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Ignoranza – etica, esterno – interno. La natura del sentiero

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L’ignoranza fa sorgere la manifestazione delle emozioni afflittive tipo il desiderio e la rabbia, e sulla base di queste emozioni commettiamo ogni sorta di azioni negative. Con l’addestramento all’etica impariamo a trattenerci dal manifestare esternamente i cattivi comportamenti. Questo tipo di disciplina ‘esterna’ ti tiene lontano dal commettere le dieci azioni negative (uccidere, rubare, condotta sessuale scorretta, mentire, duro discorso, pettegolezzi, parole usate per dividere, cupidigia, visioni errate e cattiva volontà). Bisogna addestrarsi all’etica mettendo in relazione empaticamente il dolore causato agli altri quando si commettono queste azioni negative. Comprendere come vi sentireste queando siete voi a subire le dieci azioni negative ( cosa che capita ogni giorno) vi aiuterà a capire che il dolore conseguente a quei comportamenti è del intollerabile. Il pensare e ripensare a questo vi aiuterà  naturalmente al volervi astenere dal non compiere più tali azioni negative e non sarete più nemmeno distratti dal pensare a compierli, vi terrete lontani dai desideri, dalle paure, dalla cupidigia … ecc. ecc. Si crea quindi uno stile di vita basato sull’etica che ti permette di sviluppare la meditazione concentrata, la quale aiuta appunto a sottomettere la manifestazione ‘interna’ delle emozioni negative quali rabbia e desiderio così come anche il torpore e l’eccitazione mentale. Questo tipo di mente concentrata crea il fondamento per essere abili a usare la saggezza per distruggere la vera radice del samsara: l’ignoranza stessa.

La natura del samsara e la possibilità della liberazione

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Alcuni pensano che il samsara sia un posto, ma il samsara non è un luogo. Il samsara si riferisce a una persona che ha la mente e il corpo intrappolati e sottoposti alla sofferenza causate dalle emozioni afflittive e dal karma. Dunque la liberazione dal samsara comprende l’essere liberi dalle emozioni afflittive e dal karma (negativo). Il samsara è il nostro stesso stato psicofisico degli aggregati controllati dalle emozioni afflittive e dal karma. Tutte le emozioni afflittive e il karma negativo sono causate dall’ignoranza radice che è l’attaccamento al sè (repulsione da ciò che non ci piace attrazione da ciò che ci piace – visione dualistica). La saggezza che realizza la vacuità è l’antidoto all’ignoranza dell’attaccamento al sè, e siccome questo è la radice del samsara, la stessa saggezza porta alla liberazione dalla sofferenza.

Esempio 1)
Realtà: c’è un incendio sulla montagna

Ragionamento inferenziale: un uomo vede del fumo su una montagna e arguisce che c’è un incendio.

Percezione diretta della realtà: un uomo prende l’elicottero e vede le fiamme sulla montagna.

Esempio 2)

Realtà: é possibile la liberazione dalla sofferenza

Ragionamento inferenziale: il sé è vuoto di esistenza intrinseca (o meglio è vuoto di esistenza indipendente dalle cause e condizioni che lo hanno creato, è una mera imputazione, una etichetta), quindi l’attaccamento al sé non ha ragione di esistere, e visto che é l’attaccamento che porta alla sofferenza abbiamo dimostrato inferenzialmente il succo del discorso

Ragionamento più diretto: la saggezza che distrugge l’ignoranza dell’attaccamento al sé porta alla cessazione della sofferenza. Questo tipo di saggezza che comprende la vacuità è l’antidoto al samsara.

L’Equanimità

Tratto dal libro intitolato “Dalla Brama alla Liberazione” – Escursioni nel pensiero del Buddhismo antico – Bhikkhu Anãlayo – editore Lulu

Il termine equanimità’ rinvia al significato primario di ‘guardare dall’alto’, o
‘considerare’. Allo scopo di metterne in luce i vari aspetti inizierò
1) esaminando l’equanimità in relazione all’esperienza sensoriale
2) il suo ruolo in quanto ‘dimora divina’
3) in quanto fattore di risveglio la funzione nella
coltivazione della visione profonda e negli assorbimenti meditativi.

1) L’equanimità come espressione di un atteggiamento distaccato nei riguardi dell’esperienza sensoriale.

Un monaco è degno di rispetto e di offerte nella misura in cui
non si eccita né si deprime in relazione a ciò che esperisce tramite i sei sensi, ma dimora in uno stato di equanimità, presenza mentale e chiara comprensione.
L’atteggiamento interiore di equanimità verso gli oggetti sensoriali è il risultato di un addestramento graduale. Alcuni contemporanei del Buddha sostenevano che l’attrazione verso gli oggetti dei sensi si risolvesse semplicemente evitandoli. Secondo il Buddha, invece, l’approccio corretto implica il guardare all’esperienza sensoriale, piacevole o spiacevole che sia, come qualcosa di grezzo e condizionato. A paragone di tale esperienza grezza e condizionata, l’equanimità è pacificante e sublime. Ciò indica una capacità di ‘dis-passione’ che consente di conservare l’equilibrio a prescindere dalle vicissitudini che si verificano.
Come si può arrivare a padroneggiare l’esperienza sensoriale? Ci si esercita a percepire ciò che è ‘sgradevole’, come ‘gradevole’ e ciò che è gradevole come sgradevole; successivamente, a percepire entrambi come sgradevoli e come gradevoli. Lo stadio finale dell’esercizio è raggiunto quando le etichette di ‘sgradevole’ e ‘gradevole’ cadono, e si resta in uno stato di equanimità caratterizzato da presenza mentale e chiara comprensione nei riguardi di qualunque tipo di esperienza.
Si distinguono l’equanimità di tipo mondano, propria dell’individuo ordinario ignorante nei riguardi degli oggetti degli sensi, e l’equanimità fondata
sulla rinuncia che sorge dalla consapevolezza del carattere impermanente e insoddisfacente di tali oggetti. Le varie forme di equanimità mondana dipendono dall’oggetto, le cui caratteristiche sono tali da non suscitare reazioni particolari in positivo o in negativo. Viceversa, l’equanimità fondata sulla rinuncia lo trascende, in quanto nasce da un atteggiamento interiore e non dalle caratteristiche esterne dell’oggetto.
Spesso alcuni discorsi si riferiscono all’esperienza dell’equanimità con il termine ‘facoltà dell’equanimità’, tale facoltà qualifica l’esperienza fisica o mentale come né piacevole né spiacevole.
L’equanimità è la quinta di una serie di facoltà che include il piacere fisico, il dolore fisico, la gioia mentale e il dispiacere mentale.
Le facoltà del piacere fisico e della gioia mentale corrispondono alla sensazione piacevole; la facoltà del dolore fisico e del dispiacere mentale alla sensazione spiacevole; la facoltà dell’equanimità corrisponde alla sensazione neutra o, più letteralmente, alla sensazione ‘né piacevole né spiacevole. Le altre quattro facoltà vengono progressivamente a cessare con la realizzazione dei quattro jhāna, mentre quella dell’equanimità viene a cessare solo quando si raggiunge il livello della cessazione delle percezioni e delle sensazioni.
Secondo un’esposizione alternativa, l’equanimità è menzionata fra sei ‘elementi’, i primi quattro precedenti cui si aggiungono appunto l’equanimità e l’ignoranza.

2) L’equanimità come dimora divina.

L’equanimità non è solo un stadio importante dell’educazione percettiva, ma è anche di notevole beneficio nella relazione interpersonale, dove prende la forma di una delle quattro ‘dimore divine’. Così intesa, l’equanimità come dimora divina rappresenta il culmine di un processo che presuppone la coltivazione della benevolenza, della compassione, e della gioia empatica. Ciò mostra chiaramente che l’equanimità non consiste in un apatico disinteresse, ma è uno stato mentale che perfeziona una sistematica apertura di cuore quale “complemento ai primi tre atteggiamenti di sollecitudine attiva” . In altri termini, “la gioia e l’imparzialità intensificano e ampliano la portata e la forza dell’amore e della compassione”.
Che l’equanimità sia elencata per ultima fra le dimore divine “non significa che l’equanimità debba sostituire le prime tre intenzioni sublimi in una pratica avanzata”, è assai verosimile, invece, che una pratica avanzata le comprenda tutte e quattro, e non si limiti all’equanimità.
In un discorso si racconta di come Sāriputta venisse pubblicamente contraddetto da un altro monaco in diverse occasioni. Il Buddha alla fine interviene, rimproverando gli altri monaci per non essere intervenuti prima. Perché, domanda, non avevano avuto compassione di un monaco anziano maltrattato in pubblico, limitandosi ad assistere con equanimità? Questo
passo mostra che nel buddhismo antico l’equanimità non veniva vista come la risposta appropriata in ogni circostanza. A volte è necessario intervenire attivamente, e occorre farlo motivati dalla compassione.
Lo stesso concetto ricorre in un altro discorso in cui un interlocutore del Buddha esprime l’opinione che astenersi del tutto dal criticare gli altri sia l’atteggiamento migliore, in quanto sarebbe un’espressione superiore di
equanimità. Il Buddha non è d’accordo, precisando che criticare è doveroso se le circostanze lo richiedono.
Lo stesso tema viene affrontato da un punto di vista complementare in un altro discorso, che esorta ad ammonire una persona, quand’anche fosse oneroso per sé e per l’altro, se c’è speranza di rafforzarla nel bene. L’equanimità è l’atteggiamento più opportuno da adottare solo se si ha ragione di credere che non sia possibile rafforzare l’altro nel bene.
Questi passi mostrano chiaramente che il buddhismo antico non considera l’equanimità l’unico atteggiamento appropriato verso gli altri, quanto piuttosto un atteggiamento che, malgrado i suoi molti vantaggi, può anche risultare inopportuno. A ben vedere, ci sono due tipi di equanimità: alcune
forme comportano una crescita degli stati salutari, mentre altre sue espressioni accrescono gli stati non salutari. Per questo motivo, certe forme di equanimità non vanno coltivate.
Un’altra riflessione che può aiutare a fronteggiare situazioni estreme è questa: si narra questo che il monaco PuGGa fosse disposto a tollerare aggressioni di ogni sorta, pensando che i suoi aggressori fossero gentili a
non infierire più crudelmente di quanto già facessero.
Questi passi mostrano il potenziale dell’equanimità nel vincere la tendenza all’irritazione o alla rabbia. Inoltre, l’equanimità coltivata come ‘liberazione della mente’ può anche diventare un antidoto alla passione. Il rapporto fra equanimità e libertà dalla passione è ulteriormente elaborato in un altro discorso, dove si spiega che sviluppando la percezione della assenza di bellezza, la attrazione sessuale lascerà il posto all’equanimità.
L’equanimità del Buddha, così come la sua pratica delle altre dimore divine, si basa su una completa libertà da passione, rabbia e illusione.
Da notare che nell’elenco delle dieci perfezioni necessarie, secondo la tradizione Theravāda, al raggiungimento della buddhità, l’equanimità rappresenta il culmine, come nel caso delle dimore divine. Ciò ribadisce il suo ruolo in quanto qualità che completa lo sviluppo sistematico delle qualità della propria mente. Bisogna anche combinare la pratica dell’equanimità, o delle altre dimore divine, con lo sviluppo dei fattori del risveglio.

3) L’equanimità come fattore di risveglio.

Anche nel contesto dei fattori del risveglio, come già in quello delle dimore divine, l’equanimità è menzionata per ultima. Stando all’Ānāpānasati-sutta, i fattori del risveglio si implicano a vicenda secondo un rapporto di dipendenza causale. Da ciò si evince che l’equanimità come fattore del risveglio costituisce il vertice di un processo meditativo che presuppone la coltivazione della presenza mentale, dell’investigazione dei fenomeni, dell’energia, della gioia, della tranquillità, e della concentrazione.
L’Ānāpānasati-sutta indica che il fattore di risveglio della
equanimità emerge quando si osserva con equanimità lo stato di concentrazione raggiunto in nello stadio della pratica di cui sopra. Sempre l’Ānāpānasati-sutta parla di osservare con equanimità, in riferimento alla contemplazione dei fenomeni. Il discorso menziona la contemplazione di
impermanenza, ‘dis-passione’, cessazione e lasciar andare, inspirando ed espirando, come esempi di contemplazione dei fenomeni. In ciascun caso, ciò che si richiede è osservare attentamente con equanimità, lasciando da parte desiderio e scontentezza. In tal modo, l’Ānāpānasati-sutta descrive
l’equanimità come una forma di equilibrio mentale che abbraccia tanto la tranquillità che la visione profonda.
L’equanimità come fattore di risveglio può essere diretta verso oggetti interni o esterni. Allo scopo di incentivare il suo sviluppo, occorre prestare attenzione a cose che fungono da base per il fattore di risveglio dell’equanimità. Un’ulteriore chiarimento proviene dai commentari, secondo cui occorre in
particolare coltivare la ‘dis-passione’ verso persone e cose, evitando la compagnia di persone prevenute e associandosi a quelle imparziali, nonché inclinando la mente verso lo sviluppo e il consolidamento di questo particolare fattore.
Che l’equanimità come fattore di risveglio rappresenti il culmine di un processo radicato nella presenza mentale e nell’investigazione dei fenomeni corrobora un punto chiave già menzionato in rapporto all’esperienza sensoriale, dove l’equanimità si presenta congiunta a presenza mentale e
chiara comprensione.
Altri riferimenti all’equilibrio mentale insito nell’equanimità si trovano in due similitudini che paragonano alcune qualità mentali alle parti di un carro e di un elefante rispettivamente. Qui l’equanimità è la distribuzione uniforme del carico che tiene il carro in equilibrio, o corrisponde alle due zanne parallele dell’elefante. Analogamente, la coltivazione meditativa della mente richiede di quando in quando di prestare attenzione semplicemente alla
qualità (letteralmente, al ‘segno’) dell’equanimità, il segno dell’equa-
nimità equivale all’assenza di sforzo.
L’idea di un equilibrio fra applicazione e rilassamento ricorre in un’altra immagine che illustra il bisogno di restare a guardare senza interferire con l’esempio di un falò, che richiede di volta in volta di essere alimentato, di essere spento, o di essere semplicemente osservato con equanimità. Perché lo sforzo risulti fruttuoso, occorre sapere non solo quando è il momento di applicarsi, ma anche in che caso restare semplicemente equanime. Come spiega un altro discorso, chi non sa restare a guardare con equanimità al momento opportuno non raggiunge la liberazione.
L’equanimità come esito di una maturazione della visione profonda è un aspetto centrale del progresso verso la liberazione. Una similitudine che illustra come l’equanimità emerga dalla visione profonda. La similitudine descrive un uomo che soffre amaramente vedendo la donna amata conversare e ridere con un altro. Tuttavia, lo stesso comportamento lo lascerà indifferente allorché avrà capito il motivo della sua pena e si sia infine disamorato.
Oltre a essere un corollario dello sviluppo della visione profonda, l’equanimità ha un importante ruolo da giocare in rapporto allo sviluppo della tranquillità. La presenza dell’equanimità è esplicitamente menzionata nella classica descrizione del terzo jhāna, durante il quale si è in uno stato
di felicità e al tempo stesso si resta equanimi e consapevoli. A questo livello è presente una sottile ma concreta percezione di equanimità e felicità. Ed è appunto la presenza di equanimità e felicità a rappresentare l’ultima traccia di ‘turbolenza’, il pericolo è una coscienza esaltata dall’esperienza gratificante di equanimità e felicità.
Il superamento delle ultime tracce di perturbabilità porta al conseguimento del quarto jhāna, caratterizzato, secondo la descrizione classica, dalla purezza della presenza mentale congiunta ad equanimità. La purezza
della presenza mentale, in questo profondo livello di assorbimento, si deve appunto all’equanimità. In tal modo, abbandonare progressivamente il piacere fisico, il dolore fisico, la gioia mentale e il dispiacere mentale conduce a un tipo di equanimità che è purificato e tranquillo.
In conclusione l’equanimità non si riduce a una mera indifferenza o insensibilità ma è un atteggiamento di maturità emotiva. Perciò: “Il
distacco buddhista implica una non autoreferenzialità degli
affetti, non la mera coltivazione di una neutralità edonica o
emotivamente piatta”.
L’equanimità insieme a presenza mentale e chiara comprensione sono tutte in stretto rapporto tra di loro, per cui si può affermare l’equanimità è una piena consapevolezza congiunta al discernimento, cioè ‘considera’ o ‘guarda’ con consapevolezza e saggezza, non è un’indifferenza che distoglie lo sguardo.

Saggezza in pillole

“La vita è fatta per il 10% da quello che ci succede e per il 90% da come noi reagiamo a questo”

Charles Swindoll (via tinybuddha.com)