il primo tipo di ignoranza è molto diffuso, sia tra gli umani che gli animali.
Molti esseri soffrono semplicemente per il fatto di non conoscere; la soluzione è il conoscere, tutto viene risolto dalla  conoscenza.
Il problema più grave non è questo tipo di ignoranza, ma il secondo tipo: l’ignoranza della visione errata. È una conoscenza errata, creata personalmente essenzialmente sulla base di pregiudizi e altri fattori. Noi presumiamo una realtà che non coincide perfettamente con il suo stato vero. Da questa visione errata della realtà deriva un prodotto sbagliato. Tutti siamo continuamente alla ricerca della felicità, ma non la raggiungiamo e continuiamo a incontrare sofferenze e difficoltà, la causa principale di questo sta proprio nella visione errata della realtà. Ognuno pensa di fare una cosa.

La ruota del Dharma indica che avendo ottenuto queste due qualità non comuni di un Buddha, siamo in grado di condurre tutti gli esseri viventi alla permanente liberazione dalla sofferenza, principalmente attraverso il girare la ruota del Dharma, che è il donare gli insegnamenti del Dharma. Questa è la nostra mèta finale.
Ognuno crede di fare la cosa giusta, ma giudichiamo come giusto ciò che, invece, è errato perché non coincide con la realtà; il modo con cui operiamo riteniamo ci porti alla felicità, invece, ci procura sofferenza. Proiettiamo come virtuose cose non virtuose, agiamo sulla base di questo nostro proiettare e nella realtà, essendo cose non virtuose, non realizziamo la felicità ricercata attraverso quel modo di agire, quello che realizziamo è la sofferenza.
Dobbiamo correggere questa visione errata e per farlo dovremo meditare sempre sul sorgere interdipendente. Abbiamo detto che ci sono diversi livelli del sorgere interdipendente. Il primo livello dell’interdipendenza è relativo al rapporto causa-effetto, il che significa che una causa virtuosa dà come risultato un risultato virtuoso, un causa non virtuosa dà un risultato non virtuoso. E non dobbiamo considerare solo il rapporto causa-effetto ma anche la natura, se è virtuosa o meno. Sempre sullabase della visione errata sorge la visione distorta: visione di sopravalutazione e sottovalutazione, denigrazione. Entrambe hanno una radice comune.
Il primo tipo incrementa due afflizioni mentali: odio e attaccamento.
Incontriamo un oggetto: la nostra mente percepisce questa forma e le attribuisce ulteriori qualità (sopravalutazione o esagerazione) o difetti (denigrazione o deprecazione) che l’oggetto non possiede. Così si produce attaccamento o odio. Se l’oggetto viene considerato bello (sopravvalutandolo esageratamente), sorge il desiderio, se l’oggetto viene considerato brutto (sottovalutandolo esageratamente), sorge l’odio.
Ma ci sono anche altri tipi di visioni distorte: se qualcuno parla bene di noi, ci sentiamo gratificati e consideriamo quella persona un amico, se parlano male di noi, siamo dispiaciuti e la consideriamo un nemico; entrambe sono visioni distorte. I tre problemi principali, semplificando, sono: ignoranza, attaccamento, odio.
Visioni distorte sono quindi la sopravalutazione, esagerazione, la sottovalutazione, denigrazione e il giudicare alcuni come amici, altri come nemici, altri come indifferenti. Tutte hanno una radice comune: la visione transitoria.
Realmente una persona è convinta che il proprio sé esista come sostanza (come fosse materia) e che sia autosufficiente (che non dipende da niente). Questa è un’altra visione distorta definita come visione transitoria. Aggrapparsi al sé come se esistesse in modo autonomo e autosufficiente: sulla base di questa convinzione, se il mio sé viene lodato da qualcuno, considero questo qualcuno un amico, se ne parla male lo considero mio nemico. Se parla bene del mio io è mio amico, se ne parla male è mio nemico.
Quotidianamente incontriamo innumerevoli esperienze durante le quali nessuno riflette su come considera il proprio io.
Nel momento dell’esperienza continuiamo a mantenere quella visione transitoria che considera l’io come sostanza autosufficiente che non dipende né dal corpo, né dalle parti, che sono alla base dell’esistenza dell’io.
Se ci tagliamo un braccio o una mano diciamo: “io mi sono ferito”, ma è il braccio o la mano che è stata ferita. Nel dire questo non riflettiamo, non abbiamo dubbi quando diciamo: “io sono stato ferito”.
Un altre esempio: stiamo precipitando da un grattacielo, in quel preciso momento nessuno ha la minima consapevolezza del fatto che è il nostro corpo che sta cadendo, siamo convinti che “sono io che sto cadendo”.
Le esperienze vissute con questa visione transitoria diventano sofferenza. Come possiamo superare questa visione transitoria?
Il metodo è quello di meditare sul secondo livello di interdipendenza: l’interdipendenza dell’esistere dipendendo dalle parti.
Grazie a questa meditazione riusciamo a capire che anche l’io esiste dipendendo dalle parti; così si supera l’aggrapparsi all’esistenza dell’io come autosufficiente. Riassumendo, sono due le cause fondamentali per cui soffriamo: la visione distorta che non conosce il rapporto causa-effetto.
Questa visione non permette di conoscere la natura delle azioni, non conoscendola, si sbaglia e si commettono azioni errate, che hanno conseguenze negative. La soluzione sta nel coltivare la visione corretta del sorgere interdipendente della causa effetto, nel conoscere la natura delle azioni e il loro rapporto: una causa negativa produce un effetto negativo, una causa positiva produce un effetto positivo.
1.visione transitoria dell’aggrapparsi all’io come sostanza e autosufficiente. L’antidoto è il meditare sul sorgere interdipendente dipendendo dalle parti.
Innumerevoli esseri continueranno a farsi male da soli, mentre alcuni, grazie all’insegnamento, arrivano a conoscere le cause, ma non praticano i rimedi. Nel primo caso, non conoscendo le cause, possono essere giustificati; nel secondo caso non sono giustificabili. Perché, se conoscono i rimedi, non li applicano? Perché continuano a mantenere un altro tipo di visione distorta definita visione estrema. La visione estrema all’apparenza è grave, è molto sottile, costoro continuano ad avere una visione del sé come duratura, come vivessero in eterno, è la visione definita: aggrapparsi alla permanenza.
Questa visione è grave perché porta a mantenere una visione del sé come duraturo nel tempo, che porta al dire: “vivrò molto a lungo, posso praticare dopo”. Questo porta a rimandare, a posticipare sempre la pratica.
Sakyamuni Buddha, nel suo primo discorso sulle Quattro Nobili Verità, spiegò il sorgere interdipendente della realtà. E parlando di questo parlò del rapporto causa effetto e del rapporto del dipendere dalle parti.
Spiegando il primo tipo di rapporto (causa-effetto) parlò dei Dodici Anelli dell’origine interdipendente, quindi dell’esistenza ciclica (samsara) e di altri argomenti relativi al rapporto del dipendere dalle parti.
Per questa ragione nel Buddhismo ci sono due aspetti fondamentali: l’interpretazione della realtà e la comprensione della realtà nella sua natura di interdipendenza.
Tutte le esperienze negative, sia a livello individuale che collettivo sono frutto dell’ignoranza del non conoscere il sorgere Interdipendente. Per questo, ognuno di noi continua ad accumulare tante sofferenze così come nel mondo continuano a persistere sofferenze dovute a conflitti, violenze. Chi mette in atto la violenza, chi provoca guerre pensa sia un modo per raggiungere la felicità. Questo è perché sono esseri ignoranti, che non hanno la comprensione dell’interdipendenza della realtà.
Come ho già detto, non si può pretendere che tutti pratichino il Buddhismo, ma se questa filosofia si diffondesse, ci potrebbero essere molti benefici.

Ieri ho parlato in generale dei due aspetti principali del Buddhismo: l’aspetto filosofico del sorgere interdipendente, l’aspetto pratico del comportamento non violento. L’argomento di oggi è un concetto specifico relativo al sorgere interdipendente. Si tratta dei quattro pilastri (o sigilli) del Buddhismo.
Sigillo, chiak ghia in tibetano, indica qualcosa di stabilito definitivamente, fissato, come un documento sigillato.
Tutti i praticanti buddhisti accettano i quattro sigilli, essendo questo argomento una spiegazione profonda del sorgere interdipendente, attraverso cui si comprende quanto sia importante il concetto di interdipendenza.
Il primo dei quattro sigilli recita: tutti i fenomeni prodotti sono di natura impermanente.
Du in tibetano vuol dire comporre, raccogliere, produrre.
Col termine fenomeno prodotto si intende qualsiasi cosa sorta dipendendo da cause e condizioni.
Questi fenomeni prodotti dipendendo da cause e condizioni cambiano perché la loro causa è già di natura cambiamento. La natura dell’effetto deve coincidere con la natura della causa quindi i fenomeni prodotti sono per natura in cambiamento.
Il concetto di impermanenza è di due livelli: grossolano e sottile.
L’impermanenza grossolana è una cosa così evidente che anche gli animali la percepiscono.
Ad esempio, ho visto in un documentario un gruppo di scimmie che dovevano rompere una noce di cocco. Hanno raccolto il cocco fresco, difficile da rompere, lo hanno messo a seccare al sole, poi hanno preso delle pietre grandi per rompere il cocco secco. Il documentarista spiegava che anche le piccole scimmie imparano dagli adulti a fare così. La scimmia comprende l’impermanenza grossolana del cocco: sa che lasciandolo al sole cambia passando dallo stato fresco allo stato secco. Le scimmie ovviamente non parlano, non usano il termine impermanenza o cambiamento, ma a livello mentale comprendono il concetto.
Percepire l’impermanenza grossolana quindi non è una cosa straordinaria, ciò che è straordinario è realizzare l’impermanenza sottile, perché per realizzarla occorre ragionare, meditare.
Il cambiamento a livello grossolano avviene perché c’è cambiamento anche a livello sottile; se non ci fosse il secondo non potrebbe verificarsi nemmeno il primo.
Ad esempio, se piantiamo un seme e aspettiamo un anno possiamo vedere un cambiamento grossolano; la pianta è cresciuta. Questo è un cambiamento grossolano rispetto al seme piantato un anno prima.
Il cambiamento avvenuto in un anno è stato possibile perché in ciascuno dei dodici mesi di cui è composto un anno c’è stato un cambiamento. Ciascun mese è composto da quattro settimane e, in ciascuna settimana, c’è stato cambiamento; inoltre ciascuna settimana è composta da sette giorni. Il seme, quindi, cambia giorno dopo giorno, altrimenti non avremmo visto alcun cambiamento dopo una settimana. Il giorno è composto da ventiquattro ore, per cui possiamo dire che il seme cambia ora dopo ora. L’ora è composta da sessanta minuti, quindi deduciamo che c’è stato cambiamento in ogni minuto. Ogni minuto è composto da sessanta secondi, quindi c’è stato cambiamento in ogni secondo. Anche i secondi sono divisibili in un tempo così breve da non poter essere più divisibile. In tibetano si usa il termine “fine del tempo” per indicare l’istante indivisibile.
Quel seme cambia nel brevissimo istante, nei secondi, nei minuti, nelle ore, nei mesi ed è per questo che abbiamo potuto osservare il cambiamento dopo un anno. Non succede che il seme resta uguale per undici mesi e ventinove giorni poi, di colpo, c’è la pianta.
Perché le cose cambiano? Facciamo riferimento al cambiamento grossolano. Le cose cambiano perché soggetti a condizioni favorevoli e sfavorevoli. A seconda di quale condizione si verifica avviene un cambiamento.

Ad esempio una candela può incontrare due condizioni: una favorevole che mantiene intatta la candela, facendosi che si conservi nel suo stato attuale, e una sfavorevole, ad esempio il fuoco che, bruciando, la consuma.
Possiamo osservare il cambiamento stesso: se accendiamo la candela e aumentiamo il fuoco, se quindi rafforziamo la condizione contro, la candela si consumerà più velocemente; se riduciamo la condizione contro, ad esempio soffiando e agitando la fiamma o smorzandola, la candela brucerà più lentamente.
Questo esempio, riguardante l’impermanenza grossolana, ci fa capire che una cosa cambia a seconda della condizione che incontra, ma ciò non implica che senza condizione contro non ci sia comunque cambiamento. C’è, infatti, un cambiamento chenon ha bisogno di alcuna condizione: è quello dovuto all’impermanenza sottile. Se lasciamo la candela sul tavolo, non percepiamo alcun cambiamento nella candela, ma la candela sta cambiando. Essa è, infatti, composta da atomi in moto, che sono nella natura di cambiamento quindi lei stessa è in cambiamento.
Gli atomi cambiano per loro natura indipendentemente da una condizione sfavorevole. Se così non fosse, in assenza di condizione sfavorevole ci troveremmo con degli atomi permanenti, ma dopo tempo osserviamo un cambiamento grossolano nella candela e questo cambiamento, abbiamo dimostrato, è possibile solo se c’è un cambiamento sottile.
Nel primo sigillo si parla di fenomeni prodotti cioè di fenomeni che sono risultato di cause e condizioni. La natura del risultato deve coincidere con la natura della causa.
Se si pianta un seme di grano la pianta che crescerà sarà grano e non un’altra pianta. Quindi se il risultato è nella natura di cambiamento lo sarà anche la causa, con ciò escludiamo che un risultato permanente possa avere una causa permanente.
Nel pensare a causa e risultato, non dovremmo però pensare che la causa sia costituita da un singolo elemento. La causa è un insieme di elementi. Questo errore che commettiamo porta molti problemi sia a livello personale che a livello mondiale. Molti, pur conoscendo l’insegnamento commettono questo errore! Ad esempio, se una persona ci disturba, ci danneggia, noi ne soffriamo. Pensiamo che stiamo soffrendo soltanto a causa di quella singola persona e, quindi, eliminandola saremo liberi dalla sofferenza. In realtà chi ci danneggia è solo una delle tante cause della nostra sofferenza.
Ci sono molte cause della sofferenza, ma noi commettiamo l’errore di identificare tutte le cause della sofferenza con un unico elemento. Un risultato cambia perché la sua causa è già nella natura di cambiamento.
Perché la causa cambia? Ci sono diverse spiegazioni. Prima di tutto la causa è composta da tanti atomi. Se analizziamo ogni atomo vediamo che ciascuno di essi è instabile, in cambiamento. Mille di questi atomi. L’atomo è in movimento non è statico, se mettete insieme mille di questi oggetti che si muovono, cambiano non potrete ottenere una cosa ferma, permanente! La causa essendo composta da atomi è già nella natura di cambiamento.
Questo mondo, iniziato con il Big Bang, finirà con un altro Big Bang. Il Big Bang iniziale è un’esplosione da cui sono stati prodotti atomi che si sono combinati formando il nostro mondo. Alla fine questo nostro mondo esploderà frantumandosi in atomi, che si aggregheranno di nuovo in un altro mondo. Il mondo è un insieme di atomi in cambiamento, non è quindi una cosa stabile e duratura, così pure il nostro corpo! Sia al suo interno che all’esterno, il corpo è fatto di atomi, quindi, è instabile, in cambiamento
Il corpo non solo esiste dipendendo dagli innumerevoli atomi, ma anche dagli arti e dagli organi, dipende quindi anche dalle sue parti. Questo vale anche la mente, che è un fenomeno interiore. La mente esiste dipendendo dalle sue parti.
Il primo sigillo dice che tutti i fenomeni sono nella natura di cambiamento, e cambiano per due ragioni.
I fenomeni cambiano a seconda delle condizioni favorevoli o sfavorevoli cui vanno incontro, e cambiano perché composti da atomi che sono nella natura di cambiamento.

Il secondo sigillo afferma che gli aggregati e il corpo contaminati, soggetti a cause e condizioni, sono nella natura di sofferenza.
Questo è un concetto più complicato rispetto quello del primo sigillo. La parola Sag pa in tibetano indica afflizione mentale.
Tutti i fenomeni dipendenti dalla forza del karma e delle afflizioni mentali insieme, sono fenomeni contaminati, e quei fenomeni maturati dal karma e dalle afflizioni mentali insieme, sono di natura sofferenza. Dobbiamo comprendere perché questi fenomeni sono della natura sofferenza, e lo facciamo analizzando la natura delle loro cause. Sappiamo che la natura del risultato coincide con la natura della sua causa.
Analizziamo, quindi, la natura delle afflizioni mentali.
Le afflizioni mentali sono concetti, pensieri, fattori mentali che rendono l’individuo infelice e agitato. Queste, poi, influenzano anche gli altri; fanno percepire sofferenza e disagio.
Le afflizioni sono causa di sofferenza per l’individuo e gli altri, per questo quei fattori sono detti afflizioni mentali.
Questo succede perché le afflizioni sono nella natura di sofferenza. Applichiamo la stessa logica che abbiamo usato nel dire che i fenomeni prodotti sono nella natura di cambiamento perché composti da atomi che sono nella natura di cambiamento.
Con lo stesso ragionamento possiamo dire che le afflizioni causano sofferenza perché sono nella natura di sofferenza.

Quando sorgono le afflizioni mentali condizionano l’individuo ad accumulare karma. Da queste due forze, karma e afflizioni, matura un risultato: il nostro corpo e gli aggregati. Possiamo affermare che il nostro corpo e gli aggregati sono contaminati e, quindi, nella natura di sofferenza perché causati da karma e afflizioni mentali, che sono già nella natura di sofferenza.
Dentro la persona sorgono fattori mentali afflitti, se l’individuo non facesse nulla non accumulerebbe karma, ma l’individuo pensa poi agisce. Quando sorge l’afflizione l’individuo agisce perché la funzione dell’afflizione è proprio quella di spingere l’individuo ad agire. Quando l’individuo compie un’azione, questa lascia un’impronta potenziale che si chiama karma.
Sorge l’afflizione che è di natura sofferenza. Spinto dalla forza dell’afflizione l’individuo agisce, l’azione lascia impronta potenziale karma. Abbiamo quindi accumulato due cose: afflizioni e karma. Dall’afflizione e dal karma maturerà un risultato detto fenomeno contaminato. Quel fenomeno contaminato è nella natura di sofferenza. Abbiamo questo nostro corpo contaminato, sulla base di questo corpo sperimentiamo tutti i tipi di sofferenza. Ci sono tre tipi di sofferenza.
I primi due tipi, la sofferenza della sofferenza e la sofferenza del cambiamento, vengono sperimentati da tutti gli esseri senzienti.
Il terzo tipo di sofferenza è quello di cui ha parlato Sakyamuni nel discorso sulla della nobile verità della sofferenza. È la sofferenza pervasiva. Questa sofferenza non è qualcosa che riguarda solo gli esseri dotati di coscienza, ma tutti i fenomeni, anche il mondo esteriore, poiché frutto delle afflizioni e del karma, è nella natura della sofferenza.
Come può il mondo esteriore essere nella natura di sofferenza pervasiva se non ha una coscienza?
Facciamo un esempio. Il pesce vive nell’acqua. L’acqua nella quale un vive è la condizione immediatamente precedente per la nascita del pesce perché senza il pesce non può nascere. Il pesce deve nascere nell’acqua a causa del suo karma, il karma proiettante impone al pesce di dover nascere nell’acqua.
Il pesce deve nascere e vivere nell’acqua a causa del karma. Quell’acqua è in qualche modo frutto del karma del pesce che vi deve nascere e vivere dentro.
L’acqua per il pesce è condizione immediatamente precedente al pesce perché senza non potrebbe nascere.
Analizziamo l’acqua, in particolare la sua continuità a livello di sostanza. La sostanza dell’acqua ha un legame con il suo stato del passato, possiamo andare indietro nel tempo senza riuscire a individuare il primo istante della continuità della sostanza dell’acqua.
Consideriamo i computer; non esistono da tempo senza inizio perché esistono da un tempo relativamente breve, ma se analizziamo la continuità della sostanza materiale che compone un computer possiamo andare indietro nel tempo senza trovare un inizio.
Tornando all’esempio del pesce. L’acqua è condizione immediatamente precedente per la nascita ed è condizione necessaria per la vita del pesce, ma non è causa sostanziale del pesce, non è la causa principale; è una causa secondaria detta condizione. Quell’acqua condizione per la vita del pesce è connessa al karma del pesce, ma non possiamo dire che sia la causa primaria. La causa primaria per la nascita di pesce è il karma, l’acqua è una condizione per la nascita del pesce.
Come secondo esempio analizziamo il tavolo. Prima che fosse fatto il tavolo c’erano vari pezzi di legno, che a loro volta prima erano tronchi di alberi. Possiamo rintracciare la continuità della sostanza molto indietro nel passato. Noi progettiamo il tavolo e abbiamo questi pezzi di legno, che assembliamo per costruire il tavolo, ma servono anche altri attrezzi quali chiodi e martello. Grazie a questi attrezzi possiamo assemblare il tavolo.
Dobbiamo riconoscere due cose: una causa sostanziale e le condizioni per il tavolo.
Il legno è la causa sostanziale del tavolo, tutto il resto, il martello, i chiodi, la mano del carpentiere, sono tutte condizioni secondarie. Così la mano del carpentiere, i chiodi e martello non fanno parte della continuità del legno, sono fenomeni completamente diversi, ma messi insieme favoriscono la creazione del tavolo. Allo stesso modo l’acqua ha una sua sostanza, la cui origine risale molto indietro nel tempo, ma non è la causa sostanziale del pesce, favorisce solo la nascita del pesce.
Così tutto ciò che le afflizioni mentali, essendo già nella natura di sofferenza, producono sarà nella natura di sofferenza, quindi tutti i fenomeni contaminati sono nella natura di sofferenza.
Se questa è la realtà, le afflizioni mentali (sag pa) producono risultati che sono nella natura di sofferenza, dovremo, quindi, chiederci come è possibile liberarsi dalla sofferenza.
La risposta dell’insegnamento è che le afflizioni mentali sono esauribili, di conseguenza eliminabili. Questa possibilità si scopre analizzando la causa delle afflizioni. La loro causa è la visione dell’aggrapparsi al sé. Il nostro compito è analizzare questa nostra concezione perché finché esisterà continueranno ad esserci le afflizioni. Chiedendoci se questa concezione dell’aggrapparsi al sé sia eliminabile si introduce il terzo sigillo che afferma l’esistenza dell’antidoto opponente a questa visione.

Il terzo sigillo afferma che tutti i fenomeni sono vuoti e privi di un sé, questo è proprio l’antidoto alla visione errata.
Dobbiamo applicare questo antidoto per eliminare la concezione errata.
Prima di applicare l’antidoto occorre riconoscere correttamente la propria visione errata dell’aggrapparsi al sé. Senza questo riconoscimento, pur applicando l’antidoto, non si elimina la propria concezione errata.

Facciamo qualche esempio riguardo al suo riconoscimento. Nella vita ordinaria diciamo: “il mio amico, il mio corpo, il mio braccio”. Parliamo così nell’esperienza ordinaria. Analizziamo meglio questo modo di pensare. Mettiamo in rapporto l’io e il corpo. Quando diciamo: “il mio corpo”, nel profondo stiamo identificando l’esistenza del proprio io a parte perché possiede il corpo. Vediamo l’io come re padrone e il corpo come materiale posseduto dal re io. Il re comanda e il corpo esegue, come un servitore, l’ordine del re io.
Pensiamo a cosa succede quando una persona si ammala gravemente. Chi si ammala vuole guarire perché soffre. Tutti vogliono liberarsi dalle sofferenze. Immaginiamo che una persona venga colpita da una malattia al braccio e supponiamo che la cura consista nell’amputazione del braccio. Questa persona pur di smettere di soffrire accetta di perdere il braccio.Immaginiamo che venga colpito da una malattia analoga anche all’altro braccio, poi alle gambe…certo non la testa perché senza non vivrebbe, ma se andiamo avanti a tagliare tutte le parti del corpo, proviamo poi a cercare quell’io che diceva: “io sto soffrendo”.
Se alla fine non troviamo l’io, vuol dire che l’io esiste solo a livello nominale. Esiste un io nominale, ma non esiste un io che esista di per sé, da parte propria, senza dipendere dai cinque aggregati, visione che avevamo prima delle cure e dell’amputazione degli arti.
All’inizio ci aggrappavamo a quel tipo di io che ora abbiamo verificato non esistere da nessuna parte. L’io nominale dipende da una base, che sono i cinque aggregati. Esiste quindi un io convenzionale, non un io padrone che comanda i suoi servitori.
Potremmo chiederci quale problema ci sia a mantenere la nostra concezione dell’aggrapparsi alla vera esistenza del sé.
Il problema è che si sta male, perché a causa di quella concezione si coltivano afflizioni mentali, che condizionano a soffrire e nessuno vuole soffrire. Il vero problema è proprio la concezione dell’aggrapparsi al sé, e chi vuole avere problemi?
Dovendo eliminare il problema, bisogna applicare l’antidoto opponente che è la visione di tutti i fenomeni come vuoti.
Conoscendo l’antidoto non resta che applicarlo. L’antidoto opponente è un antidoto forte, perché sostenuto da ragioni valide.
Il concetto di “forte” va inteso come un qualcosa sostenuto da ragioni valide. Ciò che è sostenuto da ragioni valide più viene analizzato più diviene solido, stabile. Tutte le cose che non sono sostenute da una ragione valida, se vengono analizzate alla fine crollano, non permangono, alla fine si svela la loro falsità.
Nell’analisi precedente abbiamo considerato la concezione dell’aggrapparsi al sé. Abbiamo visto che essa non è valida, perché non è sostenuta da ragioni valide per cui, analizzandola sveleremo la sua falsità, non regge l’analisi. L’antidoto opponente, invece, la visione di tutti i fenomeni come vuoti, privi di un sé, è valido ed è sostenuto da ragioni valide, per cui più lo analizziamo più si stabilizza.
Abbiamo scoperto che abbiamo una concezione dell’aggrapparsi al sé che è errata, che non è valida, che ha un suo antidoto opponente forte. L’ultimo problema che dovremo analizzare è questa nostra concezione dell’aggrapparsi al sé.
Essendo una concezione è un fenomeno mentale. La nostra mente e la concezione dell’aggrapparsi al sé sono un tutt’uno oppure no? Se sono un’unica cosa, la natura della mente stessa è concezione dell’aggrapparsi al sé, allora è inutile tentare di eliminarla perché la mente è così per natura. Sarebbe come tentare di cancellare la mente stessa. Anche se errata, anche se c’è l’antidoto, tutto è inutile perché la mente è così e la mente non può essere eliminata.
La natura della mente è in realtà chiara e luminosa, per questo la concezione dell’aggrapparsi al se è presente solo temporaneamente.
Ad esempio l’acqua agitata è torbida, ma l’acqua e il fango non sono un tutt’uno indivisibile quindi col tempo, calmandosi  l’acqua, il fango si deposita e l’acqua torna chiara e trasparente. Un secondo esempio, è il cielo coperto dalle nubi. La sua natura non è nuvola, altrimenti il cielo rimarrebbe annuvolato in eterno. Infatti, col tempo le nubi passano e il cielo torna sereno. Un terzo esempio: se ci rovesciamo addosso il te il vestito viene macchiato. La macchia del te non entra nella natura del vestito, non diventano un tutt’uno, se diventassero un tutt’uno, potremmo lavare il vestito ma la macchia non andrebbe via perché macchia e vestito sono diventati della stessa natura. In realtà se si lava il vestito la macchia se ne va, proprio perché non è entrata nella natura del vestito, non sono un tutt’uno.
Allo stesso modo la concezione errata dell’aggrapparsi al sé, non entra nella natura della mente, mente e concezione errata non sono un tutt’uno. La concezione errata sorge temporaneamente, ma non entra nella natura della mente. Se sorge temporaneamente, gli antidoti possono funzionare, quindi, più applichiamo l’antidoto della visione di vacuità più ne aumentiamo la forza, più familiarizziamo con la visione di vacuità più diminuiamo la forza del suo avversario diretto, la concezione dell’aggrapparsi al se. A un certo punto la concezione errata viene eliminata perché quando perfezioniamo l’antidoto, arriviamo all’eliminazione della concezione errata.

A questo punto introduciamo il quarto sigillo che afferma che, perfezionando la visione di vacuità e l’eliminazione della concezione dell’aggrapparsi al sé, automaticamente cessano tutte le altre afflizioni.
A quel punto con l’eliminazione di tutte le afflizioni e della loro causa, abbiamo raggiunto la completa pacificazione. Si dice letteralmente: “il superamento del dolore è la vera pace”. Significato vero è “la completa pacificazione delle afflizioni mentali e della loro causa (la concezione errata dell’aggrapparsi al sé) è la vera pace.

Riassumendo quello che abbiamo detto rispetto ai quatto sigilli, i fenomeni prodotti dipendono dalle loro cause. La causa non è costituita da un singolo elemento, ma è composta da tanti elementi. La causa a sua volta è karma e il karma è conseguente alle afflizioni mentali. Le afflizioni sorgono perché di base abbiamo la concezione errata dell’a aggrapparsi al sé.
La concezione errata per fortuna sorge solo temporaneamente, in più abbiamo un forte antidoto opponente. Possiamo applicare l’antidoto opponente, rafforzandolo e familiarizzando con esso fino alla completa eliminazione delle afflizioni e della loro causa di base. Quando avremo completato la pacificazione delle afflizioni e della causa, finalmente ci troveremo nella condizione di pace vera e duratura.
Nel mondo nella nostra esperienza ordinaria ripetiamo gli stessi errori, principalmente quello di identificare la causa della nostra sofferenza con un unico elemento, spesso una persona. Pensiamo che eliminando il singolo elemento saremo felici, quindi, ci impegniamo a fondo per eliminare quel singolo elemento. Ma anche eliminandolo non saremo felici perché abbiamoNsbagliato a identificare la causa dell’infelicità: abbiamo preso in considerazione solo una millesima parte della causa. Certo riusciamo ad essere felici immediatamente, dopo aver eliminato la singola causa, ma è solo un’illusione. In realtà non abbiamo realizzato una pace duratura, ma solo una pace immediata. Non abbiamo eliminato la causa complessivamente, ecco perché non riusciamo ad essere completamente felici nella nostra esistenza ordinaria. Quando nel quarto sigillo si parla del superamento del dolore, si intende il superamento delle afflizioni e della loro causa, quindi il superamento del dolore è la vera pace. In altri testi si trova scritto: “il parinirvana è la vera pace.”
In ogni modo se il superamento del dolore è la vera pace, è questo quello che tutti vorrebbero realizzare.
Per realizzare questo scopo occorre seguire un sentiero, ma tutti gli individui non sono uguali. Sakyamuni è stato intelligente nel presentare modi di percorso diverso, valido per diverse persone con i tre differenti livelli dei sentieri interiore: due sentieri base di Buddhismo Hinayana, un sentiero avanzato del Buddhismo Mahayana.
Ciò che Buddha vuole è che tutti realizzino, indipendentemente dal sentiero scelto, la completa illuminazione. Per arrivarci i modi devono essere differenti.
Ad esempio, dovessimo andare da qui in piazza Duomo, alcuni pigri potrebbero pensare che sia troppo lontano e faticoso. Si può convincere questi pigri a raggiungere Piazza Loreto, che non è così lontano, descrivendo tutte le cose belle di quel luogo.
Una volta in piazza Loreto il pigro si accorge di aver fatto tanta strada e che per arrivare in Duomo non ne manca ancora molta. Poiché è un essere pensante, si guarda indietro e si accorge di aver fatto tanta strada e guardando avanti vede che non manca molto quindi si motiva e arriva in Duomo.
Dunque occorre trovare un metodo per quegli esseri che all’inizio non hanno il coraggio sufficiente per impegnarsi a raggiungere il traguardo dell’illuminazione, per stimolarli occorre portarli a metà strada e, quando sono arrivati a metà strada, si motiveranno ad arrivare fino infondo.
Così oggi abbiamo analizzato i quattro sigilli; il risultato finale è raggiungere lo stato di pace, completa pacificazione del dolore, cioè le afflizioni mentali e la causa.
Tutti questi concetti sono inclusi nelle spiegazioni di ieri. Abbiamo parlato della visione del sorgere interdipendente. La realtà è interdipendente, la nostra visione deve coincidere con la realtà di fatto quindi con la visione è la visione del sorgere interdipendente e questa diventa importante per assumere un comportamento non violento. Il risultato finale della pratica di questi due punti, visione di interdipendenza e comportamento non violento, è la pacificazione delle afflizioni mentali e della visione errata dell’aggrapparsi al sé.
Rispetto al sorgere interdipendente ho accennato a due livelli. Il primo é dipendere da cause e condizioni. Tutti i praticanti di qualsiasi scuola buddhista comprendono e dovrebbero realizzare questo livello senza eccezione. Tra praticanti c’è chi realizza il secondo livello, dipendere dalle parti; poi chi realizza anche il terzo livello, più sottile, dipendere soltanto dal nominare. Non tutti i buddhisti accettino questo punto.
In conclusione, noi dovremo comprendere correttamente la nostra realtà. Dobbiamo familiarizzare con la visione di interdipendenza col mondo esteriore e di interdipendenza tra gli esseri. In seguito a questa visione, sviluppare la grande compassione e dalla forza della compassione assumere un comportamento non violento.
La successione del percorso è la seguente: comprendere la realtà, quindi l’interdipendenza, coltivare la grande compassione poi assumere un atteggiamento non violento.
Chiariamo il concetto di non violenza.
Violenza vuol dire danneggiare, disturbare ferire. Non violenza vuol dire non compiere quelle azioni. La vera non violenza però non si limita solo al concetto di evitare di danneggiare.
Il vero significato del concetto di non violenza è il desiderio di aiutare gli altri esseri senzienti a realizzare le loro aspirazioni, questo sorge dalla comprensione dell’interdipendenza e dalla compassione. Se non si è capaci di aiutare gli altri esseri, bisogna almeno evitare di disturbarli. Quest’ultimo è un livello inferiore.
Con questo ho concluso l’introduzione al Buddhismo. Ricordate i due elementi fondamentali: la visione dell’interdipendenza dei fenomeni e il comportamento non violento.

Ancora sulla Vacuità

Tratto da: Freeweb.net

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Elemento centrale della dottrina Buddista è il concetto di vacuità, concetto che non di rado è soggetto ad interpretazioni errate e che portano di conseguenza a considerazioni di natura nichilista nei confronti della dottrina stessa. La vacuità al contrario è fonte di liberazione per il praticante, perché attraverso la meditazione sulla stessa, l’individuo realizza un graduale distacco dal proprio egocentrismo. E’ importante però non limitarsi ad una mera comprensione intellettuale, ma cercare invece di farne viva esperienza nell’osservazione della realtà. Per definizione, la vacuità è l’assenza di esistenza intrinseca o a se stante di tutti i fenomeni, intendendo qui per fenomeni sia la realtà sensibile sia i diversi aspetti dell’Io umano.
Quando parliamo di esistenza intrinseca o più genericamente del Sé, immaginiamo un qualcosa che abbia un carattere proprio, a se stante e indipendente dal tutto, ma se noi scendiamo più in profondità nell’analisi di un determinato fenomeno senza limitarci ad una grossolana visione dello stesso, possiamo osservare che questo assume svariate caratteristiche a seconda del rapporto che esso instaura con gli altri fenomeni circostanti o con l’uomo stesso. Dovendo quindi stabilire un carattere univoco, quale è richiesto dalla definizione di esistenza intrinseca del fenomeno analizzato, scopriamo che in realtà esso ne è privo, perché come abbiamo constatato il suo esistere dipende da cause e condizioni esterne. Non si vuole affatto affermare la totale inesistenza di un fenomeno, ma si vuole solo evidenziare il suo carattere dipendente.
Dei due tipi di vacuità, una in relazione alle cause del divenire (impermanenza), e l’altra come risultato del rapporto instaurato con l’uomo, la seconda è senza dubbio la più importante. Questo perché attraverso la sua completa comprensione, non si osservano più i fenomeni solo in relazione a noi stessi, ma anche in relazione ad altri fenomeni circostanti. Tutti i fenomeni quindi hanno due modi di esistere; il primo è un modo di esistere convenzionale, così come è percepito dai nostri sensi ordinari, mentre il secondo è la vacuità di esistenza intrinseca.
Similmente, ogni essere umano ha istintivamente una certa percezione di se stesso ovvero del suo “Io”, che condiziona tutta la sua esistenza. Questo Io che l’uomo avverte non sempre viene percepito con la stessa intensità, ma la percezione varia a seconda delle situazioni. Ciò che però a noi interessa analizzare, è quell’Io percepito come una presenza intrinseca all’interno di noi stessi che si ha quando per esempio viene toccato il nostro orgoglio, oppure quando veniamo accusati di cose che non abbiamo fatto. In queste situazioni si avverte come un affronto alla stabilità del nostro Io e di conseguenza reagiamo con sentimenti di paura o aggressività. Questo succede proprio perché avvertiamo questo Io come un qualcosa che ha una propria natura intrinseca e che è completamente indipendente da tutto il resto.
Ma se qualcosa esiste veramente, attraverso un’analisi logica dovremmo trovarlo alla fine però non riusciamo a trovarlo. Un Io intrinseco ed indipendente, allora potrebbe essere o la stessa cosa con i nostri aggregati psico-fisici, oppure qualcosa di completamente differente. Nel caso dell’identificazione con gli aggregati,se l’Io fosse il corpo fisico con i suoi sensi, allora dovrebbe essere esteso su tutta la superficie del corpo e all’interno di ogni senso, cosicché se venisse tagliata una mano e messa su un tavolo, allora anche una parte dell’Io rimarrebbe sul tavolo.
Se invece si pensa che l’Io risieda in un ben preciso punto del corpo o dei sensi allora dovremmo domandarci dove, ma anche in questo caso non lo troveremo in nessun punto del nostro corpo. Se invece si pensa che l’Io risieda nella mente o nella coscienza, cosí come a volte lo si identifica con il carattere o la personalità, anche qui non riusciamo a tdefinirlo entro limiti ben precisi. Tutti possiamo constatare come nel corso della nostra vita cambiamo frequentemente idee, interessi e pensieri e non solo da un anno all’altro ma addirittura dalla mattina alla sera. Questa è la chiara dimostrazione di come l’Io sia condizionato da varie cause. Viene quindi spontaneo sospettare che questo Io non abbia poi una natura così intrinseca come si crede.
Non riuscendo quindi a trovare questo Io intrinseco, dobbiamo forse riconoscere che esso abbia invece un carattere dipendente e cioè che esiste come una pura proiezione mentale che nasce sulla base dell’insieme corpo-mente. Non si nega quindi l’esistenza di una qualche forma di Io, ma si nega invece che esso abbia una propria natura intrinseca e indipendente da tutto. Tutto questo discorso sulla vacuità come abbiamo detto non deve essere fine a se stesso, perché altrimenti sarebbe una mera speculazione intellettuale, ma deve avere come scopo ultimo il distacco dal proprio egocentrismo, che è in ultima analisi la causa primaria di tutta la nostra sofferenza esistenziale.

Le Tre caratteristiche e I 5 Aggregati – Albero della illuminazione (XI, XII)

Fonte originale

Le Tre Caratteristiche Universali

Prima di passare ad esaminare le tre caratteristiche singolarmente, cerchiamo di capire che significato hanno e come possono essere utilizzate. Prima di tutto che cosa è una caratteristica? Una caratteristica è qualcosa sempre connesso con qualcos’altro e ci può indicare la natura di quella cosa. Facciamo un esempio: il calore è la caratteristica del fuoco, ma non dell’acqua. Il calore è la caratteristica del fuoco perché è sempre e invariabilmente connesso col fuoco,  mentre invece, che l’acqua sia calda o no dipende da fattori esterni  come una stufa elettrica o il calore del sole o altro. E’ in questo senso che il Buddha  usa il termine “caratteristica” per riferirsi ai fatti riguardanti  la natura dell’esistenza che sono sempre connessi all’esistenza  stessa o che comunque si trovano nell’esistenza e intendeva dire che queste caratteristiche sono sempre presenti nell’esistenza.

Le tre caratteristiche dell’esistenza sono: impermanenza, sofferenza e non sé. Queste tre caratteristiche sono sempre presenti o connesse all’esistenza e ci parlano della natura dell’esistenza. Ci aiutano a sapere cosa farne di questa esistenza. Come risultato della comprensione di queste caratteristiche, impariamo a sviluppare la rinuncia o distacco. Quando capiamo che l’esistenza è universalmente caratterizzata  da impermanenza, sofferenza e non sé, abbandoniamo l’attaccamento all’esistenza. E una volta abbandonato l’attaccamento all’esistenza, arriviamo alla soglia del Nirvana.

Questo è lo scopo della comprensione delle tre caratteristiche: rimuove l’attaccamento, abbandonando l’illusione che ci porta erroneamente a pensare che l’esistenza sia permanente, piacevole e collegata a un sé. Questa è la ragione per cui le tre caratteristiche fanno  parte del contenuto della saggezza.

Vediamo ora la prima delle tre caratteristiche dell’esistenza, la caratteristica dell’impermanenza. L’impermanenza fa parte non solo del pensiero buddhista, ma anche della storia del pensiero umano. Fu Eraclito, filosofo  dell’antica Grecia, ad affermare che non ci si può bagnare due  volte nello stesso fiume. Questa osservazione che implica la natura sempre mutevole e passeggera delle cose, è molto buddhista.

Se guardiamo a noi stessi vediamo che il corpo è impermanente e soggetto a un cambiamento continuo. Dimagriamo, invecchiamo, i capelli incanutiscono, i denti e i capelli cadono. Se volete una prova dell’impermanenza della  forma fisica, basta che guardiate le foto della patente o del passaporto attraverso gli anni. Anche gli stati mentali sono impermanenti. Un momento siamo felici,  un altro tristi. Questo è vero anche per ciò che ci circonda. Nessuna delle cose che vediamo intorno a noi durerà per sempre: né le case, i templi, i fiumi, le isole, le catene di montagne,  gli oceani. Sappiamo per certo che anche tutti i fenomeni naturali, anche  quelli che ci sembrano più durevoli, perfino lo stesso sistema solare,  un giorno cesseranno di esistere.

Questo processo di cambiamento continuo, personale e impersonale, interno ed esterno, va avanti in continuazione, anche quando non ce ne accorgiamo e influisce profondamente su di noi nella vita quotidiana. I rapporti con  gli altri sono soggetti alla caratteristica dell’impermanenza e del cambiamento. Gli amici diventano nemici e i nemici diventano amici. Addirittura i nemici possono diventare parenti e i parenti nemici. Se osserviamo profondamente la nostra vita vediamo come il rapporto con gli altri sia segnato dall’impermanenza.  Anche i nostri beni sono impermanenti. Tutto ciò che amiamo, case, automobili, vestiti è impermanente. Tutto si deteriora e alla fine viene distrutto. In tutti gli aspetti della vita sia materiali che mentali,sia nelle relazioni con gli altri che con i nostri beni, possiamo verificare direttamente l’impermanenza, osservandola nella sua immediatezza.

E’ importante capire l’impermanenza non solo per la pratica del Dharma, ma anche per la vita quotidiana. Spesso le amicizie si deteriorano e finiscono perché una delle due persone non si accorge che l’atteggiamento e gli interessi dell’amico sono cambiati. E quanti matrimoni falliscono perché uno o entrambi i partner non tengono conto del fatto che l’altro è cambiato?

Siamo talmente bloccati da idee fisse, artificiali, immutabili sul carattere e le personalità degli amici e parenti, che non riusciamo a sviluppare un giusto rapporto con loro e perciò non riusciamo a capirci. Ugualmente, non possiamo sperare di avere successo nella vita pubblica o di lavoro se non ci teniamo al passo col cambiamento delle situazioni, come ad esempio una nuova svolta nella nostra professione o attività. E’ necessario capire l’impermanenza della nostra vita privata e sociale, se vogliamo essere efficienti e creativi nel modo di rapportarci alle nostre situazioni personali e professionali.

Sebbene la comprensione dell’impermanenza offra immediati benefici qui e ora, è un aiuto particolarmente efficace anche nella pratica del Dharma. La comprensione dell’impermanenza è un antidoto all’attaccamento e alla malevolenza. Ci sprona a praticare il Dharma e infine è una chiave per capire la natura ultima delle cose, cioè come esse realmente sono.

Si dice che, per chi vuole praticare il Dharma, il ricordo della morte è come un amico e un insegnante. Rammentarsi della morte indebolisce l’eccessivo  attaccamento e la malevolenza. Quante contese, dissensi insignificanti, quante  ambizioni e inimicizie durate tutta una vita perdono ogni importanza di fronte al riconoscimento dell’inevitabilità della morte? Attraverso i secoli, i maestri buddhisti hanno sempre incoraggiato i praticanti seri a ricordarsi della morte, a ricordare l’impermanenza di questa nostra personalità.

La meditazione sulla morte è molto benefica. Tutti dobbiamo rammentarci della certezza della nostra morte. Dal momento della nascita procediamo inesorabilmente verso la morte. Ricordando questo e ricordandosi che al momento della morte dovremo abbandonare famiglia, ricchezze e fama, dobbiamo volgere la mente alla pratica del Dharma. Sappiamo che la morte è assolutamente certa. Non c’è mai stato alcun essere che ne sia scampato. Eppure, anche se la morte è certa, il momento della morte è incerto. Possiamo morire in ogni istante. Si dice che la vita sia come una candela al vento o come una bolla d’acqua; può spegnersi o scoppiare da un momento all’altro. Sapendo che il momento della morte è imprevedibile e che ora abbiamo le condizioni e l’opportunità di praticare il Dharma, dobbiamo praticarlo subito, in modo da non sprecare questa opportunità e questa preziosa vita umana.

Infine, comprendere l’impermanenza è un aiuto alla comprensione della verità ultima sulla natura delle cose. Vedendo che tutto si deteriora e cambia ad ogni istante, cominciamo anche a vedere che nulla ha un’esistenza  propria, essenziale, che in noi e intorno a noi non c’è nessun     “sé”, niente di consistente. In questo senso l’impermanenza  è in rapporto diretto con l’ultima delle tre caratteristiche, la caratteristica del non sé. Capire l’impermanenza è la chiave per capire il non sé. Ora andiamo alla seconda delle tre caratteristiche: la caratteristica della sofferenza.

Il Buddha ha detto che tutto ciò che è impermanente è  doloroso, e che tutto ciò che è impermanente e doloroso non ha un sé. Tutto ciò che è impermanente è doloroso perché l’impermanenza è occasione di sofferenza. L’impermanenza è un’occasione di sofferenza piuttosto che una causa di sofferenza, perché l’impermanenza è solo un’occasione di sofferenza finché sono presenti ignoranza, bramosia e attaccamento. Perché? Nella nostra ignoranza della vera natura della realtà, desideriamo e ci attacchiamo alle cose nella vana speranza che siano durature, che possano dare una felicità permanente. Non capendo che la gioventù, la     salute e la vita stessa sono impermanenti le desideriamo e ci attacchiamo ad esse. Vogliamo trattenere la gioventù e prolungare la vita, ma, siccome sono impermanenti per natura, ci scivolano tra le dita. Ed è allora che l’impermanenza diventa occasione di sofferenza. Ugualmente, se non riconosciamo la natura impermanente dei nostri beni, del potere e del prestigio, li desideriamo e ci attacchiamo ad essi. Quando finiscono, la loro impermanenza è occasione di sofferenza.

Ora trattiamo della terza caratteristica universale dell’esistenza, la caratteristica del non sé, impersonalità o insostanzialità. Questo è uno degli aspetti veramente distintivi del pensiero buddhista e dell’insegnamento del Buddha.

Talvolta questo insegnamento del non sé causa una certa confusione     perché la gente si domanda come sia possibile negare l’esistenza di un sé. In fin dei conti, diciamo “Io sto parlando” o “Io sto camminando”, “Io mi chiamo così e così” o “Io sono il padre (il figlio) di quella certa persona”. Come     possiamo allora negare la realtà di questo “io”?

Per chiarir ciò, è importante ricordare che il rifiuto buddhista di un “io” non è il rifiuto della designazione convenzionale del termine “io” o di un nome. E’ piuttosto il rifiuto dell’idea che il nome o il termine “io” sottintende: una realtà sostanziale, permanente, immutabile. Quando il Buddha disse che i cinque fattori dell’esperienza  personale non sono il sé e che il sé non può essere trovato in loro, voleva dire che, se si analizza il nome o il termine “io” non corrisponde ad alcuna essenza o entità.

Il Buddha usò l’esempio di un carro e di una foresta per spiegare il rapporto tra il nome o il termine “io” e le componenti dell’esperienza personale. Il Buddha spiegò che la parola “carro” è semplicemente un nome convenzionale per indicare un raggruppamento di parti messe insieme in un certo modo particolare. Le ruote non sono il carro, né l’asse, né la struttura e così via. Ugualmente un solo albero non è una foresta, né lo sono un certo numero di alberi. Eppure non c’è foresta separata dai singoli alberi, per cui il termine “foresta” è il nome convenzionale di un raggruppamento di alberi.

Questo è il significato del rifiuto del “sé” del Buddha. Il suo è il rifiuto della credenza in un’entità reale, indipendente e permanente rappresentata dal nome o dal termine “io”. Se ci fosse una tale entità dovrebbe essere indipendente, durevole, immutabile e resistente ai cambiamenti, ma una tale entità permanente, un tale sé non si può trovare da nessuna parte.

Il Buddha usò il seguente metodo d’analisi per dimostrare che il sé non si può trovare da nessuna parte del corpo e della mente: 1) Il corpo non è il sé perché se fosse il sé, questo sé sarebbe impermanente, sarebbe soggetto a cambiamenti, al decadimento, alla distruzione e alla morte. Quindi il corpo non può essere il sé. 2) Il sé non possiede il corpo, nel senso di come io posseggo una macchina o una televisione, perché il sé non può controllare il corpo. Il corpo si ammala, si stanca, invecchia a dispetto di ogni nostro desiderio. Il corpo spesso ha un’apparenza che non si accorda col nostro desiderio. Perciò in nessun modo il sé possiede il corpo. 3) Il sé non esiste nel corpo. Se ispezioniamo il nostro corpo, cominciando dalla testa fino alla punta dei piedi, in nessuna parte troveremo il sé. Il sé non è nelle ossa o nel sangue, nel midollo spinale, nei capelli o nella saliva. In nessuna parte del corpo possiamo trovare un sé. 4) Il corpo non esiste nel sé. Affinché il corpo possa esistere nel sé, bisognerebbe trovare il sé separato dal corpo e dalla mente, ma questo sé non si trova.

Allo stesso modo a) la mente non è il sé perché, come il corpo, la mente è soggetta a un continuo cambiamento ed è agitata come una scimmia. La mente un momento è felice e il momento dopo è infelice. Perciò la mente non è il sé, perché la mente cambia in continuazione. b) Il sé non possiede     la mente perché la mente si esalta e si deprime contro ogni nostro     desiderio. Sebbene sappiamo che certi pensieri sono positivi e altri negativi, la mente segue i pensieri negativi ed è indifferente a quelli positivi. Perciò il sé non possiede la mente, perché la mente agisce     indipendentemente dal sé. c) Il sé non esiste nella mente. Per quanto accuratamente ispezioniamo il contenuto della mente, per quanto accuratamente ispezioniamo le sensazioni, le idee, le tendenze, in nessun angolo della mente o degli stati mentali troveremo il sé. d) La mente non esiste nel sé, perché di nuovo il sé dovrebbe esistere separatamente dalla     mente e dal corpo, e un tale sé non lo troviamo da nessuna parte.

C’è un semplice esercizio che ognuno può fare. Ci sediamo tranquillamente per un po’ e guardiamo nel corpo e nella mente; sicuramente scopriremo che non possiamo localizzare alcun sé nella mente e nel corpo. L’unica conclusione possibile è che il “sé” è solo un nome convenzionale per un insieme di fattori. Non c’è un sé né un’anima, un’essenza, un nucleo centrale di esperienza personale separati dai fattori fisici e mentali dell’esperienza personale, come le sensazioni, le idee, le abitudini e le tendenze e questi fattori sono sempre mutevoli, interdipendenti e impermanenti.

Perché ci prendiamo tanta pena per dimostrare l’inesistenza di un sé? Che benefici ne traiamo? Ne ricaviamo un duplice vantaggio: il primo a livello mondano, nella vita quotidiana, perché diventiamo più creativi, più aperti, siamo più a nostro agio. Fino a quando ci aggrappiamo a un sé dobbiamo sempre cercare di difendere noi stessi, le nostre proprietà, il nostro prestigio, le nostre opinioni e persino le nostre affermazioni. Ma una volta abbandonata la credenza in un sé indipendente e permanente, potremo rapportarci con gli altri e con le situazioni senza paranoia. Potremo agire liberamente, spontaneamente, creativamente. Quindi la comprensione del non sé ci aiuta a vivere meglio.

In secondo luogo, e cosa molto più importante, capire il non sé è la chiave per l’illuminazione. Credere in un sé è sinonimo di ignoranza e l’ignoranza sta alla base delle tre afflizioni. Il momento che identifichiamo, che immaginiamo o che concepiamo noi stessi come un’entità, immediatamente creiamo uno scisma, una separazione tra noi e le persone e cose che ci circondano. Quando abbiamo questo concetto di un sé, reagiamo alle cose e persone intorno a noi con attaccamento o avversione. In questo senso il sé è il vero cattivo della situazione.

Vedendo che il sé è la fonte e la causa di ogni sofferenza e che il rifiuto del sé è la causa della fine della sofferenza, perché non fare del nostro meglio per respingere ed eliminare questa idea del sé, piuttosto che cercare di difenderla, proteggerla e conservarla? Perché non riconoscere che l’esperienza personale è come un albero di banano o una cipolla: se ad essi si toglie uno strato dopo l’altro, se li si esamina criticamente e analizza, scopriremo infine che sono privi di un centro essenziale e sostanziale, che sono privi di un sé?

Quando si comprende, attraverso lo studio, la riflessione e la meditazione,     che tutto è impermanente, pieno di sofferenza e privo di un sé e quando la comprensione di queste verità non è più solo intellettuale o accademica, ma diventa parte della nostra immediata esperienza, allora la comprensione di queste tre universali caratteristiche ci libererà da quegli errori fondamentali che ci tengono imprigionati al ciclo di nascita e morte, gli errori cioè di vedere le cose durevoli, soddisfacenti e che hanno a che fare con un sé. Quando si tolgono queste illusioni sorge la saggezza, così come quando si toglie il buio sorge la luce. E quando sorge la saggezza sperimentiamo la pace e la libertà del Nirvana.

Fino a qui ci siamo limitati a guardare l’esperienza personale in termini di corpo e mente. Ora passiamo a guardare più approfonditamente l’analisi buddhista dell’esperienza personale alla luce degli elementi del nostro universo fisico e mentale.

I Cinque Aggregati

Cominciamo ora a parlare dell’insegnamento dei cinque aggregati: forma, sensazione, percezione, volizione e coscienza. In altre parole, parleremo dell’analisi buddhista dell’esperienza personale o della personalità.

Ciò di cui parleremo ora è fondamentalmente un approfondimento e un ampliamento dell’analisi fatta fino ad ora. Abbiamo parlato degli insegnamenti del non sé e abbiamo esplorato brevemente il modo in cui l’analisi dell’esperienza personale può essere portata avanti in due direzioni: riguardo al corpo e riguardo alla mente. Ricorderete che abbiamo esaminato il corpo e la mente per vedere se vi si poteva trovare il sé, e che abbiamo scoperto che non si può trovare in nessuno dei due. Abbiamo perciò concluso che il termine “sé” è un termine convenzionale che designa un insieme di fattori fisici e mentali, così come il nome “foresta” non è che un termine convenzionale per un insieme di alberi. Ora portiamo ancora oltre l’analisi considerando l’esperienza personale non semplicemente in termini di corpo e mente, ma in termini dei cinque aggregati.

Per primo consideriamo l’aggregato di materia o forma. L’aggregato della forma corrisponde a ciò che chiameremo i fattori materiali o fisici dell’esperienza. Include non solo i nostri corpi ma anche gli oggetti materiali che ci circondano, come la terra, gli alberi, gli edifici e gli oggetti della vita quotidiana. In particolare, l’aggregato della forma include i cinque organi fisici dei sensi e i loro corrispondenti oggetti materiali: gli occhi e le cose visibili, le orecchie e gli oggetti udibili, il naso e gli oggetti olfattivi, la lingua e gli oggetti del gusto e infine la pelle e gli oggetti tangibili.

Ma gli elementi fisici da soli non bastano a produrre un’esperienza. Il semplice contatto degli occhi con gli oggetti visibili, delle orecchie con gli oggetti udibili non possono portare a un’esperienza. Gli occhi possono rimanere indefinitivamente in contatto con un oggetto visibile senza     produrre alcuna esperienza; le orecchie possono stare indefinitamente esposte  a un suono con lo stesso risultato. Solo quando c’è l’unione  degli occhi, di un oggetto visibile e della coscienza si produce l’esperienza di un oggetto visibile. La coscienza è perciò un elemento indispensabile per produrre un’esperienza.

Prima di andare avanti a considerare i fattori mentali dell’esperienza     personale, vorrei parlare brevemente dell’esistenza di un altro organo e dei suoi oggetti: mi riferisco al sesto senso, la mente. Si aggiunge ai cinque organi fisici (occhi, orecchie, naso, lingua, pelle). Come i cinque organi fisici hanno i loro relativi oggetti materiali, così la mente ha come oggetto idee o qualità (dharma). E come nel caso dei cinque sensi fisici, anche qui la coscienza deve essere presente per unire la mente al suo oggetto in modo da produrre un’esperienza.

Ora passiamo ad esaminare i fattori mentali dell’esperienza e a cercare di capire come la coscienza trasforma i fattori fisici dell’esistenza in una esperienza conscia personale. Prima di tutto bisogna ricordare che la coscienza è solo pura consapevolezza o pura sensibilità verso un oggetto. Quando i fattori fisici dell’esperienza entrano in contatto, per esempio gli occhi con gli oggetti visibili, e quando anche la coscienza si accompagna ai fattori materiali dell’esperienza, sorge la coscienza visiva. E’ la semplice consapevolezza dell’oggetto visivo, niente a che vedere quindi con ciò che chiameremmo un’esperienza personale. L’esperienza personale comune avviene attraverso il funzionamento degli altri tre fattori mentali principali: gli aggregati delle sensazioni, percezioni e volizioni o formazioni mentali. Questi aggregati funzionano in modo da trasformare questa semplice consapevolezza dell’oggetto in un’esperienza personale .

L’aggregato delle sensazioni o impressioni è di tre tipi: piacevole,     spiacevole e indifferente. Quando si sperimenta un oggetto, l’esperienza si colora di uno di questi toni emotivi, il tono del piacere, del dispiacere o quello neutro.

Osserviamo ora l’aggregato della percezione. E’ un aggregato che molti trovano difficile da capire. Quando parliamo di percezione ci riferiamo all’azione di riconoscimento o di identificazione. In un certo senso significa attribuire un nome all’oggetto dell’esperienza. La funzione della percezione è convertire un’esperienza indefinita in un’esperienza identificabile e riconoscibile, formulando un concetto o un’idea riguardo ad un oggetto specifico. Come con le sensazioni, in cui c’è un elemento emotivo sotto forma di piacere, dispiacere o indifferenza, così con la percezione abbiamo un elemento concettuale sotto forma di una idea determinata e definita circa l’oggetto dell’esperienza.

Infine vi è l’aggregato della volizione o delle formazioni mentali, che può essere descritto come una risposta condizionata all’oggetto di esperienza. In questo senso ha anche il significato di abitudine. È stato definito la volizione come l’impressione creata da azioni precedenti, l’energia dell’abitudine immagazzinata nel corso di innumerevoli vite precedenti. Qui, anche come aggregato ha lo stesso ruolo. Ma la volizione non ha soltanto una connotazione statica ma anche dinamica, perché, proprio come le azioni attuali sono condizionate da azioni passate, così le risposte attuali sono motivate e dirette verso una specifica direzione dalla volizione. La volizione perciò ha una dimensione morale, mentre  la percezione ha una dimensione concettuale e la sensazione una dimensione emotiva.

Noterete che ho usato sia il termine “volizione” anziché “formazione mentale”. Questo perché i due termini rappresentano ognuno una parte del significato originale: formazione mentale rappresenta  la metà che viene dal passato e volizione rappresenta la metà che è in funzione qui e ora. La volizione e le formazioni mentali lavorano insieme per determinare le risposte che diamo agli oggetti dell’esperienza e queste risposte hanno conseguenze morali, sotto forma di effetti positivi, negativi o neutri.

Vediamo quindi come i fattori dell’esperienza fisici e mentali lavorano insieme per produrre l’esperienza personale. Per chiarire ulteriormente: mettiamo che abbiate deciso di fare una passeggiata in giardino. Mentre camminate gli occhi entrano in contatto con un oggetto visibile. Mentre l’attenzione si fissa sull’oggetto, la coscienza diventa consapevole dell’oggetto che è ancora indeterminato. L’aggregato della percezione ora identifica l’oggetto visibile definendolo, ad esempio, un serpente. A questo punto risponderete all’oggetto con l’aggregato della sensazione, in questo caso con una sensazione spiacevole. Infine reagite all’oggetto con l’aggregato della volizione, che vi conduce a un’azione intenzionale che può essere quella di scappare o di raccogliere un sasso.

In tutte le attività quotidiane possiamo vedere che i cinque aggregati     lavorano insieme per produrre l’esperienza personale. Proprio in questo     momento, per esempio, c’è contatto tra due elementi dell’aggregato forma, le lettere sulla pagina e gli occhi. La coscienza diventa consapevole delle lettere sulla pagina, l’aggregato della percezione identifica le parole che vi sono scritte, l’aggregato della sensazione produce una risposta emotiva (piacere, dispiacere o indifferenza) e l’aggregato della volizione risponde con una reazione condizionata, stabilizzando l’attenzione, sognando, o forse sbadigliando. Possiamo analizzare tutte le nostre esperienze personali nei termini dei cinque aggregati. C’è un punto però che va tenuto presente sulla natura dei cinque aggregati ed è che ognuno di essi è in cambiamento continuo. Gli elementi che costituiscono l’aggregato della forma sono impermanenti e sono in stato di cambiamento continuo. Abbiamo già notato che il corpo invecchia, si indebolisce, si ammala e che anche le cose intorno a noi sono impermanenti e cambiano costantemente. Oggi possiamo rispondere ad una certa situazione con una sensazione di piacere, domani con dispiacere. Oggi possiamo percepire un oggetto in un certo modo e più tardi, in altre circostanze, la percezione potrà cambiare. Nella penombra percepiamo una corda e la prendiamo per un serpente; il momento che l’oggetto viene illuminato percepiamo che è una corda.

Le percezioni, come le sensazioni e gli oggetti materiali della nostra esperienza sono impermanenti e sempre mutevoli. Così anche le risposte volitive. Possiamo cambiare le abitudini, possiamo imparare a essere gentili e comprensivi. Possiamo acquisire la capacità della rinuncia, dell’equanimità, ecc. Anche la coscienza è impermanente e in cambiamento continuo. La  coscienza sorge in dipendenza di un oggetto e di un organo sensoriale. Non può esistere di per sé. Come abbiamo visto, tutti i fattori     fisici e mentali dell’esperienza, come il nostro corpo, gli oggetti fisici che ci circondano, la mente, le nostre idee, sono impermanenti e sempre in mutamento. Tutti gli aggregati sono impermanenti e costantemente mutevoli. Sono processi, non cose. Sono dinamici, non statici.

Qual è lo scopo di questa analisi dell’esperienza personale sotto il profilo dei cinque aggregati? Qual è lo scopo di scomporre l’unità apparente dell’esperienza personale negli elementi di forma, sensazione, percezione, volizione o formazioni mentali e coscienza? Lo scopo è di suscitare la saggezza del non sé. Ciò che vogliamo conseguire è un modo di sperimentare il mondo che non sia costruito su e intorno all’idea di un sé. Vogliamo poter vedere l’esperienza personale come un processo, come funzioni impersonali piuttosto che come un sé e ciò che è attribuibile al sé. Questo porterà ad un atteggiamento di equanimità, che ci aiuterà a superare i turbamenti emotivi di speranza e paura verso le cose del mondo.

Speriamo nella felicità, temiamo il dolore. Speriamo di ricevere lodi,     temiamo il rimprovero. Speriamo di ottenere, temiamo di perdere. Speriamo di essere famosi, temiamo l’anonimato. Viviamo sempre tra speranza e timore. Sperimentiamo queste speranze e queste paure perché comprendiamo la felicità e il dolore e tutto il resto come riferiti a un sé:     crediamo che felicità e dolore, lode e rimprovero, ecc. siano personali. Ma una volta che comprendiamo che sono processi impersonali, e una volta che, attraverso questa comprensione, ci liberiamo dell’idea di un sé,     possiamo superare la speranza e la paura. Possiamo guardare alla felicità     e al dolore, alla lode e al rimprovero, e a tutto il resto con equanimità e con mente serena. Solo allora non saremo più soggetti agli squilibri provocati dall’alternanza tra speranza e paura.

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L’attaccamento al sé

La radice che è alla base delle afflizioni mentali è l’egoismo che è l’attaccamento al sé. L’attaccamento al sé è pericolosamente negativo. Ad esempio pensiamo che se si fanno delle azioni meritorie ma il fine per cui le si fanno è solo per avere un tornaconto personale, un vantaggio per se stessi, anche se le azioni potrebbero produrre un buon Karma, ad ogni modo non sarebbero la via della liberazione dalla sofferenza (in quanto si rimane contaminati dall’attaccamento al sé), non è la via che ci ha mostrato il Buddha. Quanto abbiamo appena visto è alla base della distinzione tra le scuole di buddismo Hinayana e Mahayana: i primi desiderano la liberazione solo per se stessi, mentre i secondi la desiderano per il bene di tutti gli esseri senzienti.
Un detto tibetano afferma che l’attaccamento al se è la porta che conduce alle rinascite inferiori e quindi alla Grande sofferenza.
Se non si fa una analisi di questo atteggiamento egoistico che porta la nostra mente a considerare la propria persona come la più importante tra tutte, quella che viene per prima, quella che bisogna soddisfare anche a discapito degli altri, e non riusciamo a comprendere che è proprio questo attaccamento al sé il vero nemico da sradicare, allora non ci sarà per noi la possibilità di trovare beneficio attraverso nessuna delle pratiche di realizzazione.
A questo proposito si narra la storia di una donna alla quale morirono tre figli, che per questo motivo impazzì ma che poi guarì. Una volta guarita essa partorì altri 30 figli capaci di doti eccezionali e che furono notate dal sovrano del paese in cui abitava la donna, il quale li prese in simpatia. Questo creò gelosia nel primo ministro che aveva un figlio solo; egli notava che il re aveva più in grazia questi 30 ragazzi che il suo figlio. Decise allora di escogitare un metodo per ucciderli e inventò che questi volevano usurpare il trono del sovrano, che volevano addirittura ucciderlo, facendo arrivare la falsa voce al re. Questi per tutta risposta uccise i 30 ragazzi e fece arrivare i corpi alla madre. La donna non ebbe la reazione che aveva avuto tempo prima e non se la prese a male. I suoi parenti gli chiesero come mai se prima erano morti solo tre figli ed era impazzita adesso invece non dimostrava nessun segno di rabbia. La donna rispose che prima non conosceva la vera natura dei fenomeni, la legge di causa effetto e della rinascita, ma siccome adesso la conosce non prova dolore.
La causa che fa operare il ministro é l’attaccamento al sé e al figlio, nello specifico del destino del proprio figlio. Egli ha creato un enorme karma negativo per la uccisione dei trenta ragazzi. Anche il re che non aveva preso in considerazione altri motivi per quello che gli era stato riferito, egli si era preoccupato solo della sua morte (ancora attaccamento al sé) e pertanto ha deciso di non correre rischi eliminando i ragazzi e creando per sé Karma negativo. Abbiamo visto un esempio che ci fa capire come l’attaccamento al sé sia un potente nemico che porta gli esseri alle rinascite inferiori e a provare immane sofferenza.
La cosa da fare per sradicare l’attaccamento al sé è comprendere la vera realtà dei fenomeni; è questa comprensione che permette di fare maturare le nostre virtù. È importante dare valore a tutti gli altri esseri è questo atteggiamento altruistico che ci permette di sviluppare le nostre virtù. Viene riportato l’esempio del Buddha che in una delle sue vite precedenti, essendo rinato nel regno degli inferi si trovava a dovere portare un peso enorme sulle spalle. Accanto a sé c’era un altro essere col corpo minuto che faceva fatica a portare il suo peso e il Buddha desiderò liberarlo da questo facendosene carico lui stesso che era il più forte dei due. Ecco l’altruismo del Buddha. Grazie a questa azione rivolta verso un essere che condivideva le sue stesse sofferenze il Buddha si liberò dall’esistenza negli inferi guadagnando una rinascita in un livello migliore.
È molto importante avere una mente con atteggiamento altruistico ed evitare azioni malevole verso,le altre persone. Mente altruistica significa avere cari gli altri esseri senzienti allo stesso modo di una madre che prova compassione per un figlio malato, che desidererebbe provare lei stessa quella sofferenza pur di toglierla al figlio. L’atteggiamento è pensare che fare del male agli altri è una azione estremamente negativa. Quando un essere realizzato vede un altro essere che soffre ne prova la stessa sofferenza, prova compassione per lui, desidera che l’altro non debba più soffrire sviluppando l’atteggiamento altruistico. Proprio come abbiamo visto prima il Buddha comportarsi negli inferi.
Per aiutare lo sviluppo della mente altruistica proviamo a considerare ogni essere senziente come un Essere realizzato. Se si compie una azione negativa verso uno qualsiasi degli esseri senzienti è come rivolgerla verso il Buddha stesso, così come fare una azione meritoria verso chicchessia è come farla al Buddha stesso.
Per eliminare l’attaccamento al sé e a sviluppare una atteggiamento altruistico è di sicuro beneficio la pratica della meditazione del dare e dell’avere. La base di questa meditazione è appunto un atteggiamento altruistico nei confronti di tutti gli esseri, dobbiamo pensare che la cosa che ci è più cara al mondo è il bene di tutti gli altri esseri senzienti. Durante l’inspirazione immaginiamo un fumo nero, che rappresenta il dolore di tutti gli esseri senzienti, entrare dentro di noi e che tutto questo dolore preso vada ad intaccare il nostro attaccamento al sé, a sradicare le radici delle nostre sofferenze. Durante l’espirazione immaginiamo che tutte le azioni meritorie che abbiamo compiuto in questa vita e anche in quelle passate diventino come una luce bianca che raggiunge tutti gli esseri senzienti affinché essi possano godere i frutti di queste azioni meritorie.
La meditazione del dare e dell’avere consiste quindi di nell’immaginare questo scambio prendendo il dolore di tutti gli esseri e dando a loro stessi le nostre azioni meritorie.

Lam Rim

Ho tratto dal sito BuddhismoNapoli questo insegnamento fondamentale del Buddhismo. Mi sono permesso di evidenziare i passi più importanti (secondo il mio modesto parere) per facilitarne la lettura e di pubblicare il PDF affinché più persone ne possano usufruire.

Clicca qui per il PDF Lam Rim

Buona lettura,
Davide

L’addestramento mentale in sette punti

fonte originale dell’articolo

L’Addestramento Mentale in Sette Punti è stato portato in Tibet da Atisha e scritto da Ghesce Chekawa (1102-1176), che formulò la tradizionale dottrina chiamata dei « Sette punti» in cui vengono insegnati: i preliminari e l’addestramento alla Bodhicitta, come trasformare le circostanze avverse in favorevoli, come comprendere i criteri per trasformare la mente e i consigli per l’esecuzione di questa pratica.

Om Svasti

Omaggio alla Grande Compassione.
L’essenza di questo insegnamento, simile ad un nettare,
è il lignaggio che deriva direttamente da Serlingpa.
Comprendi il significato dell’insegnamento
come un diamante, come il sole e come una pianta officinale.
Quest’era dalle cinque degenerazioni sarà trasformata
nel sentiero dello stato pienamente risvegliato.

1 Illustrazione dei preliminari come base della pratica.
Per prima cosa esercitati nelle pratiche preliminari.

Le pratiche preliminari per accumulare i meriti sono quelle dette ‘dei sette rami’ e cioè:
– inchino (rispetto, umiltá),
– offerta,
– confessione (pentimento),
– rallegrarsi (per le proprie azioni virtuose, degli altri o delle qualità del Buddha),
– invocare alla dottrina,
– chiedere al Buddha di non morire,
– dedicare i meriti acumulati al benessere degli altri
clicca qui per approfondimento

2 Bodhicitta 

Bodhicitta relativa (La pratica d’addestramento alla mente del risveglio).
Guardati da chi biasima tutti di tutto.
Medita sulla grande gentilezza di tutti gli esseri.
Allenati nel dare e nel ricevere:
inizia dal prendere su te stesso ed alternati nel prendere e dare.
Per questo, usa il respiro come supporto.
Per quanto riguarda i tre oggetti, tre veleni e le tre virtù,
Sii sempre consapevole della pratica in generale,
Prendendo a cuore queste parole in tutte le attività.

Bodhicitta ultima (L’addestramento alla mente ultima del risveglio).
Quando hai conseguito stabilità, osserva l’insegnamento segreto:
Considera tutti i fenomeni come un sogno.
Analizza la natura della coscienza non-nata.
Il rimedio stesso si è appropriatamente liberato,
Posiziona l’essenza del percorso sulla natura della base di tutti.
Dopo la meditazione, considera i fenomeni come illusioni.

3. Trasformare le circostanze avverse nel sentiero per l’illuminazione
Quando il mondo è colmo di negatività,
trasforma le avversità nel sentiero per l’Illuminazione.
Applica immediatamente la meditazione in ogni circostanza.
Il metodo supremo è accompagnato dalle quattro pratiche.

4. La pratica integrata in una sola vita
In sintesi, l’essenza dell’addestramento consiste
nell’addestramento nei cinque poteri.
I cinque poteri stessi sono
il Precetto sul trasferimento della coscienza del Grande Veicolo.
Coltiva questi percorsi di pratica.

5. I segni d’abilità nell’addestramento mentale.
Integra tutti gli insegnamenti in un unico pensiero,
conferisci primaria importanza ai due testimoni,
coltiva costantemente solo una mente pacifica.
Un’inversione di comportamento indica l’avvenuta trasformazione.
Ci sono cinque grandi caratteristiche di una mente addestrata.
Si è compiuto l’addestramento quando si pratica anche nella distrazione.

6. Gli impegni dell’addestramento mentale.
1. Non contraddire l’addestramento mentale che ti sei ripromesso di seguire.
2. Non essere temerario, nella pratica.
3. Non essere parziale: addestrati sempre nei tre punti generali.
4. Trasforma il tuo atteggiamento, ma mantieni il tuo comportamento naturale.
5. Non discutere dei difetti altrui.
6. Non preoccuparti degli affari degli altri.
7. Addestrati per contrastare qualsiasi emozione disturbante, pur grande che sia.
8. Abbandona ogni speranza di ricompensa.
9. Evita il cibo malsano.
10. Non farti vincolare da un pregiudizievole senso del dovere.
11. Non fare commenti sarcastici.
12. Non stare in agguato.
13. Non colpire gli altri nel loro punto debole.
14. Non caricare un bue col fardello d’uno yak.
15. Non abusare della pratica.
16. Non voler vincere a tutti i costi.
17. Non trasformare gli dei in demoni.
18. Non percepire la sofferenza altrui come la propria felicità.

7. I precetti della formazione mentale
1. Agisci con una sola intenzione.
2. Tutti gli errori devono essere rettificati in un sol modo.
3. Due sono gli impegni: uno all’inizio ed uno al termine.
4. Affronta con pazienza ogni situazione si presenti, sia positiva che negativa.
5. Proteggi i due punti come se fossero più preziosi della tua stessa vita.
6. Addestrati nei tre livelli di difficoltà,
7. Consegui le tre cause principali.
8. Non lasciar degenerare le tre attitudini.
9. Non separarti mai dai tre possessi.
10. Pratica sempre con sincera imparzialità.
11. Apprezza la pratica globale e d’ampia portata.
12. Addestrati costantemente per far fronte a situazioni difficili.
13. Non fare affidamento su altre condizioni.
14. Impegnati da subito nelle pratiche principali.
15. Non applicare una concezione sbagliata.
16. Non essere discontinuo,
17. Pratica senza battere ciglio,
18. Affidati all’indagine ed all’analisi,
19. Non essere presuntuoso,
20. Non essere irascibile,
21. Non essere instabile.
22. Non aspettarti gratitudine.

Essendosi manifestato il karma del mio addestramento precedente,
e sentendomi possentemente ispirato,
senza curarmi dei rimproveri e della sofferenza,
sono andato in cerca delle istruzioni per soggiogare il mio attaccamento all’ego.
Se adesso dovessi morire, non avrei alcun rimpianto.

Questa pratica si rivela particolarmente adatta a chi viva una vita attiva e impegnata. Non chiede al praticante di ritirarsi in un eremo, ma piuttosto di riesaminare tutti i suoi rapporti con gli altri, e di trasformare gradualmente le sue reazioni alle varie circostanze della vita. Le conoscenze della fisica consentono di rivelare interessanti paralleli tra l’interpretazione dell’universo della filosofia madhyamika e le scoperte più recenti della scienza moderna. Il mondo del tempo e dello spazio assoluti sperimentato dai sensi è oggi considerato dalla fisica pura illusione, e ciò non può non ricordare la definizione della realtà data dal Buddha: un’illusione.

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Fonte originale per i paragrafi che seguno:

Sebbene esistano diversi modi di spiegare l’insegnamento dell’addestramento mentale in sette punti (blo sbyong don bdun ma – in tibetano), in accordo al Grande Veicolo Mahayana, Ghesce Chekawa formulò la seguente tradizione dottrinale chiamata «dei sette punti»:
1. Insegnare i preliminari da cui questo dharma dipende;
2. addestrarsi nella bodhicitta;
3. trasformare le circostanze avverse in un sentiero per l’illuminazione;
4. insegnare una pratica da applicare per tutta la vita;
5. insegnare i criteri per comprendere se si è trasformata la mente;
6. assumere gli impegni della pratica dell’addestramento mentale;
7. dare i consigli per la pratica dell’addestramento mentale.

Con questi consigli Gheshe Chekawa Yeshe Dorjei volle ricordare a tutti i discepoli che per avanzare nel cammino spirituale, è necessario far decadere i modelli abituali di comportamento e le abitudini, piantare i semi della pietà e consolidare il relativo sviluppo della bodhicitta. Per fare ciò è essenziale la pratica della pazienza, l’aspirazione, la percezione della vacuità, la compassione, la benevolenza e il gioire dei propri e altrui meriti.
In questi insegnamenti è anche compresa la pratica del «prendere e dare» (gtong.len in tibetano), una tecnica specifica per creare mentalmente uno scambio della propria esperienza con quella degli altri, un semplice metodo che piano piano trasporta questa intenzione in tutte le funzioni della propria vita.

Seguire questo addestramento, è detto nei testi, equivale a sfregare insieme due bastoni per accendere il fuoco: un bastone corrisponde alle prospettive e alla disciplina dell’addestramento mentale, l’altro corrisponde alle proiezioni e alla dinamica delle abitudini. La pratica genererà l’attrito necessario affinché si produca la combustione.

Brevi Aforismi Buddhisti

Questi brevi insegnamenti o frasi sono un buono spunto per delle sessioni di meditazione. li ho recuperati qui e là in rete e ve li riporto, aggiungendo i link al sito da cui provengono.
Buona lettura.

tratti da:pensieriparole.it

insegnamenti del Buddha

Delle vie, la Ottuplice è la migliore, della verità, le quattro parole;l’assenza di passioni è la migliore delle dottrine e, fra i bipedi, il migliore è colui che ha occhi per vedere.

Dall’attaccamento sorge il dolore, dal dolore sorge la paura; per colui che è totalmente libero, non c’è attaccamento, non c’è dolore, non c’è paura.

In questo momento, l’unico momento che esiste, il passato, il presente e il futuro sono contenuti. Il segreto del benessere del corpo e della mente consiste nel non piangere per il passato e nel non preoccuparsi per il futuro, e nel vivere il momento presente con saggezza e onestà.

Non ti fissare mai su una cosa piacevole, né tanto meno su una cosa spiacevole: La prima potrebbe venirti a mancare, la seconda capitarti quando meno te l’aspetti.

Non sarete puniti per la vostra rabbia, ma dalla vostra rabbia!

Le parole hanno il potere di distruggere e di creare; Quando le parole sono sincere e gentili possono cambiare il mondo.

Se volete ottenere l’illuminazione, non dovete studiare innumerevoli insegnamenti. Approfonditene solo uno. Quale? La compassione. Chiunque abbia compassione, possiede tutte le qualità del Buddha nel palmo della propria mano.

Il calunniatore è simile all’uomo che getta polvere contro un altro quando il vento è contrario; la polvere non fa che ricadere addosso a colui che l’ha gettata. L’uomo virtuoso non può essere leso e il dolore che l’altro vorrebbe infliggere, ricade su lui stesso.

Non rivolgerti con tono sferzante ad alcuno. Coloro ai quali ti rivolgerai in questo modo ti potrebbero rispondere nello stesso modo: le ingiurie sono dolorose; colpo su colpo, esse ricadranno sopra di te.

Non date fede ai vecchi manoscritti, non credete una cosa perché il vostro popolo ci crede o perché ve l’hanno fatto credere dalla vostra infanzia.
Ad ogni cosa applicate la vostra ragione; quando l’avrete analizzata, se pensate che sia buona per tutti e per ciascuno, allora credetela, vivetela, e aiutate il vostro prossimo a viverla a sua volta.

È più importante impedire a un animale di soffrire, piuttosto che restare seduti a contemplare i mali dell’Universo pregando in compagnia dei sacerdoti.

Solo la virtù concede un buon Karma e la più grande virtù è la compassione.

Le 4 nobili Verità: c’è la sofferenza, le cause della sofferenza, la cessazione della sofferenza, il sentiero.

L’ottiplice sentiero: giusta visione, giusto scopo, giusto eloquio, giusta azione, giusta vita, giusto sforzo, giusta attenzione, giusta contemplazione.

Non c’è niente di costante, tranne il cambiamento.

Il risveglio può essere conseguito solo da quanti arrivano a conoscerlo per esperienza diretta realizzandone l’essenza grazie ai propri sforzi.

Ancor più che una religione, il buddhismo è un modo di vivere.
Tiziano Terzani, Un indovino mi disse, 1995

Quel che mi è sempre piaciuto del buddhismo è la sua tolleranza, l’assenza del peccato, la mancanza di quel peso sordo che noi occidentali, invece, ci portiamo sempre dietro e che in fondo è la colla della nostra civiltà: il senso di colpa.
Tiziano Terzani, Un indovino mi disse, 1995

Nei paesi buddhisti niente è mai terribilmente riprovevole, nessuno ti rinfaccia mai qualcosa, nessuno ti fa mai una predica o cerca di darti una lezione. Per questo sono piacevolissimi e fanno sentire a loro agio tanti giovani viaggiatori occidentali, in cerca appunto di libertà.
Tiziano Terzani, Un indovino mi disse, 1995

da un autore ignoto

Chi scorge le mancanze altrui ed è sempre pronto ad irritarsi, di costui crescono le passioni ed egli è ben lungi dalla loro distruzione.
Inutile sarà il sapere di colui che avendo compreso la legge morale non saprà applicarla.

Apprendere e non meditare è vano. Riflettere senza studio è pericoloso.

“Se c’è rimedio perchè t’incazzi? E se non c’è rimedio che t’incazzi a fare?”

I vasi vuoti fanno un grande rumore.

Frasi di Sua Santità il XIV Dalai Lama Tenzin Gyatso
tratto da il giardino degli illuminati

Ci sono solo due giorni all’anno in cui non puoi fare niente: uno si chiama ieri, l’altro si chiama domani, perciò oggi è il giorno giusto per amare, credere, fare e, principalmente, vivere.

Ma credo che, a poco a poco, possiamo operare cambiamenti positivi. Ogni giorno, quando ci alziamo, cerchiamo di orientare bene i nostri intenti, pensando: Vivrò questa giornata in maniera più positiva. Non devo sprecarla.

La vera disciplina non si impone. Non può venire che dall’interno di noi stessi.

Noi viviamo molto vicini. Quindi il nostro scopo della vita è aiutare gli altri. E se non potete aiutarli, almeno non fate loro del male.

Se pensi di essere troppo piccolo per fare la differenza, prova a dormire con una zanzara.

La compassione, l’altruismo, il buon cuore non sono unicamente nobili sentimenti di cui trae vantaggio il nostro prossimo. Sono stati mentali, condizioni mentali di cui beneficiamo anche noi stessi. Una persona altruista e compassionevole è in genere una donna o un uomo più felice, più sereno.

Un’attenta riflessione dimostra che, nella nostra vita, la sofferenza non è creata da cause esterne, ma da eventi interiori come il sorgere delle emozioni perturbatrici. Quindi il miglior antidoto contro la sofferenza è migliorare la nostra capacità di gestire queste emozioni.

Quando perdi, non perdere la lezione.

Segui sempre le 3 “R”: Rispetto per te stesso, Rispetto per gli altri, Responsabilità per le tue azioni.

Ricorda che non ottenere quel che si vuole può essere talvolta un meraviglioso colpo di fortuna.

Quando ti accorgi di aver commesso un errore, fai immediatamente qualcosa per correggerlo.

Diversamente dal nemico esterno, il nemico interiore non può raccogliere nuove forze e lanciare un nuovo attacco una volta che sia stato distrutto dentro di noi.

Quando sorridi, il tuo sorriso fà del bene a te, ma anche a chiunque ti veda mentre sorridi.

Il problema non è il materialismo in quanto tale, ma piuttosto l’implicita convinzione che la piena soddisfazione possa derivare solo dalla gratificazione dei sensi. A differenza degli animali, la cui ricerca della felicità è limitata alla sopravvivenza e all’immediata gratificazione dei sensi, noi esseri umani abbiamo la capacità di sperimentare la felicità a un livello più profondo che, una volta raggiunto, può sommergere l’esperienza dell’infelicità.

Giudica il tuo successo in relazione a ciò a cui hai dovuto rinunciare per ottenerlo.

Quando ti trovi in disaccordo con le persone a te care, affronta soltanto il problema attuale, senza tirare in ballo il passato.

Ricorda che talvolta il silenzio è la migliore risposta.

Quando siete coscienti delle vostre sofferenze e insoddisfazioni, ciò vi aiuta a sviluppare la vostra empatia, la capacità che vi permette di rapportarvi con sensiblità verso le sofferenze degli altri. Ciò aumenta la vostra capacità di provare compassione.

Il semplice desiderio di aiutare tutti gli esseri viventi non basta per riuscirvi. Può anche trasformarsi in ossessione e servire soltanto ad aumentare le nostre inquietudini. Di conseguenza, l’altruismo deve associarsi alla saggezza.

Si dice che se vuoi sapere che cosa facevi nel passato, devi guardare il tuo corpo ora se vuoi conoscere il tuo futuro, guarda che cosa sta facendo la tua mente adesso.

Non scoraggiarti mai.
Qualsiasi cosa accade intorno a te.
Sviluppa il tuo cuore e abbi compassione, non solo per i tuoi amici ma per tutti. Lavora per la pace nel tuo cuore e nel mondo.
Non scoraggiarti mai.

La pazienza e la tolleranza non vanno considerate un segno di debolezza e di rinuncia, ma anzi, un segno di forza, la forza che proviene dalla saldezza interiore. Reagire a circostanze difficili con pazienza e tolleranza, anziché con rabbia e odio, significa avere un controllo attivo delle cose, che è frutto di una mente forte e autodisciplinata.

Quello che mi sorprende degli uomini è che perdono la salute per fare i soldi e poi perdono i soldi per recuperare la salute. Pensano tanto al futuro che dimenticano di vivere il presente in tale maniera che non riescono a vivere né il presente né il futuro. Vivono come se non dovessero morire mai e muoiono come se non avessero mai vissuto.

Guardate i bambini. Naturalmente possono litigare, ma, parlando in generale, non intrattengono la malevolenza tanto a lungo quanto gli adulti. La maggior parte degli adulti ha sui bambini il vantaggio dell’educazione, ma a che serve l’educazione quando si mostra un gran sorriso mentre si nasconde la malevolenza all’interno e in profondità? I bambini, di solito, non agiscono in tal modo. Se sono arrabbiati con qualcuno, lo esprimono e la fanno finita. E possono giocare ancora con quella persona il giorno dopo.

Come la pioggia penetra all’interno di una casa dal tetto malfatto, così il desiderio penetra nella mente non abituata alla meditazione.

I consigli dei Lama

fonte:http://www.buddismonapoli.it/

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Trovo interessanti come spunti per la meditazione alcuni dei pensieri dei Lama, quindi ve li riporto

Geshe Neysurpa disse: “Dato che non raggiungerai la buddhità concependo gli altri come tuoi avversari, devi renderti conto che tutti gli esseri viventi sono tue madri e tuoi padri. Dato che non raggiungerai la buddhità facendo distinzione tra le caratteristiche qualitative, devi renderti conto che la vacuità è nella natura di tutti gli esseri viventi.”

Geshe Langri Tangpa disse:

“Poiché una persona non può giudicarne un’altra in modo veritiero, non criticare nessuno.

Poiché tutti gli insegnamenti del Buddha sono efficaci, non discriminare tra essi dicendo che alcuni sono buoni ed altri cattivi. Poiché non puoi guidare gli altri finché non hai ottenuto tu stesso stabilità, sforzati e medita in isolamento.”

Geshe Sarba disse: “Poiché le donne per gli uomini e viceversa sono la radice delle passioni che incatenano, non dipendere da loro. Poiché il vino è la radice delle passioni che incatenano, non berlo. Poiché l’accumulo di beni è la radice delle passioni che incatenano, abbandona gli attaccamenti materiali.”

Geshe Chayulpa disse: “Mantieni pura la pratica morale, perché è il fondamento del sentiero della liberazione e dell’illuminazione. Pratica la bodhicitta, perché è la forza vitale di quel sentiero. Sforzati sempre di accumulare merito e saggezza, perché sono gli scalini su quel sentiero.”

Geshe Chayulpa disse anche: “L’oggetto e il soggetto sono come il legno di sandalo e la sua fragranza. Apparenza e vacuità sono come le nuvole ed il cielo. Vacuità e pensieri abituali sono come l’oceano e le sue onde.”

Geshe Tolungpa disse:

“Non assumere come veramente esistenti le apparenze che sono solo designazioni attribuite. Non attaccarti ai fenomeni impermanenti, non affliggerti per la distruzione di cose talmente illusorie. Non indebolire la tua opposizione alle passioni che incatenano ed ai desideri.

Non seguire le otto preoccupazioni terrene. Non unirti a cattive compagnie. Non avere grande nostalgia dei tuoi parenti. Non indebolire il tuo rispetto e la tua fede nel lama e nei Tre Gioielli. Non essere fortemente attaccato al corpo e ai piaceri. Non elogiare attività, guadagno e fama. Non indebolire la tua meditazione risoluta. Non diminuire la compassione che aiuta gli altri in modo disinteressato.”

Geshe Nambarpa disse: “

Senza controllare i tuoi desideri, non ridurrai il tuo attaccamento alle cose

, sbarazzati di ciò che possiedi come se svuotassi una sputacchiera.”

Geshe Chimbupa, quando gli fu chiesto un precetto da parte di un yogi, disse: “Le apparenze sono illusorie, non prenderle per veramente esistenti. I cinque aggregati sono carne e sangue, non prenderli per ‘mio’. La proprietà sono accumulate per effetto dei karma precedenti, non fare così tanti sforzi per procurarti delle cose. Segui questo precetto ora non dire ‘Lo farò in futuro’.

Geshe Shabogaypa disse: “Nel presente hai ottenuto una vita umana con tempo a disposizione ed opportunità ed hai trovato un maestro spirituale. In questo periodo hai incontrato l’insegnamento Mahayana. Ora devi prepararti per le vite future e dirigere i tuoi passi verso la liberazione e la buddhità. “Per preparare te stesso per le vite future, devi disprezzare ciò che riguarda questa vita, abbandonando le dieci azioni non virtuose e adottando le dieci azioni virtuose. Per ottenere la liberazione, devi distogliere la tua mente da tutto ciò che è samsara. Per dirigere i tuoi passi verso la buddhità onnisciente, devi praticare la bodhicitta. ..
“Per dare origine a questi comportamenti, devi accumulare merito. Se non accumuli merito, non puoi capire l’insegnamento. Benché tu possa capire qualcosa, non verrà assimilato, mentre anche la poca comprensione che hai sarà diminuita e non sarà utile. Inoltre, è pér il fatto che in passato non hai accumulato merito e invece hai accumulato il suo opposto che hai vagato nel samsara. Persino in questa vita, è per il fatto che non hai accumulato merito e non hai abbandonato le azioni non virtuose che le cose non vanno bene come desideri. Quindi, la radice di tutti gli insegnamenti è accumulare merito e sradicare gli errori.”

Geshe Shabogaypa disse anche: “Siccome i desideri di questa vita causano tutta la miseria di questa e delle vite future, non dobbiamo cercare l’appagamento dei nostri desideri. Quando cerchiamo di appagare i nostri desideri, non siamo felici. Diventiamo insicuri della direzione della nostra vita ed emergono subito errata parola, errata mente ed errate azioni. “Quindi, dobbiamo rinunciare ai nostri molti desideri. Quando siamo capaci di fare ciò, stabiliamo l’inizio della felicità e della soddisfazione. Il miglior segnale della felicità in questa e nelle prossime vite è non desiderare o accumulare assolutamente niente. Quando non desideriamo il guadagno, abbiamo il guadagno più grande. Quando non desideriamo la reputazione, abbiamo la reputazione migliore. Quando non desideriamo la fama, abbiamo la fama più grande. Quando non desideriamo compagnia, abbiamo la compagnia migliore. “Ma quando indulgiamo nei desideri di questa vita, sminuiamo noi stessi e ci rendiamo completamente miserabili. Portiamo biasimo a noi stessi in questa vita e una rinascita in stadi più bassi nelle vite future. “Perciò, quando, non desiderando la nostra propria felicità, limitiamo le nostre critiche nei confronti degli altri, umiliamo noi stessi, limitiamo i nostri desideri ed evitiamo tutte le azioni che non sono religiose, otterremo dunque l’illuminazione in futuro.
“In breve, stiamo sempre ad incominciare quello che non è necessario incominciare, a realizzare quello che non è necessario realizzare, a fare quello che non è necessario fare. Benché diciamo tutto questo, se non allontaniamo realmente i desideri di questa vita, non c’è modo di trovare felicità ora o nelle vite future. Se ci allontaniamo da tutti i desideri, non abbiamo affatto bisogno di cercare la felicità.”

Geshe Shabogaypa disse in seguito: “Se non controlli te stesso, non desiderare di controllare gli altri. Se non comprendi te stesso, non desiderare di insegnare agli altri. Uno che ha grande fede evita di agire in modo sbagliato. Uno che trova appagamento nella vacuità non si aggrappa all’ego. Uno che ha grande saggezza conosce la differenza tra Dharma e non Dharma. Uno che è saggio comprende il Dharma. Uno che si preoccupa persino del più lieve peccato si preoccupa anche di quelli più grandi. Uno di animo benevolo ha smesso di fare del male. Uno incapace di vivere da solo deve essere capace di andare d’accordo c’on gli altri. Uno che desidera essere santo non deve lasciare che la sua pazienza si indebolisca. Uno che ora distribuisce molti doni non deve dare di meno quando ha minori risorse. Uno che è degradato non dà elevati insegnamenti. Uno che ha un buon maestro non agisce negativamente. Uno che è felice di imparare il Dharma è anche felice di praticarlo. Uno che vive in isolamento non si unisce agli altri. Uno che cerca la bontà ha pochi desideri. Uno che desidera ottenere la liberazione non è spinto verso le otto preoccupazioni comuni.

Infine, Geshe Shaboyapa rimproverò se stesso: “Tu vecchio pazzo – desideri alti insegnamenti, benché la tua natura sia bassa. Tu ciarlatano – desideri migliorare gli altri, ma non migliori te stesso. Tu impostore – agisci come se il Dharma fosse destinato solo agli altri perché lo seguano e non a te stesso. Tu confusionario – hai ordinato agli altri di agire correttamente, ma tu stesso agisci scorrettamente. Tu indolente fannullone – ogni ascesa precede una più grande caduta. Tu politicante – fai estese promesse, ma limitata realizzazione. Tu canaglia – cerchi le passioni che incatenano e allo stesso tempo pretendi di applicare le contromisure. Tu codardo – hai paura che gli altri vedano le tue colpe e speri che vedano solo le tue buone qualità. “Tu sei affezionato ai tuoi parenti invece di coltivare gli amici spirituali. Sei avvinto da passioni che incatenano invece di coltivare i loro antidoti. Lasci la pratica per le vite future invece di coltivarla in questa vita. Sei legato a quelli che ti aiutano piuttosto che coltivare quelli che ti fanno del male. “Tu idiota – fai del male agli altri, non rendendoti conto che fai del male a te stesso. Non comprendi che aiutare gli altri è aiutare te stesso. Non vedi che la miseria e il male che vengono a te sono utili per praticare il Dharma. Non vedi che il desiderio e la felicità non contribuiscono alla pratica del Dharma. “Tu dici agli altri che praticare il Dharma è molto importante, eppure tu stesso non segui l’insegnamento. Disprezzi gli altri che sono immorali, eppure non trattieni te stesso dall’agire male. Vedi i più piccoli difetti negli altri, eppure non noti i grandi difetti in te stesso. Smetti subito di aiutare gli altri quando non ricevi niente in cambio. Non sopporti di vedere gli altri maestri ricevere rispetto. Sei servile con quelli in posizione elevata mentre sei sprezzante con quelli al di sotto di te. Discorsi sulle vite future non sono piacevoli alle tue orecchie. Agisci in modo santo e sdegnoso quando vieni corretto dagli altri. Vuoi che gli altri vedano le tue virtù e sei contento quando non vedono le tue colpe. Sei soddisfatto da una bella facciata benché l’interno non sia così bello. “Ti piace che ti vengano date delle cose. Non cercando la felicità dentro di te, la cerchi all’esterno. Avendo fatto voto di studiare l’insegnamento del Buddha, invece studi gli eventi del mondo comune. Benché tu sia d’accordo con i consigli dei bodhisattva, le tue azioni ti stanno preparando per l’inferno. Benché tu abbia dedicato il tuo corpo, appagamento e attività virtuose del passato, presente, , e futuro per il beneficio di tutti gli esseri viventi, rifiuti di abbandonare il tuo ego. Ti piacciono gli amici immorali, dimenticando che ti portano alla rovina. Non ti rendi conto che la collera di un amico spirituale è utile. “Non ‘sprecare tempo in discussioni inutili. Non costruire castelli in aria, aumentando le tue brame. Non trarre piacere da attività pericolose. Non fare molte cose che assurdamente ostacolano le azio<stroneeg>ni virtuose.” Provando rimorso, si rimproverò in questo modo.

Le Quattro Nobili Verità

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Tradotto e reinterpretato da:buddhanet.com,
teachings by Ajahn Sumedho

Questo insegnamento è la base della filosofia Buddhista.
Il mio unico suggerimento per una corretta comprensione del testo è quello di leggere poco per volta e poi riflettere su quello che avete appena letto. Buona lettura.
Davide

Usate le Quattro Nobili Verità per progredire. Applicatele nella vita quotidiana, alle cose comuni, agli attaccamenti comuni, alle ossessioni della mente. Con queste Verità possiamo indagare sui nostri attaccamenti, per ottenere intuizioni profonde.

La Prima Nobile Verità

con i suoi tre aspetti, è: ‘C’è la sofferenza, Bisogna comprendere la sofferenza. La sofferenza è stata compresa’.

SOFFERENZA ED ILLUSIONE DI UN SE’

E’ importante riflettere sulla formulazione della Prima Nobile Verità. E’ enunciata molto chiaramente: “C’è la sofferenza” e non “Io soffro”. Psicologicamente è un modo molto efficace di esprimersi. Tendiamo ad interpretare le sofferenze come “Io sto soffrendo. Soffro molto – e non voglio soffrire”. Questo è il modo in cui la nostra mente condizionata pensa.
“Io sto soffrendo” porta all’idea di “Io sono qualcuno che sta soffrendo molto. Questa sofferenza è mia; io ho avuto tante sofferenze nella mia vita”. Quindi comincia l’intero processo di identificarsi con se stessi e con la propria memoria.
Invece dobbiamo vedere che non c’è qualcuno che ha delle sofferenze. Se vediamo semplicemente che “c’è la sofferenza”, allora questa non è più una sofferenza personale. Non è: “Oh povero me, perché devo soffrire così tanto!? Che ho fatto per meritarmelo? Perché devo invecchiare? Perché devo avere dolore, sofferenza, angoscia e disperazione? Non è giusto! Non lo voglio. Voglio solo felicità e sicurezza”. Questo tipo di ragionamento viene dall’ignoranza, che complica ulteriormente la situazione e sfocia in problemi di personalità.
Per poter lasciare andare la sofferenza dobbiamo prima esserne coscienti, ammetterla nella coscienza. Ma l’ammissione, nella meditazione buddhista, non viene da una posizione del tipo: “io sto soffrendo”, ma piuttosto “c’è la presenza della sofferenza”. Infatti non dobbiamo cercare di identificarci con il problema, ma semplicemente riconoscere che ce n’è uno. E’ sbagliato pensare in termini di: “sono una persona arrabbiata; mi arrabbio così facilmente; come posso eliminare la mia rabbia?” In questo modo si evidenziano tutti gli assunti che ci fanno credere nella presenza di un Io personale. Da questo punto di vista è difficile avere una prospettiva corretta. Tutto diventa confuso, perché la sensazione dei miei problemi o dei miei pensieri mi porta a reprimerli o a dare giudizi su di essi o a criticare me stesso. Tendiamo ad afferrare e ad identificarci piuttosto che a osservare, a essere testimoni, a comprendere le cose così come sono. Quando si ammette semplicemente che c’è un certo senso di confusione, che c’è dell’avidità o dell’ira, questa stessa ammissione è un’onesta riflessione su ciò che è; così facendo, togliete tutti gli assunti sottintesi – o almeno li indebolite.
Quindi non aggrappatevi a queste cose come a difetti personali, ma contemplatele costantemente come impermanenti, insoddisfacenti e prive di un sé. Continuate a riflettere, vedendole così come sono.
“C’è la sofferenza” è il riconoscimento molto chiaro e preciso che in quel momento vi è una sensazione di infelicità. Può andare dall’angoscia e disperazione a una mera irritazione.
L’esperienza del mondo sensoriale avviene per mezzo delle sensazioni, e ciò significa che viviamo sempre tra il piacere e la pena, cioè nel dualismo del samsara. E’ come essere esposti e molto vulnerabili, poiché reagiamo a tutto ciò con cui il corpo ed i sensi entrano in contatto. E’ così che vanno le cose. Questa è la conseguenza della nascita.

NEGARE LA SOFFERENZA

Di solito non vogliamo riconoscere la sofferenza, vogliamo solo eliminarla. Appena sorge un problema o un guaio, la tendenza dell’essere umano non risvegliato è quella di sbarazzarsene o sopprimerlo. E si può vedere come la società moderna sia tutta tesa a cercare piaceri e gioie in ciò che è nuovo, eccitante, romantico. Tendiamo a dare importanza alla bellezza ed ai piaceri della gioventù e ad accantonare i lati brutti della vita, come vecchiaia, malattia, morte, noia, disperazione e depressione. Quando ci troviamo di fronte a ciò che non vogliamo, ce ne allontaniamo per cercare ciò che ci piace. Se proviamo noia, andiamo a fare qualcosa di interessante. Se ci sentiamo spaventati, cerchiamo di trovare qualche sicurezza. E’ una cosa assolutamente normale! Siamo sottoposti a questo principio di piacere/dolore, a cui consegue attrazione/repulsione. Quindi, se la mente non è ricettiva, è forzatamente selettiva: sceglie ciò che ama e tenta di sopprimere ciò che non ama. E così dobbiamo sopprimere una gran parte della nostra esperienza, poiché molte cose che sperimentiamo sono inevitabilmente spiacevoli.

MORALITA’ E COMPASSIONE

Dobbiamo avere dei precetti, quali “mi asterrò dall’uccidere intenzionalmente”, proprio perché il nostro istinto è quello di uccidere: se si trova qualcosa sulla nostra strada, lo uccidiamo.
Rispettiamo la vita delle altre creature, anche degli insetti o di creature che non ci piacciono. Pochi amano le zanzare o le formiche, ma dobbiamo riflettere sul fatto che anch’esse hanno il diritto di vivere. Questa è una riflessione della mente
La stessa cosa dovrebbe capitare per gli stati mentali spiacevoli. Quindi, se state sperimentando della rabbia, invece di dire: “Eccomi di nuovo arrabbiato!”, cercate di riflettere: “C’è della rabbia”. La stessa cosa con la paura. Eppure la paura in questo individuo o in quel cane randagio è la stessa. ‘C’è la paura’ e basta. La paura che ho sperimentato non è diversa da quella degli altri. E allora avremo compassione anche per un vecchio cane randagio. Capiremo che la paura è orribile sia per noi che per il cane. Il dolore che lui prova, quando gli si tira un calcio è lo stesso dolore che provate voi quando qualcuno vi prende a calci. Il dolore è solo dolore, il freddo è solo freddo, la rabbia è solo rabbia. Niente è mio, si deve vedere soltanto che “c’è il dolore”. Questo è un buon modo di pensare, ci aiuta a vedere le cose più chiaramente, invece di rinforzare l’idea di un sé personale. Quindi, dopo aver riconosciuto lo stato di sofferenza – “c’è la sofferenza” – sorge la seconda intuizione della Prima Nobile Verità: “Deve essere compresa”. Questa sofferenza deve essere esplorata.

ESPLORARE LA SOFFERENZA

La parola pali dukkha significa ‘(qualcosa) incapace di soddisfare’ oppure ‘incapace di resistere o durare’: quindi mutevole, incapace di soddisfarci completamente o di farci felici. Così è il mondo dei sensi, solo una vibrazione nella natura. Sarebbe infatti terribile se noi trovassimo soddisfazione nel mondo dei sensi, perché allora non cercheremmo di trascenderlo; saremmo legati ad esso. Invece, man mano che ci risvegliamo a dukkha, cominciamo a cercare una via d’uscita, per non essere più intrappolati nella coscienza dei sensi.
Vi prego di cercare di comprendere dukkha: guardare veramente, con-prendere ed accettare la sofferenza. Cercate di comprenderla quando sentite un dolore fisico, o disperazione, angoscia, odio, avversione – qualsiasi forma prenda, qualsiasi connotato abbia, che sia lieve o forte. E’ facile trovare un capro espiatorio per i propri problemi, eppure è così che alcuni pensano, ritenendo di essere infelici e confusi perché non sono stati trattati nel modo giusto. Ma secondo la Prima Nobile Verità, anche se avessimo avuto una vita piuttosto infelice, o c’è qualcuno che ci fa soffrire, ciò a cui dobbiamo guardare non è la sofferenza che ci è venuta da quel tipo di vita o da una persona, ma quella che sviluppiamo nella nostra mente pensando a quella sofferenza passata o alla persona che la causa. E questo è il risveglio, è il risveglio alla Verità della sofferenza. Ed è una Nobile Verità perché non getta più la colpa della sofferenza che stiamo provando sugli altri. L’approccio buddhista è infatti diverso da quello delle altre religioni, perché l’enfasi viene posta sulla liberazione dalla sofferenza attraverso la saggezza, piuttosto che per mezzo dell’unione con Dio o di una particolare condizione estatica di beatitudine.
Con ciò non voglio dire che gli altri non siano mai la sorgente della nostra frustrazione o irritazione, ma ciò che voglio sottolineare qui è la nostra reazione abituale a ciò che capita nella vita. Se qualcuno si comporta male con noi oppure cerca volutamente e malignamente di nuocerci e noi pensiamo che sia quella persona a farci soffrire, allora non abbiamo capito ancora la Prima Nobile Verità. Anche se qualcuno vi strappa le unghie o vi tortura in altro modo e voi pensate che state soffrendo a causa di quella persona, non avete capito la Prima Nobile Verità. Comprendere la sofferenza è capire chiaramente che la vera sofferenza sta nella nostra reazione (pensando, ad esempio, “ti odio”) alla persona che ci sta strappando le unghie. Sentirsi strappare le unghie è doloroso, fa molto male, ma la sofferenza vera è abbinata al “ti odio” o “come puoi farmi questo?” o “non te lo perdonerò mai”.
Non attendete però che qualcuno vi strappi le unghie per praticare la Prima Nobile Verità: cominciate con piccole cose come quando qualcuno vi ignora o è scortese con voi. Se vi sentite frustrati perché qualcuno vi ha evitato o offeso, potete cominciare a lavorare con questo. Vi sono molte occasioni durante la giornata in cui capita di sentirsi offesi o arrabbiati. Possiamo sentirci urtati anche semplicemente da come uno cammina o guarda. Talvolta noterete di essere irritati solo per il modo in cui uno si muove o perché non fa ciò che dovrebbe fare; ci si può risentire parecchio anche per inezie di questo genere. Quella persona non vi ha fatto alcun male, non vi ha strappato le unghie, eppure soffrite. Se non riuscite ad osservare la vostra sofferenza in situazioni così semplici, non sarete mai in grado di essere tanto eroici da guardarla mentre qualcuno vi sta veramente strappando le unghie.
Dobbiamo lavorare con le piccole insoddisfazioni della vita quotidiana e osservare quando ci sentiamo irritati o offesi dai vicini, dalle persone con cui viviamo, dai politici, dal modo in cui vanno le cose o anche da noi stessi. Sappiamo che questa insoddisfazione va compresa e la nostra pratica sarà di guardare a questa sofferenza come ad un oggetto e comprendere: “questa è la sofferenza”. In tal modo avremo la comprensione intuitiva della sofferenza.

PIACERE E DISPIACERE

Abbiamo la tendenza a pensare soltanto a noi stessi: io e la mia felicità, la mia libertà, i miei diritti. In tal modo divento terribilmente nocivo, causa di frustrazione, dispiacere e dolore per la gente intorno a me. Se credo di poter fare tutto ciò che voglio o dire tutto ciò che mi viene in mente anche a spese degli altri, allora non sarò altro che una persona negativa per la società.
Quando prevale “ciò che voglio io”, quando vogliamo godere di tutti i piaceri della vita, inevitabilmente saremo frustrati e sballottati dalla vita, sempre in preda al desiderio. Anche se avessimo tutto ciò che vogliamo, ci sembrerà sempre che manchi qualcosa, che la situazione sia incompleta. Anche quando la vita va al meglio, c’è sempre questo senso di sofferenza, assillati da qualcosa da fare, paure da vincere, dubbi da superare.
Ho scoperto che se faccio qualcosa senza consapevolezza – anche qualcosa di innocuo come guardare delle montagne bellissime – se cerco di afferrare qualcosa, ho una sensazione di disagio. Come si fa ad impadronirsi delle montagne?! Al massimo, si può farne una foto, cercando di catturare il tutto su un pezzo di carta. Questo è dukkha: voler afferrare qualcosa che è bello per non sapersene separare. Questa è sofferenza.
Sofferenza è anche trovarsi in situazioni spiacevoli (ad esempio prendere la subway). Allora comincio ad ascoltare quella voce lagnosa che esprime la sofferenza di non voler stare con qualcosa di spiacevole. La osservo, poi lascio andare tutto in modo da stare con il brutto e lo spiacevole, senza soffrirne. Vedo che semplicemente è così e che va tutto bene. Non bisogna crearsi dei problemi, sia sostando in una squallida stazione della metropolitana sia guardando uno splendido paesaggio. Le cose sono come sono, e noi possiamo riconoscerle ed apprezzarle nel loro flusso mutevole senza aggrapparci ad esse. Attaccamento è voler trattenere qualcosa che ci piace; è volerci liberare da ciò che non ci piace o voler qualcosa che non abbiamo.
Possiamo soffrire parecchio a causa degli altri. Ricordo che in Thailandia avevo spesso pensieri negativi verso uno dei monaci. Lui faceva qualcosa ed io pensavo: “non dovrebbe farlo”. Diceva qualcosa e io pensavo “non dovrebbe dirlo”.
Al contrario, avendo trovato un maestro come Ajahn Chah, ricordo che volevo che fosse perfetto e pensavo: “E’ un maestro meraviglioso, proprio fantastico!” Ma poteva capitare che facesse qualcosa che mi irritava. Insomma, anche quando si trova qualcuno che si ama e si rispetta c’è la sofferenza dell’attaccamento. Inevitabilmente farà o dirà qualcosa che noi non approviamo o che non ci piace, creandoci qualche dubbio, e allora soffriamo.

INTUIZIONE DELLE SITUAZIONI

…Improvvisamente ebbi un’intuizione molto chiara: percepii qualcosa in me che si lamentava sempre, criticava e mi impediva di darmi, di offrirmi completamente alle varie situazioni, agli eventi.
E’ importante riflettere sulle cose che suscitano in noi indignazione o rabbia: c’è veramente qualcosa di sbagliato in loro oppure siamo noi a creare dukkha intorno ad esse? Solo allora potremo capire i problemi che noi stessi ci creiamo nella nostra vita e che portiamo in quella degli altri.

La Seconda Nobile Verità

nei suoi tre aspetti, enuncia: “C’è l’origine della sofferenza, che è l’attaccamento al desiderio. Bisogna lasciare andare il desiderio. Il desiderio è stato abbandonato”.

La Seconda Nobile Verità dice che vi è un’origine della sofferenza e che l’origine della sofferenza è l’attaccamento ai tre tipi di desiderio: desiderio per il piacere dei sensi (kama tanha), desiderio di essere o divenire (bhava tanha) e desiderio di non essere (vibhava tanha). Questo è ciò che afferma la Seconda Nobile Verità, la sua tesi, (pariyatti). Ciò che va contemplato è: l’origine della sofferenza sta nell’attaccamento al desiderio.

I TRE TIPI DI DESIDERIO
Il desiderio, o tanha in Pali, è una cosa importante da capire. Che cos’è il desiderio? E’ molto facile comprendere cosa sia kama tanha. Questo tipo di desiderio è alla ricerca del piacere dei sensi, per mezzo del corpo o dei sensi, sempre inseguendo ciò che eccita o diletta i sensi: questo è kama tanha.
Contemplate cosa avviene quando si sente il desiderio di un piacere. Per esempio, state mangiando, siete affamati e il cibo è delizioso; se siete consapevoli di volerne ancora, osservate cosa capita: viene il desiderio di averne di più. Questo è kama tanha.
Contempliamo ora la sensazione di voler divenire qualcun’altro. Se c’è ignoranza veniamo attirati nella sfera dell’ambizione o del traguardo da raggiungere: questo è il desiderio di divenire. Siamo invischiati nella frenesia di diventare felici, avere successo una bella moglie, figli sani ecc. ecc. Notate questa sensazione di voler diventare qualcosa di diverso da ciò che siete ora.
Desiderio di liberarsi da qualcosa: “Voglio liberarmi dalle mie sofferenze. Voglio liberarmi dalla mia rabbia. Voglio liberarmi dalla gelosia”. Prendetene nota di tutti questi “voglio” come di una riflessione su vibhava tanha. La contempliamo all’interno di noi, mentre vuole liberarsi da qualcosa: non cerchiamo di liberarci da vibhava tanha, non stiamo prendendo posizione contro il desiderio di liberarci dalle cose né incoraggiamo questo desiderio. Cerchiamo solo di riflettere: “E’ così; questa è la sensazione che si prova quando ci si vuol liberare da qualcosa o quando mi impongo di superare la mia rabbia o uccidere il Diavolo o liberarmi dall’avidità – per potere infine divenire… “. In questo modo, notiamo che ‘diventare’ e ‘liberarsi da’ sono modi di pensare molto simili.
Ricordatevi che le tre categorie di kama tanha, bhava tanha e vibhava tanha sono solo dei modi di contemplare il desiderio. Non sono differenti forme di desiderio, semplicemente diversi aspetti di esso.

L’ATTACCAMENTO E’ SOFFERENZA
Di solito noi consideriamo la sofferenza come un sentimento, ma un sentimento non è sofferenza: è l’attaccamento al desiderio che è sofferenza. Il desiderio non causa sofferenza; la causa della sofferenza è l’attaccamento al desiderio. E’ bene contemplare e riflettere su questa affermazione, ognuno dal punto di vista di una propria esperienza individuale. Indagate sul desiderio e riconoscetelo per quello che è. Dovete imparare a capire ciò che è naturale ed importante per la sopravvivenza e ciò che non lo è. A volte siamo così concentrati sulle idee che pensiamo che persino il bisogno di cibo sia un desiderio da cui dobbiamo liberarci, ma è una cosa ridicola. Il Buddha non era né un idealista né un moralista; non cercava di condannare niente; cercava solo di risvegliarci alla verità in modo che potessimo vedere le cose chiaramente.
Una volta che ci sia questa chiarezza e correttezza di vedute, non ci sarà più sofferenza. Continuerete a sentire fame, continuerete ad avere bisogno di cibo, senza che ciò diventi un desiderio. Il cibo è un’esigenza naturale del corpo. Il corpo non è il mio io, ha bisogno di cibo, altrimenti si indebolirà e morrà.
Quando vedete chiaramente l’origine della sofferenza, capite che il problema è l’attaccamento al desiderio, non il desiderio in sé. L’attaccamento porta ad ingannarsi, poiché si pensa che il desiderio sia veramente “me” o “mio”. “Questi desideri sono me e allora c’è qualcosa di sbagliato in me che ho questi desideri”. Oppure: “Non mi piace come sono, devo cambiare e diventare qualcos’altro”. Oppure: “Devo sbarazzarmi di quella certa cosa prima di diventare quello che voglio essere”. Tutto ciò è desiderio. Ascoltatelo, osservatelo soltanto, senza dire se è bello o brutto, semplicemente riconoscendolo per ciò che è.

LASCIARE ANDARE

Nel momento che contempliamo i desideri e li ascoltiamo, non ne siamo più attaccati; li lasciamo semplicemente essere ciò che sono. In questo modo sperimentiamo che il desiderio, origine della sofferenza, può essere messo da parte e lasciato andare.
Come si fa a lasciar andare le cose? Lasciandole essere quello che sono; ciò non vuol dire annullarle o cacciarle via, ma piuttosto prenderne nota e lasciarle stare. Con la pratica del lasciare andare ci renderemo conto che vi è un’origine della sofferenza, cioè l’attaccamento al desiderio, e che dobbiamo lasciar andare i tre tipi di desiderio. Poi capiremo di aver lasciato andare questi desideri: non c’è più alcun attaccamento ad essi.
Quando trovate in voi dell’attaccamento, ricordatevi che “lasciar andare” non significa “liberarsi di” o “buttar via”. Se io ho in mano un orologio e voi mi dite “lascia andare” non vuol dire “buttalo”. Posso pensare di doverlo buttare perché ne sono attaccato, ma ciò significa desiderio di sbarazzarmene. Abbiamo la tendenza a credere che liberarsi di un oggetto vuol dire anche liberarsi dall’attaccamento ad esso. Ma se riesco a contemplare l’attaccamento, la brama per l’orologio, capisco che non vi è ragione di sbarazzarsene – in fondo è un buon orologio, segna bene il tempo e non è pesante da portare addosso. Il problema non è l’orologio, il problema è l’attaccamento ad esso. Cosa devo dunque fare? Lascialo andare, mettilo da parte: posalo senza alcuna avversione. Poi potrai riprenderlo, guardare che ora è e riporlo.
Ora applicate questa stessa “intuizione sul lasciare andare” al desiderio per i piaceri sensuali. Per esempio, volete divertirvi; come potete mettere da parte questo desiderio senza avversione? Semplicemente riconoscendo il desiderio senza giudicarlo. A questo punto contemplate la vostra voglia di liberarvi di esso – poiché vi sentite colpevoli di avere un simile desiderio – e poi mettetelo da parte. Quando vedrete la cosa così com’è, riconoscendo che è solo un desiderio, non ne sarete più attratti.
E’ questo un modo di agire che funziona in ogni momento della vita quotidiana. Quando vi sentite depressi o negativi, il fatto stesso di rifiutarvi di indulgere a queste sensazioni è un’esperienza illuminante. Quando vedete chiaramente ciò, non precipiterete più nel mare della depressione e della disperazione, non ve ne compiacerete più. Vi metterete fine imparando a non ripensare continuamente alle stesse cose.
Dovete imparare tutto questo attraverso la pratica, in modo da sapere direttamente da voi stessi come lasciare andare l’origine della sofferenza. Potete lasciare andare il desiderio, semplicemente volendolo? Cosa significa realmente “lasciar andare”? Dovete contemplare l’esperienza del lasciar andare, esaminare e investigare praticamente, fino a quando giunge l’intuizione. Continuate finché giunge l’intuizione: “Ah, lasciar andare, sì, ora capisco”. Questo non significa che lasciate andare il desiderio per sempre ma che, in quel preciso momento, lo avete lasciato andare e lo avete fatto in perfetta consapevolezza. E’ ciò che noi chiamiamo ‘conoscenza intuitiva’. In Pali è detta ñanadassana o profonda comprensione.

ATTUAZIONE
E’ importante accorgersi del momento in cui lasciate andare il desiderio, quando non lo giudicate e non tentate di liberarvene, quando riconoscete semplicemente che è quello che è. Quando siete veramente calmi e tranquilli, vi accorgerete che è sparito ogni tipo di attaccamento. Non siete più costretti ad inseguire o a respingere sempre qualcosa. Il benessere nasce dal conoscere le cose così come sono, senza sentire il bisogno di giudicarle.
Più investighiamo e contempliamo l’attaccamento, più facilmente si avrà la comprensione profonda che “il desiderio deve essere lasciato andare”. Attraverso la pratica concreta e attraverso la conoscenza di ciò che veramente è il lasciare andare, avremo la terza intuizione sulla Seconda Nobile Verità, che è: “Il desiderio è stato abbandonato”. A questo punto, sappiamo veramente che cosa è lasciar andare, non è un teoretico lasciar andare, ma un’intuizione diretta. Ora sapete che il “lasciar andare” è stato raggiunto. Ecco, la pratica è tutta qui.

La Terza Nobile Verità

nei suoi tre aspetti, è: “Vi è la cessazione della sofferenza o dukkha. Bisogna realizzare la cessazione di dukkha. La cessazione di dukkha è stata realizzata”.

Riflettiamo, quando vediamo la sofferenza, quando vediamo la natura del desiderio, quando riconosciamo che l’attaccamento al desiderio è sofferenza. Avremo quindi l’intuizione di lasciare andare il dolore e di realizzare la non-sofferenza, la cessazione della sofferenza. Queste intuizioni si possono avere solo attraverso la riflessione; non si possono avere per fede. Con la volontà non potete indurvi a credere o a realizzare un’intuizione. Le intuizioni ci giungono per mezzo della contemplazione e della meditazione su queste verità. Giungono quando la mente è aperta e ricettiva agli insegnamenti, poiché non è auspicabile né utile una fede cieca. Anzi, la mente deve essere consciamente ricettiva e meditativa.

IMPERMANENZA

Tutto ciò che è soggetto a nascere è soggetto anche a cessare”. Può darsi che non ci sembri una grande intuizione, eppure essa implica una verità che riguarda l’universo intero: tutto ciò che è soggetto alla nascita è soggetto anche alla cessazione; è impermanente, senza un sé… Perciò non siate avidi, non lasciatevi illudere da ciò che nasce e cessa. Non cercate protezione rifugiandovi e credendo in ciò che nasce, poiché è destinato a cessare.
Applicatelo alla vita in generale, ed alla vostra esperienza in particolare. Comincerete allora a capire. Prendete nota: “inizio… fine”. Contemplate come stanno le cose. Tutto il mondo sensoriale nasce e cessa, comincia e finisce; e in tal modo si può avere la comprensione perfetta (samma ditthi) ancora in questa vita.

LASCIAR SORGERE LE COSE
Prima di lasciar andare le cose, dovete portarle a un livello di perfetta coscienza. Lo scopo della meditazione è permettere che il subconscio raggiunga la coscienza. Si permette alla disperazione, alla paura, all’angoscia, alla repressione e alla rabbia di diventare coscienti.
Molta gente tende a inseguire ideali molto alti e si sente frustrata quando si accorge di non esserne all’altezza, di non essere buona come dovrebbe, di non essere calma come dovrebbe: tutti questi ‘dovrebbe’ o ‘non dovrebbe’… Sentiamo il desiderio di liberarci delle cose negative e questo desiderio ha una nobile giustificazione: è senz’altro giusto eliminare cattivi pensieri, rabbia, e gelosia, perché una brava persona ‘non dovrebbe provare cose tanto negative’. In tal modo nasce il senso di colpa.
Riflettendo, portiamo a livello di coscienza il desiderio di diventare quell’ideale e il desiderio di liberarci di ciò che è negativo. Solo così possiamo ‘lasciar andare’, in modo che invece di diventare una persona perfetta, lasciamo andare il desiderio di diventare tali. Ciò che rimane è la mente pura. Non c’è bisogno di diventare una persona perfetta perché è nella mente pura che la gente perfetta nasce e cessa.
E’ facile comprendere la cessazione a livello intellettuale, ma realizzarla può essere difficile poiché comporta lo stare con qualcosa che pensiamo di non poter sopportare. Per esempio, quando cominciai a meditare, mi ero fatto l’idea che la meditazione mi avrebbe reso più gentile e felice e mi aspettavo di sperimentare stati mentali meravigliosi. Invece, mai nella mia vita provai tanta rabbia e avversione come nei primi due mesi. Pensai: “E’ terribile, la meditazione mi ha reso peggiore”. Ma poi contemplai perché stavo esprimendo tanto odio e avversione e realizzai che avevo trascorso gran parte della mia vita scappando da quei sentimenti. Mi ero fatto l’opinione di essere una persona gentile che non odia nessuno, per cui reprimevo ogni sensazione di avversione o odio.
Con la meditazione avevo cominciato ad affrontare tutto ciò che per anni avevo cercato di dimenticare. Mi tornavano alla mente fatti così espliciti che stavano per sommergermi. Qualcosa in me però mi diceva che dovevo sopportarli e farli uscire allo scoperto. L’odio e la rabbia che avevo soppresso in trenta anni si manifestarono in tutta la loro forza, poi furono come bruciati dalla consapevolezza e cessarono: attraverso la meditazione stava avvenendo un processo di purificazione.
Per permettere che questo processo si realizzi, bisogna essere pronti a soffrire. Ecco perché sottolineo l’importanza della pazienza. Dobbiamo aprire la mente alla sofferenza, perché solo abbracciando la sofferenza, questa cessa. Quando soffriamo, fisicamente o mentalmente, avviciniamoci a questa sofferenza, apriamoci completamente ad essa, diamole il benvenuto, concentriamoci su di essa, lasciandola essere ciò che è. Questo significa essere pazienti e sopportare il disagio di una certa situazione. Piuttosto che sfuggire ai sentimenti di noia, di disperazione, di dubbio, di paura, cerchiamo di sopportarli, perché solo comprendendoli, cesseranno.
Se non permetteremo alle cose di cessare, creeremo nuovo kamma, il quale a sua volta rinforzerà le nostre abitudini. Abbiamo l’abitudine di attaccarci ad ogni cosa che sorge e a lasciar proliferare i pensieri intorno ad esse, complicando in tal modo ogni situazione. Continuiamo così a ripetere per tutta la vita lo stesso atteggiamento; ma, inseguendo incessantemente i nostri desideri e le nostre paure, non possiamo certo aspettarci la pace. Se invece contempliamo i desideri e le paure, essi non ci inganneranno più; d’altronde dobbiamo conoscere ciò che dobbiamo lasciar andare. Il desiderio e la paura devono essere conosciuti come impermanenti, insoddisfacenti e senza un sé. Devono essere osservati e penetrati in modo che la sofferenza che contengono venga bruciata.
E’ molto importante, a questo punto, stabilire la differenza tra cessazione e annullamento (cioè il desiderio che sorge nella mente di liberarsi di qualcosa). La cessazione è la fine naturale di tutto ciò che sorge. Non è quindi un desiderio! Non è qualcosa che si crea nella mente, ma è la fine di ciò che è cominciato, la morte di ciò che è nato. Quindi, la cessazione non ha un ‘sé’ – non viene dall’impulso di ‘doversi sbarazzare di qualcosa’, ma avviene quando noi permettiamo che ciò che è sorto, cessi. Per farlo, si deve abbandonare la brama, lasciarla andare! Abbandonare significa lasciar andare, non rifiutare o cacciar via.
Con la cessazione, sperimentate non-attaccamento. Quando avete lasciato andare una cosa e le avete permesso di cessare, allora rimane solo la pace.
Potete sperimentare questo genere di pace nella meditazione. Quando lasciate andare il desiderio, ciò che rimane nella mente è una gran pace; ed è una vera pace, la non-morte. Conoscendo le cose ‘così come sono’, realizzate la Verità della Cessazione, in cui non c’è un sé, ma solo consapevolezza e chiarezza. La vera beatitudine è questa consapevolezza tranquilla e trascendente.
Se non lasciamo andare permettendo che avvenga la cessazione, rischieremo di partire da assunti che noi stessi ci costruiamo, senza neanche sapere ciò che stiamo realmente facendo.
Talvolta, solo con la meditazione cominciamo a capire come la paura o la mancanza di fiducia in sé, nascano da esperienze vissute. La mente razionale sa che è ridicolo continuare a pensare alle tragedie passate. Ma se queste continuano a irrompere nella coscienza vuol dire che cercano di dirvi qualcosa circa gli assunti e i pregiudizi su cui avete costruito la vostra personalità.
Quando, durante la meditazione, sentite sorgere ricordi ossessivi, non cercate di reprimerli, ma accettateli pienamente nella coscienza, e poi lasciateli andare. Se vi riempite la giornata in modo da evitare di pensarci, le probabilità per essi di arrivare alla coscienza sono minime. Ma che succede invece quando lasciate andare? Quell’ossessione, quel desiderio si muove – e si muove verso la cessazione. Finisce. E allora avrete l’intuizione della cessazione del desiderio. Infatti il terzo aspetto della Terza Nobile Verità è: “Si è realizzata la cessazione”.
REALIZZAZIONE
Il Buddha ha più volte detto: “Questa è la Verità da realizzarsi qui ed ora”. Non pensate che sia qualcosa di vago o al di sopra delle nostre capacità. Quando parliamo del Dhamma o della Verità, diciamo che è qui ed ora, qualcosa che possiamo vedere da noi stessi. Possiamo volgerci verso la Verità, tendere verso di essa. Possiamo fare attenzione a tutto ciò che è, qui ed ora, in questo luogo ed in questo momento. Questa è la consapevolezza: essere vigilanti ed attenti. Con la consapevolezza, analizziamo il senso del ‘sé’, il senso del ‘mio’ e dell’‘io’: il mio corpo, i miei pensieri, le mie sensazioni, i miei ricordi, le mie opinioni, i miei punti di vista, la mia casa, la mia macchina, eccetera.
Quando c’è arroganza, superbia o auto svalutazione – qualunque cosa sia – esaminatela; ascoltate la voce interiore: “Io sono…” Siate consapevoli e attenti a quello spazio vuoto che precede il pensiero; poi pensate e notate lo spazio che segue il pensiero. Trattenete l’attenzione su questi spazi e osservate quanto a lungo potete rimanere attenti. Provate a vedere se sentite una specie di vibrazione sonora nella mente, il suono del silenzio, il suono primordiale. Concentratevi su di esso e riflettete: “Vi è forse qualche sensazione di un sé?”. Vedrete che quando siete veramente vuoti – quando vi è solo chiarezza, vigilanza ed attenzione – non vi è un sé, né il senso di un ‘me’, di un ‘mio’. Sono in questo stato di vuoto e contemplo il Dhamma: penso “E’ così com’è. Anche questo corpo qui è così com’è”. Posso dargli un nome oppure no, ma in questo momento è proprio solo così.
Nella vacuità, le cose sono esattamente come sono. Avere questo genere di consapevolezza, non vuol dire essere indifferenti al successo o al fallimento e non significa che non dobbiamo far niente. Anzi, possiamo dedicarci meglio alle situazioni: sappiamo ciò che possiamo fare; sappiamo ciò che si deve fare e lo possiamo fare nel modo migliore. Allora tutto diventa Dhamma, “tutto è così com’è” e anche “tutto ciò che è soggetto a nascere è anche soggetto a cessare”. Facciamo delle cose perché sono le cose giuste da fare in quel momento e in quel luogo, non per ambizione personale o per paura del giudizio degli altri.

La Quarta Nobile Verità

ha tre aspetti come le prime tre Verità. Il primo aspetto è: ‘C’è l’Ottuplice Sentiero, l’atthangika magga – la via d’uscita dalla sofferenza‘, anche chiamato ariya magga, il Nobile Sentiero. Il secondo aspetto è: ‘Bisogna sviluppare questo Sentiero’. L’intuizione finale che porta alla Liberazione è: ‘Questo Sentiero è stato completamente sviluppato’.

Gli elementi dell’Ottuplice Sentiero, raggruppati in tre sezioni, sono:
1. Saggezza (pañña)
Retta Comprensione (samma ditthi)
Retta Aspirazione (samma sankappa)
2. Moralità (sila)
Retta Parola (samma vaca)
Retta Azione (samma kammanta)
Retti Mezzi di Sostentamento (samma ajiva)
3. Concentrazione (samadhi)
Retto Sforzo (samma vayama)
Retta Consapevolezza (samma sati)
Retta Concentrazione (samma samadhi)
Questi ultimi tre ci danno un equilibrio emotivo; riguardano il cuore, il cuore che si libera dall’idea di un sé e dall’egocentrismo. Con Retto Sforzo, Retta Consapevolezza e Retta Concentrazione il cuore si purifica e la mente si pacifica. La Saggezza (pañña), o Retta Comprensione e Retta Aspirazione, viene dal cuore purificato. E questo ci riporta al punto d’inizio.

RETTA COMPRENSIONE
Il primo elemento dell’Ottuplice Sentiero è la Retta Comprensione, che sorge dall’intuizione profonda delle prime tre Nobili Verità. Questa intuizione vi dà una perfetta comprensione del Dhamma, cioè la comprensione che ‘tutto ciò che è soggetto alla nascita è anche soggetto alla morte’. E’ semplicissimo! Non vi sarà difficile capire, razionalmente almeno, che ‘tutto ciò che è soggetto a nascere è anche soggetto a morire’, ma per molti di noi ci vuole parecchio tempo per capire ciò che queste parole vogliono veramente dire, in modo profondo, non solo attraverso una comprensione intellettuale.
L’intuizione è una conoscenza globale che non viene solo dalle idee, non ha a che fare con ‘io penso di sapere’ o ‘mi sembra una cosa ragionevole e sono d’accordo’, ‘mi piace questo modo di pensare’. Questo tipo di comprensione viene dall’intelletto, mentre la conoscenza intuitiva è molto più profonda. E’ una vera conoscenza, in cui non vi è posto per il dubbio.
Questa profonda comprensione nasce dalle precedenti nove intuizioni, per cui vi è una sequenza che porta alla Retta Comprensione delle cose, così come sono, e cioè: ‘Tutto ciò che è soggetto a nascere è anche soggetto a morire ed è non-sé’. Con la Retta Comprensione avete smesso di illudervi che esista un sé connesso alla condizione mortale. C’è ancora il corpo, ci sono ancora i sentimenti e i pensieri, ma essi sono semplicemente ciò che sono – non credete più di essere il vostro corpo, i vostri sentimenti o i vostri pensieri. L’importante è tenere ben presente che ‘le cose sono ciò che sono’. Non stiamo dicendo che le cose non sono niente o che non sono ciò che sono. Sono esattamente ciò che sono e niente di più. Ma quando siamo nell’ignoranza, quando non abbiamo ancora compreso queste verità, tendiamo a credere che le cose siano più di ciò che sono. Crediamo a tutto e ci creiamo un sacco di problemi sugli oggetti della nostra esperienza.
Man mano che procediamo con la meditazione, sperimentiamo una certa tranquillità e la mente si calma. Quando guardiamo qualcosa, per esempio un fiore, con mente tranquilla, lo vediamo esattamente come è. Quando non c’è attaccamento – niente da ottenere o niente di cui liberarsi – e se ciò che vediamo, udiamo o sperimentiamo con i sensi è bello, vuol dire che è veramente bello. Non stiamo criticando, confrontando, cercando di possedere; proviamo diletto e gioia nella bellezza intorno a noi, perché non abbiamo bisogno di manovrarla o impossessarcene. E’ esattamente e solo ciò che è.
Quando guardiamo una persona del sesso opposto con cuore puro, ne apprezziamo la bellezza, senza il desiderio di venirne in contatto o di possederla. Possiamo godere della bellezza della gente, sia uomini che donne, quando non vi è un interesse egoistico o un desiderio. C’è solo onestà: le cose sono come sono.
Quando riflettiamo, contempliamo la nostra stessa condizione umana così com’è. Non la assumiamo più a livello personale né rimproveriamo gli altri perché le cose non vanno come noi vorremmo o ci piacerebbe che fossero. Sono come sono e noi siamo come siamo! Nel regno condizionato in cui siamo, neanche due cose possono essere identiche. Anzi, sono molto differenti, infinitamente variabili e cangianti, e più cerchiamo di renderle conformi alle nostre idee, più ne rimaniamo frustrati. Anche se cerchiamo di creare degli esseri e una società che si adattino all’idea che noi abbiamo di come dovrebbero andare le cose, finiremmo sempre per essere frustrati.
Questa non è una riflessione fatalista o negativa; non è l’attitudine di chi dice ‘questo è così com’è e non c’è niente da fare’. Al contrario, è un atteggiamento positivo, che accetta il fluire della vita per ciò che è. Possiamo accettare quello che capita, anche se non è ciò che avremmo desiderato, e trarre insegnamento dalla situazione.
Invece, quando sviluppiamo la Retta Comprensione, usiamo l’intelligenza per riflettere sulle cose e contemplarle. E usiamo anche la presenza mentale, sempre aperti al modo in cui ogni cosa è così com’è. Quando riflettiamo così, usiamo sia la saggezza che la consapevolezza. Cerchiamo quindi di adoperare la nostra capacità di giudizio con saggezza (vijja) invece che con ignoranza (avijja). Questo insegnamento sulle Quattro Nobili Verità è un aiuto affinché usiate la vostra intelligenza – l’abilità a contemplare, riflettere e pensare – in modo saggio, per non diventare auto-distruttivi, avidi o pieni di odio.

RETTO PENSIERO
Il secondo elemento dell’Ottuplice Sentiero è samma sankappa, alcune volte tradotto con ‘Retto Pensiero’, cioè pensare in modo retto. Innanzi tutto bisogna tener presente che aspirare non vuol dire desiderare. La parola pali tanha indica il desiderio che nasce dall’ignoranza, mentre invece sankappa è l’aspirazione che non deriva dall’ignoranza.
Noi aspiriamo a conoscere la verità. questa aspirazione si fa sentire. E perché si farebbe sentire, se non ci fosse la possibilità di soddisfarla? dentro ciascuno di noi vi è un’intelligenza intuitiva che vuole conoscere: è sempre con noi, eppure non sempre la notiamo, non sempre la capiamo. Anzi tendiamo a metterla da parte, a non crederle. Quando siete innocente, la mente è molto intuitiva. La mente di un bimbo è intuitivamente in contatto con delle forze misteriose, molto di più di quanto lo sia la mente di un adulto. Infatti crescendo siamo sempre più condizionati a pensare in un modo predefinito, ad avere idee già impostate su ciò che è reale o meno. Man mano che sviluppiamo l’ego, la società ci dice cosa è reale e cosa non lo è, ciò che è giusto e ciò che è sbagliato, e cominciamo ad interpretare il mondo attraverso queste percezioni predefinite. Quello che è affascinante nei bambini è proprio il fatto che non hanno questi stereotipi: vedono il mondo con la mente intuitiva, non ancora condizionata.
La meditazione è un modo di decondizionare la mente e ci aiuta a lasciar andare i pregiudizi e le idee preconcette che abbiamo. Generalmente volgiamo la nostra attenzione verso ciò che non è reale e scartiamo ciò che è reale. Questa è ignoranza

RETTA PAROLA, RETTA AZIONE, RETTO SOSTENTAMENTO
Sila, l’aspetto morale dell’Ottuplice Sentiero, consiste di Retta Parola, Retta Azione e Retto Sostentamento, che vuol dire prendersi la responsabilità per le parole che diciamo e stare attenti a ciò che fa il nostro corpo. Quando siamo consapevoli e attenti, parliamo in modo appropriato al luogo e al tempo in cui siamo; allo stesso modo agiamo e lavoriamo in accordo con lo spazio e il tempo in cui siamo.
Il pensiero di aiutare qualcuno è un dhamma (impulso) appropriato. Se vedete qualcuno cadere svenuto, nella mente sorge un dhamma appropriato: ‘Aiuta quella persona’ e vi precipitate a soccorrerla. Se lo fate con una mente vuota – senza il desiderio di un qualche guadagno, ma solo per compassione e perché è la cosa giusta da fare – allora è semplicemente un dhamma appropriato. Non è un kamma personale, non è vostro. Ma se lo fate per ottenere meriti, per attirare l’attenzione degli altri o perché quella persona è ricca e vi aspettate un premio per la vostra azione, allora – pur rimanendo un’azione appropriata – la rapportate al vostro ego facendone qualcosa di personale e ciò rinforza il senso di un sé. Quando facciamo buone azioni in piena consapevolezza e saggezza, invece che per ignoranza, esse sono dhamma appropriati, senza kamma personali.
Per quanto riguarda i laici, il Retto Sostentamento è qualcosa che si sviluppa quando si arriva a conoscere bene le proprie intenzioni. Potete evitare di fare del male volontariamente ad altre creature e di guadagnarvi da vivere in modo pericoloso e dannoso. Potete evitare anche di procurarvi sostentamento con mezzi che possano rendere altri dipendenti da droghe o alcool ed evitare di danneggiare il sistema ecologico della terra
La Retta Comprensione e la Retta Aspirazione hanno una grande influenza su ciò che diciamo e facciamo. Così pañña, o saggezza, ci porta a sila: Retta Parola, Retta Azione e Retto Sostentamento. Sila si riferisce alle parole e alle azioni; con sila freniamo l’istinto sessuale o l’uso violento del corpo, non lo usiamo cioè per uccidere o rubare. In tal modo pañña e sila agiscono insieme in perfetta armonia.

RETTO SFORZO, RETTA CONSAPEVOLEZZA, RETTA CONCENTRAZIONE
Retto Sforzo, Retta Consapevolezza e Retta Concentrazione riguardano i sentimenti, il cuore. Quando pensiamo ai sentimenti li indichiamo al centro del torace, dove sta il cuore. Abbiamo perciò pañña (la testa), sila (il corpo) e samadhi (il cuore). Potete usare il corpo come una mappa in cui sono segnati i simboli dell’Ottuplice Sentiero. Tutti e tre sono integrati, lavorano insieme per la realizzazione e si supportano vicendevolmente come le gambe di un tripode. Nessuno domina sull’altro, né sfrutta o respinge l’altro.
I tre lavorano insieme: la saggezza, proveniente dalla Retta Comprensione e dalla Retta Intenzione; la moralità che è Retta Parola, Retta Azione e Retto Sostentamento; e infine il Retto Sforzo, la Retta Consapevolezza e la Retta Concentrazione – la mente equilibrata ed equanime, la serenità emotiva. La serenità è l’equilibrio delle emozioni, che si sostengono a vicenda, senza oscillazioni, senza alti e bassi continui. Vi è un senso di beatitudine, vi è una perfetta armonia fra intelletto, istinti ed emozioni. Si sostengono l’un l’altro, si aiutano vicendevolmente. Non sono più in conflitto, non si buttano in situazioni estreme e, proprio per questo, cominciamo a sentire una grande pace nella mente. L’Ottuplice Sentiero comunica un senso di agio, di sicurezza – un senso di equanimità e di equilibrio emotivo. Ci sentiamo a nostro agio, invece di provare un tremendo senso di ansietà, di tensione e conflitto emotivo. Vi è chiarezza ora, vi è pace, fermezza, conoscenza. Bisogna sviluppare questa intuizione dell’Ottuplice Sentiero: questo è bhavana, ma in questo caso usiamo la parola bhavana per indicare sviluppo, progresso.

ASPETTI DELLA MEDITAZIONE
Questa riflessività della mente o equilibrio emotivo si sviluppa in seguito alla pratica della concentrazione e della meditazione di consapevolezza. Fatene l’esperienza durante un ritiro: passate un’ora facendo meditazione samatha, concentrando la mente su un unico oggetto, ad esempio la sensazione del respiro. Mantenete questa consapevolezza, e continuate a riportarla alla coscienza in modo da creare una continuità di consapevolezza nella mente.
In questo modo vi concentrate su ciò che sta capitando nel vostro stesso corpo, invece che essere proiettati fuori su oggetti dei sensi. Se non avete un rifugio interiore, continuate a proiettarvi all’esterno; venite assorbiti dai libri, dal cibo e da ogni sorta di distrazioni. Ma questo continuo movimento della mente è estenuante. La pratica quindi sarà quella di osservare il respiro e non seguire la tendenza a cercare qualcosa al di fuori di voi. Portate l’attenzione sul respiro del vostro stesso corpo e concentrate la mente su questa sensazione. Man mano che progredite, passerete da sensazioni grossolane ad altre sempre più sottili e finalmente diventerete voi stessi quella sensazione. Qualunque sia l’oggetto in cui vi assorbite, diventate quello per un certo tempo. Quando vi concentrate veramente, diventate quella condizione di tranquillità. Siete diventati tranquilli. E’ questo che chiamiamo diventare. La meditazione samatha è un processo di divenire.
Ma se indagate bene, quella tranquillità non è una tranquillità soddisfacente. C’è qualcosa che manca in essa, poiché dipende da una tecnica, da un attaccamento, da un aggrapparsi, da qualcosa che comunque inizia e finisce. Diventate qualcosa, ma solo per un tempo limitato, perché il divenire è una cosa mutevole, non è una condizione permanente. Per cui qualsiasi cosa diventiate, vi è poi la fine di quel divenire. Non è la realtà ultima. Per quanto la vostra concentrazione sia profonda, sarà sempre una condizione insoddisfacente. La meditazione samatha vi porta ad eccelse e brillanti esperienze mentali, ma anch’esse finiscono.
Se poi continuate con la meditazione vipassana per un’altra ora, praticando la pura consapevolezza, lasciando andare tutto e accettando l’incertezza, il silenzio e la cessazione delle condizioni, allora il risultato sarà non soltanto la calma, ma anche una pace profonda. E questa sarà una pace perfetta, completa. Non è la tranquillità di samatha, che ha sempre qualcosa di imperfetto e insoddisfacente anche nei momenti più intensi. Solo la realizzazione della cessazione, man mano che la sviluppate e la capite, vi porterà alla vera pace, al non-attaccamento, al Nibbana.
Quindi si può dire che samatha e vipassana siano due momenti specifici della meditazione. Il primo sviluppa stati mentali molto concentrati su oggetti così sottili che la coscienza si raffina al massimo. Ma chi è molto raffinato, chi ha una grande forza di pensiero e il gusto della vera bellezza, può sviluppare un grande attaccamento e sentire insopportabile tutto ciò che è grossolano. Coloro che hanno dedicato la propria vita soltanto alle esperienze sottili, si sentiranno spaventati e frustrati quando non riusciranno più, nella vita quotidiana, a mantenersi a un livello così alto e sottile.

LE COSE COSÌ COME SONO
Con il Retto Sforzo si ha la calma accettazione di una situazione, piuttosto che il panico derivante dall’idea che è “oltre le mie forze sistemare tutto e tutti, riparare e risolvere i problemi di ognuno”. Facciamo ciò che possiamo al meglio, ma nello stesso tempo realizziamo che non spetta a noi fare tutto e sistemare tutto.
Vi fu un periodo, al tempo in cui stavo a Wat Pah Pong con Ajahn Chah, in cui mi sembrava che molte cose andassero male al monastero. Così andai da lui e gli dissi: “Ajahn Chah, ci sono delle cose che vanno male; dovete fare qualcosa”. Mi guardò e rispose: “Oh Sumedho, stai proprio soffrendo molto. Soffri parecchio. Ma cambierà”. Dentro di me pensai: “Non gliene importa niente! Questo è il monastero a cui ha dedicato la sua vita, eppure lascia che ci sia tutto questo spreco!” Ma aveva ragione lui. Infatti dopo un po’ le cose cominciarono a cambiare. Proprio perché i monaci vivevano con pazienza e consapevolezza, cominciarono ad accorgersi di ciò che stavano facendo. Certe volte dobbiamo lasciare che qualcosa vada male prima che qualcuno se ne accorga, sperimentandolo personalmente. Solo allora impariamo ad agire bene. Capite quel che voglio dire? Alcune volte nella vita ci sono delle situazioni che vanno proprio così. Non c’è niente da fare, per cui lasciamo che le cose siano come sono; anche se peggiorano, le lasciamo peggiorare. Ma così facendo non siamo né fatalisti né negativi: è come una specie di pazienza questa volontà di sopportare, di lasciare che il cambiamento avvenga naturalmente, invece di cercare egoisticamente di intervenire e rimettere a posto tutto, spinti solo da avversione e disappunto contro il disordine.
E allora non ci arrabbieremo più, non ci offenderemo più – o almeno non sempre – per quello che capita, non ci sentiremo più a terra o distrutti per ciò che la gente fa o dice. Conosco una persona che tende ad esagerare sempre tutto. Se qualcosa va male, dice: “Sono completamente, assolutamente distrutto!”, anche se quello che è successo è solo un piccolo inconveniente. La sua mente esagera talmente che anche un piccolo dettaglio può rovinargli la giornata. In questi casi, ci si rende conto che c’è un grande squilibrio, poiché una cosa quasi insignificante non può distruggere una persona.
Un giorno mi resi conto che mi offendevo facilmente, per cui promisi a me stesso di non offendermi più. Mi offendevo con estrema facilità per piccole cose, sia che fossero intenzionali o meno. Cominciai ad osservare come facilmente mi sentissi offeso, ferito, colpito, arrabbiato o angosciato – vedevo che c’era qualcosa in me che cercava di essere gentile, ma poi un’altra parte si sentiva sempre offesa da una cosa o urtata da un’altra.
Riflettendovi, potete notare che il mondo è così: non sta lì sempre a consolarvi ed a rendervi felici, sicuri e positivi. La vita è piena di cose che possono offendere, fare del male, ferire o distruggere. Così è la vita. E’ fatta così. Se qualcuno vi parla con tono adirato, vi risentite. Ma poi la mente può andare oltre e sentirsi offesa: “Mi ha fatto proprio male sentirla parlare così; non è un tono di voce molto gentile. Mi sono sentito ferito. Io non le ho fatto niente di male.” La mente prolifera e va avanti così, non è vero? Voi siete stati distrutti, feriti, offesi!! Ma se riuscite a contemplare la situazione, vi accorgete che è solo suscettibilità.
Quando contemplate in questo modo, non state cercando di non sentire. Quando qualcuno vi parla in un tono di voce poco gentile, ve ne risentite, eccome! Non dobbiamo cercare di diventare insensibili, ma piuttosto cerchiamo di non dare un’interpretazione sbagliata, di non prendere tutto come un fatto personale. Avere un equilibrio emotivo vuol dire che, anche se la gente dice cose offensive, voi siete in grado di ascoltarle. Avete l’equilibrio e la forza emotiva per non sentirvi offesi, feriti o depressi da ciò che capita nella vita.
Se siete tra quelli che si sentono sempre offesi o feriti, dovreste allora isolarvi e nascondervi, oppure dovreste circondarvi solo di ossequiosi adulatori, gente che dice: “Oh Ajahn Sumedho, sei meraviglioso”. “Sono veramente così meraviglioso?” “Oh sì” “Lo stai dicendo così per dire, vero?” “Oh no, proprio dal profondo del cuore”. “Eppure quel tipo là non pensa affatto che io sia meraviglioso”. “Beh, è uno stupido!” “E’ proprio ciò che pensavo”. Insomma è come la favola dei vestiti nuovi dell’imperatore. Per essere al sicuro, per non sentirvi minacciati, dovreste circondarvi solo di gente che approvi sempre tutto ciò che fate o siete.

ARMONIA
Solo quando sono presenti il Retto Sforzo, la Retta Consapevolezza e la Retta Concentrazione, non si ha più paura. Non c’è più paura perché non c’è più niente di cui aver paura. Si ha il coraggio di guardare in faccia le cose e non prenderle nel modo sbagliato; si ha la saggezza di contemplare e riflettere sulla vita; si ha la fiducia e la sicurezza che dà sila, la forza del proprio impegno morale, la determinazione di far solo il bene, astenendosi dal fare il male con le azioni e le parole. Tutto ciò, insieme, forma la via dello sviluppo interiore. E’ un sentiero perfetto, perché ogni componente aiuta e sostiene l’altra: il corpo, la natura emotiva (sensibilità e sentimenti) e l’intelligenza. Tutto è in perfetta armonia, ognuno sostenendo l’altro.
Senza una tale armonia, la nostra natura istintiva può prevalere. Se non abbiamo un impegno morale, gli istinti potrebbero prendere il sopravvento. Per esempio, se seguiamo soltanto il desiderio sessuale senza dargli un supporto morale, ci troveremo in tutta una serie di situazioni che ci faranno perdere la stima di noi stessi. L’adulterio, la promiscuità, le malattie, il disordine e la confusione derivano dal fatto di non aver messo un freno alla natura istintiva, attraverso limitazioni morali.
Possiamo usare l’intelligenza per fare pettegolezzi o per mentire, vero? Ma quando c’è un fondamento morale, siamo guidati dalla saggezza e da samadhi; e questi a loro volta portano all’equilibrio emotivo ed alla forza emotiva. La saggezza però non va usata per sopprimere la sensibilità. In Occidente spesso crediamo di poter dominare le emozioni o con la logica o sopprimendo la natura emotiva in noi; troppo spesso abbiamo usato il pensiero razionale e gli ideali per dominare e sopprimere le emozioni, divenendo così insensibili alle cose, alla vita, a noi stessi.
Tuttavia, nella pratica di consapevolezza della meditazione vipassana, la mente è completamente ricettiva e aperta, in modo da avere quella globalità e quella qualità che abbraccia tutto. La mente aperta è anche riflessiva. Quando vi concentrate su un punto, la mente non è riflessiva: è assorbita nella qualità dell’oggetto. La capacità riflessiva della mente, invece, viene dalla consapevolezza, dalla completa presenza mentale. Non bisogna filtrare né selezionare, ma prendere soltanto nota che una cosa sorge e sempre poi cessa. Contemplate che se vi attaccate a qualcosa che sorge, poi questa stessa cosa cesserà, e sperimentate che, anche se è attraente mentre sorge, poi cambierà fino a cessare. Allora la sua attrattiva diminuisce e dovremo trovare qualcos’altro in cui porre il nostro interesse.
Il fatto di essere umani ci porta ad essere sempre in contatto con la terra, e dobbiamo accettare le limitazioni di questa forma umana e della vita sul pianeta. La via per uscire dalla sofferenza non consiste nell’uscire dalla nostra esperienza umana, raggiungendo sottilissimi stati di coscienza, ma abbracciando la totalità di ciò che è umano, con la consapevolezza. Il Buddha mirava alla realizzazione completa e non ad un rifugio provvisorio basato su sublimi e piacevoli stati di coscienza. E’ ciò che vuole dire il Buddha quando indica la strada verso il Nibbana.

L’OTTUPLICE SENTIERO COME INSEGNAMENTO DI RIFLESSIONE
Nell’Ottuplice Sentiero, gli otto elementi sono come otto gambe che vi sostengono. Non bisogna pensarli come una serie lineare: 1, 2, 3, 4, 5, 6, 7, 8, ma come un insieme. Non va prima sviluppata pañña e soltanto poi, sila a cui debba seguire samadhi. Eppure noi la pensiamo così, vero? “Prima se ne ha una, poi due e infine tre”. In quanto vera realizzazione, l’Ottuplice Sentiero, è un’esperienza totale, è un tutt’uno. Tutte le parti lavorano insieme per rafforzarsi e svilupparsi; non è un processo lineare. Noi lo pensiamo lineare, perché possiamo avere un solo pensiero per volta.
Tutto ciò che ho detto sull’Ottuplice Sentiero e sulle Quattro Nobili Verità è solo una riflessione. La cosa veramente importante per voi è capire ciò che sto facendo mentre rifletto, piuttosto che aggrapparvi alle cose che dico. Si tratta di interiorizzare l’Ottuplice Sentiero, usandolo come un insegnamento di riflessione, in modo da poterne capire il vero significato. Non pensate di saperlo, solo perché potete dire Samma ditthi vuol dire Retta Comprensione e Samma sankappa vuol dire Retto Pensiero. Questa è solo comprensione intellettuale e infatti un altro potrebbe dire: “No, credo che samma sankappa voglia dire…” E voi di rimando: “No, nei libri si dice Retto Pensiero. Ti sbagli…” Questo non è riflettere. Possiamo tradurre samma sankappa con Retto Pensiero o Atteggiamento o Intenzione; insomma in vari modi.
Cerchiamo invece di usare questi strumenti come base di contemplazione piuttosto che pensarli come qualcosa di rigido o qualcosa da accettare perché è la dottrina ortodossa, in cui ogni variazione dalla giusta interpretazione è eresia. Talvolta la mente è molto rigida, ma bisogna superare questo modo di pensare, sviluppando una mente agile, che osserva, investiga, considera, scopre e riflette.
Sto cercando di incoraggiarvi ad essere così aperti da considerare le cose per quello che sono, invece di aspettare che qualcuno vi dica se siete pronti o no per l’illuminazione. Infatti l’insegnamento buddhista riguarda l’illuminazione ‘qui e ora’, piuttosto che ciò che si deve fare per diventare illuminati. L’idea che dobbiate diventare illuminati può venirvi solo da una comprensione sbagliata. L’illuminazione sarebbe allora solo un’altra condizione dipendente da qualcosa: non sarebbe quindi vera illuminazione, solo la percezione dell’illuminazione. Ma io non sto parlando di percezioni, sto dicendo di mantenersi sempre attenti sul modo in cui le cose sono. Noi possiamo osservare solo il momento presente: il domani deve ancora venire, e di ieri abbiamo solo i ricordi. La pratica buddhista invece è immediata, basata sul qui e ora, guardando le cose così come sono.
Cosa dobbiamo fare, quindi? Per prima cosa, dobbiamo osservare i nostri dubbi, le nostre paure: ci attacchiamo talmente tanto alle nostre opinioni e ai nostri punti di vista, che sono proprio questi a farci dubitare di quello che stiamo facendo. Alcuni invece sviluppano un’eccessiva fiducia in sé, credendo di essere degli illuminati. Ma, sia credere di non essere che credere di essere illuminati, è solo un’illusione. L’importante è essere illuminati, non credere di esserlo. E per arrivare a ciò, bisogna aprirsi alle cose così come sono.
Cominciamo con il modo in cui le cose sono ora, mentre sono presenti in questo momento – ad esempio col respiro del nostro stesso corpo. Che ha a vedere questo con la Verità, con l’illuminazione? Osservare il mio respiro vuol dire essere illuminati? Ma più pensate, più cercate di immaginare che cosa sia l’illuminazione, più diventerete dubbiosi e insicuri. Tutto ciò che possiamo fare, sotto questa forma convenzionale, è lasciare andare l’illusione. Questa è la pratica delle Quattro Nobili Verità e lo sviluppo dell’Ottuplice Nobile Sentiero.