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Il Buddhismo Theravada

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Il Buddhismo Theravāda (letteralmente “la scuola degli anziani”) è la forma di buddhismo più antica tra quelle esistenti.
Secondo la tradizione le Quattro nobili verità, e con esse il “Nobile ottuplice sentiero”, rappresentano il primo sermone del Buddha Shakyamuni, tenuto al Parco delle gazzelle di Sarnath, vicino a Varanasi, all’età di 35 anni, dopo che nei pressi del villaggio di Bodhgaya aveva raggiunto il risveglio spirituale.

Le 4 Nobili Verità
La teoria fondamentale del theravāda si basa sulle Quattro Nobili Verità. Nella loro formulazione più semplice possono essere descritte come il problema, la causa, la soluzione ed il percorso verso la soluzione.
Dukkha(sofferenza) – Questo concetto può essere catalogato pressappoco in tre categorie.
La sofferenza intrinseca, o sofferenza che si prova in qualsiasi attività mondana. In breve, in questo termine è compreso tutto quanto si prova quando si desidera non separarsi da qualcosa che ci piace (si prova un attaccamento ‘amoroso’) e/o quando si desidera separarsi da qualcosa che non ci piace (si prova un attaccamento ‘odioso’).
La seconda classe di sofferenza, detta “sofferenza causata dal cambiamento”, implica che si provi sofferenza a causa del proprio attaccamento a uno stato temporaneo e quando questo stato cambia si prova sofferenza.
La terza categoria è la più sottile. In breve, gli esseri soffrono per la mancata comprensione del fatto che sono meri aggregati (khandha) di costituenti (saṅkhāra) privi di un’identità definita e immutabile (attā).
Dukkha samuday(la causa di dukkha) – La brama che conduce all’attaccamento e al legame è la causa della sofferenza. Questa brama è indicata con il termine taṇhā. Può essere classificata in tre impulsi istintivi. Kāma taṇhā è la brama di un qualsiasi oggetto piacevole ai sensi (che ha a che vedere con la vista, l’udito, il tatto, il gusto, l’odorato e le percezioni mentali). Bhava taṇhā è la brama di attaccamento per un processo in evoluzione, che si manifesta in varie forme, incluso il desiderio di esistenza. Vibhava taṇhā è la brama di separazione da una situazione o stato in cui si trova.
Dukkha nirodha (la cessazione di dukkha) – Non è possibile cambiare il mondo secondo i proprî gusti per eliminare la sofferenza nella speranza che rimanga così per sempre. Questo violerebbe il principio cardine del cambiamento. Piuttosto si cambia la propria mente coltivando il distacco così che il cambiamento, di qualsiasi natura questo sia, non abbia più effetto sulla compostezza della propria mente. In breve, la terza nobile verità implica che l’eliminazione della causa (la bramosia) elimina l’effetto (la sofferenza). Questo è quanto si deduce dall’insegnamento del Buddha quando dice: «Qualsiasi cosa derivi da una causa, sarà eliminata eliminandone la causa.»
Dukkha nirodha gāminī paṭipadā (il sentiero verso la liberazione dalla sofferenza) – Questo è il Nobile Ottuplice Sentiero che conduce alla liberazione o nibbāna.

Le Tre Caratteristiche

Queste sono le tre caratteristiche di ogni fenomeno condizionato nel pensiero theravāda.

Anicca (l’impermanenza): Tutti i fenomeni condizionati sono soggetti al cambiamento, incluse le caratteristiche fisiche, qualità, assunzioni teoriche, conoscenza, etc. Nulla è permanente perché qualcosa per essere tale deve provenire da una causa immutabile. Essendo però tutte le cause mutabili, nulla è permanente.
Dukkha (sofferenza): la causa del dolore è imputabile alla non permanenza delle cose, di conseguenza il desiderio ardente di qualcosa che muta continuamente comporta sofferenza . C’è una tendenza ad identificare praticamente tutto come ‘buono’, ‘comodo’ o ‘soddisfacente’, oppure a considerarlo l’opposto come ‘cattivo’, ‘scomodo’ o ‘insoddisfacente’. Siamo noi in primo luogo che creiamo la sofferenza appiccicando delle etichette alle cose come ‘piacevoli’ o ‘spiacevoli’. Se uno riesce a rinunciare alla tendenza di identificare le cose in ‘piacevoli’ o ‘spiacevoli’ raggiunge l’ultima libertà.
Anattā (non-se): – Il concetto di anattā può essere reso come la mancanza di una qualsiasi identità fissa, immutabile, isolata. Nessun fenomeno costituisce un individuo permanente, essenziale e separato. Un essere vivente è un composto dei cinque aggregati (i khandha) dalla forma fisica (rūpa), dai sentimenti o sensazioni (vedanā), dalla percezione (saññā), dalle formazioni mentali (sankhāra) e dalla coscienza (viññāṇa) nessuno di questi può essere identificato come uno e solo. Dal momento della concezione, tutte le entità (inclusi tutti gli esseri viventi) sono soggetti a un processo di mutamento continuo. Un praticante deve, d’altra parte sviluppare e raffinare la sua mente a uno stato tale da poter osservare e comprendere ogni fenomeno.
La realizzazione diretta di queste tre caratteristiche conduce alla liberazione dai legami e dagli attaccamenti mondani, conducendo così allo stato in cui si è completamente, totalmente liberi, allo stato denominato nibbāna, che letteralmente vuole dire ‘estinzione’.

Gli elementi del “Nobile Ottuplice Sentiero” e i differenti modelli di interpretazione

Con l’insegnamento della dottrina del “Nobile ottuplice sentiero” il Buddha Shakyamuni intendeva offrire ai suoi discepoli il percorso di liberazione dalla sofferenza.
I Retta visione
II Retta intenzione
III Retta parola
IV Retta azione
V Retta sussistenza
VI Retto sforzo
VII Retta presenza mentale
VIII Retta concentrazione

Ci sono quattro modelli di interpretazione del “sentiero” buddhista.
Primo modello
Il primo modello prevede di sviluppare gli “Otto sentieri” con un approccio “olistico”, perfezionandoli contemporaneamente e in modo equilibrato. Questo implica che non occorre predisporre un ordine sequenziale di questi sentieri ma, piuttosto, l’indicazione che il percorso buddhista tenda complessivamente a tutte le sfaccettature di una singola attività quotidiana, sia mentale che fisica, verbale o spirituale.
Secondo modello
Nel secondo modello il “Nobile ottuplice sentiero” può essere considerato secondo tre tipologie di perfezionamento. Ogni passo procede ad un elevamento verso quello successivo che poi spinge quello che lo precede.
il primo passo riguarda la moralità
Retta parola, cioè l’assunzione della personale responsabilità delle nostre parole, ponendo attenzione nella loro scelta e ponderandole in modo che esse non producano effetti nocivi sugli altri e di conseguenza a noi stessi; ciò significa anche che il nostro agire deve essere improntato al nostro parlare e corrispondere ad esso.
Retta azione, cioè l’azione non motivata dalla ricerca di egoistici vantaggi, svolta senza attaccamento verso i suoi frutti.
Retta sussistenza, cioè vivere in modo equilibrato evitando gli eccessi, procurandosi un sostentamento adeguato con mezzi che non possano arrecare danno o sofferenza agli altri.
Il secondo passo riguarda la specificità della meditazione.
Retto sforzo, cioè lasciare andare gli stati non salutari e coltivare quelli salutari. Significa anche confidare nella bontà della propria pratica buddhista perseverando con un corretto ed equilibrato impegno nello sforzo, motivato dalla fede che al buddhista praticante proviene dai risultati ottenuti nell’avanzamento lungo il percorso della propria personale realizzazione spirituale e nell’avanzamento verso una sempre maggiore capacità di esercitare la “Corretta azione” nella propria pratica buddhista.
Retta presenza mentale, cioè la capacità di mantenere la mente priva di confusione, non influenzata dalla brama e dall’attaccamento.
Retta concentrazione, cioè la capacità di mantenere il corretto atteggiamento interiore che porta alla corretta padronanza di sé stessi durante la pratica della meditazione.
Il terzo passo riguarda la saggezza
Retta visione, cioè il riconoscimento delle “Quattro Nobili Verità” attraverso la loro corretta conoscenza e la conseguente loro corretta visione.
Retta intenzione, cioè il corretto impegno sostenuto dalla “Retta visione” nel padroneggiare l’attaccamento al desiderio di vivere, alla brama ed all’avidità di esistere, di divenire o di liberarsi, al desiderio di affermare il proprio presunto «sé esistente» e dalla compassione per tutti gli esseri.
Terzo modello
Il terzo modello di Via buddhista (intesa sempre come quarta verità delle Quattro nobili verità) è indicato come “immediato” o “subitaneo”. Esso ha come obiettivo quello di portare il praticante al di là del condizionato.
Quarto modello
Il quarto modello individua il “sentiero” buddhista come una sequenza lineare di miglioramento per fasi spirituali sempre più raffinate. Una volta superata una fase del percorso spirituale la sua pratica va abbandonata. Questo approccio “funzionale” è coerente con il principio buddhista di non voler confondere il mezzo con l’obiettivo facendo assumere al primo un valore in sé. La pratica spirituale è quindi “funzionale” allo scopo della “liberazione” e non possiede alcun valore di per sé, quindi una volta raggiunto lo scopo prefisso questa va abbandonata per un’altra più “avanzata”.

Precetti buddhisti

I Precetti sono un elemento chiave della morale buddhista, sono una porta fondamentale per una retta condotta di vita e per una proficua pratica introspettiva e meditativa che possa alla fine condurre alla liberazione dalla sofferenza. Proposti dal Buddha Shakyamuni 2500 anni fa, hanno origine dalla consapevolezza che ogni cosa è interconnessa con tutte le altre, per cui qualunque comportamento umano ha effetti sulla vita di tutti gli esseri senzienti che ne condividono l’esistenza in questo mondo.
Nella scuola Theravāda del buddhismo esistono tre gradi di precetti, a seconda del livello di pratica che l’individuo si sente in grado e volenteroso di impegnarsi a seguire. Questi sono:
i cinque precetti che si raccomanda a tutti i laici che si dicono buddhisti di seguire e che consistono nel:
1) astenersi dall’uccidere o dal nuocere agli esseri viventi;
2) astenersi dal rubare;
3) astenersi dall’erronea condotta sessuale;
4) astenersi dall’uso di un eloquio volgare o offensivo e dal mentire;
5) astenersi dall’alcool o dalle sostanze che alterano la lucidità mentale.
Gli otto precetti cui deve adeguare la propria condotta chiunque si trovi in un tempio e che si raccomanda a tutti i laici che si dicono buddhisti praticanti di seguire almeno nei giorni di osservanza (i giorni di uposatha, ossia i giorni di luna piena, luna nuova e i quarti di luna intermedi). Questi consistono in:
i primi 5 più:
6) astenersi dal mangiare dopo mezzogiorno fino all’alba seguente;
7) astenersi dal cantare, ballare e dalle attività ludiche in genere, dall’uso di gioielli, cosmetici o profumi;
8) astenersi dal riposare o dormire su letti o giacigli alti o dalle dimensioni eccessive.
I precetti costituiscono una guida etica essenziale per l’aderenza del praticante ai principi morali buddhisti dell’ottuplice sentiero, che illustra le “tre pratiche dell’Etica”, ripartite nelle tre classi di:
Retta azione;
Retta parola;
Retti mezzi di sussistenza.
Da ciascun precetto si ricaverebbe il rispetto per la vita e la compassione per tutti gli esseri, nonché la decisione di mantenere sani, nel corpo e nella mente, l’uomo, la comunità spirituale, la famiglia e la società.

Ogni precetto include tre aspetti:
la consapevolezza della sofferenza generata da un comportamento erroneo;
la determinazione ad astenersi da quel comportamento;
il voto di fare qualcosa in positivo come rimedio alla sofferenza:
proteggere la vita;
coltivare la generosità;
avere una vita sessuale sana e coltivare rapporti sinceri;
parlare con schiettezza e con gentilezza;
mantenere la chiarezza mentale.

I tre Gioielli
Con il termine sanscrito Triratna (Tre Gioielli) nel Buddhismo si intendono il Buddha, il Dharma e il Saṃgha, talora indicati anche come Triplice Gemma o Triplice Rifugio o Tre Tesori.

I Tre Gioielli sono gli elementi a cui ricorrono per trovare rifugio i buddhisti, che li considerano le principali guide spirituali, ed hanno il seguente significato:

Buddha – L’Illuminato o Il Risvegliato
può essere riferito alla persona del Buddha (Sakyamuni) o alla sua natura o alla più alta potenziale spiritualità presente in tutti gli esseri umani
Dharma – L’Insegnamento
gli Insegnamenti del Buddha
Sangha – La Comunità
La comunità di quanti hanno ottenuto l’Illuminazione, può anche riferirsi, in senso più ampio, alla comunità di quanti praticano il Buddhismo.

Formula del prendere rifugio:

Prendo rifugio nel Buddha.
Prendo rifugio nel Dharma.
Prendo rifugio nel Sangha

Prendo rifugio nel Buddha, Dharma e Sangha
Finché non abbia ottenuto l’illuminazione.
Grazie ai meriti che ho accumulato dalla pratica della generosità e dalle altre Pāramitā
Possa io ottenere l’Illuminazione, per il beneficio di tutti quanti.

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Il buddismo Theravada: breve introduzione

Buddhismo Theravada

E’ l’unica delle antiche scuole buddhiste a essere sopravvissuta fino ai nostri giorni e il cui canone ci sia giunto completo.

Letteralmente dottrina (vada) degli anziani (thera), è la forma di buddhismo dominante nell’Asia meridionale e nel Sud-est asiatico, in particolare in Sri Lanka, Thailandia, Cambogia, Myanmar e Laos.

Nel theravada, il fine della pratica, rigorosamente monastica, è il raggiungimento della condizione di arhat seguendo l’insegnamento del Buddha contenuto nei testi del Canone pali.
La pratica si fonda sull’ Ottuplice Sentiero, che muove dall’esercizio di un comportamento eticamente corretto (retta parola, retta azione, retti mezzi), presupposto per calmare e concentrare la mente (retto sforzo, retta consapevolezza, retta concentrazione) e trasformarla nella meditazione, attraverso la quale si sperimenta un nuovo modo d’essere ispirato alla corretta visione della realtà (retta visione e retta intenzione).
Più che un codice di comportamento al quale uniformarsi, l’Ottuplice Sentiero sottolinea la relazione tra la propria visione della realtà e le azioni e gli stati d’animo che da questa conseguono. E’ una sorta di addestramento affinché ogni azione sia ispirata al non-attaccamento, alla benevolenza e alla saggezza.
Il buddhismo theravada promuove il concetto espresso nella lingua canonica pali di vibhajjavada, ossia l'”insegnamento dell’analisi”.

Questa dottrina dice che l’introspezione deve essere il frutto delle esperienze, dell’investigazione critica e della ragione applicata del praticante, piuttosto che della fede cieca. Tuttavia le scritture canoniche dei theravadin mettono anche in risalto il prestare attenzione agli insegnamenti dei saggi, in quanto si considerano tali istruzioni, insieme alla valutazione delle proprie esperienze, le due prove alla cui luce deve essere giudicata la propria pratica.
Nel theravada si identifica la causa dell’esistenza e della sofferenza umana (dukkha)nell’attaccamento (tanha), che causa il sorgere delle impurità mentali (ossia dosa, la rabbia, la malevolenza e l’inimicizia, lobha o raga, la bramosia, l’avidità e la presunzione, moha, la gelosia, l’ossessione, la distrazione, la depressione e l’ansia ecc.). L’intensità di queste impurità può variare tra grezza, media e sottile. È un fenomeno che sorge di frequente, permane per del tempo e quindi svanisce.I theravadin credono che le impurità non siano dannose soltanto per sé, ma che lo siano anche per gli altri. Sono la forza motrice di tutti i mali che gli esseri umani possono commettere. I theravadin credono che queste impurità abbiano la natura delle abitudini che sorgono dall’ignoranza (avijja) che affligge le menti di tutti gli esseri non illuminati.Gli esseri non illuminati sono creduti essere sotto l’influsso delle impurità, che vi aderiscano a causa dell’ignoranza della verità. Ma in realtà queste impurità mentali non sono nient’altro che delle macchie che hanno contaminato la mente creando sofferenza e stress. Gli esseri non illuminati sono anche creduti attaccati al corpo considerandolo come il proprio “sé”, mentre in realtà il corpo è un fenomeno impermanente costituito dai quattro elementi di base (spesso identificati con la terra, l’acqua, il fuoco e l’aria), che dopo la morte è destinato a decomporsi e a disperdersi. La frequente istigazione e manipolazione che le impurità mentali esercitano sulla mente sono ritenute costituire un impedimento a che la mente possa vedere la vera natura della realtà. Una condotta erronea a sua volta può rafforzare le impurità, ma la pratica del Nobile Ottuplice Sentiero può indebolirle o sradicarle.

Tratto da: http://www.orientespirituale.it