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I quattro sigilli della filosofia Buddhista

I 4 sigilli del Buddhismo

Di Lama Michel

Tutto quello che leggete è quello che penso di avere capito dall’ascolto dell’insegnamento, messo nero su bianco per tornare a riflettere su alcuni punti senza avere il bisogno di ri-ascoltare l’intero video.

Davide


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Per iniziare diamo tre difinizioni

Sentiero spirituale: percorso interiore di sviluppo delle nostre qualità interiori, che va oltre al contesto in cui ci troviamo e al fatto di appartenere ad un gruppo. Coltivare le buone abitudini, eliminare condizionamenti negativi, seguire quello che ci da beneficio.

Religione:  è uno strumento, è al servizio del percorso spirituale. Come in tutte le discipline (e lavori) c’è anche una tecnica di sviluppo per qualità interiori che si deve adattare alla realtà del momento, e questa è la religione. Paragonandola ad una automobile: la macchina serve per muoversi, non solo per averla.

Istituzione religiosa : organizzazione della società religiosa, l’istituzione, le regole che permettono alla religione di essere accessibile. L’istituzione è al servizio della religione.

Ricordarsi che l’istituzione è al servizio della religione e la religione è al servizio del sentiero spirituale (che quindi è il più importante) è fondamentale. Tornando all’esempio della automobile: non importa se uno prende una macchina e un altro una bicicletta l’importante è la direzione in cui si va, ci si riconosce lungo il percorso spirituale con reciproco rispetto.

Abbiamo detto che c’è un percorso ed esistono dei metodi che vanno applicati. Nel buddhismo il percorso è diviso in due punti: chi segue la filosofia di vita buddhista e chi la religione buddhista. Può esserci una persona che segue la filosofa e non la religione, viceversa o tutti e due (che è l’optimum). Oggi parliamo della filosofia.

Ognuno di noi ha una propria filosofia di vita, a volte senza la consapevolezza di averla. Avere una filosofia di vita vuol dire avere dei principi che vengono applicati al modo di vedere la realtà e di viverla, non basta dire di appartenere o appartenere di fatto ad un gruppo (per esempio buddhista) e dire che la nostra filosofia di vita è buddhista.

Ognuno di noi ha una propria visione del mondo. La visione non è un concetto, qualcosa di cognitivo, ma è qualcosa di profondo ed è influenzata dal nostro vissuto, da dove siamo cresciuti, come siamo stati cresciuti, ecc, ecc … In occidente ad esempio subiamo l’influenza della religione monoteistica, della scienza  e cioè la visone della realtà meccanicista che vede il mondo come una realtà fisica in cui l’osservatore non ha influenza e l’influenza della visione capitalista. Andando più sulla persona, in occidente quando c’è un problema cerchiamo una singola causa o  molteplici cause che possono averlo hanno creato? Allo stesso modo cerchiamo una soluzione o più soluzioni? Ad esempio se tu hai un problema di relazione con una persona c’è una singola causa o sono molteplici i fattori che sono intervenuti a determinarlo? La soluzione è unica o dobbiamo lavorare su più fronti per risolverlo? Ne concludiamo che la nostra visione del mondo è determinante a riguardo del modo in cui ci comportiamo o relazioniamo nel mondo stesso.

Nel Buddhismo i quattro sigilli detti anche i quattro sigilli della visione sono:

  1. tutti i fenomeni composti sono impermanenti,
  2. tutto ciò che è impuro è nella natura della sofferenza,
  3. tutti i fenomeni mancano di una identità propria,
  4. aldilà della sofferenza c’è la pace.

Chi segue la filosofia buddhista deve rispettare e condividere questi quattro sigilli, quindi ora cerchiamo il modo di vedere il mondo attraverso questi 4 cardini, piuttosto che di concentrarsi solo sul loro significato. Studiamo la visione del mondo, non il concetto.

1) impermanenza: tutto ciò che percepiamo con i nostri sensi è in continua trasformazione.

Come è la normalità quindi? Che tutto cambia. Come è la visione della realtà attraverso questo punto: tutto continuamente cambia, quindi non devo rimanere male quando qualcosa cambia. Ma perché le cose cambiano? Perché interagiscono tra di loro! E maggiore è l’interazione maggiore è la trasformazione. Cosa vuol dire questo allora? Vuol dire che la trasformazione è interazione dipendente e quindi non può avvenire indipendentemente da tutto il resto. E’ l’interdipendenza! Ogni esperienza vissuta è una interazione e la più forte interazione che abbiamo è quella con i nostri pensieri. La mente influisce molto sul modo di percepire il modo (effetto placebo, effetto nocibo). Di tutte le interazioni la più forte è quella con la propria mente. Se io voglio un cambiamento devo interagire in un determinato modo (parole, azioni, pensieri) affinché tutto vada nella direzione che voglio dare consapevole che il risultato che ottengo è dipendente dalla causa che creo. Quindi il primo principio dell’impermanenza non è solo che  tutto cambia e tutto quello che inizia finisce, si, ok questo è vero, ma più in profondità è vedere l’interazione tra tutto e tutti, sapere che se io faccio una azione in quella direzione questa azione avrà dei risultati e i risultati saranno coerenti con la causa. E’ la legge del Karma. Quindi accettare le trasformazioni e non vederle come una sconfitta, ricordare che ogni cosa vive all’interno di un ciclo nascita, crescita, apice, degenerazione, morte e rinascita. E ricordare che le cose interagiscono tra di loro, che il modo in cui si vive in un momento va a determinare il momento successivo. La prima visione quindi è vedere che ogni cosa in un determinato momento si trova in una delle fasi del suo ciclo di esistenza ed allo stesso momento interagisce costantemente con quello che c’è intorno; questa interazione porta i risultati, a quello che viene dopo. Se riusciamo ad avere questa visione evitiamo di soffrire, perché cosa accade quando soffriamo? Accade che quando vivo qualcosa di spiacevole non vorrei che fosse mai accaduto o vorrei allontanarmene il prima possibile e quando vivo qualcosa di piacevole vorrei che non finisse mai. Se invece io sono consapevole del concetto di impermanenza non provo queste due afflizioni che portano a sofferenza. Invece il nostro modo naturale di vedere le cose  è permanente. La cosa folle a volte è che noi sotto-sotto sappiamo che se vado in un luogo e poi ci torno dopo un po’ di tempo so che un po’ è cambiato, ma ci rimango male lo stesso! Noi viviamo in una illusione e preferiamo vivere nell’illusione che accettare la realtà. Vivi in una realtà impermanente? Allora accettalo! Cambia la visione! Impermanente non è nemmeno la paura di perdere qualcosa, perché la paura di perdere origina dal principio che una cosa debba essere permanente.

  • Visione permanente: una cosa c’è , poi quando cambia non c’è più. E’ una altra cosa.
  • Visione impermanente: una cosa c’è sempre continuità in un processo di continua trasformazione.

Le foglie su un albero spoglio in pieno inverno ci sono sempre, sono in uno stato di inizio germinazione (dopo la caduta) che però bloccata dal freddo e dalla poca disponibilità di luce. Quando poi le condizioni cambiano anche il risultato cambia e l’interazione del caldo e luce col germoglio porta alla crescita ed apice della foglia.

2) tutto ciò che è impuro è nella natura della sofferenza.

Qualunque cosa che venga inquinata da rabbia, gelosia, invidia, attaccamento, prima o poi porta a sofferenza. Possiamo fare tutto quello che si vuole esteriormente, ma fino a che avremo questi veleni mentali prima o poi soffriremo. Non esiste il mondo perfetto, cerchiamo comunque di crearlo, quindi anche se noi abbiamo il compagno perfetto, il lavoro perfetto, la casa perfetta, ecc, ecc… se noi siamo contaminati dai veleni mentali (basta anche un po’ di insoddisfazione o la paura di perdere quello che si ha) prima o poi soffriremo. Ecco perché si dice che la soluzione non è fuori (compagno, casa, lavoro) ma è dentro! Cosa fare dunque? Cambiare dentro. Certo che dobbiamo anche divertirci, uscire con gli amici, fare qualcosa che ci piace, anche di mondano, ma questo non può essere l’obbiettivo di una vita, da solo non da la felicità. Di fronte alla scelta di perseguire un obbiettivo mondano o materiale oppure un obbiettivo di crescita interiore, la maggior parte delle persone, di getto sceglierebbe il primo obbiettivo, mentre la risposta giusta se si capisce il significato del secondo sigillo sarebbe la seconda.

3) Tutti i fenomeni sono vuoti di esistenza intrinseca, sono vacui e mancano di identità propria.

Viviamo in una realtà soggettiva o oggettiva, siamo forse capaci di vivere una esperienza in modo indipendente da noi stessi oppure no? Tutto quello che io vedo è un riflesso di chi sono io, io sono incapace di percepire alcunché in modo indipendente da me stesso. Viviamo in una realtà soggettiva. E non è una realtà oggettiva che viene vissuta in modo oggettivo da ciascuno di noi, ma sono infinite realtà soggettive che creano la realtà vera.

Quanto forte è l’influenza della mia mente nel percepire una situazione piacevole, spiacevole o neutra? È fortissima, è determinante. Il modo in cui vedo la realtà va a determinare la realtà che vedo, quindi tutti i fenomeni sono privi di una realtà intrinseca. L’obbiettivo, il percorso è cambiare come noi ci relazioniamo col mondo, non cambiare direttamente il mondo. Però è anche vero che se io cambio il modo di relazionarmi alla fine cambierò anche il mondo. La realtà esterna esiste quindi, ma non in maniera indipendente dalla realtà interna di ciascuno di noi.

In ogni istante, in ogni fenomeno (anche oggetto) esistono infinite possibilità e sono tutte presenti allo stesso istante. Noi come osservatore scegliamo una possibilità ma non vuol dire che le altre non ci siano. Noi crediamo solo che la possibilità che scegliamo inconsapevolmente sia la unica realtà. Non ci rendiamo mai conto che quello che crediamo sia la realtà è frutto della interazione con noi stessi (una campana tibetana può essere allo stesso tempo una ciotola per cani, un oggetto di meditazione, un piatto dove mangiare, un cappello).

Quando viviamo una esperienza piacevole la colleghiamo a qualcosa oppure no? La colleghiamo. Quando viviamo una esperienza spiacevole la colleghiamo a qualcosa/qualcuno o viene da sola oppure no? La colleghiamo. Quell’oggetto di piacere o sofferenza lo viviamo come oggetto di piacere/sofferenza indipendente da noi o siamo consapevoli che è il risultato della interazione con la nostra mente?

Naturalmente se io provo piacere è perché quell’oggetto esiste, e lo stesso vale per una situazione spiacevole. La nostra reazione allora sarà quella di allontanare l’oggetto se è spiacevole o non separarcene mai se è piacevole e questo avviene perché io attribuisco all’oggetto una connotazione di esistenza indipendente. Devo riuscire a capire che devo cambiare la maniera con cui io mi relazione con l’oggetto, non devo cambiare l’oggetto stesso.

Perciò la radice della sofferenza è l’ignoranza di vedere la realtà soggettiva come se fosse oggettiva.

4) E’ possibile essere felici. Eliminando le cause della sofferenza c’è la pace. L’illuminazione è un processo graduale. E’ possibile diminuire la rabbia, amare una persona in più, essere più generosi, paziente, meno gelosi, meno paurosi, più compassionevole, non è facile ma è possibile. Se è possibile diminuire quale è il limite? Che sparisca del tutto. Se amo una persona in più quale è il limite? Quando amo tutti incondizionatamente. Se è possibile tutto questo è possibile raggiungere l’illuminazione. Ed è possibile perché la nostra mente è malleabile, può cambiare. E’ già tanto morire come una persona migliore di quella che è nata. Dobbiamo avere fiducia in noi stessi, della nostra capacità di cambiare la mente. Credere nel nostro potenziale è profondamente importante e la fiducia si acquista notando dei piccoli cambiamenti, delle trasformazioni, che sappiamo avvenire per mezzo di interazioni costanti e graduali. Ricordiamo il primo sigillo: interazione = trasformazione. Noi funzioniamo e viviamo sulla base di abitudini, quindi si tratta di creare abitudini positive e diminuire quelle negative.

Riassumendo la visione della filosofia buddhista è:

  • Relazionarsi col mondo con la consapevolezza della impermanenza
  • La consapevolezza che è la realtà interiore quella che definisce il modo in cui viviamo la realtà esterna
  • La consapevolezza dell’interdipendenza che esiste tra la realtà interna ed esterna
  • La consapevolezza che noi abbiamo il potenziale per riuscire vivere in uno stato di pace (attraverso la coltivazione delle nostre qualità).

Non dobbiamo aspettare qualcosa che viene da fuori, dobbiamo coltivare le nostre qualità interne, vincendo le resistenze delle nostre abitudini, l’attaccamento alle sofferenze, permettere a se stessi di essere felici, imparare a mollare certe cose, a mollare il colpo.

A volte noi sappiamo che una cosa ci fa male, che ci porterà uno stato di sofferenza, ma alla fine dopo avere resistito per un pò la facciamo lo stesso. Ecco il senso della frase “permettiamo a noi stessi di essere felici”. Non bisogna resistere perchè resistendo dò una maggiore forza all’oggetto di desiderio ma accettare che ci sia un desiderio, una certa forma di attaccamento e lasciarla andare. Ecco il senso del “mollare il colpo”. Se si inizia a mollare una prima volta, una seconda, poi il resto viene da se, è più sciolto, più naturale perchè diventa una nuova abitudine. Ecco l’interazione che porta alla trasformazione ed il senso del “coltivare le abitudini positive”.

 

 

 

 

 

 

 

 

Sorgere dipendente (aspetto filosofico), non violenza (aspetto pratico) e I Quattro Sigilli del Buddismo

link:Fonte originale: CentroNirvana Corso tenuto dal Ven. Khenrab
Rinpoche Il 27 – 28 febbraio 2010 al Centro Ghe Pel Ling Traduttore: Norbu Lamsang pubblicata da Eli Parisio

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Questo è il primo incontro del 2010 e, per motivi di buon auspicio, il tema sarà l’introduzione al Buddhismo. Parlerò di due aspetti del Buddismo: aspetto filosofico e pratico e i quattro pilastri del Buddhismo.
Sappiamo che nel mondo esistono differenti insegnamenti spirituali e religiosi, che dipendono dalle diverse aspirazioni della gente.
Non tutti hanno le stesse visioni e opinioni, c’è chi riceve benefici dal Cristianesimo, chi dall’Induismo, chi dall’Islam e chi dal sentiero interiore buddhista. Ognuno riesce a calmare la propria mente seguendo diverse religioni.
Certo, lo scopo finale, essenziale, da parte di tutte le religioni è quello di realizzare la pace mentale, ma ogni religione propone un suo metodo; le tecniche possono essere diverse, ma lo scopo da realizzare è unico ed è la pace della mente.
Non solo nel mondo esistono differenti sentieri spirituali, ma nel Buddismo stesso esistono diverse scuole filosofiche e tradizioni differenti. Tutte fanno riferimento a Buddha Sakyamuni. Abbiamo le scuole Vaibashika, Sautantrika, Cittamatra e Madyamika.
Le ragioni per cui ci sono diverse scuole dipende dalle predisposizioni e dalle capacità differenti dei praticanti; ognuno troverà quella più adattaper lui.
Così, benché nel mondo esistano diverse scuole filosofiche e diverse scuole e così all’interno del Buddhismo, sappiamo che lo scopo finale, per tutte, è realizzare la pace nella mente. Queste diverse scuole devono esistere perché non tutti i praticanti
sono uguali e ognuno deve avere la possibilità di scegliere il sentiero più adatto per lui. Benché si sia avuto un grande sviluppo materiale, che favorisce il benessere fisico, gli esseri non sono soddisfatti e sono alla ricerca di una felicità interiore, mentale.

Il problema è la sofferenza, che è di due livelli: esteriore, fisico; interiore, mentale.
Molti problemi fisici (malattie ecc..) possono essere risolti da uno sviluppo esteriore, ma molti problemi mentali purtroppo non vengono eliminati da questo sviluppo. Da qui la necessità di ricercare un metodo interiore per eliminare la sofferenza della mente.
Ad esempio, quando ci ammaliamo andiamo in ospedale, facciamo le analisi, ci viene data una cura e noi la seguiamo. Questo richiede tempo, sforzo e impegno.
Per quanto riguarda le difficoltà mentali, non abbiamo cure esteriori; per potere curare le malattie mentali bisogna conoscere un metodo interiore, di tipo mentale, perché il problema è la diretta conseguenza di un modo di pensare e, quindi, la soluzione deve venire dalla mente stessa, attraverso un cambiamento del modo di pensare.
La cura non è semplice, è ancora più difficile che curare i problemi fisici. Prima bisogna imparare, poi praticare e ci vorrà tempo per avere un cambiamento. Se lo sviluppo materiale non viene accompagnato da una preparazione mentale, fatta tramite l’insegnamento, mancando lo sviluppo virtuoso mentale, lo sviluppo materiale diventerà solo causa di ulteriore Insoddisfazione, dovuta all’incremento dell’attaccamento e del desiderio. C’è quindi la necessità di essere supportati da uno sviluppo mentale.
Il problema principale nella nostra vita è sempre la sofferenza e, quindi, bisogna conoscere la sofferenza e la sua origine. Per parlare dell’origine bisogna parlare della coscienza, argomento fondamentale nel Buddhismo.
Ci sono le coscienza sensoriali e la coscienza mentale che funzionano in stretta collaborazione. Ad esempio, la coscienza visiva percepisce una forma e causa una reazione nella coscienza mentale (che ne viene quindi condizionata). La reazione potrà essere di due tipi: se quella forma percepita è bella, può sorgere una sensazione piacevole, ma mista di desiderio, di attaccamento. Se la mente, Invece, percepisce la forma come brutta, questo produce una sensazione sgradevole, di sofferenza.
Tutti gli esseri senzienti vogliono essere felici e liberi dalla sofferenza, tutti gli esseri sono alla ricerca della felicità.
Ma ci sono diversi modi di farlo. Sarà molto difficile pensare di potere raggiungere la felicità solo con i mezzi materiali.
Tra le religioni, che propongono un metodo per aiutare gli esseri a raggiungere la felicità senza mezzi materiali, c’è il Buddhismo. L’insegnamento di Buddha viene definito interiorista e tutti gli altri, esterioristi.
Il concetto interiorista significa che è un metodo interiore, mentale, per raggiungere la felicità. Chi propone un metodo materiale viene definito esteriorista. Come potremo discriminare correttamente se una persona è buddhista o no? È buddhista se pratica il rifugio nel Buddha, nel Dharma e nel Sangha. Ma di questo e del concetto del karma parleremo nei prossimi incontri.
Due sono i concetti fondamentali da comprendere: l’aspetto filosofico e l’aspetto pratico (comportamento e azione  concreta).
La profondità dell’insegnamento, ciò che rende straordinario l’insegnamento di Sakyamuni Buddha, è la spiegazione dall’aspetto filosofico del sorgere interdipendente. L’altro aspetto è relativo al comportamento pratico: la non violenza che dipende dalla motivazione e la motivazione è la grande compassione. Se sorge la grande compassione, conseguentemente anche le azioni del corpo e della mente sono non violente. Ci sono due tipi di compassione: la compassione in generale e la grande compassione.
La compassione in generale viene insegnata da tutte le religioni, la grande compassione è più particolare. Nel Buddhismo viene insegnata la grande compassione perché la realtà della nostra esistenza avviene sulla base del sorgere interdipendente e la non violenza ha, come ragione di base, la visione del sorgere interdipendente. La realtà stessa diventa la ragione del perché il nostro comportamento sia non violento. Significa che tra sé e gli altri c’è una relazione.
Questo tipo di interdipendenza fa riferimento alla causa-effetto. E questo è intrinseco nella nostra realtà: la mia azione produce effetto sugli altri, le azioni degli altri producono effetto su di me e per questo diventa importante assumere un
comportamento non violento.
Se guardiamo alle religioni, dal passato più remoto ad oggi, possiamo distinguere essenzialmente due tipologie: religioni prive di una interpretazione, visione filosofica, e religioni con una propria spiegazione filosofica. All’interno delle religioni che hanno una spiegazione filosofica si possono riconoscere due ulteriori tipologie: chi contempla la presenza di un creatore (che è un fenomeno permanente) e chi non la contempla.
Chi nega un creatore, a sua volta si distingue tra chi crede che esista un sé (un io) come permanente, singolo e chi nega la sua esistenza come permanente e singolo. Nel Buddhismo ci sono queste due visioni.
Nel Buddhismo esiste una visione che non sostiene l’esistenza di un creatore, né di un sé permanente, autosufficiente, singolo. La ragione per cui sostiene la non esistenza di entrambi sta nella realtà del sorgere interdipendente.
Nel mondo reale c’è l’interdipendenza relativa al rapporto causa-effetto, come c’è anche l’interdipendenza relativa al rapporto del dipendere dalle parti (dai componenti, dagli elementi). Questa interdipendenza è superiore a quella della causa-effetto.
L’interdipendenza della causa-effetto elimina l’esistenza di un sé permanente. L’interdipendenza del dipendere dalle parti elimina la possibilità che un sé esista come singolo e autosufficiente.
Il Buddhismo non accetta l’esistenza di un creatore perché questo andrebbe contro il principio del sorgere interdipendente della relazione causa-effetto.
Se il Buddhismo accettasse l’esistenza di un creatore dovrebbe accettare Buddha come creatore, e come conseguenza, iMbuddhisti dovrebbero sostenere che Buddha può decidere tutto, chi creare, chi non creare, come deve vivere una persona ecc..
Questo non è possibile perché va contro un principio reale evidente: la realtà del sorgere interdipendente.
Gli esseri sono interessati al non soffrire, di conseguenza, occorre trovare il rimedio alla sofferenza. Buddha non decide chi deve soffrire e chi no, ma nella sua vita ha individuato che la causa della sofferenza sta nella mente La sofferenza principale sta nella mente dell’individuo stesso ed è riconducibile all’ignoranza. A causa dell’ignoranza si produce il karma e afflizioni mentali più karma portano a sperimentare la sofferenza.
Visto che la causa principale è l’ignoranza dell’essere senziente, è l’essere stesso che deve rimuovere, purificare la propria Ignoranza. Ma come può farlo? Deve praticare, ma per praticare bisogna prima conoscere e per conoscere bisogna ascoltare gli insegnamenti. Buddha ha mostrato il sentiero, questo è quello che Buddha può fare, non può decidere chi deve soffrire e chi deve essere felice. La soluzione per la nostra sofferenza sta a noi e sta nel purificare l’ignoranza.
Nagarjuna ha composto una lode a Buddha: “Tu stesso, spinto dalla forza della compassione, ti sei liberato completamente dalla tua ignoranza per cui hai mostrato il sentiero profondo affinché anche gli altri possano riuscire a liberarsi dalla propria ignoranza”.
Questo è il modo di praticare da chi ha a predisposizione a seguire il sentiero buddista, ma non tutti sono così, non tutti sono uguali e, quindi, non possiamo pretendere che tutti seguano questo sentiero. Molti hanno la predisposizione al sostenere la presenza di un creatore, come i cristiani, e per loro quello è il sentiero adatto perché, seguendo quel tipo di insegnamento, traggono beneficio.
Quel tipo di praticante praticherà in accordo con quanto gli è stato insegnato, deve avere una fede molto forte e più forte sarà la fede verso Dio, più seguirà i suoi insegnamenti. La sua predisposizione mentale è che esista un essere onnipotente che, se pregato con fede, esaudisce i suoi desideri. A questi viene insegnato ad avere fede in Dio, se ha fede in Dio deve fare quello che Lui dice di fare: amare gli altri, rispettarli, essere compassionevole. Più forte sarà la sua fede più amerà gli altri e più aumeterà la sua compassione. Questo avrà effetti positivi su di lui, anche se lui penserà che questi effetti siano stati opera di Dio (gli siano stati regalati da Dio).
Ma va bene così, il risultato l’ottiene. Così è il metodo. Ci sono persone che credono nell’esistenza di Dio ed è inutile dire loro che Dio non esiste, anche se si riuscisse a convincerli, avendo perso il proprio sentiero e non essendo interessati ad altri sentieri, sarebbero disorientati. In molti casi è dannoso indicare altri sentieri alle persone che hanno un’altra predisposizione, un’altra impronta.
La realtà però non è così statica: gli esseri cambiano e molti cristiani, che inizialmente accettavano l’esistenza di un Dio creatore, nel tempo sviluppano una intelligenza discriminativa, iniziano a porsi delle domande, a riflettere, non sono più soddisfatti di quel tipo di insegnamento, vanno alla ricerca e piano, piano arrivano a scoprire il sentiero interiore. Dunque, ognuno segue l’insegnamento che gli sembra più giusto; ciò non significa che gli altri vadano eliminati. Per te è utile quell’insegnamento, per un altro è utile un altro insegnamento per cui non dobbiamo dare giudizi negativi verso gli altri insegnamenti, ma dobbiamo rispettarli in quanto utili per altri esseri.
Se Buddha fosse qui li rispetterebbe, perché sono utili ad altri. Noi siamo interessati al Buddhismo, altri ad altri insegnamenti; vivendo in uno stesso mondo per forza dovremo mantenere un atteggiamento di rispetto e tolleranza verso altre religioni. Per potere convivere insieme non possiamo pretendere che tutti pratichino il Buddhismo; realisticamente non è possibile.
Costringere tutti a praticare il Buddhismo non sarebbe corretto.
Il Buddhismo si interessa di come eliminare la sofferenza e scopre che la causa principale è l’ignoranza. L’ignoranza è di due tipi: il non conoscere e l’ignoranza della visione errata. Il primo tipo di ignoranza è molto diffuso, sia tra gli umani che gli animali.
Molti esseri soffrono semplicemente per il fatto di non conoscere; la soluzione è il conoscere, tutto viene risolto dalla  conoscenza.
Il problema più grave non è questo tipo di ignoranza, ma il secondo tipo: l’ignoranza della visione errata. È una conoscenza errata, creata personalmente essenzialmente sulla base di pregiudizi e altri fattori. Noi presumiamo una realtà che non coincide perfettamente con il suo stato vero. Da questa visione errata della realtà deriva un prodotto sbagliato. Tutti siamo continuamente alla ricerca della felicità, ma non la raggiungiamo e continuiamo a incontrare sofferenze e difficoltà, la causa principale di questo sta proprio nella visione errata della realtà. Ognuno pensa di fare una cosa.

La ruota del Dharma indica che avendo ottenuto queste due qualità non comuni di un Buddha, siamo in grado di condurre tutti gli esseri viventi alla permanente liberazione dalla sofferenza, principalmente attraverso il girare la ruota del Dharma, che è il donare gli insegnamenti del Dharma. Questa è la nostra mèta finale.
Ognuno crede di fare la cosa giusta, ma giudichiamo come giusto ciò che, invece, è errato perché non coincide con la realtà; il modo con cui operiamo riteniamo ci porti alla felicità, invece, ci procura sofferenza. Proiettiamo come virtuose cose non virtuose, agiamo sulla base di questo nostro proiettare e nella realtà, essendo cose non virtuose, non realizziamo la felicità ricercata attraverso quel modo di agire, quello che realizziamo è la sofferenza.
Dobbiamo correggere questa visione errata e per farlo dovremo meditare sempre sul sorgere interdipendente. Abbiamo detto che ci sono diversi livelli del sorgere interdipendente. Il primo livello dell’interdipendenza è relativo al rapporto causa-effetto, il che significa che una causa virtuosa dà come risultato un risultato virtuoso, un causa non virtuosa dà un risultato non virtuoso. E non dobbiamo considerare solo il rapporto causa-effetto ma anche la natura, se è virtuosa o meno. Sempre sullabase della visione errata sorge la visione distorta: visione di sopravalutazione e sottovalutazione, denigrazione. Entrambe hanno una radice comune.
Il primo tipo incrementa due afflizioni mentali: odio e attaccamento.
Incontriamo un oggetto: la nostra mente percepisce questa forma e le attribuisce ulteriori qualità (sopravalutazione o esagerazione) o difetti (denigrazione o deprecazione) che l’oggetto non possiede. Così si produce attaccamento o odio. Se l’oggetto viene considerato bello (sopravvalutandolo esageratamente), sorge il desiderio, se l’oggetto viene considerato brutto (sottovalutandolo esageratamente), sorge l’odio.
Ma ci sono anche altri tipi di visioni distorte: se qualcuno parla bene di noi, ci sentiamo gratificati e consideriamo quella persona un amico, se parlano male di noi, siamo dispiaciuti e la consideriamo un nemico; entrambe sono visioni distorte. I tre problemi principali, semplificando, sono: ignoranza, attaccamento, odio.
Visioni distorte sono quindi la sopravalutazione, esagerazione, la sottovalutazione, denigrazione e il giudicare alcuni come amici, altri come nemici, altri come indifferenti. Tutte hanno una radice comune: la visione transitoria.
Realmente una persona è convinta che il proprio sé esista come sostanza (come fosse materia) e che sia autosufficiente (che non dipende da niente). Questa è un’altra visione distorta definita come visione transitoria. Aggrapparsi al sé come se esistesse in modo autonomo e autosufficiente: sulla base di questa convinzione, se il mio sé viene lodato da qualcuno, considero questo qualcuno un amico, se ne parla male lo considero mio nemico. Se parla bene del mio io è mio amico, se ne parla male è mio nemico.
Quotidianamente incontriamo innumerevoli esperienze durante le quali nessuno riflette su come considera il proprio io.
Nel momento dell’esperienza continuiamo a mantenere quella visione transitoria che considera l’io come sostanza autosufficiente che non dipende né dal corpo, né dalle parti, che sono alla base dell’esistenza dell’io.
Se ci tagliamo un braccio o una mano diciamo: “io mi sono ferito”, ma è il braccio o la mano che è stata ferita. Nel dire questo non riflettiamo, non abbiamo dubbi quando diciamo: “io sono stato ferito”.
Un altre esempio: stiamo precipitando da un grattacielo, in quel preciso momento nessuno ha la minima consapevolezza del fatto che è il nostro corpo che sta cadendo, siamo convinti che “sono io che sto cadendo”.
Le esperienze vissute con questa visione transitoria diventano sofferenza. Come possiamo superare questa visione transitoria?
Il metodo è quello di meditare sul secondo livello di interdipendenza: l’interdipendenza dell’esistere dipendendo dalle parti.
Grazie a questa meditazione riusciamo a capire che anche l’io esiste dipendendo dalle parti; così si supera l’aggrapparsi all’esistenza dell’io come autosufficiente. Riassumendo, sono due le cause fondamentali per cui soffriamo: la visione distorta che non conosce il rapporto causa-effetto.
Questa visione non permette di conoscere la natura delle azioni, non conoscendola, si sbaglia e si commettono azioni errate, che hanno conseguenze negative. La soluzione sta nel coltivare la visione corretta del sorgere interdipendente della causa effetto, nel conoscere la natura delle azioni e il loro rapporto: una causa negativa produce un effetto negativo, una causa positiva produce un effetto positivo.
1.visione transitoria dell’aggrapparsi all’io come sostanza e autosufficiente. L’antidoto è il meditare sul sorgere interdipendente dipendendo dalle parti.
Innumerevoli esseri continueranno a farsi male da soli, mentre alcuni, grazie all’insegnamento, arrivano a conoscere le cause, ma non praticano i rimedi. Nel primo caso, non conoscendo le cause, possono essere giustificati; nel secondo caso non sono giustificabili. Perché, se conoscono i rimedi, non li applicano? Perché continuano a mantenere un altro tipo di visione distorta definita visione estrema. La visione estrema all’apparenza è grave, è molto sottile, costoro continuano ad avere una visione del sé come duratura, come vivessero in eterno, è la visione definita: aggrapparsi alla permanenza.
Questa visione è grave perché porta a mantenere una visione del sé come duraturo nel tempo, che porta al dire: “vivrò molto a lungo, posso praticare dopo”. Questo porta a rimandare, a posticipare sempre la pratica.
Sakyamuni Buddha, nel suo primo discorso sulle Quattro Nobili Verità, spiegò il sorgere interdipendente della realtà. E parlando di questo parlò del rapporto causa effetto e del rapporto del dipendere dalle parti.
Spiegando il primo tipo di rapporto (causa-effetto) parlò dei Dodici Anelli dell’origine interdipendente, quindi dell’esistenza ciclica (samsara) e di altri argomenti relativi al rapporto del dipendere dalle parti.
Per questa ragione nel Buddhismo ci sono due aspetti fondamentali: l’interpretazione della realtà e la comprensione della realtà nella sua natura di interdipendenza.
Tutte le esperienze negative, sia a livello individuale che collettivo sono frutto dell’ignoranza del non conoscere il sorgere Interdipendente. Per questo, ognuno di noi continua ad accumulare tante sofferenze così come nel mondo continuano a persistere sofferenze dovute a conflitti, violenze. Chi mette in atto la violenza, chi provoca guerre pensa sia un modo per raggiungere la felicità. Questo è perché sono esseri ignoranti, che non hanno la comprensione dell’interdipendenza della realtà.
Come ho già detto, non si può pretendere che tutti pratichino il Buddhismo, ma se questa filosofia si diffondesse, ci potrebbero essere molti benefici.

Ieri ho parlato in generale dei due aspetti principali del Buddhismo: l’aspetto filosofico del sorgere interdipendente, l’aspetto pratico del comportamento non violento. L’argomento di oggi è un concetto specifico relativo al sorgere interdipendente. Si tratta dei quattro pilastri (o sigilli) del Buddhismo.
Sigillo, chiak ghia in tibetano, indica qualcosa di stabilito definitivamente, fissato, come un documento sigillato.
Tutti i praticanti buddhisti accettano i quattro sigilli, essendo questo argomento una spiegazione profonda del sorgere interdipendente, attraverso cui si comprende quanto sia importante il concetto di interdipendenza.
Il primo dei quattro sigilli recita: tutti i fenomeni prodotti sono di natura impermanente.
Du in tibetano vuol dire comporre, raccogliere, produrre.
Col termine fenomeno prodotto si intende qualsiasi cosa sorta dipendendo da cause e condizioni.
Questi fenomeni prodotti dipendendo da cause e condizioni cambiano perché la loro causa è già di natura cambiamento. La natura dell’effetto deve coincidere con la natura della causa quindi i fenomeni prodotti sono per natura in cambiamento.
Il concetto di impermanenza è di due livelli: grossolano e sottile.
L’impermanenza grossolana è una cosa così evidente che anche gli animali la percepiscono.
Ad esempio, ho visto in un documentario un gruppo di scimmie che dovevano rompere una noce di cocco. Hanno raccolto il cocco fresco, difficile da rompere, lo hanno messo a seccare al sole, poi hanno preso delle pietre grandi per rompere il cocco secco. Il documentarista spiegava che anche le piccole scimmie imparano dagli adulti a fare così. La scimmia comprende l’impermanenza grossolana del cocco: sa che lasciandolo al sole cambia passando dallo stato fresco allo stato secco. Le scimmie ovviamente non parlano, non usano il termine impermanenza o cambiamento, ma a livello mentale comprendono il concetto.
Percepire l’impermanenza grossolana quindi non è una cosa straordinaria, ciò che è straordinario è realizzare l’impermanenza sottile, perché per realizzarla occorre ragionare, meditare.
Il cambiamento a livello grossolano avviene perché c’è cambiamento anche a livello sottile; se non ci fosse il secondo non potrebbe verificarsi nemmeno il primo.
Ad esempio, se piantiamo un seme e aspettiamo un anno possiamo vedere un cambiamento grossolano; la pianta è cresciuta. Questo è un cambiamento grossolano rispetto al seme piantato un anno prima.
Il cambiamento avvenuto in un anno è stato possibile perché in ciascuno dei dodici mesi di cui è composto un anno c’è stato un cambiamento. Ciascun mese è composto da quattro settimane e, in ciascuna settimana, c’è stato cambiamento; inoltre ciascuna settimana è composta da sette giorni. Il seme, quindi, cambia giorno dopo giorno, altrimenti non avremmo visto alcun cambiamento dopo una settimana. Il giorno è composto da ventiquattro ore, per cui possiamo dire che il seme cambia ora dopo ora. L’ora è composta da sessanta minuti, quindi deduciamo che c’è stato cambiamento in ogni minuto. Ogni minuto è composto da sessanta secondi, quindi c’è stato cambiamento in ogni secondo. Anche i secondi sono divisibili in un tempo così breve da non poter essere più divisibile. In tibetano si usa il termine “fine del tempo” per indicare l’istante indivisibile.
Quel seme cambia nel brevissimo istante, nei secondi, nei minuti, nelle ore, nei mesi ed è per questo che abbiamo potuto osservare il cambiamento dopo un anno. Non succede che il seme resta uguale per undici mesi e ventinove giorni poi, di colpo, c’è la pianta.
Perché le cose cambiano? Facciamo riferimento al cambiamento grossolano. Le cose cambiano perché soggetti a condizioni favorevoli e sfavorevoli. A seconda di quale condizione si verifica avviene un cambiamento.

Ad esempio una candela può incontrare due condizioni: una favorevole che mantiene intatta la candela, facendosi che si conservi nel suo stato attuale, e una sfavorevole, ad esempio il fuoco che, bruciando, la consuma.
Possiamo osservare il cambiamento stesso: se accendiamo la candela e aumentiamo il fuoco, se quindi rafforziamo la condizione contro, la candela si consumerà più velocemente; se riduciamo la condizione contro, ad esempio soffiando e agitando la fiamma o smorzandola, la candela brucerà più lentamente.
Questo esempio, riguardante l’impermanenza grossolana, ci fa capire che una cosa cambia a seconda della condizione che incontra, ma ciò non implica che senza condizione contro non ci sia comunque cambiamento. C’è, infatti, un cambiamento chenon ha bisogno di alcuna condizione: è quello dovuto all’impermanenza sottile. Se lasciamo la candela sul tavolo, non percepiamo alcun cambiamento nella candela, ma la candela sta cambiando. Essa è, infatti, composta da atomi in moto, che sono nella natura di cambiamento quindi lei stessa è in cambiamento.
Gli atomi cambiano per loro natura indipendentemente da una condizione sfavorevole. Se così non fosse, in assenza di condizione sfavorevole ci troveremmo con degli atomi permanenti, ma dopo tempo osserviamo un cambiamento grossolano nella candela e questo cambiamento, abbiamo dimostrato, è possibile solo se c’è un cambiamento sottile.
Nel primo sigillo si parla di fenomeni prodotti cioè di fenomeni che sono risultato di cause e condizioni. La natura del risultato deve coincidere con la natura della causa.
Se si pianta un seme di grano la pianta che crescerà sarà grano e non un’altra pianta. Quindi se il risultato è nella natura di cambiamento lo sarà anche la causa, con ciò escludiamo che un risultato permanente possa avere una causa permanente.
Nel pensare a causa e risultato, non dovremmo però pensare che la causa sia costituita da un singolo elemento. La causa è un insieme di elementi. Questo errore che commettiamo porta molti problemi sia a livello personale che a livello mondiale. Molti, pur conoscendo l’insegnamento commettono questo errore! Ad esempio, se una persona ci disturba, ci danneggia, noi ne soffriamo. Pensiamo che stiamo soffrendo soltanto a causa di quella singola persona e, quindi, eliminandola saremo liberi dalla sofferenza. In realtà chi ci danneggia è solo una delle tante cause della nostra sofferenza.
Ci sono molte cause della sofferenza, ma noi commettiamo l’errore di identificare tutte le cause della sofferenza con un unico elemento. Un risultato cambia perché la sua causa è già nella natura di cambiamento.
Perché la causa cambia? Ci sono diverse spiegazioni. Prima di tutto la causa è composta da tanti atomi. Se analizziamo ogni atomo vediamo che ciascuno di essi è instabile, in cambiamento. Mille di questi atomi. L’atomo è in movimento non è statico, se mettete insieme mille di questi oggetti che si muovono, cambiano non potrete ottenere una cosa ferma, permanente! La causa essendo composta da atomi è già nella natura di cambiamento.
Questo mondo, iniziato con il Big Bang, finirà con un altro Big Bang. Il Big Bang iniziale è un’esplosione da cui sono stati prodotti atomi che si sono combinati formando il nostro mondo. Alla fine questo nostro mondo esploderà frantumandosi in atomi, che si aggregheranno di nuovo in un altro mondo. Il mondo è un insieme di atomi in cambiamento, non è quindi una cosa stabile e duratura, così pure il nostro corpo! Sia al suo interno che all’esterno, il corpo è fatto di atomi, quindi, è instabile, in cambiamento
Il corpo non solo esiste dipendendo dagli innumerevoli atomi, ma anche dagli arti e dagli organi, dipende quindi anche dalle sue parti. Questo vale anche la mente, che è un fenomeno interiore. La mente esiste dipendendo dalle sue parti.
Il primo sigillo dice che tutti i fenomeni sono nella natura di cambiamento, e cambiano per due ragioni.
I fenomeni cambiano a seconda delle condizioni favorevoli o sfavorevoli cui vanno incontro, e cambiano perché composti da atomi che sono nella natura di cambiamento.

Il secondo sigillo afferma che gli aggregati e il corpo contaminati, soggetti a cause e condizioni, sono nella natura di sofferenza.
Questo è un concetto più complicato rispetto quello del primo sigillo. La parola Sag pa in tibetano indica afflizione mentale.
Tutti i fenomeni dipendenti dalla forza del karma e delle afflizioni mentali insieme, sono fenomeni contaminati, e quei fenomeni maturati dal karma e dalle afflizioni mentali insieme, sono di natura sofferenza. Dobbiamo comprendere perché questi fenomeni sono della natura sofferenza, e lo facciamo analizzando la natura delle loro cause. Sappiamo che la natura del risultato coincide con la natura della sua causa.
Analizziamo, quindi, la natura delle afflizioni mentali.
Le afflizioni mentali sono concetti, pensieri, fattori mentali che rendono l’individuo infelice e agitato. Queste, poi, influenzano anche gli altri; fanno percepire sofferenza e disagio.
Le afflizioni sono causa di sofferenza per l’individuo e gli altri, per questo quei fattori sono detti afflizioni mentali.
Questo succede perché le afflizioni sono nella natura di sofferenza. Applichiamo la stessa logica che abbiamo usato nel dire che i fenomeni prodotti sono nella natura di cambiamento perché composti da atomi che sono nella natura di cambiamento.
Con lo stesso ragionamento possiamo dire che le afflizioni causano sofferenza perché sono nella natura di sofferenza.

Quando sorgono le afflizioni mentali condizionano l’individuo ad accumulare karma. Da queste due forze, karma e afflizioni, matura un risultato: il nostro corpo e gli aggregati. Possiamo affermare che il nostro corpo e gli aggregati sono contaminati e, quindi, nella natura di sofferenza perché causati da karma e afflizioni mentali, che sono già nella natura di sofferenza.
Dentro la persona sorgono fattori mentali afflitti, se l’individuo non facesse nulla non accumulerebbe karma, ma l’individuo pensa poi agisce. Quando sorge l’afflizione l’individuo agisce perché la funzione dell’afflizione è proprio quella di spingere l’individuo ad agire. Quando l’individuo compie un’azione, questa lascia un’impronta potenziale che si chiama karma.
Sorge l’afflizione che è di natura sofferenza. Spinto dalla forza dell’afflizione l’individuo agisce, l’azione lascia impronta potenziale karma. Abbiamo quindi accumulato due cose: afflizioni e karma. Dall’afflizione e dal karma maturerà un risultato detto fenomeno contaminato. Quel fenomeno contaminato è nella natura di sofferenza. Abbiamo questo nostro corpo contaminato, sulla base di questo corpo sperimentiamo tutti i tipi di sofferenza. Ci sono tre tipi di sofferenza.
I primi due tipi, la sofferenza della sofferenza e la sofferenza del cambiamento, vengono sperimentati da tutti gli esseri senzienti.
Il terzo tipo di sofferenza è quello di cui ha parlato Sakyamuni nel discorso sulla della nobile verità della sofferenza. È la sofferenza pervasiva. Questa sofferenza non è qualcosa che riguarda solo gli esseri dotati di coscienza, ma tutti i fenomeni, anche il mondo esteriore, poiché frutto delle afflizioni e del karma, è nella natura della sofferenza.
Come può il mondo esteriore essere nella natura di sofferenza pervasiva se non ha una coscienza?
Facciamo un esempio. Il pesce vive nell’acqua. L’acqua nella quale un vive è la condizione immediatamente precedente per la nascita del pesce perché senza il pesce non può nascere. Il pesce deve nascere nell’acqua a causa del suo karma, il karma proiettante impone al pesce di dover nascere nell’acqua.
Il pesce deve nascere e vivere nell’acqua a causa del karma. Quell’acqua è in qualche modo frutto del karma del pesce che vi deve nascere e vivere dentro.
L’acqua per il pesce è condizione immediatamente precedente al pesce perché senza non potrebbe nascere.
Analizziamo l’acqua, in particolare la sua continuità a livello di sostanza. La sostanza dell’acqua ha un legame con il suo stato del passato, possiamo andare indietro nel tempo senza riuscire a individuare il primo istante della continuità della sostanza dell’acqua.
Consideriamo i computer; non esistono da tempo senza inizio perché esistono da un tempo relativamente breve, ma se analizziamo la continuità della sostanza materiale che compone un computer possiamo andare indietro nel tempo senza trovare un inizio.
Tornando all’esempio del pesce. L’acqua è condizione immediatamente precedente per la nascita ed è condizione necessaria per la vita del pesce, ma non è causa sostanziale del pesce, non è la causa principale; è una causa secondaria detta condizione. Quell’acqua condizione per la vita del pesce è connessa al karma del pesce, ma non possiamo dire che sia la causa primaria. La causa primaria per la nascita di pesce è il karma, l’acqua è una condizione per la nascita del pesce.
Come secondo esempio analizziamo il tavolo. Prima che fosse fatto il tavolo c’erano vari pezzi di legno, che a loro volta prima erano tronchi di alberi. Possiamo rintracciare la continuità della sostanza molto indietro nel passato. Noi progettiamo il tavolo e abbiamo questi pezzi di legno, che assembliamo per costruire il tavolo, ma servono anche altri attrezzi quali chiodi e martello. Grazie a questi attrezzi possiamo assemblare il tavolo.
Dobbiamo riconoscere due cose: una causa sostanziale e le condizioni per il tavolo.
Il legno è la causa sostanziale del tavolo, tutto il resto, il martello, i chiodi, la mano del carpentiere, sono tutte condizioni secondarie. Così la mano del carpentiere, i chiodi e martello non fanno parte della continuità del legno, sono fenomeni completamente diversi, ma messi insieme favoriscono la creazione del tavolo. Allo stesso modo l’acqua ha una sua sostanza, la cui origine risale molto indietro nel tempo, ma non è la causa sostanziale del pesce, favorisce solo la nascita del pesce.
Così tutto ciò che le afflizioni mentali, essendo già nella natura di sofferenza, producono sarà nella natura di sofferenza, quindi tutti i fenomeni contaminati sono nella natura di sofferenza.
Se questa è la realtà, le afflizioni mentali (sag pa) producono risultati che sono nella natura di sofferenza, dovremo, quindi, chiederci come è possibile liberarsi dalla sofferenza.
La risposta dell’insegnamento è che le afflizioni mentali sono esauribili, di conseguenza eliminabili. Questa possibilità si scopre analizzando la causa delle afflizioni. La loro causa è la visione dell’aggrapparsi al sé. Il nostro compito è analizzare questa nostra concezione perché finché esisterà continueranno ad esserci le afflizioni. Chiedendoci se questa concezione dell’aggrapparsi al sé sia eliminabile si introduce il terzo sigillo che afferma l’esistenza dell’antidoto opponente a questa visione.

Il terzo sigillo afferma che tutti i fenomeni sono vuoti e privi di un sé, questo è proprio l’antidoto alla visione errata.
Dobbiamo applicare questo antidoto per eliminare la concezione errata.
Prima di applicare l’antidoto occorre riconoscere correttamente la propria visione errata dell’aggrapparsi al sé. Senza questo riconoscimento, pur applicando l’antidoto, non si elimina la propria concezione errata.

Facciamo qualche esempio riguardo al suo riconoscimento. Nella vita ordinaria diciamo: “il mio amico, il mio corpo, il mio braccio”. Parliamo così nell’esperienza ordinaria. Analizziamo meglio questo modo di pensare. Mettiamo in rapporto l’io e il corpo. Quando diciamo: “il mio corpo”, nel profondo stiamo identificando l’esistenza del proprio io a parte perché possiede il corpo. Vediamo l’io come re padrone e il corpo come materiale posseduto dal re io. Il re comanda e il corpo esegue, come un servitore, l’ordine del re io.
Pensiamo a cosa succede quando una persona si ammala gravemente. Chi si ammala vuole guarire perché soffre. Tutti vogliono liberarsi dalle sofferenze. Immaginiamo che una persona venga colpita da una malattia al braccio e supponiamo che la cura consista nell’amputazione del braccio. Questa persona pur di smettere di soffrire accetta di perdere il braccio.Immaginiamo che venga colpito da una malattia analoga anche all’altro braccio, poi alle gambe…certo non la testa perché senza non vivrebbe, ma se andiamo avanti a tagliare tutte le parti del corpo, proviamo poi a cercare quell’io che diceva: “io sto soffrendo”.
Se alla fine non troviamo l’io, vuol dire che l’io esiste solo a livello nominale. Esiste un io nominale, ma non esiste un io che esista di per sé, da parte propria, senza dipendere dai cinque aggregati, visione che avevamo prima delle cure e dell’amputazione degli arti.
All’inizio ci aggrappavamo a quel tipo di io che ora abbiamo verificato non esistere da nessuna parte. L’io nominale dipende da una base, che sono i cinque aggregati. Esiste quindi un io convenzionale, non un io padrone che comanda i suoi servitori.
Potremmo chiederci quale problema ci sia a mantenere la nostra concezione dell’aggrapparsi alla vera esistenza del sé.
Il problema è che si sta male, perché a causa di quella concezione si coltivano afflizioni mentali, che condizionano a soffrire e nessuno vuole soffrire. Il vero problema è proprio la concezione dell’aggrapparsi al sé, e chi vuole avere problemi?
Dovendo eliminare il problema, bisogna applicare l’antidoto opponente che è la visione di tutti i fenomeni come vuoti.
Conoscendo l’antidoto non resta che applicarlo. L’antidoto opponente è un antidoto forte, perché sostenuto da ragioni valide.
Il concetto di “forte” va inteso come un qualcosa sostenuto da ragioni valide. Ciò che è sostenuto da ragioni valide più viene analizzato più diviene solido, stabile. Tutte le cose che non sono sostenute da una ragione valida, se vengono analizzate alla fine crollano, non permangono, alla fine si svela la loro falsità.
Nell’analisi precedente abbiamo considerato la concezione dell’aggrapparsi al sé. Abbiamo visto che essa non è valida, perché non è sostenuta da ragioni valide per cui, analizzandola sveleremo la sua falsità, non regge l’analisi. L’antidoto opponente, invece, la visione di tutti i fenomeni come vuoti, privi di un sé, è valido ed è sostenuto da ragioni valide, per cui più lo analizziamo più si stabilizza.
Abbiamo scoperto che abbiamo una concezione dell’aggrapparsi al sé che è errata, che non è valida, che ha un suo antidoto opponente forte. L’ultimo problema che dovremo analizzare è questa nostra concezione dell’aggrapparsi al sé.
Essendo una concezione è un fenomeno mentale. La nostra mente e la concezione dell’aggrapparsi al sé sono un tutt’uno oppure no? Se sono un’unica cosa, la natura della mente stessa è concezione dell’aggrapparsi al sé, allora è inutile tentare di eliminarla perché la mente è così per natura. Sarebbe come tentare di cancellare la mente stessa. Anche se errata, anche se c’è l’antidoto, tutto è inutile perché la mente è così e la mente non può essere eliminata.
La natura della mente è in realtà chiara e luminosa, per questo la concezione dell’aggrapparsi al se è presente solo temporaneamente.
Ad esempio l’acqua agitata è torbida, ma l’acqua e il fango non sono un tutt’uno indivisibile quindi col tempo, calmandosi  l’acqua, il fango si deposita e l’acqua torna chiara e trasparente. Un secondo esempio, è il cielo coperto dalle nubi. La sua natura non è nuvola, altrimenti il cielo rimarrebbe annuvolato in eterno. Infatti, col tempo le nubi passano e il cielo torna sereno. Un terzo esempio: se ci rovesciamo addosso il te il vestito viene macchiato. La macchia del te non entra nella natura del vestito, non diventano un tutt’uno, se diventassero un tutt’uno, potremmo lavare il vestito ma la macchia non andrebbe via perché macchia e vestito sono diventati della stessa natura. In realtà se si lava il vestito la macchia se ne va, proprio perché non è entrata nella natura del vestito, non sono un tutt’uno.
Allo stesso modo la concezione errata dell’aggrapparsi al sé, non entra nella natura della mente, mente e concezione errata non sono un tutt’uno. La concezione errata sorge temporaneamente, ma non entra nella natura della mente. Se sorge temporaneamente, gli antidoti possono funzionare, quindi, più applichiamo l’antidoto della visione di vacuità più ne aumentiamo la forza, più familiarizziamo con la visione di vacuità più diminuiamo la forza del suo avversario diretto, la concezione dell’aggrapparsi al se. A un certo punto la concezione errata viene eliminata perché quando perfezioniamo l’antidoto, arriviamo all’eliminazione della concezione errata.

A questo punto introduciamo il quarto sigillo che afferma che, perfezionando la visione di vacuità e l’eliminazione della concezione dell’aggrapparsi al sé, automaticamente cessano tutte le altre afflizioni.
A quel punto con l’eliminazione di tutte le afflizioni e della loro causa, abbiamo raggiunto la completa pacificazione. Si dice letteralmente: “il superamento del dolore è la vera pace”. Significato vero è “la completa pacificazione delle afflizioni mentali e della loro causa (la concezione errata dell’aggrapparsi al sé) è la vera pace.

Riassumendo quello che abbiamo detto rispetto ai quatto sigilli, i fenomeni prodotti dipendono dalle loro cause. La causa non è costituita da un singolo elemento, ma è composta da tanti elementi. La causa a sua volta è karma e il karma è conseguente alle afflizioni mentali. Le afflizioni sorgono perché di base abbiamo la concezione errata dell’a aggrapparsi al sé.
La concezione errata per fortuna sorge solo temporaneamente, in più abbiamo un forte antidoto opponente. Possiamo applicare l’antidoto opponente, rafforzandolo e familiarizzando con esso fino alla completa eliminazione delle afflizioni e della loro causa di base. Quando avremo completato la pacificazione delle afflizioni e della causa, finalmente ci troveremo nella condizione di pace vera e duratura.
Nel mondo nella nostra esperienza ordinaria ripetiamo gli stessi errori, principalmente quello di identificare la causa della nostra sofferenza con un unico elemento, spesso una persona. Pensiamo che eliminando il singolo elemento saremo felici, quindi, ci impegniamo a fondo per eliminare quel singolo elemento. Ma anche eliminandolo non saremo felici perché abbiamoNsbagliato a identificare la causa dell’infelicità: abbiamo preso in considerazione solo una millesima parte della causa. Certo riusciamo ad essere felici immediatamente, dopo aver eliminato la singola causa, ma è solo un’illusione. In realtà non abbiamo realizzato una pace duratura, ma solo una pace immediata. Non abbiamo eliminato la causa complessivamente, ecco perché non riusciamo ad essere completamente felici nella nostra esistenza ordinaria. Quando nel quarto sigillo si parla del superamento del dolore, si intende il superamento delle afflizioni e della loro causa, quindi il superamento del dolore è la vera pace. In altri testi si trova scritto: “il parinirvana è la vera pace.”
In ogni modo se il superamento del dolore è la vera pace, è questo quello che tutti vorrebbero realizzare.
Per realizzare questo scopo occorre seguire un sentiero, ma tutti gli individui non sono uguali. Sakyamuni è stato intelligente nel presentare modi di percorso diverso, valido per diverse persone con i tre differenti livelli dei sentieri interiore: due sentieri base di Buddhismo Hinayana, un sentiero avanzato del Buddhismo Mahayana.
Ciò che Buddha vuole è che tutti realizzino, indipendentemente dal sentiero scelto, la completa illuminazione. Per arrivarci i modi devono essere differenti.
Ad esempio, dovessimo andare da qui in piazza Duomo, alcuni pigri potrebbero pensare che sia troppo lontano e faticoso. Si può convincere questi pigri a raggiungere Piazza Loreto, che non è così lontano, descrivendo tutte le cose belle di quel luogo.
Una volta in piazza Loreto il pigro si accorge di aver fatto tanta strada e che per arrivare in Duomo non ne manca ancora molta. Poiché è un essere pensante, si guarda indietro e si accorge di aver fatto tanta strada e guardando avanti vede che non manca molto quindi si motiva e arriva in Duomo.
Dunque occorre trovare un metodo per quegli esseri che all’inizio non hanno il coraggio sufficiente per impegnarsi a raggiungere il traguardo dell’illuminazione, per stimolarli occorre portarli a metà strada e, quando sono arrivati a metà strada, si motiveranno ad arrivare fino infondo.
Così oggi abbiamo analizzato i quattro sigilli; il risultato finale è raggiungere lo stato di pace, completa pacificazione del dolore, cioè le afflizioni mentali e la causa.
Tutti questi concetti sono inclusi nelle spiegazioni di ieri. Abbiamo parlato della visione del sorgere interdipendente. La realtà è interdipendente, la nostra visione deve coincidere con la realtà di fatto quindi con la visione è la visione del sorgere interdipendente e questa diventa importante per assumere un comportamento non violento. Il risultato finale della pratica di questi due punti, visione di interdipendenza e comportamento non violento, è la pacificazione delle afflizioni mentali e della visione errata dell’aggrapparsi al sé.
Rispetto al sorgere interdipendente ho accennato a due livelli. Il primo é dipendere da cause e condizioni. Tutti i praticanti di qualsiasi scuola buddhista comprendono e dovrebbero realizzare questo livello senza eccezione. Tra praticanti c’è chi realizza il secondo livello, dipendere dalle parti; poi chi realizza anche il terzo livello, più sottile, dipendere soltanto dal nominare. Non tutti i buddhisti accettino questo punto.
In conclusione, noi dovremo comprendere correttamente la nostra realtà. Dobbiamo familiarizzare con la visione di interdipendenza col mondo esteriore e di interdipendenza tra gli esseri. In seguito a questa visione, sviluppare la grande compassione e dalla forza della compassione assumere un comportamento non violento.
La successione del percorso è la seguente: comprendere la realtà, quindi l’interdipendenza, coltivare la grande compassione poi assumere un atteggiamento non violento.
Chiariamo il concetto di non violenza.
Violenza vuol dire danneggiare, disturbare ferire. Non violenza vuol dire non compiere quelle azioni. La vera non violenza però non si limita solo al concetto di evitare di danneggiare.
Il vero significato del concetto di non violenza è il desiderio di aiutare gli altri esseri senzienti a realizzare le loro aspirazioni, questo sorge dalla comprensione dell’interdipendenza e dalla compassione. Se non si è capaci di aiutare gli altri esseri, bisogna almeno evitare di disturbarli. Quest’ultimo è un livello inferiore.
Con questo ho concluso l’introduzione al Buddhismo. Ricordate i due elementi fondamentali: la visione dell’interdipendenza dei fenomeni e il comportamento non violento.