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La vera natura della realtà in relazione al concetto del “sé”

Sono sempre più piacevolmente sorpreso di come spesso la filosofia Buddista coincida con una visione moderna sulla natura dei fenomeni. Vado a presentarvi adesso il modo in cui il Buddismo descrive come avviene l’esperienza personale della realtà attraverso i 5 aggregati e come essa sia legata al concetto del Sè (o Io):
1) Attraverso i sensi (vista, udito, olfatto, gusto, tatto, mente) si viene a contato con la realtà
2) la coscienza ci rende consapevole dell’oggetto dell’esperienza che al momento è ancora indefinito
3) la percezione (concetto, idea): da un nome all’oggetto dell’esperienza
4) la sensazione (emozione): ci da una dimensione emotiva dell’oggetto dell’esperienza (piacevole, spiacevole, neutra)
5) la volizione e i fattori mentali (dimensione morale): in base alle esperienze vissute (fattori mentali) creano la reazione all’oggetto (volizione) la quale può avere conseguenze positive, negative o neutre (creano il Karma).

Questi processi avvengono molto velocemente, durano meno di una frazione di secondo e noi a volte non ce ne accorgiamo nemmeno, ma se ci pensiamo bene è proprio così che viviamo la realtà che ci circonda. Facciamo l’esempio di stare camminando sul marciapiede, di notte in un quartiere malfamato. Una persona ci viene incontro e noi vediamo che tira fuori qualcosa di metallico da una tasca. In questo momento noi abbiamo usato il senso della vista e attraverso la coscienza siamo diventati consapevoli che qualcosa è stato tirato fuori dalla tasca, ma questo qualcosa è ancora indefinito. Solo quando entra in gioco la percezione ci accorgiamo che ha in mano un coltello, proviamo paura e scappiamo via.

E’ solo attraverso questi 5 aggregati che si vivono le esperienze personali. Ma chi è la persona che vive l’esperienza? E’ il “sé” (o “Io”) che quindi viene a esistere solo nominalmente quando stiamo vivendo una esperienza personale. Esso sparisce se non c’è interazione con la realtà. Il sé non è il semplice insieme dei 5 fattori e nemmeno si trova in uno di essi. Per esempio una automobile ha le ruote, i sedili, il volante posizionati in un certo modo ben preciso. Quando ha queste caratteristiche io la chiamo automobile e la percepisco come tale. Se io però ho lo stesso le ruote, i sedili e il volante ma per esempio metto i sedili sull’asfalto, le ruote sopra i sedili e il volante dentro le ruote, anche se i costituenti sono gli stessi di certo non percepisco questa “aggregazione di pezzi” come una automobile. Allo stesso modo il sé non è né l’aggregato fisico dei 6 sensi, né la coscienza e nemmeno la percezione, sensazione o volizione, e non è nemmeno la somma di questi.
Non esiste “Io indipendente” o un “Sè innato” al di fuori, separato dai fattori fisici e mentali dell’esperienza personale. Questo a cosa ci porta? A comprendere che il “sé” è solo un nome convenzionale per un insieme di fattori che anche presi singolarmente sono sempre in continua trasformazione, sono impermanenti, perciò lo diventa anche il concetto del “sé” o “Io”.
La visione errata di un “Io” indipendente è alla base delle afflizioni mentali quali ignoranza, egoismo ed attaccamento che sono le radici della sofferenza. Quando si vive un esperienza non dobbiamo credere che ci sia un “Io fisico” che la sta vivendo, non c’è un “Io e gli altri”, “Io e questo oggetto” (non c’è dualità) ma solo un “Io nominale” che in quel momento sta sperimentando qualcosa.
La visione corretta della realtà è vedere l’esperienza personale come un processo di funzioni impersonali piuttosto che attribuibile al sé; questo atteggiamento ci porta a sviluppare la saggezza del non sè. Ci permette di non provare attaccamento e/o avversione nei confronti dell’oggetto dell’esperienza, di non essere egoisti, di non avere paura di dovere difendere questo “Io indipendente” e le sue idee, di avere un atteggiamento di equanimità, di aiutare a superare i turbamenti emotivi di speranza e paura verso le cose del mondo; insomma ci permette di vivere la vita quotidiana liberamente, con maggiore consapevolezza e serenità.

DAVIDE

L’attaccamento al sé

La radice che è alla base delle afflizioni mentali è l’egoismo che è l’attaccamento al sé. L’attaccamento al sé è pericolosamente negativo. Ad esempio pensiamo che se si fanno delle azioni meritorie ma il fine per cui le si fanno è solo per avere un tornaconto personale, un vantaggio per se stessi, anche se le azioni potrebbero produrre un buon Karma, ad ogni modo non sarebbero la via della liberazione dalla sofferenza (in quanto si rimane contaminati dall’attaccamento al sé), non è la via che ci ha mostrato il Buddha. Quanto abbiamo appena visto è alla base della distinzione tra le scuole di buddismo Hinayana e Mahayana: i primi desiderano la liberazione solo per se stessi, mentre i secondi la desiderano per il bene di tutti gli esseri senzienti.
Un detto tibetano afferma che l’attaccamento al se è la porta che conduce alle rinascite inferiori e quindi alla Grande sofferenza.
Se non si fa una analisi di questo atteggiamento egoistico che porta la nostra mente a considerare la propria persona come la più importante tra tutte, quella che viene per prima, quella che bisogna soddisfare anche a discapito degli altri, e non riusciamo a comprendere che è proprio questo attaccamento al sé il vero nemico da sradicare, allora non ci sarà per noi la possibilità di trovare beneficio attraverso nessuna delle pratiche di realizzazione.
A questo proposito si narra la storia di una donna alla quale morirono tre figli, che per questo motivo impazzì ma che poi guarì. Una volta guarita essa partorì altri 30 figli capaci di doti eccezionali e che furono notate dal sovrano del paese in cui abitava la donna, il quale li prese in simpatia. Questo creò gelosia nel primo ministro che aveva un figlio solo; egli notava che il re aveva più in grazia questi 30 ragazzi che il suo figlio. Decise allora di escogitare un metodo per ucciderli e inventò che questi volevano usurpare il trono del sovrano, che volevano addirittura ucciderlo, facendo arrivare la falsa voce al re. Questi per tutta risposta uccise i 30 ragazzi e fece arrivare i corpi alla madre. La donna non ebbe la reazione che aveva avuto tempo prima e non se la prese a male. I suoi parenti gli chiesero come mai se prima erano morti solo tre figli ed era impazzita adesso invece non dimostrava nessun segno di rabbia. La donna rispose che prima non conosceva la vera natura dei fenomeni, la legge di causa effetto e della rinascita, ma siccome adesso la conosce non prova dolore.
La causa che fa operare il ministro é l’attaccamento al sé e al figlio, nello specifico del destino del proprio figlio. Egli ha creato un enorme karma negativo per la uccisione dei trenta ragazzi. Anche il re che non aveva preso in considerazione altri motivi per quello che gli era stato riferito, egli si era preoccupato solo della sua morte (ancora attaccamento al sé) e pertanto ha deciso di non correre rischi eliminando i ragazzi e creando per sé Karma negativo. Abbiamo visto un esempio che ci fa capire come l’attaccamento al sé sia un potente nemico che porta gli esseri alle rinascite inferiori e a provare immane sofferenza.
La cosa da fare per sradicare l’attaccamento al sé è comprendere la vera realtà dei fenomeni; è questa comprensione che permette di fare maturare le nostre virtù. È importante dare valore a tutti gli altri esseri è questo atteggiamento altruistico che ci permette di sviluppare le nostre virtù. Viene riportato l’esempio del Buddha che in una delle sue vite precedenti, essendo rinato nel regno degli inferi si trovava a dovere portare un peso enorme sulle spalle. Accanto a sé c’era un altro essere col corpo minuto che faceva fatica a portare il suo peso e il Buddha desiderò liberarlo da questo facendosene carico lui stesso che era il più forte dei due. Ecco l’altruismo del Buddha. Grazie a questa azione rivolta verso un essere che condivideva le sue stesse sofferenze il Buddha si liberò dall’esistenza negli inferi guadagnando una rinascita in un livello migliore.
È molto importante avere una mente con atteggiamento altruistico ed evitare azioni malevole verso,le altre persone. Mente altruistica significa avere cari gli altri esseri senzienti allo stesso modo di una madre che prova compassione per un figlio malato, che desidererebbe provare lei stessa quella sofferenza pur di toglierla al figlio. L’atteggiamento è pensare che fare del male agli altri è una azione estremamente negativa. Quando un essere realizzato vede un altro essere che soffre ne prova la stessa sofferenza, prova compassione per lui, desidera che l’altro non debba più soffrire sviluppando l’atteggiamento altruistico. Proprio come abbiamo visto prima il Buddha comportarsi negli inferi.
Per aiutare lo sviluppo della mente altruistica proviamo a considerare ogni essere senziente come un Essere realizzato. Se si compie una azione negativa verso uno qualsiasi degli esseri senzienti è come rivolgerla verso il Buddha stesso, così come fare una azione meritoria verso chicchessia è come farla al Buddha stesso.
Per eliminare l’attaccamento al sé e a sviluppare una atteggiamento altruistico è di sicuro beneficio la pratica della meditazione del dare e dell’avere. La base di questa meditazione è appunto un atteggiamento altruistico nei confronti di tutti gli esseri, dobbiamo pensare che la cosa che ci è più cara al mondo è il bene di tutti gli altri esseri senzienti. Durante l’inspirazione immaginiamo un fumo nero, che rappresenta il dolore di tutti gli esseri senzienti, entrare dentro di noi e che tutto questo dolore preso vada ad intaccare il nostro attaccamento al sé, a sradicare le radici delle nostre sofferenze. Durante l’espirazione immaginiamo che tutte le azioni meritorie che abbiamo compiuto in questa vita e anche in quelle passate diventino come una luce bianca che raggiunge tutti gli esseri senzienti affinché essi possano godere i frutti di queste azioni meritorie.
La meditazione del dare e dell’avere consiste quindi di nell’immaginare questo scambio prendendo il dolore di tutti gli esseri e dando a loro stessi le nostre azioni meritorie.