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Jon Kabat-Zinn at Google camp

La meditazione ha un effetto sulla mente che può essere paragonata all’effetto che il musicista ottiene quando accorda gli strumenti prima di usarli. Tutto quello che la scienza ha scoperto è frutto della mente, la quasi totalità delle idee che hanno contribuito al progresso scientifico sono interlacciate tra loro, a volte queste idee sono il frutto di una intuizione, a volte della creatività, io la chiamo consapevolezza. E’ porre attenzione, come quando sei a scuola, stai guardando fuori dalla finestra e l’insegnante ti dice “Stai attento!”. Tu lo recepisci come un obbligazione, una forzatura, una cosa che magari non vuoi fare, ma da un punto di vista della tradizione della meditazione possiamo affermare che l’intera società soffre di un deficit dell’attenzione non riconosce che tutto quello che c’è da fare è essere presenti mentalmente, e questo succede a causa delle giornate impegnative al lavoro, a casa, mentre guidi la macchina, ecc.ecc. La consapevolezza invece è sempre disponibile e senza fare fatica in ogni momento della nostra vita indipendentemente da quello che stai facendo. Il che è diverso dall’affermare “accidenti devo trovare un po’ di tempo per meditare”. Questo è come idealizzare il concetto che la consapevolezza si acquisisce solo durante la meditazione, che solo quando si medita si diventa migliori, che si può affrontare qualsiasi problema perché saremo in grado di arrivare direttamente alla soluzione senza fatica. Invece meditare vuol dire ‘non fare’, veramente! Vuol dire non fare altro che stare attenti solo al momento presente, senza dovere pensare al passato o al futuro, è come un atto di amore verso noi stessi, un atto di sanità, giusto il fermarsi e lasciare andare tutto il resto, come una palla da tennis che ricade sul campo di terra battuta. Una volta ad Harvard qualcuno che passa il tempo a studiare, a parlare con gli altri, a concentrarsi su problemi e trovare soluzioni mi ha detto: ”… ma come sei noioso, perché devo iniziare a meditare adesso? se adesso mi mettessi a meditare sarebbe come se perdessi la mente!”. Bene, io gli ho risposto che se adesso iniziasse a meditare ritroverebbe la sua mente, invece!

Ora vorrei fare un po’ di pratica meditativa e con voi lasciarmi ‘cadere in questo momento’. Non so cosa è esattamente ma so che succederà qualcosa di interessante, vivetela come un avventura in cui cercate di ritrovarvi dove adesso esattamente siete, non pensate di dovere afferrare qualche concetto e non aggrappatevi all’idea di dovere per forza portare a casa un risultato. L’ironia della cosa è che la risposta la sapete già. La risposta è “voi siete qui, ora!”. Ma attenzione: voi siete sempre qui , ma non c’è un luogo.

Voglio parlavi prima però della mente originaria. La mente originaria è quella che avete all’inizio e che poi coltivate momento per momento, fino a creare quello che siete voi ora, il vostro ‘Io’. Dall’inizio della storia dell’uomo tantissimi filosofi hanno tentato di rispondere alla domanda chi sono io? E il risultato è che fino ad adesso nessuno lo sa! Non sapete nemmeno con chi dormite di fianco alla notte, anche se è vostra moglie! Tu delle altre persone vedi solo la proiezione che la tua mente crea . Quando dici a una persona ti amo è una cosa che riguarda te. Quando poi mi racconti che un bel giorno tua moglie se ne è andata, io ti chiedo come mai e tu mi rispondi “ non lo so, ha preso e se ne è andata” io allora ti dico “Oh! Era questo il tuo primo sintomo?”. Il primo sintomo della tua mancanza di consapevolezza. Per come conduciamo la nostra vita, attraverso le nostre relazioni interpersonali, le nostre sensazioni visive, tattili ecc. ecc. comunque è difficile non avere i sintomi della mancanza di consapevolezza, infatti più o meno spesso ci capita che ci sia qualcosa dentro di noi che ci dice “Hei! Sveglia!”. E’ infatti attraverso i sensi che noi abbiamo la percezione della realtà che ci circonda e quel qualcosa che ci richiama alla attenzione è la nostra mente. E’ in aggiunta, se non il più importante, dei cinque sensi che siamo abituati a conoscere. Il buddismo infatti include anche la mente nei sensi perché tu puoi vedere e sentire ma senza la mente che elabora sarebbe come vedere senza vedere e sentire senza sentire.

Noi abbiamo solo un momento in cui vivere, il futuro è un concetto al massimo solo prevedibile ma non certo, il passato fa parte della nostra memoria ed è immodificabile, così l’unico momento in cui dobbiamo vivere è ORA! Se vi chiedo di dirmi quale è il momento più importante della vostra vita mi potete tante cose, tipo la nascita di vostro figlio, il giorno del matrimonio, il giorno della laurea, ma in realtà il momento più importante della vostra vita è questo, è questo momento qui, ora! Se vi chiedo di dirmi dove è la vostra mente adesso una risposta può rimandare al cervello ma mi dispiace, il cervello e la mente possono non essere la stessa cosa. Cosa sappiamo allora? Sappiamo che abbiamo un corpo, che stiamo parlando e che siamo qui, ora. Quello che vi chiedo di fare ora è di cercare di trattenere questo momento con consapevolezza attivando i vostri propriocettori. I propriocettori sono gli strumenti del sistema nervoso che ci permettono per esempio di sapere che le mani sono sopra la testa anche se siete ad occhi chiusi e non potete vederle, che vi fanno percepire la sensazione di essere seduti su una sedia anche se non vedete il vostro di dietro, che stiamo respirando anche se non ce ne rendiamo conto …. se respirare fosse un atto da compiere volontariamente mi sa che non saremo qui ora …. ma almeno sei piedi sotto terra!.

Così adesso vi chiedo di sentire il vostro stesso respiro e di riempirvi con esso, senza forzare in nessun modo, sedendo in posizione eretta, senza pensare al respiro ma solo sentirlo approcciando a tutto questo in maniera gentile, semplicemente lasciati cadere in questo sentire, se volete chiudete gli occhi ma non è necessario. Ed ora navigate le sensazioni che il respiro provoca quando si muove attraverso il corpo, momento per momento per momento,e se qualcosa viene alla vostra attenzione, un rumore, un pensiero non sopprimetelo ma con gentilezza tornate a porre l’attenzione sul respiro, dove si dirige, in qualsiasi parte del corpo, ma non tentate di commentarlo. Se vi capita di accorgervi di vagare col pensiero alle vostra lista di cose da fare, alle vostre preoccupazioni, al fatto che vi piace quello che state facendo adesso, non giudicatevi, non vergognatevi, non pensate di avere qualcosa che non va perché non riuscite a concentrarvi sul respiro. E’normale, questo è il modo di funzionare della nostra mente, non pensate di essere dei cattivi meditatori. La consapevolezza è come essere sprofondati 10 metri sotto il livello dell’acqua e tentare di risalire in superficie senza agitarvi troppo per non sprecare energie, allo stesso modo quando vi accorgete di vagare col pensiero potete entrare in contatto con la consapevolezza rivolgendo nuovamente e con gentilezza la attenzione al respiro. Così si entra in contato con la consapevolezza, fare l’esercizio di tornare al respiro serve ad acquisire consapevolezza; non è un esercizio sul respiro, ma sulla consapevolezza! Porre attenzione al respiro con consapevolezza è un esercizio di profonda compassione per il cuore e la mente, per me è superiore a quello che noi definiamo comunemente con ‘pensiero’. Sentite sempre il vostro respiro, qui e ora, momento per momento , questa consapevolezza è sempre con voi se volete, disponibile 24 ore su 24 e 7 giorni su sette, qualsiasi cosa stiate facendo. La pratica della meditazione sta facendo per te più di quello che fai tu per te stesso quando stai meditando.

Se trovate che la meditazione guidata o il sentire la mia voce non sia utile per la vostra meditazione, trovate voi stessi il modo che più vi sia congeniale per entrare in relazione con il momento presente, con il ‘qui ed ora’. Ogni sensazione che provate nel corpo quando respirate lasciatela essere quella che è, potete sentire respirare la vostra pelle attraverso inpori o sentire che essa semplicemente racchiuda il corpo, ma anche qualsiasi altra cosa, lasciatela essere quella che è. E’ consapevolezza. Il respiro ovviamente è parte di questa. Lasciate anche che essa includa i suoni, quello che vedete, anche i pensieri e le sensazioni ad essi collegati, osservare che vanno vengono, piacevoli, spiacevoli, neutrali, intensi, deboli. Lasciate che la vostra consapevolezza prenda tutto questo fluire di sensazioni che provate respirando senza trattenere o rigettare niente, senza giudicare questa esperienza, solo restate nella scelta di essere consapevoli, nella consapevolezza in se stessa, momento per momento così come siete seduti, respirando. Lascia che la consapevolezza entri a fare parte di come sei tu adesso, non limitarti a rinforzare il concetto del tuo ‘Io’ pensando solo a chi sei, come sei o dove vai. E ricordati che dovunque tu vada ci sei già.

Ora vi invito ad aprire i vostri occhi se li avete tenuti chiusi ma a mantenendo la stessa qualità di attenzione che avete raggiunto adesso. Potete benissimo mantenere il livello di consapevolezza anche se vi stiracchiate o se vi voltate. Possiamo formalmente chiudere la sessione di meditazione facendo suonare le campane, ma attenzione, sentite il suono non le campane! Ho detto formalmente chiudere la sessione ma fate attenzione che il vostro respiro continua, le vostre sensazioni anche, anche i vostri sensi di propriocezione, capite che la vita che vivete è la reale pratica di meditazione? La cosa bella è come si combinano la parte formale e la parte nella vita reale della pratica della meditazione: anche per poco tempo ma per tutti i giorni accordate il vostro strumento per eseguire una straordinaria sinfonia!

Provate e vedete cosa succede. Non vi capita mai di essere a un meeting e di pensare “ ma di che cosa si sta parlando qui?”. Sarebbe un ottima idea quella di proporre di accordare lo strumento prima dell’inizio di ogni meeting . L’istruzione è sedete e guardate
chi avete intorno, non c’è bisogno nemmeno di meditare, semplicemente per 5 minuti siate consapevoli di dove vi trovate. Sarà un meeting differente perché molta più gente sarà più consapevole di dove si trova, ci sarà una maggiore disponibilità al confronto costruttivo, al dialogo, non si avranno discussioni, e ognuno avrà maggiore possibilità di fare emergere una sua caratteristica che può essere la più utile in merito all’obbiettivo che si è proposto di raggiungere la riunione.

Seguono una serie di interventi del pubblico, una persona afferma che quando medita fa il commentario e Jon continua dicendo che meditare è come fare la tua mente vuota , non è fare il commentario tipo sto respirando, sto meditando ora mi sono distratto, torno al respiro ….. la consapevolezza è come scoppiare una bolla di sapone con il dito è liberatorio, puff ! Ti libera dal pensare a quello che stai facendo, ti fa essere consapevole di quello che accade in questo preciso momento, solo osserva la tua mente, non pensare. Se mediti senza consapevolezza vedi i tuoi pensieri e questo non è un problema della meditazione, ma dell’Io che pretende di essere meditato. Non mi aspetto che tu afferri subito il concetto ma visto che mentre mediti fai il commentario ti sei mai chiesto chi è che sta meditando, chi è questo Io? Puoi rispondere col tuo nome, l’età ma, le tue credenze, con la tua storia, ma fare questo è come auto-limitarti perché tu sei infinitamente più grande di colui che pensi di essere. Perciò solo osserva la tua mente, momento per momento, qui ed ora, con consapevolezza.

Per concludere vedete se riuscite a mettere un po’ di attenzione nella vostra vita, non ha niente a che fare con te, con me, con la meditazione, col buddismo ma a ha a che fare solo con il sedersi qui con gentilezza compassione, è riconoscere chi veramente sei e la bellezza che c’è in te. Così bevete nel respiro verrà il tempo che il te stesso busserà alla tua porta, che si farà vedere al tuo specchio, che ti sorriderà siedi qui, mangia, amerai di nuovo questo straniero che era te stesso. Dagli vino, pane, dagli il cuore allo straniero che ti ha amato tutta la vita e che fino ad adesso hai ignorato sostituendolo con un altro. Tira vie le fotografie, elimina la tua stessa immagine dallo specchio siedi, dai un pugno alla tuo vissuto.

Jon Kabat-Zinn – Mindfulness (meditazione di consapevolezza)

Conferenza a San Diego durante un congresso per psicologi

…Noi siamo bravissimi ad addormentarci, lo facciamo ogni notte e per la maggior parte del giorno quando siamo in modalità “pilota automatico” e non siamo consapevoli. ‘Risvegliarsi’ è una sfida che in qualche modo richiede di coltivare una dose di intimità, infatti c’è una definizione di mindfulness che la descrive proprio come il coltivare l’intimità di noi stessi, si tratta di connettersi dentro noi stessi e capire veramente chi siamo.
A proposito di connettività, noi viviamo in un era in cui la tecnologia ci permette di essere connessi 24 ore su 24, anche quando non siamo a casa o al lavoro grazie all’uso dei telefonini più moderni. Ma avete mai avuto la sensazione di non essere connessi con voi stessi? Magari dovremo pure pagare la telefonata per auto-chiamarci…ehi ci sei? È un metodo zen chiedersi: ‘ci sei? sei qui?’ È anche interessante chiedersi chi sta facendo la domanda e chi risponde, oppure cosa significa quando usiamo il pronome personale IO, ME, MIO. Sapete, esiste un livello base dove operiamo nel mondo senza prestare troppa attenzione a chi siamo. Molti di noi si tengono alla larga dal farsi queste domande perché fare un quadro della situazione per rispondere comporta un lavoro molto costoso e inoltre se iniziamo a chiederci chi siamo potrebbe diventare pericoloso in quanto non si riuscirebbe facilmente a trovare una risposta accettabile.
Mai avuto la sensazione di stare da una parte e invece dovevate essere altrove, o volevate essere qui ma dovevate andare là? Capita anche a voi di usare l’espressione: ‘ho un paio di idee riguardo a quella cosa’ e vi accorgete poi che solitamente esse sono in conflitto l’una con l’altra? Vi siete mai sentiti in conflitto con voi stessi? E iniziate a vedere dal tono dei miei commenti che non sto parlando di pazienti psicotici. Chi è psicologo e lavora nel campo? oh vedo che ci sono anche altre persone qui (oltre agli psicologi). Bene perché questa è una lezione con pari opportunità, mindfulness è una pratica equa, non importa chi sei o cosa fai, se hai un corpo e una mente questo basta! Certo, potrebbe essere difficile e quindi voglio dire subito che mindfulness opera sì una riduzione dello stress, ma diciamolo: è stressante da fare! È una cosa difficile da fare essere noi stessi quando non sappiamo bene chi siamo.
Ora se istantaneamente guardate alla vostra vita con cuore aperto e compassione vi viene in mente un momento di ‘abdicazione’? Potete sentirlo? È qualcosa di profondo in voi stessi, quando mollate tutto, nei momenti in cui vi sentite a pezzi e divisi tra questo o quello, volere questo o quello, avere paura di questo o quello ed essere travolti dal dualismo, dal dilemma. Il pericolo e la bellezza della pratica mindfulness è che ti re introduce a te stesso.
Per esempio pensiamo a Emily Dickinson che come sapete era molto ferita sentimentalmente e voleva difendersi, essere impenetrabile come una fortezza e poi ha capito e disse: ‘se io stessa sono me stessa (cioè in quel momento soffriva ma non era capace di accettare quello stato d’animo) come posso avere pace se non boicottando la mia coscienza?’ Che poi è quello che facciamo tutti molte volte neghiamo anche a noi stessi, sopprimiamo, non prestiamo attenzione a cosa realmente proviamo, io lo chiamo intrattenimento, diversivo, deviamo l’attenzione come un fiume che devia dal suo corso, lo facciamo sempre…potete verificarlo diventando consapevoli se volete. Accogliete l’invito, vedete quante volte nel giorno deviamo abdicando il me da me stesso. Potete sentire il modo in cui questo gesto è un tradimento? Come potete lasciare andare questo stato di sofferenza se non lo accettate e lo comprendete, cioè se non provate una amorevole compassione verso voi stessi e accorgervi quindi di avere la possibilità di porre fine a tutto questo? Il meccanismo di autodifesa è quasi automatico, segue il desiderio di non soffrire mai più, capita a tutti noi di metterlo in atto ma senza accorgersi che soffriamo perché lo facciamo senza esserne consapevoli.
Scappare dal dolore e dallo sconforto andando verso il piacere è una costruzione della mente, così se riusciamo ad esaminare con attenzione momento per momento il processo mentale per capire come la mente appiccica etichette piace-non piace usando la mindfulness come una specie di microscopio e senza giudicare (noi stessi o la situazione togliendo l’etichetta piace-non piace) acquisiamo sempre maggiore consapevolezza e questo è incredibilmente arricchente, ti restituisce una vita, ti libera! Ecco perché nella tradizione buddista la mindfulness è spesso detta ‘il cuore della tradizione Buddista’, ma non è Buddismo e non ha a che fare con il Buddismo più di quanto la legge di gravità abbia a che fare con gli inglesi perché Newton era inglese. Se ci sono elementi universali che hanno a che fare con l’attenzione e consapevolezza, da dove vengono questi concetti non è molto importante, importante è il valore che hanno e quel valore è ottenuto da test, test che possiamo fare su di noi.
Ed ecco un altro poema di Derek Walcott, un poeta dell’isola di Santa Lucia, africano di origine e Nobel della letteratura, professore di molte università. Questa poesia è chiamata ‘amore dopo amore’. Ascoltate attentamente tenendo presente la frase precedente della Dickinson:
‘Tempo verrà in cui, con esultanza,
saluterai te stesso arrivato alla tua porta nel tuo proprio specchio.
Amerai di nuovo lo straniero che era il tuo Io, offri vino. Offri pane.
Rendi il cuore a se stesso, allo straniero che ti ha amato per tutta la vita,
che hai ignorato per un altro e che ti sa a memoria.
Dallo scaffale tirai fuori le fotografie, le note disperate,
sbuccia via dallo specchio la tua (falsa) immagine.
Siediti.’
Penso che quanto descritto nella poesia possa accadere ad ognuno di noi e se non avete idea di che cosa io stia parlando allora fate attenzione: volete chiedermi da qualsiasi prospettiva includendo quelle scientifica come sono sicuro che possa accadere?
Tutta la strumentazione scientifica è una estensione dei sensi. Se vuoi sapere cosa successe indietro nel tempo quando accadde il Big Bang cosa fai? Costruisci giganteschi telescopi, li punti al cielo e li ascolti, ma non stiamo ascoltando con le nostre orecchie i grandi telescopi sono estensioni delle nostre orecchie, ricettori di onde che non potremmo captare e così tutti gli strumenti come spettro-fotometri, bilance, telescopi e microscopi sono tutte estensioni dei sensi. Quanti sensi abbiamo? Nei libri si dice 5, i buddisti direbbero 6: vedere, odorare, assaporare, toccare e ascoltare, poi c’è quello che chiamano sapere o mente.
Senza l’aspetto della mente che è conoscenza diretta non sapremmo cosa stiamo provando attraverso i sensi. Allora cosa intendiamo per mente? È una domanda molto interessante scientificamente e ci sono aspetti della mente che possiamo iniziare a controllare e misurare utilizzando diversi strumenti come degli scanner non invasivi, stiamo iniziando a fare studi molto interessanti sulla meditazione usando la risonanza magnetica e altre cose, non ho tempo per parlarne ora ma molti tipi di studi si stanno facendo per tentare di dare una risposta. Quello che dico è che i buddisti hanno sempre considerato la mente, quell’elemento di conoscenza concettuale di essere, come un altro senso.
Andando oltre consideriamo anche il senso della propriocezione che è un senso strabiliante che ci dice dove il corpo si trova nel tempo e nello spazio in ogni momento: io so dove è la mano (ad esempio se la metto dietro la testa) anche se non la vedo. Se qualcosa non funzionasse ai miei propriocettori non mi accorgerei di dove è il corpo e magari non riuscirei a stare in piedi qui dovrei usare altri percorsi neurali per essere sicuro che i miei muscoli siano a posto. Tutti noi sappiamo da che direzione siamo arrivati prima di trovarci qui senza quasi pensarci e sappiamo anche dove troveremo la nostra auto senza troppo pensarci, ma prendiamo tutto questo come scontato. Localmente danni agli organi che hanno come risultato la perdita della propriocezione possono ingannare la mente, e di questo se ne parla nel libro ‘l’uomo che scambiò sua moglie per un cappello’, quindi pensate che c’è un senso che non sappiamo nemmeno di avere ma che diamo per scontato e che ha a che fare con la mente.
La mindfulness ci evita di rimanere bloccati in un ‘essere indaffarati’ infinito rischiando di non inquadrare quello che veramente è importante e cioè il momento presente. È l’unico momento in cui possiamo analizzare i nostri pensieri (la mente), le nostre azioni e parole usando consapevolezza ed attenzione.
Mai avuto l’esperienza di avere qualcosa davanti di fronte ai vostri occhi che ignorate completamente fino a che non la vedete e poi dite: perché non la ho vista?!’ E del sentire?mai avuto l’esperienza di essere sicuri di avere sentito qualcosa che in realtà non è mai stato detto? Oppure qualcuno vi ha mai detto: tu non mi ascolti mai? Succede più agli uomini che alle donne di sentirsi dire cose come ‘tu non mi ascolti veramente!’; a volte te la prendi me è semplicemente la percezione delle persone che spinge a sentire solo quello che vogliamo sentire. E inventiamo quello che non sentiamo come l’esperienza di essere in una festa con molto rumore con la gente che parla e qualcuno dice il tuo nome in fondo alla stanza e chissà come tu riesci a sentirlo! Parlano di me! Se il sentore dentro te è positivo pensi: Fantastico! Oppure: ‘Oh-oh chissà cosa stanno dicendo di me’ se è negativo.
Il punto è che la pratica meditativa è veramente tornare ai nostri sensi, letteralmente possiamo veramente coltivare intimità con noi stessi con la realtà circostante e a non prendere tutto quanto per scontato.
Per spiegare meglio il concetto di attenzione e consapevolezza proviamo l’esperimento del concentrarsi sul nostro respiro. Sono pronto a scommettere che in questa stanza tutti stanno respirando ma a meno che abbiate un brutto raffreddore o stiate soffocando non prestate attenzione al vostro respiro che invece è un universo incredibilmente ricco e ognuno di noi può portare piena consapevolezza alla sensazione che il respiro provoca nell’entrare o uscire dal nostro corpo. Non c’è bisogno di molti insegnamenti: è qui ed ora e possiamo avere consapevolezza del respiro. Avete provato? Potete sentirlo? Ora il difficile è mantenere la consapevolezza del respiro perché ancora una volta la mente crea un questo e un quello, oppure dopo un po’ pensate: ‘ho capito ora mostra qualcosa di più interessante per quanto tempo devo mantenere questa cosa del sentire il mio respiro…’ Vero? Questo é un piccolo esperimento che potete provare ma se l’avete già fatto e almeno per cinque minuti vi sarete distratti dal respiro almeno 100 volte. Non è quindi così facile focalizzare la nostra mente su qualcosa, e come abbiamo visto nemmeno sul respiro che in se stesso non ha nessuna virtù a parte quella ovvia di fornire ossigeno alle cellule e mantenerci in vita. La prossima volta che il respiro diventa molto noioso con un dito premette la narice destra e con l’altro dito chiudete l’altra narice poi premete le labbra chiuse e aspettate a vedere quanto impiega il prossimo respiro per diventare molto interessante! Noi siamo abituati a prendere le cose fondamentali per scontate. Provate questo esperimento: sedete per 10 minuti cercando di seguire il vostro respiro vedendo cosa accade alla mente e provando a registrare quello che accade ogni volta che divagate coi pensieri e poi tornate al respiro. È semplice come istruzione stare attenti sul respiro, ma non bisogna arrabbiarsi se non riuscite e non dite di cose come ‘questo è impossibile ho già divagato molte volte non sarò mai un buon meditatore!’. Questo è solo un esercizio per stare concentrati sul respiro e se qualche pensiero affiora allora va bene ugualmente perché la mindfulness è consapevolezza non giudicante.
Ora vediamo un esempio per capire i processi mentali che abbiamo quando proviamo attaccamento ad un idea (o agli oggetti materiali) e dei pronomi personali che si usano per definire ciò che è mio o tuo.Quanti di voi si possono definire meditatori? Descriversi come meditatori è solo una frase, il problema di pensare di esserlo implica che tutti gli altri sono dei non meditatori. IO sono un meditatore TU non lo sei. La cosa veramente importante è capire che il problema è l’attaccamento all’idea e l’uso dei pronomi mio e tuo che si appiccicano ovunque. La MIA pratica meditativa. IO Divento più felice se medito. Il problema non sta nella meditazione in sé ma nel pronome che lo lega ad una proprietà. è come se fosse imperativo identificarci con qualcosa che pensiamo sia virtuoso e bello.
Altro esempio di causa dello stress è quello in cui potreste essere genitori e non vedere i vostri figli forse perché siete semplicemente troppo occupati e non siete mai a casa o magari quando siete a casa non siete veramente a casa perché pensate ancora al lavoro o dovete leggere delle mail del vostro capo.
Ecco, vorrei adesso farvi notare come la tecnologia oggi faccia sempre più parte delle nostre vite, siamo sempre interconnessi, non ne sto parlando male… però pensiamo alle email per esempio: quanti hanno ricevuto mail nell’ultima mezzora, e quante per ciascuno? Quanti hanno pensato di non potere vivere senza le mail? Se il computer o il telefonino si bloccano anche solo per mezz’ora impazziamo. Nessuno di voi si è trovato in questa situazione? È una malattia e poi è frustrante il fatto di dovere rispondere a tutta questa gente e il numero di contatti cresce e i messaggi sono sempre considerati importanti e solo tu puoi rispondere! Dopo un po’ non hai più tempo nemmeno per te stesso perché impieghi il tempo a rispondere! E questo non vale solo per le emails, è vero per tutto e in un certo senso noi abbiamo cose da fare fin dal momento in cui ci svegliamo al mattino.
Quanti di voi hanno una lista di cose da fare? Quanti di voi scrivono una lista di cose da fare? (in pochi alzano la mano, jon ripete la domanda e molti adesso la alzano e poi continua dicendo:) ‘incredibile, non siamo nemmeno capace di dire la verità a noi stessi, vi rendete conto? Non vi sentite intrappolati da queste liste?’
Quante volte vi siete svegliati ed era già ora si andare al lavoro? Eravate in ritardo e siete corsi in bagno, fatto colazione veloce e corsi in macchina per raggiungere in fretta il posto di lavoro. In realtà parte di questo modo di comportarci è guidato dalla paura, paura di quello che avrebbero detto i colleghi, di non riuscire a fare tutto il lavoro che c’era da fare. E dentro di voi pensate di avere la certezza di non riuscire a farcela. Ecco un altro compitino a casa da fare in bagno. La prossima volta che sei sotto la doccia sii consapevole del fatto che sei veramente sotto la doccia! Senti la sensazione dell’acqua sulla pelle, vivi il momento della doccia, non fare delle azioni solo perché vanno fatte ed in maniera automatica. Quello che è veramente importante, come abbiamo già detto è imparare a vivere momento per momento, a fare quello che devi fare ma non fare come se fosse qualcun altro a dirti di farlo. Non fare i ‘compiti’ x qualcun altro. Agisci con consapevolezza. È come quando siamo connessi con il mondo digitale, con questi nuovi telefonini, sempre a controllare i social-network, se ci siamo persi qualcosa, qualche email. Ecco, la prossima volta che siete al telefono e trovi che la tua mente voglia controllare le email o inviarle fermati un attimo a respirare, non dico di non farlo o che è male tutta questa tecnologia, la cosa importante è che quello che stai facendo lo fai con consapevolezza, dobbiamo infatti vivere con il corpo e con la mente, la mente punta al corpo e il corpo alla mente, è incredibilmente potente questo fatto. Non viviamo solo dal collo in giù. Come un burattino tirato dai fili.
Avete ma avuto un maestro che vi insegni la consapevolezza e l’attenzione? Come sarebbe se noi considerassimo la consapevolezza come qualcosa di scontato? Male! Noi dobbiamo coltivare la consapevolezza come quando ad esempio coltiviamo la attenzione sl respiro: la mente percepisce, il corpo prova sensazioni, le rimanda alla mente, questa ogni tanto divaga, noi riportiamo l’attenzione sul respiro, ecco l’esercizio del coltivare la consapevolezza. È come essere presenti ed accorgersi dell’acqua sulla pelle quando ti fai la doccia. È questo il compito, non serve un maestro e il vantaggio che comporta non deve essere interpretato solo come un rimedio magari contro lo stress, ma è un addestramento avanzato nell’arte di vivere. Se ci pensiamo un po cos’altro non sono la medicina e la scienza medica se non dei training per migliorare la vita dei pazienti? Pensiamo alla mente come qualcosa che deve essere concentrata sul qui, sul momento presente e sul corpo. Ora mi fermo e prima di rispondere alle domande devo dire che ho molto apprezzato la vostra attenzione e posso percepire che mi avete ascoltato, non solo sentito. Se qualcosa vi ha toccato in qualsiasi modo il mio consiglio sarebbe quello di coltivare e annaffiare quel seme, dovete capire che il fatto di volere coltivare non viene da me, sta venendo da dentro di voi! Infatti nessuno ha ascoltato questa conferenza per caso, ci deve essere stato un motivo per il quale ciascuno di voi è venuto qui e io non ho la faccia da seme! Qualsiasi fosse la ragione ha radici profonde dentro di voi perché non é un caso se venite a sentire della mindfulness. Onorate e nutrite quel seme con la meditazione, lo stare seduti a respirare aiuta a vivere la vostra vita con consapevolezza momento per momento e imparerete che siete meglio di quello che pensavate. Grazie ragazzi!

domanda-1) Perché è così faticoso essere in uno stato d’animo così confortevole e senza sforzo?
risposta: è perché siamo stati condizionati a vivere secondo certi schemi mentali e abitudini corporee che ci hanno rubato il corpo e concentrato nei pensieri. Questa é una storiella breve di James Joyce: …Mr Duffy viveva a pochi passi dal suo corpo…ecco la risposta!
domanda-2) Pensa sia importante x i medici fidarsi dell’istinto e c’è una connessione con la mindfulness?
risposta: Si. L’istinto. è percepire qualcosa attraverso i sensi e avere il pensiero che sorge spontaneamente che non è però proprio un pensiero nel senso stretto del termine. Usiamo l’istinto in modo diverso del pensiero. A volte capita che nonostante si conoscano tutti i fattori necessari che definiscano una determinata situazione, se non c’è la connessione (o l’istinto) si lascia perdere il discorso e si rinuncia a capire; ma poi poco dopo e tutto ad un tratto la risposta arriva in un secondo, inaspettata, quello é l’istinto! Puoi anche considerarlo come un altro senso, devi onorarlo ma fidarti é una altra cosa! Devi fare attenzione ai segnali del tuo istinto; ogni scienziato sa che deve stare attento all’influenza delle sue credenze sul risultato. La mindfulness coltiva la capacità di distinguere e non giudicare: il distinguere sente, odora, tocca, vede tutte le diverse gradazioni di bianco e nero, zero o uno, questo e quello mentre il giudizio tende a cadere nel: ecco è quello! A volte può essere che sia così (è veramente quello o questo) ma a volte il processo ti può imbrogliare e allora una voce in te dice guarda ancora guarda meglio sotto l’apparenza magari sembra così, anche questa voce è un intuizione dobbiamo fidarci ma più che altro onorarla, riconoscerla.

Meditazione Mindfulness

Riporto quanto ho trovato sul sito Sangye.it a proposito di questo tipo particolare di meditazione e sui suoi effetti benefici.
Buona lettura,
Davide

Origini storiche della mindfulness
Il termine inglese “mindfulness” è la traduzione del termine sanscrito “sati” che significa consapevolezza.
La tradizione sostiene che il Buddha dopo aver dedicato numerosi anni e sforzi inumani alla ricerca della liberazione, dopo aver rinunciato alla via ascetica, al termine di una notte di meditazione riuscì a raggiungere il nibbana, ovvero l’estinzione, più comunemente nota come “illuminazione”. Inizialmente soddisfatto del risultato raggiunto, si pose in seguito l’obiettivo di aiutare anche gli altri esseri umani a raggiungere la liberazione. Come fare? Elaborò un metodo pedagogico chiamato “la via” basato su una serie piuttosto limitata d’insegnamenti, che tuttavia presentavano caratteristiche molto peculiari.
Il sistema psico-pedagogico sviluppato dal Buddha è apparentemente semplice. Egli ritiene che l’esistente, e in particolare la mente, sia caratterizzato da una intrinseca sofferenza (dukka), in continuo mutamento (anicca) e per questo fondato su concetti illusori, come quello dell’esistenza indipendente di oggetti o dell’Io (anatta). La “buona novella” è che la liberazione degli esseri umani è possibile. La via (dharma) che il Buddha propone consiste in un cammino che si pone in mezzo ai due estremi, la vita dissoluta da una parte e il rigido ascetismo dall’altra, e didatticamente è stata definita come “ottuplice sentiero”. Si tratta di mantenere un comportamento appropriato a livello sociale, individuale e mentale (appropriata comprensione, pensiero, linguaggio, azione, mezzi di sostentamento) unitamente alla pratica della meditazione (appropriato sforzo, consapevolezza e concentrazione).
L’aspetto dell’insegnamento del Buddha che ha più colpito l’immaginario occidentale è stato la meditazione. La parola meditazione deriva dal termine latino “mederi” che significa: risanare, curare, guarire, aiutare; si tratta di un termine collegato direttamente alla parola “medicina”. In sanscrito, una lingua che probabilmente il Buddha conosceva, per riferirsi alla meditazione si utilizza la parola “bhāvanā”, che può essere tradotta come “crescita spirituale”, oppure come “coltivare il ricordo di sé”. Nel “Grande discorso sui fondamenti della presenza mentale” il Buddha ha insegnato ai suoi discepoli come meditare attraverso la pratica della contemplazione del corpo (consapevolezza del respiro e delle parti del corpo), della contemplazione delle sensazioni e della mente (osservazione profonda della mente). E’ importante sottolineare che la meditazione costituisce soltanto una parte, anche se essenziale, della Via; quest’ultima non è praticabile se i primi cinque passi (dell’ottuplice sentiero) non vengono osservati.
L’insieme degli insegnamenti forniti dal Buddha costituiscono soltanto delle indicazioni. Egli ha più volte ricordato di non confondere le indicazioni con i processi e gli obiettivi, la carta geografica con il territorio. Ha inoltre contrastato la tendenza a dogmatizzare norme e precetti, ricordando che “la via” (dharma) è come una zattera che aiuta ad attraversare il fiume, ma che non è di alcuna utilità una volta raggiunta la terra ferma. Ha altresì scoraggiato l’instaurarsi di gerarchie all’interno del cammino di liberazione. Non esistono veri e propri maestri, ma soltanto amici che possono avere una maggiore o minore esperienza. Ci sono infatti molti modi di vedere e considerare “la via”, non c’è un modo migliore dell’altro, non c’è nemmeno un modo giusto, è la via stessa che insegna ad ognuno la strada migliore. Si tramanda che il Buddha prima di morire abbia detto ai suoi discepoli: “Siate una lampada per voi stessi”.
Le tre componenti della mindfulness praticate sono: la consapevolezza del respiro (anapanasati), la consapevolezza delle varie parti del corpo (meditazione sul corpo) e l’osservazione della mente (vipassana).

La pratica
Ad ogni momento della meditazione (anapanasati, contemplazione del corpo e vipassana) vengono assegnati circa 10 minuti.
Ogni seduta di meditazione inizia con la pratica di anapanasati. Questa parola del sanscrito significa attenzione concentrata (sati) sul respiro che entra (ana) ed esce (pana). Il soggetto, in posizione seduta, con gli occhi chiusi o socchiusi, viene invitato a concentrare l’attenzione sul respiro, che non deve essere controllato ma fluire in maniera spontanea.
Per facilitare la concentrazione il soggetto viene invitato a prestare attenzione all’aria che entrando fluisce attraverso le narici, alla pausa fra inspirazione ed espirazione, all’aria che uscendo fluisce attraverso le narici e alla pausa fra espirazione e inspirazione. Questo compito apparentemente facile è in effetti molto difficile, perché la mente tende intrinsecamente a vagare. Ad un certo punto chi medita può accorgersi di essere stato trascinato in un vortice di pensieri, preoccupazioni, fantasie. Proprio nel momento in cui ci si accorge di stare sbagliando siamo entrati nel regno della consapevolezza. Nello stesso memento abbiamo imparato a riconoscere la “presenza mentale”! Allora il soggetto viene invitato a tornare gentilmente al compito di focalizzare l’attenzione sull’aria che entra ed esce dalle nostre narici. Dopo aver riconosciuto un errore (aver perso l’attenzione sul compito) è fondamentale mantenere un atteggiamento non giudicante, che significa: se non sei capace, se fai continuamente errori, se sei nervoso, se pensi ad altro, “va bene lo stesso!”. Ciò che è veramente importante è essere consapevoli dei propri errori. Lentamente l’atteggiamento non giudicante ci insegna ad abbandonarci, ad accettarci per quelli che siamo (io sono già arrivato!). Una modalità per ritornare gentilmente al compito, quando ci accorgiamo di aver perso l’attenzione sul respiro, è quello di ritornare al compito di porre attenzione al respiro accennando contemporaneamente un lieve sorriso. La presenza mentale e il lieve sorriso ci introducono progressivamente ad una dimensione di amorevolezza e compassione (metta).
La parte centrale della pratica viene dedicata all’esplorazione consapevole del corpo (meditazione sul corpo). Si può iniziare a concentrare l’attenzione sulle varie componenti del piede sinistro. Sulle sensazioni fisiche del piede, specialmente sulle sensazioni dovute al contatto del piede con il pavimento. Dal piede sinistro l’attenzione passa alla gamba sinistra, al ginocchio sinistro, alla coscia sinistra. Per ogni sezione del corpo su cui è concentrata l’attenzione, possiamo immaginarne le componenti ossee, muscolari, i vasi e i nervi. Passiamo quindi a concentrare la nostra attenzione sul piede destro, prendere coscienza delle sensazioni termiche, cutanee e di pressione del piede sui punti di contatto. Passiamo quindi alla gamba, al ginocchio e alla coscia destra. E’ inevitabile che la mente si allontani dalla consapevolezza del corpo e venga risucchiata da un pensiero, una preoccupazione, un ricordo, oppure una fantasia. Quando ci accorgiamo di aver perduto la concentrazione dell’attenzione sul corpo, gentilmente e con atteggiamento non giudicante ritorniamo al compito. Prendiamo consapevolezza del bacino, dell’addome e dei loro organi interni. Quindi ci concentriamo sul torace e sui suoi organi interni. In seguito portiamo l’attenzione al braccio sinistro e alla mano sinistra, quindi al braccio destro e alla mano destra. Poi prendiamo consapevolezza del collo e del capo e concentriamo la nostra attenzione sulle diverse strutture che li compongono. Infine dedichiamo alcuni minuti alla consapevolezza del nostro corpo tutto intero, in particolare alle sensazioni di contatto del corpo sul pavimento. Talvolta la nostra attenzione può essere catturata da una sensazione di disagio o di dolore localizzata in un segmento del corpo. Ciò che può sembrare una deviazione dal compito può diventare invece una fruttuosa opportunità. In queste occasioni è meglio interrompere l’analisi consapevole del corpo e concentrare l’attenzione sul punto di disagio e di sofferenza. Cerchiamo allora di osservare, come un testimone distaccato, tutte le componenti della sensazione dolorosa, mantenendo un atteggiamento gentile e di apertura verso l’esperienza presente, con un lieve sorriso disegnato sul volto. Lentamente impariamo a rilassarci di fronte al dolore e a sviluppare un atteggiamento più sano di accettazione della realtà.
La terza parte della pratica consiste nella meditazione vipassana. I termini del sanscrito vipassana bhavana significano “coltivare una visione profonda della mente”. Questo tipo di meditazione è la più facile e allo stesso tempo la più difficile da praticare. Consiste semplicemente nell’osservazione dei propri pensieri, delle sensazioni, delle emozioni, dei ricordi e delle fantasie che originano, si manifestano e scompaiono dalla mente (anicca). Ad un certo punto della meditazione ecco che compare una preoccupazione, che appare come un problema centrale della nostra vita, ma non facciamo in tempo ad accorgercene che la mente è già stata catturata da un altro pensiero, altrettanto fondamentale e così via. La natura della mente assomiglia infatti ad una scimmia che salta in continuazione qua e là. Osservare la propria mente vuol dire non essere persi (identificati) dentro le nostre sensazioni, i nostri pensieri, emozioni e ricordi, ma essere come dei testimoni di quanto sta accadendo all’interno della mente. Essere cioè consapevolmente dis-identificati, così come fanno i sognatori lucidi, che sono in grado di osservare consapevolmente i loro sogni senza essere trascinati dentro il vortice della trama onirica. Ovviamente, le nostre abitudini mentali ci portano ad essere catturati dal flusso senza fine dei pensieri. Guardiamo la vita attraverso lo schermo dei nostri pensieri e concetti a tal punto da scambiare questi oggetti mentali per la realtà. Quando durante la meditazione vipassana ci accorgiamo di esserci persi (identificati) dentro i nostri pensieri, ricordi o fantasie, ritorniamo gentilmente, con atteggiamento non giudicante e un lieve sorriso sul volto al compito di osservare la nostra mente. L’essenza della meditazione consiste nel rendersi conto di aver perso la consapevolezza e nella disponibilità di ricominciare ogni volta all’infinito. La meditazione vipassana ci permette lentamente di imparare l’equanimità e un sereno distacco e, nello stesso tempo, ci introduce alla vera natura della nostra mente e alla realtà.

La mindfulness nelle sue tre componenti descritte ha come denominatore comune la consapevolezza. La capacità di essere consapevoli è una componente distintiva degli esseri umani, tuttavia la consapevolezza, anche se è sempre a disposizione, tende a nascondersi a mimetizzarsi come un “animale timido”. Poiché la consapevolezza è in grado di illuminare la coscienza, di renderci più saggi, di curare le nostre ferite e di avvicinarci alla natura misteriosa della realtà, essa appartiene sia ai domini psicologici sia spirituali. Ciò che assume un valore inestimabile è l’impulso a meditare. Attraverso la meditazione è possibile educare la mente alla consapevolezza, che dalla seduta di meditazione deve essere estesa se è possibile ad ogni ambito della vita.
E’ importante sottolineare che la pratica della meditazione mindfulness, soprattutto in ambito psicologico e clinico, non implica l’adesione al Buddhismo. Ciò significa che è possibile – e praticare la mindfulness mantenendo i propri valori e le proprie credenze personali. D’altra parte la consapevolezza non è proprietà di nessuna tradizione spirituale o religiosa. Si tratta di una funzione psicologica universale che può essere sviluppata o disattesa. Infatti, la mindfulness viene studiata e praticata in ambienti religiosi differenti dal Buddismo, come ad esempio in alcune correnti mistiche dell’Islam e in numerosi centri religiosi cristiani.

Effetti psicologici della consapevolezza
Gli esseri umani in ogni istante della loro vita possono essere consapevoli o inconsapevoli, non si dà una condizione terza. La mindfulness è una delle forme più efficaci di rieducazione mentale alla consapevolezza. «La meditazione è allo stesso tempo niente (perché non c’è nulla da fare e nessun luogo dove andare) e anche il lavoro più difficile del mondo (dato che la nostra abitudine alla inconsapevolezza è sviluppatissima)». Generalmente gli esseri umani passano la maggior parte della loro vita nell’inconsapevolezza, agiscono come degli automi, con conseguenze potenzialmente gravi per sé stessi e per gli altri. L’abitudine ad utilizzare categorie e definizioni linguistiche, che noi assorbiamo dalla nostra cultura, determina un’immagine del mondo e di noi stessi che è una barriera alla conoscenza della continua variabilità del mondo e una fonte tenace di inconsapevolezza. Tanto le categorie del pensiero quanto il linguaggio tendono a considerare l’esperienza come un dato costante. Ad esempio un ruscello non è mai uguale a se stesso. Nuova acqua continua a fluire e a modificare le sponde. Invece, le categorie del pensiero e del linguaggio tendono a considerarlo immutabile. Nel flusso temporale della mente possiamo dire: «Ci vediamo domani, allo stesso ruscello dove siamo stati ieri». Dunque, le categorie della mente e il linguaggio possono abituarci a vivere in una sorta di stato ipnotico dove la realtà tende ad essere considerata costante e ad essere data per scontata.
Un dato psicologico fondamentale che favorisce l’inconsapevolezza è che essa costa meno fatica della consapevolezza. Alla base dell’inconsapevolezza vi è dunque la pigrizia. I fattori che favoriscono l’inconsapevolezza, oltre alle categorie della mente e al linguaggio, sono: la consuetudine alla ripetizione, gli atteggiamenti mentali prematuri, la focalizzazione sugli obiettivi e la forza del contesto. E’ noto che la ripetizione di un compito conduce all’inconsapevolezza; infatti, i compiti appresi in maniera ripetitiva non necessitano di attenzione sostenuta. L’utilizzazione di atteggiamenti mentali formati nell’infanzia facilitano l’inconsapevolezza perché l’individuo non esplora altre possibilità. La focalizzazione sugli obiettivi, un pilastro dell’istruzione occidentale, è un’altra maniera per facilitare l’inconsapevolezza perché l’orientamento verso il risultato riduce l’attenzione, la riflessione e la consapevolezza sul processo. Ma poiché la vita è un processo, chi vive saltando da un obiettivo all’altro può avere l’impressione di non essere vissuto veramente. Infine, i contesti influenzano in maniera automatica il nostro comportamento. Ad esempio l’esposizione visiva della prima infanzia (ambienti pieni linee e di angoli retti versus ambienti naturali con forme meno regolari) può influenzare in maniera inconsapevole la percezione visiva. Allo stesso modo i contesti mentali interiorizzati determinano atteggiamenti cognitivi che in maniera inconsapevole categorizzano la realtà e a favoriscono l’inconsapevolezza.
Per passare da una condizione d’inconsapevolezza alla consapevolezza è necessario sviluppare una forma particolare di attenzione volontaria, definita attenzione esecutiva. Soltanto attraverso lo sforzo attentivo il soggetto diventa capace di bloccare le risposte automatiche, che tendono a riportarlo nell’inconsapevolezza degli automatismi. Lentamente il bambino, ma anche i soggetti adulti, devono sviluppare, oppure imparare a utilizzare le funzioni mentali inibitorie (a fermarsi), organizzate come è noto nelle strutture cerebrali pre-frontali, che sono tipiche degli esseri umani. Ellen J. Langer (2008), una psicologa sociale nordamericana, ha descritto i benefici della mente consapevole. Mentre l’inconsapevolezza determina una rigida adesione alle vecchie categorie mentali, la consapevolezza permette la creazione di nuove categorie mentali. Se chiediamo a una persona che cosa ha mangiato la mattina la maggior parte delle persone potrebbe dire di “aver fatto colazione”, e non di aver “morso, masticato e inghiottito un pezzo di toast” (Kinsbourne 1992). In assenza di una forte motivazione, come durante un percorso di psicoterapia o in una grave crisi esistenziale, raramente ci accade di ricategorizzare il passato e di vivere consapevolmente nel momento presente (una fonte straordinaria di ricategorizzazione del mondo è la condizione in cui si diventa consapevoli della propria morte, cfr. Heidegger 1970). E’ possibile creare nuove categorie soltanto prestando attenzione alla situazione e al contesto. La maggior parte delle opinioni si fonda su categorie generali. Se disprezziamo una persona possiamo descriverla con una sola frase. Se, invece, siamo obbligati a descrivere dettagliatamente questa persona troveremo qualche qualità che apprezziamo.
Lo stato mentale consapevole favorisce l’apertura a nuove informazioni. La ricezione di nuove informazioni amplifica le capacità mentali. Queste dipendono dalle informazioni nuove elaborate per unità di tempo. Quindi in uno stato mentale inconsapevole (automatizzato) la capacità mentale è nettamente inferiore rispetto allo stato consapevole. Inoltre, la consapevolezza favorisce l’apertura a punti di vista differenti dal nostro e alla scoperta che ci possono essere tante opinioni quanti sono gli osservatori. Queste esperienze possono determinare lo sviluppo della flessibilità mentale. Inoltre, la consapevolezza può aiutarci a modificare i contesti. Anche nelle condizioni più noiose, se concentriamo la nostra attenzione, siamo in grado di trovare qualcosa di nuovo. Uno dei contesti più noiosi è per definizione il carcere, tuttavia alcune persone sono riuscite a trasformare l’inferno del carcere in un consapevole purgatorio. Nella società occidentale la noia spinge tanta gente automatizzata a muoversi di continuo (il movimento infatti favorisce l’inconsapevolezza). Come osservava Blaise Pascal (1623-1662) la maggior parte dei problemi della società derivano dall’incapacità della persone di stare tranquilli nelle proprie case. Tuttavia, per riuscire a fermarsi è necessario essere consapevoli! Infine la consapevolezza orienta verso i processi piuttosto che verso gli obiettivi. Le persone veramente interessate al loro lavoro sono molto più concentrate su quello che fanno e molto di meno sui risultati. Chi ama veramente il proprio lavoro è come se stesse giocando. Nel gioco, il processo anche se non è tutto è in realtà ciò che conta.
La meditazione basata sulla mindfulness consiste in un insieme di procedure per sviluppare la consapevolezza durante la pratica meditativa al fine di estenderla ad ogni aspetto della vita. La meditazione è dunque una sorta di allenamento in vista della partita vera e propria, che è la vita stessa. La consapevolezza sviluppata durante la mindfulness non è neutrale ma è in qualche modo sbilanciata verso la gentilezza, il lieve sorriso e un atteggiamento non giudicante. La pratica della gentilezza tende a favorire la nascita della compassione verso se stessi e verso gli altri. L’atteggiamento non giudicante riduce la tensione al controllo e facilita lo sviluppo dalla capacità di abbandonarsi alla vita, di non attaccarsi alle “cose” ma di lasciarle andare. La pratica della consapevolezza permette di sviluppare una condizione psicologica, che viene chiamata presenza mentale, nella quale il soggetto riesce a essere presente alla incredibile complessità sensoriale del qui e ora come una sorta di testimone interiore. La presenza mentale permette di osservare il continuo flusso di sensazioni, pensieri, emozioni, ricordi e fantasie che capitano nella mente, senza esserne identificati (disidentificazione). La consapevolezza ci introduce alla comprensione della natura intrinseca dalla mente, caratterizzata da insoddisfazione, impermanenza e illusione. Infine, la possibilità di essere presenti a se stessi ci introduce alla libertà attraverso la deautomatizzazione dell’azione.
Negli ultimi anni decenni la pratica della mindfulness ha destato molto interesse nell’ambito psicoterapeutico e soprattutto psicoanalitico. Già nei primi anni cinquanta Karen Horney aveva discusso il ruolo della qualità dell’attenzione nel lavoro psicoanalitico. A suo parere l’analista doveva “risvegliarsi” dalla possibile condizione di noia tipica di numerose sedute psicoanalitiche per sviluppare una attenzione autentica verso il paziente e, contemporaneamente, diventare consapevole delle proprie produzioni mentali. In altre parole, la Horney, invitava gli psicoanalisti a praticare la mindfulness durante le loro sedute psicoterapeutiche. Alla stessa stregua la meditazione vipassana, nella quale il soggetto osserva il flusso mentale dei propri ricordi, pensieri, emozioni e fantasie, senza interferire e senza immedesimarsi, assomiglia molto alla condizione di libera associazione delle idee. D’altra parte un soggetto può considerarsi guarito quando è in grado di produrre associazioni libere senza costrizioni o repressioni. Dunque alcuni degli aspetti fondamentali della psicoanalisi sono molto simili e forse ispirati alle pratiche di meditazione buddhiste. Questo passaggio di pratiche e conoscenze dal Buddhismo a Sigmund Freud può aver avuto come mediatore il grande filosofo tedesco Arthur Schopenhauer (1788-1860), le cui opere Freud aveva studiato con grande interesse. La filosofia di Schopenhauer, come è noto, è stata fortemente influenzata dal pensiero filosofico e spirituale dell’oriente ed egli fino alla morte ha tenuto presso di sé con venerazione una statua del Buddha.